16 agosto 2009

'La valorizzazione degli altri' (Lecce, 27 Aprile 2009) di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La sorgente di ogni qualità.
La Caitanya Caritamrita spiega che la compagnia dei sadhu è la sorgente di tutte le qualità spirituali. Attraverso il sat-sanga l'anima si risveglia e comincia a percepire direttamente, non più attraverso l'ego o la mente. Ciascuno di noi può sperimentare ciò, ma ogni esperienza che si acquisisce poi deve essere anche profondamente compresa, elaborata, interiorizzata, affinché diventi patrimonio stabile della persona.

L'importanza degli altri.
Nel nostro percorso spirituale dovremmo sentire forte l'esigenza non solo di profondamente comprendere ed elaborare noi per primi le intuizioni che per grazia di Shri Shri Guru e Krishna abbiamo, ma anche di operare affinché altri le comprendano, in modo da condividere con chi lo desidera la ricchezza che ci è stata data in dono. Ogni sentiero di realizzazione spirituale lo si percorre con successo nella misura in cui noi teniamo conto degli altri e li favoriamo nel loro progredire. Nella nostra vita gli altri non ci sono come comparse ma come coo-protagonisti, che assieme a noi fanno il viaggio dell'esistenza verso la meta che è l'amore. Anche l'importanza della compagnia dei sapienti illuminati è usufruibile nella misura in cui noi apprezziamo e valorizziamo la loro presenza. Attraverso i loro insegnamenti e modello di vita, il nostro impegno dovrebbe essere sempre volto a correggere e a migliorare i nostri comportamenti, per svincolarci da ciò che ostacola, rallenta o addirittura rovina il nostro e altrui progresso spirituale.

Favorire stati di serenità.
Dobbiamo sempre impegnarci in qualsiasi circostanza della vita a ricostituire con gli altri condizioni di serenità (shanti), anche quando siamo stati offesi o umiliati. Favorire questo stato di serenità e di benessere interiore (ben diverso dalla effimera gratificazione dei sensi) è ciò che contraddistingue un sadhu. A volte non è un'operazione semplice, specialmente quando abbiamo a che fare con persone che reagiscono con rancore, con risentimento, poiché mancano di elasticità e vivono rinchiuse in schemi rigidi, ma ogni nostro sforzo in questa direzione garantisce il nostro vero successo nella vita spirituale.

La capacità adattiva.
Una delle facoltà più grandi dell'intelligenza è quella adattiva, che spesso è carente anche nelle persone cosiddette colte che però non conoscono la vera sapienza né la saggezza. I sapienti hanno la capacità di espandere la visione degli altri, i quali possono così acquisire la capacità di accogliere più diversità in quello che era il loro ridotto panorama causato dalla loro miopia mentale. Oltre a ciò le persone sante, ancor più dei sapienti, vedono le qualità, le potenzialità, le facoltà dell'anima in chiunque, anche se represse e incatenate, e sanno come fare per rievocarle, per suscitare il loro risveglio.

Vivere giocando.
Si deve vivere da devoti giocando, ma giocando seriamente, rispettando tutte le regole del gioco, con conoscenza, rispetto e lealtà nei confronti del gioco stesso e di chi gioca con noi. Questo gioco è accompagnato da un'ondosa ed entusiasmante felicità. La vita spirituale non è una nenia ripetitiva: vivere spiritualmente è molto più dinamico che vivere materialmente. Inoltre, la coscienza spirituale include anche la conoscenza della materia; la trascendenza, infatti, include ciò che trascende: non è una fuga da, ma è un superamento di.

Modulare il rapporto con gli altri.
Quando ci troviamo di fronte a persone che non hanno desiderio di approfondire e giudicano con schemi rigidi, dobbiamo tenere di conto di ciò e cercare di individuare una scala valoriale condivisa per poter comunicare sulla base di tali valori comuni. Laddove non si dovessero identificare tali valori comuni, è bene mantenere le giuste distanze, ma sempre con grande rispetto, secondo il comune detto “buoni confini, buoni vicini”. Come prenderci cura degli altri, come valorizzarli, come rapportarsi a coloro che sono da noi coscienzialmente più distanti, è il primo insegnamento da acquisire nella vita spirituale.

La critica costruttiva.
La critica è negativa quando è tesa a sminuire e a disprezzare gli altri, ma esiste anche una critica costruttiva, animata dal desiderio di fare il bene altrui. La spiritualità non è scollegata da un rigoroso comportamento etico-morale. L'etica e la morale sono fondamentali per la realizzazione spirituale. Yama e niyama sono le prime lezioni da acquisire: ciò che deve essere fatto e ciò che non si deve fare. L'aderenza a tali principi permette di procedere rapidamente e con gioia sul sentiero della Bhakti.

Apprezzare le qualità degli altri.
Maya generalmente non entra nella nostra vita in maniera imponente, ma sottilmente. Dobbiamo stare attenti a non concederle neanche un minimo spazio, e la prima raccomandazione da seguire è quella di non reagire alle provocazioni. Se ci poniamo nella posizione di apprezzare le qualità degli altri (e negli altri possiamo sempre trovare qualche buona qualità, anche quelle che noi non abbiamo), possiamo intessere relazioni buone e di valore con tutti. Dobbiamo fare di tutto per risvegliare buoni sentimenti in chiunque incontriamo, comportandoci sempre a partire dalla base imprescindibile di sattva-guna, conquistando gli altri con l'amore. Non dobbiamo spintonare ma attrarre; questo è lo stile di Krishna: suona il flauto e ci attrae. Per rassicurare gli altri ed entrare nel loro cuore dobbiamo dare loro garanzie, e la migliore garanzia è la nostra purezza. Senza la forza della purezza non si può trasmettere il messaggio divino; non è la potenza dell'eloquenza che convince ma la nostra purezza. Anche se qualcosa vi viene detto in maniera arrogante, ma voi lo prendete candidamente, voi siete vittoriosi. Pensate all'opposto: prendere tutto quel che ci dicono gli altri come un'offesa. La vita diventa un inferno. Nella Bhagavad-gita Shri Krishna spiega che gli è molto caro colui che è benevolo con tutte le creature. Vaikuntha non è un altrove: è un qui ed ora nelle relazioni. Vaikuntha è una modalità relazionale: quella della Bhakti.

La creatività nelle relazioni.
Siamo esseri creativi e valiamo nella misura in cui siamo creativi per cercare di creare ottime relazioni, affinché la diversità non ci separi ma ci arricchisca. Guardiamo alle persone come ad esseri spirituali, a prescindere dal corpo che portano: giovane e avvenente, vecchio e malandato. A prescindere dalle loro caratteristiche esteriori, diamo a tutti occasioni per risvegliarsi spiritualmente. Non dobbiamo fare distinzioni tra colti e incolti: chiunque si avvicina, che sia seduto al vertice della piramide sociale o che sia sdraiato alla sua base, è un'anima da curare. Per aiutare le persone occorre capire quali sono gli attaccamenti che le legano e, quasi senza farsi notare, aiutarle a sciogliere quei nodi, sempre con il massimo rispetto. L'opposto a ciò è l'abuso, che ci fa cadere schiacciati dalle offese. Quel che Krishna ci invia è per offrirlo a Lui; così dobbiamo rapportarci agli altri nel gioco della vita.

19 luglio 2009

'La libertà dal senso di possesso' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Commento a Bhagavata Purana XI.9.1-10, Bhaktivedanta Ashrama 21 Aprile 2009.
La libertà dagli attaccamenti egoici e dal senso di possesso permette di superare ogni forma di ansietà, di mantenere una mente calma, di fissarla su Dio e sullo scopo supremo della vita, realizzando la gioia senza limiti dell'anima. Non ci possiamo liberare dal possesso in senso radicale, a volte per dovere prescritti o per doveri ascritti o per natura intrinseca delle cose; ad esempio non possiamo liberarci dal corpo che ci è stato dato. L'importante è non attaccarsi ad esso e a tutto quel che temporaneamente abbiamo come se fosse di nostra proprietà. É l'attaccamento al possesso che genera la sofferenza. Niente è di nostra proprietà: occorre fare buon uso di quel che ci è stato affidato. Occorre rinunciare all'effimero, non a ciò che può esserci utile per la realizzazione spirituale. Ad esempio l'abbandono del servizio devozionale è un atto distruttivo. L'intelligenza e la nostra capacità di dedizione vanno utilizzate tutte per favorire il nostro percorso evolutivo. Dobbiamo rinunciare al piacere effimero, ma non a quello connesso allo svolgimento della sacra seva. Il servizio devozionale riempie di gioia, anche laddove si incontrano delle difficoltà. La vera soddisfazione proviene dal servizio devozionale, dalla nostra relazione con il Signore e dal nostro impegno nell'avvicinare le persone a Shri Shri Guru e Krishna. Per vivere in stato di serenità occorre liberarci da tutto ciò che è superfluo per concentrarci solo su ciò che è utile alla nostra e altrui crescita spirituale. Non è quel che succede che ha effetto su di noi, ma come noi leggiamo o interpretiamo quel che succede. Solo chi guarda a quel che accade con una buona predisposizione interiore, può trarne beneficio. La vita ci riserva sempre grandi arricchenti insegnamenti, se noi preghiamo Shri Shri Guru e Krishna di permetterci di vedere il mondo con gli occhi dell'Amore.

25 giugno 2009

'La Sadhana Bhakti: mezzo di purificazione della coscienza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che sostiene l’intero universo. Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto comportamento, le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi, neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico. Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno scienziato, il sadhaka può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’, che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più necessita. In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica. Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito. Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione. Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam. Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya) che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitore dei mondi, dell’infinitamente Affascinante, è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura. Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.

20 giugno 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Terza)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: È giusto suggerire ad una donna di risposarsi anche se ha già figli? Inoltre: il suo rifugio è solo il marito, o anche il maestro spirituale?

Partendo dall’ultima domanda: la figura del marito e quella del guru non dovrebbero mai essere sovrapposte, a parte nei rari casi in cui una donna ha per marito un guru o una persona illuminata - com’era ad esempio il caso di Maitreyi nei confronti di Yajnavalkya. Il maestro spirituale può offrire un certo tipo di riferimento, ma certi bisogni di tipo sociale una donna con figli può decidere di assolverli da sola, oppure in compagnia di un marito. Certe volte per una donna sola è difficile educare i figli, specialmente i figli maschi che, giunti all’adolescenza, hanno un terribile bisogno del padre. Una donna particolarmente forte, e anche rara, può farcela anche da sola, con l’aiuto di una famiglia molto solidale. Nella società tradizionale c’erano i nonni, gli zii, i cognati, tante persone che costituivano una sorta di piattaforma di sostegno. La società moderna ha prodotto una famiglia molto debole. Lui e lei che vanno a vivere in un appartamentino, poi a causa di conflitti uno dei due rimane solo e la famiglia non c’è più, è disgregata. Molte famiglie di oggi sono costituite da individui fragili, che non hanno la capacità di sopportare le onde ripetute delle difficoltà. Venendo al punto io non vedo una grande soluzione nel ri-sposarsi; soprattutto quando ci sono figli a carico. Ma non si può porre un veto assoluto perché, come dicevo poc’anzi, esistono molte categorie umane, e tra queste ve ne sono molte fragili psicologicamente, che se non hanno la possibilità di ricevere un sostegno e un nuovo affetto crollano definitivamente, diventando pesi insostenibili per la società. Non possiamo emettere sentenze unilaterali assolute; la società di oggi non ce lo permette, in quanto si è frammentata a dismisura, creando tutta una serie di diritti-doveri che costituiscono una matassa inestricabile. Nella società tradizionale le persone vivevano per la maggior parte in campagna. In campagna spesso è sufficiente avere un orto per sopravvivere. A Milano centro, o nel cuore di qualsiasi altra città è difficile vivere con un orto. Al di là poi della sopravvivenza fisica dobbiamo anche sottolineare l’importanza della solidarietà e delle relazioni umane che nelle megalopoli, nelle metropoli superabitate e trafitte dalla solitudine, sono veramente rare. Dunque, quel che prima era inauspicabile, oggi può essere una dolorosa necessità, quasi da raccomandare, seppur non sempre e non senza avere conosciuto precisamente il caso in questione. Sul Maestro spirituale a volte si proiettano aspettative esagerate. Il Maestro spirituale ha una funzione metafisica, e deve aiutare nel mondo fisico per dirigere il viaggio verso la dimensione spirituale. Non è un consulente del lavoro, non è un consulente familiare, non è un consulente per i disturbi dell’infanzia. Tutto questo può essere sottoposto al guru, e questi può avere un’apertura mentale e una cultura eclettica tali da poter aiutare in numerose occasioni; ma deve essere compreso che quell’aiuto non è per accomodarsi nel mondo materiale, è per superarlo e trascenderlo. Dunque, non si dovrebbe appesantire inutilmente il Maestro spirituale, quando altri possono risolvere problemi di loro specifica competenza. Spesso i problemi delle persone sono generati da loro stessi, soprattutto da pretese che nessun uomo o donna potrebbe mai soddisfare; i modelli messi in circolazione dai media sono artificiali. Programmi spazzatura come “Beautiful” propongono dei non valori, modelli di vita totalmente artificiali che entrano profondamente nella psiche profonda, anche in forma subliminale, e quando poi vengono applicati, anche inconsciamente, si creano impossibilità di convivenza, impossibilità di cooperazione, perché magari si pretende che il coniuge corrisponda a certi pesudo-modelli di uomo e di donna. L’interesse delle industrie, gli interessi economici, gli interessi della politica bombardano pesantemente e contribuiscono alla formazione di modelli che rendono la convivenza e in generale il mondo delle relazioni molto difficile. Comunque, come dico spesso, la massa è solo un concetto astratto, esistono gli individui e la società, che è costituita dall’interazione di individui. Dunque dobbiamo sempre partire da noi stessi, migliorando la nostra attitudine e il nostro personale comportamento. Agire bene rende anche sani e mantiene la persona più longeva possibile. Circa venti anni fa, feci una trasmissione radio il cui titolo era: “Essere onesti conviene”. Detti volutamente alla trasmissione un titolo provocatorio, perché volevo collegare il punto di vista economico a quello sociologico, a quello medico, a quello psicologico, sociologico e spirituale. Una persona che agisce in maniera scorretta crea una serie di conflitti prima di tutto intrapersonali, poi anche sul piano interpersonale e dunque sociale. Perciò, aiutando le persone a seguire con rettitudine i princìpi attraverso i quali ci si può armonizzare con l’ordine cosmico e quindi con la volontà divina, significa sicuramente aiutarle anche in ogni ambito dell’esistenza secolare. Se analizziamo in maniera approfondita i principi di yama e niyama, che si trovano riassunti nei quattro principi regolatori della tradizione Vaishnava, possiamo constatare come implichino ed aiutino a sviluppare un alto livello di igiene psicofisica, e di riflesso anche sociale. Gli strumenti per migliorare la nostra esistenza anche in quest’era e in questa società ci sono tutti, basta applicarli con rigore ed elasticità al tempo stesso.

31 maggio 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Seconda)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Nelle Scritture vedico-vaishnava si legge di personalità che avevano grandi responsabilità, non solo della propria famiglia, ma addirittura di interi regni, di milioni di persone. Mi sembra, però, che il loro esempio non sia immediatamente spendibile nella nostra vita quotidiana, ma forse semplicemente perché loro erano loro e io sono io.
No, anche per ragioni molto più pratiche. Allora la società era organizzata in un modo, oggi è organizzata in un altro. I profeti della Bibbia convivevano in maniera pacifica con una società che accettava la schiavitù come norma comune. Oggi la schiavitù non viene accettata, per cui certi discorsi di allora, se tu li facessi oggi saresti profondamente criticato, e magari anche accusato e condannato. Dunque, dobbiamo sempre tenere in grande considerazione il tempo, il luogo e la circostanza in cui ci troviamo, non possiamo applicare fatti e norme di milioni di anni fa, o di decine di milioni di anni fa, o anche solo di alcuni secoli fa, in un contesto sociale profondamente mutato. Questo è un principio fondamentale: molti errori sono stati fatti nella storia e nella società e nelle singole istituzioni da chi non ha saputo rinnovarsi, da chi ha preteso di applicare in maniera cristallizzata, senza il minimo discernimento e mostrando scarsa lungimiranza, principi, valori, ideali che evidentemente non erano più adatti alla situazione storico-culturale del presente. La società arya, la civiltà dei Veda, era fondata su una concezione sociale straordinariamente aperta e, contrariamente a quanto dicano gli studiosi occidentali, che hanno frainteso molto, l’organizzazione sociale di allora era veramente avanzata, straordinariamente flessibile, non irrigidita nelle caste dell’India odierna. Due dispositivi sociali che permettevano tale flessibilità erano quelli di dharma e svadharma. Dharma era l’ordine universale, l’ordine cosmico, ritam, un ordine immutabile, riconosciuto e rispettato da tutti. Regole fondamentali cui tutti sono soggetti, dal re allo scudiero. Ma assieme al dharma, c’era lo svadharma, l’ordine individuale. Sva vuol dire “suo proprio”, quindi indica il dharma proprio di ciascun individuo. Per tornare all’esempio del re e dello scudiero, essi avevano in comune un dharma universale, il sanatana dharma; poi, per il loro ruolo specifico, seguivano un dharma individuale, lo sva-dharma. Anche a livello giuridico, la legge uguale per tutti è un principio che può suonare bene ma non funziona. E’ un prodotto della rivoluzione francese, un prodotto di tempi molto recenti, frutto di un’interpretazione molto entusiasta della democrazia, che comunque, come sistema di organizzazione sociale, ovvero di gestione politica della società, è probabilmente la soluzione che negli ultimi tempi ha fatto i danni minori. Diciamo che attualmente è il meno peggio. Dunque, questa divisione di ruoli e di doveri giustificava tutta una serie di comportamenti; c’erano valori assoluti, e c’erano valori relativi. Quelli relativi erano valori mobili, flessibili. Per fare un esempio: chi oggi ha un dovere da figlio, può essere che domani possa assumere quello di padre, quindi dovrà passare da un set di principi ad un altro. Allora il punto qual è? Che se facciamo nostra una visione ad ampio spettro, vediamo che la differenziazione è qualcosa di vantaggioso. Ammesso, però, che ci sia un polo che unisce tutte le tendenze e che obbliga tutti a dei doveri comuni, universali, perché troppa differenziazione senza un elemento unificatore genera una società schizofrenica, anarchica, sbandata, un po’ come quella di oggi. E d’altra parte una società troppo centralizzata, che differenzia troppo poco, è soffocante e genera disastri; pensate, ad esempio, al tracollo di sistemi come l’Unione Sovietica. Dobbiamo infine considerare l’organizzazione dei sottogruppi, visto che esiste un ordine ma anche un sub-ordine. Tradizionalmente, ad esempio, il matrimonio riguardava un determinato comparto sociale, comparto che ovviamente aveva regole diverse rispetto ad un altro. L’attuale organizzazione sociale è vittima di estremismi: in alcuni casi - pensiamo al fenomeno delle caste - questi comparti si sono sclerotizzati e sono diventati compartimenti stagni che non aiutano certo l’evoluzione individuale e sociale; in altri casi, probabilmente più frequenti, tutto si mescola e si sovrappone, in una confusione pressoché totale di ruoli, di doveri e funzioni. La storia upanishadica di Satyakama Jabala, è autorevole testimonianza di come siano le qualità individuali, quelle derivanti da guna e karma, “tendenza ed esperienza” a porre una persona in una situazione sociale piuttosto che in un'altra. Il bimbo, figlio di una shudra, una donna che aveva lavorato in molte case ed era rimasta incinta da un padre sconosciuto, aveva qualità luminose. Attratto alla realizzazione spirituale si recò di sua spontanea volontà presso la gurukula di un guru famoso, e chiese di ricevere l’iniziazione, che al tempo veniva concessa soltanto ai membri delle tre classi superiori (vaishya, kshatriya e brahmana). Quando il guru chiese al bimbo chi fosse suo padre, egli rispose che non lo sapeva, perché la madre aveva frequentato molti uomini. In questo modo Satyakama - il cui nome significa infatti ‘amore per la verità’ - mostrò di avere una fondamentale qualità tipicamente brahmanica, la veridicità; per questo motivo il Maestro ben volentieri gli concesse l’iniziazione, impartendogli insegnamenti che lo avrebbero portato a diventare guru a sua volta. Questo a dimostrazione che il principio delle caste non pertiene all’India della tradizione e che le qualifiche esteriori degli individui, i cognomi, le casate, il livello culturale, ci dicono fino ad un certo punto; poi dobbiamo andare a vedere dentro che cosa c’è. Per tornare ad oggi, chi sono i rappresentanti della famiglia reale? Sono persone che sono nate in una famiglia reale, ma evidentemente non hanno le qualità per guidare una nazione e per farsi carico delle responsabilità che scaturiscono da un ruolo simile. Assistiamo infatti ai loro numerosi disastri, alle loro mancanze, alle loro debolezze di carattere. La nobiltà non si eredita, o c’è o non c’è. Nel Mahabharata molto ci dice l’analisi dei caratteri di Yudhisthira e di Duryodhana. Il primo aveva un carettere ideale, da monarca perfetto; il secondo si ritrova a governare solo per ambizione propria e per debolezza del padre, ma la sua malvagità e la sua sete di onori e di ricchezze personali sfoceranno nella famosa guerra di Kurukshetra. Quindi non c’è discrepanza, non c’è sconnessione tra struttura sociale e impostazione caratteriale. Quando questa frattura c’è si sviluppano molti problemi, sia a livello individuale che a livello di corpo sociale. Per risolvere le nostre debolezze e le nostre lacune caratteriali dobbiamo lavorare sui punti di forza ed applicare una sadhana, una disciplina, che ci consenta di sviluppare le nostre facoltà latenti. Questo è stato il tema di due seminari che ho tenuto di recente. Il carattere può essere modificato e migliorato: lo si fa con impegno e costanza, e soprattutto lo si può fare con la guida di chi certe lacune le ha già colmate o non le ha mai avute. I singoli individui vanno sviluppati secondo le linee-guida della loro personalità. Questo è un punto centrale. Una persona incline al canto va fatta cantare. Una persona incline allo studio deve essere incoraggiata a studiare. Una persona incline a coltivare e a curare le piante, va incoraggiata a procedere in quella direzione. Tutti devono essere favoriti nelle loro inclinazioni, e mentre si favorisce si deve anche correggere ciò che è sbagliato, anche in quella stessa inclinazione. Facciamo un esempio: una persona vuole educare i bambini, ma assieme a questa inclinazione soffre di un grave difetto del carattere: è autoritaria. L’autoritarismo è una vera e propria nevrosi, per cui il lavoro che si deve fare consiste nel recuperare, nel bonificare la tendenza positiva ad educare, e nel contempo guarire la nevrosi dell’autoritarismo. Questo si fa contemporaneamente, senza creare scissioni nella personalità dell’individuo, che si può curare solo mantenendo l’integrazione di tutte le sue parti della personalità e soprattutto trattandolo con rispetto ed affetto autentici. Colgo l’occasione per dire un’altra cosa che ritengo importante. Anche quando dobbiamo redarguire qualcuno, non dovremmo mai farlo con collera o risentimento, perché una simile attitudine genera inimicizia. Se lo si fa in maniera insensibile, senza tener conto delle circostanze non solo esterne ma anche interiori all’individuo, ciò che si ha è una sostanziale non accettazione della correzione. Se invece, in maniera lucida ed obiettiva, con affetto, con rispetto, vengono fatte notare parti difettose del carattere o dell’azione, salvaguardando tutto quello che di positivo c’è, di solito, prima o dopo, la correzione viene accettata con conseguente rafforzamento della relazione tra i due individui.

DOMANDA: Qual è influenza dei guna sul carattere e nelle relazioni?
Determinante. Esistono innumerevoli categorie di tipi psicologici. Jung ne ha individuati quattro che poi diventano otto, ma potremmo andare avanti in una progressione geometrica fino ad arrivare alle famose quattrocentomila specie umane di cui parla il Vishnu Purana. Nella Bhagavad-gita Krishna spiega che a seconda di come le persone si predispongono nei confronti delle influenze della natura, sviluppano un particolare carattere piuttosto che un altro. Ci sono diversi shloka che potremmo citare per fare una ricerca approfondita. Uno è quello cui mi riferivo prima: catur varnyam maya shrishtam guna karma vibhagashah(1): guna e karma, come già detto, sono i fondamenti per la definizione dello status e del ruolo sociale. Particolarmente significativo è comunque il XIII.22: karanam guna sangasya sad-asad yoni janmasu. A seconda di come un soggetto si predispone nei confronti della prakriti, della materia, del mondo, delle cose, delle relazioni, sviluppa un guna piuttosto che un altro, e a causa di questo contatto con i guna rinasce in un modo o in un altro, raccogliendo sat e asat, il bene e il male conseguentemente a come si è posto di fronte alla vita. Uno dei punti più controversi, che ha contribuito non poco a rendere deludente la tecnologia della psicanalisi, soprattutto quella di origine freudiana, è che si sono volute ricercare tutte le cause dei disturbi della personalità all’interno di una stessa vita, cosa inaccettabile da tutti i punti di vista. Così si sono creati ed acuiti rapporti conflittuali con i genitori, con i fratelli, con l’educazione di origine, con i giochi di infanzia, perché a tutti i costi la genesi di un disturbo mentale doveva essere trovata in quella vita. Ma la conoscenza vedica ci insegna ben altro, ovvero che le nostre condizioni attuali sono un’eredità del nostro passato, che può essere recente ma anche molto remoto. La causa a monte è, come spiega lo shloka appena citato, la modalità con cui l’essere si pone di fronte alla materia, dovuto all’influenza dei guna che subisce. Questo va a determinare la gioia o il dolore, la fortuna o la disgrazia. Dove? Janma, nella vita successiva. Per cui la persona nasce con tutto un imprinting che è già il suo. Ci può essere comunque sempre una trasformazione, un’evoluzione: cambiare, dirigersi verso l’alto è facoltà dell’umana persona; come Dante fa dire al suo Ulisse: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

(1) B.g. IV.13

DOMANDA: È giusto suggerire ad una donna di risposarsi anche se ha già figli? Inoltre: il suo rifugio è solo il marito, o anche il maestro spirituale?
Partendo dall’ultima domanda: la figura del marito e quella del guru non dovrebbero mai essere sovrapposte, a parte nei rari casi in cui una donna ha per marito un guru o una persona illuminata - com’era ad esempio il caso di Maitreyi nei confronti di Yajnavalkya. Il maestro spirituale può offrire un certo tipo di riferimento, ma certi bisogni di tipo sociale una donna con figli può decidere di assolverli da sola, oppure in compagnia di un marito. Certe volte per una donna sola è difficile educare i figli, specialmente i figli maschi che, giunti all’adolescenza, hanno un terribile bisogno del padre. Una donna particolarmente forte, e anche rara, può farcela anche da sola, con l’aiuto di una famiglia molto solidale. Nella società tradizionale c’erano i nonni, gli zii, i cognati, tante persone che costituivano una sorta di piattaforma di sostegno.La società moderna ha prodotto una famiglia molto debole. Lui e lei che vanno a vivere in un appartamentino, poi a causa di conflitti uno dei due rimane solo e la famiglia non c’è più, è disgregata. Molte famiglie di oggi sono costituite da individui fragili, che non hanno la capacità di sopportare le onde ripetute delle difficoltà. Venendo al punto io non vedo una grande soluzione nel ri-sposarsi; soprattutto quando ci sono figli a carico. Ma non si può porre un veto assoluto perché, come dicevo poc’anzi, esistono molte categorie umane, e tra queste ve ne sono molte fragili psicologicamente, che se non hanno la possibilità di ricevere un sostegno e un nuovo affetto crollano definitivamente, diventando pesi insostenibili per la società. Non possiamo emettere sentenze unilaterali assolute; la società di oggi non ce lo permette, in quanto si è frammentata a dismisura, creando tutta una serie di diritti-doveri che costituiscono una matassa inestricabile. Nella società tradizionale le persone vivevano per la maggior parte in campagna. In campagna spesso è sufficiente avere un orto per sopravvivere. A Milano centro, o nel cuore di qualsiasi altra città è difficile vivere con un orto. Al di là poi della sopravvivenza fisica dobbiamo anche sottolineare l’importanza della solidarietà e delle relazioni umane che nelle megalopoli, nelle metropoli superabitate e trafitte dalla solitudine, sono veramente rare. Dunque, quel che prima era inauspicabile, oggi può essere una dolorosa necessità, quasi da raccomandare, seppur non sempre e non senza avere conosciuto precisamente il caso in questione. Sul Maestro spirituale a volte si proiettano aspettative esagerate. Il Maestro spirituale ha una funzione metafisica, e deve aiutare nel mondo fisico per dirigere il viaggio verso la dimensione spirituale. Non è un consulente del lavoro, non è un consulente familiare, non è un consulente per i disturbi dell’infanzia. Tutto questo può essere sottoposto al guru, e questi può avere un’apertura mentale e una cultura eclettica tali da poter aiutare in numerose occasioni; ma deve essere compreso che quell’aiuto non è per accomodarsi nel mondo materiale, è per superarlo e trascenderlo. Dunque, non si dovrebbe appesantire inutilmente il Maestro spirituale, quando altri possono risolvere problemi di loro specifica competenza. Spesso i problemi delle persone sono generati da loro stessi, soprattutto da pretese che nessun uomo o donna potrebbe mai soddisfare; i modelli messi in circolazione dai media sono artificiali. Programmi spazzatura come “Beautiful” propongono dei non valori, modelli di vita totalmente artificiali che entrano profondamente nella psiche profonda, anche in forma subliminale, e quando poi vengono applicati, anche inconsciamente, si creano impossibilità di convivenza, impossibilità di cooperazione, perché magari si pretende che il coniuge corrisponda a certi pesudo-modelli di uomo e di donna. L’interesse delle industrie, gli interessi economici, gli interessi della politica bombardano pesantemente e contribuiscono alla formazione di modelli che rendono la convivenza e in generale il mondo delle relazioni molto difficile. Comunque, come dico spesso, la massa è solo un concetto astratto, esistono gli individui e la società, che è costituita dall’interazione di individui. Dunque dobbiamo sempre partire da noi stessi, migliorando la nostra attitudine e il nostro personale comportamento. Agire bene rende anche sani e mantiene la persona più longeva possibile. Circa venti anni fa, feci una trasmissione radio il cui titolo era: “Essere onesti conviene”. Detti volutamente alla trasmissione un titolo provocatorio, perché volevo collegare il punto di vista economico a quello sociologico, a quello medico, a quello psicologico, sociologico e spirituale. Una persona che agisce in maniera scorretta crea una serie di conflitti prima di tutto intrapersonali, poi anche sul piano interpersonale e dunque sociale. Perciò, aiutando le persone a seguire con rettitudine i princìpi attraverso i quali ci si può armonizzare con l’ordine cosmico e quindi con la volontà divina, significa sicuramente aiutarle anche in ogni ambito dell’esistenza secolare. Se analizziamo in maniera approfondita i principi di yama e niyama, che si trovano riassunti nei quattro principi regolatori della tradizione Vaishnava, possiamo constatare come implichino ed aiutino a sviluppare un alto livello di igiene psicofisica, e di riflesso anche sociale. Gli strumenti per migliorare la nostra esistenza anche in quest’era e in questa società ci sono tutti, basta applicarli con rigore ed elasticità al tempo stesso.

08 maggio 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Prima)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il tema che ci accingiamo ad affrontare, con un programma di domande e risposte, è di natura specificamente sociologica: in che modo una persona che adotta i principi etici della Scuola vaishnava di Caitanya può vivere nella società del terzo millennio. Questi antichi insegnamenti si possono ancora vivere nel mondo, in mezzo a persone che lavorano, che concepiscono la vita e le relazioni in un modo che è piuttosto lontano dai valori della tradizione? In questa società dove la comunicazione ha raggiunto livelli di velocità sorprendente, ma altrettanto sorprendenti livelli di scadente qualità, quali sono le condizioni ideali o gli adattamenti da fare per applicare nella società odierna la scala di valori fornita dalla civiltà dei Veda?

DOMANDA: Il mio problema è appunto comunicare con l’esterno, addirittura comunicare con la famiglia.
Comunicazione implica due parti che entrano in contatto. A trasmette, B riceve; B trasmette, A riceve. Spesso, quando da una parte c’è comunicazione, c’è anche dall’altra e, ugualmente, quando da una parte c’è difficoltà nel comunicare, c’è anche dall’altra. Probabilmente le difficoltà che tu incontri nel comunicare con la famiglia sono altrettanto forti da parte della famiglia nel comunicare con te. C’è sempre da capire, quando trasmettiamo, come mai il messaggio non venga ricevuto, oppure perché viene ricevuto in maniera distorta. A volte dobbiamo aggiustare la modulazione di frequenza, a volte il linguaggio, a volte i tempi o le circostanze, a volte i temi da comunicare. In alcuni casi può succedere che partiamo troppo dall’alto. Io mi sono trovato, ad esempio, insegnando all’Università, ad iniziare una lezione e rendermi conto dopo pochi minuti che le persone di fronte a me non erano preparate per gli argomenti che stavo presentando, quindi ho dovuto applicare una strategia di adattamento. La comunicazione è una vera e propria scienza, richiede sensibilità, attenzione, una buona dose di rispetto per gli altri. Non credo che tu non abbia questo rispetto, ma dico che spesso manchiamo di sufficiente attenzione nel valutare i bisogni e gli interessi degli altri. Se noi siamo consapevoli di tutto questo, generalmente miglioriamo la nostra comunicazione. Magari non è possibile al livello che vogliamo noi, dobbiamo magari abbassarci un po’ di quota ed aspettare pazientemente che i nostri interlocutori siano pronti per tornare alla specificità del messaggio.

DOMANDA: Ho conosciuto individui che hanno operato una certa scelta di vita dopo che ne avevano già fatte altre decisive, come quella del matrimonio, ritrovandosi quindi ad incamminarsi sul nuovo percorso con i presenti compagni di vita. Sapendo quanto determinate scelte modifichino aspirazioni, ambizioni ed obiettivi, e sapendo che una coppia si lega tanto di più se ha obiettivi in comune, desidererei ascoltare una tua considerazione su questo. In un ambiente sociale dove i valori religiosi sono ampiamente condivisi, problemi simili non ve ne sono, ma in una società multiculturale e multireligiosa come la nostra, queste sono tematiche che possibilmente dovrebbero essere prese in considerazione prima del matrimonio. Quando si parla di conflitto, più che di conflitto tra individui dovremmo parlare di conflitto tra visioni della vita. Tale visione determina tutto: la scelta del cibo, la scelta delle amicizie, la scelta dei luoghi da frequentare, del vestiario, degli orari, per cui accade spesso che le due vie si divaricano, e se non c’è un aggiustamento tempestivo, prima che le due posizioni si radicalizzino, non può avvenire altro che una separazione, cosa peraltro non auspicabile. Allora, quando le persone incontrano un nuovo credo, una nuova visione della vita, dovrebbero quanto prima preoccuparsi di farne partecipe il partner che non sa, perché se questi ama veramente, di solito il problema non si pone anzi, generalmente la nuova scelta risolve anche vecchi problemi rimasti insoluti. Uno stile di vita che ha alla base l’accettazione di una scala valoriale è molto stimolante: significa rinascere, ringiovanire, riscoprire il gusto della vita. Se però il partner non ne vuol sapere, allora è una cartina di tornasole. In questo caso è infatti una riprova che la relazione di fatto era già finita. Ciò significa che una vera relazione non c’era mai stata, oppure si era sempre mossa su di una base selvaggiamente individuale, dove ognuno faceva sempre quel che voleva, per cui comunque nemmeno prima era stato possibile impostare una vita fondata su valori comuni. Dove, invece, c’è autentico interesse fra i due membri della coppia, se c’è una buona relazione, normalmente viene fatto uno sforzo per soddisfare l’interesse del partner. Così come quando i genitori amano davvero i figli, se questi prendono una decisione i genitori cercano di favorirli. Una relazione salda, si dimostra per quello che è nel momento del bisogno, nelle necessità, negli entusiasmi… tra persone senzienti ed equilibrate, si valutano la ragione e le motivazioni dell’interlocutore; se nel tempo si è stabilita una relazione di stima, di fiducia, di rispetto, di apprezzamento, se il partner è stato destinatario di così tanta fiducia da parte nostra, noi abbiamo una fiducia implicita nella persona e quindi anche nella sua scelta. Oppure questa fiducia non c’era, ma allora se non c’era, non dipende dal fatto che noi abbiamo adottato una diversa scala di valori. È che non c’era e non c’è. Non pensate che il rapporto di coppia sia un rapporto rigido, strutturato, ingessato. Quando lo fosse deve essere modificato, perché in ogni caso, indipendentemente dalle scelte che si fanno, un rapporto del genere è inaccettabile e certamente poco duraturo. Spesso una certa scelta del coniuge diventa un alibi, una scusa per troncare definitivamente il rapporto. Se facciamo un’analisi approfondita scopriamo infatti che c’erano anche altri principi, altri ideali che non venivano fatti passare. Uno magari dà la colpa alla moglie, poi cambia moglie e i problemi rimangono gli stessi. Una dà la colpa al marito, poi cambia marito e i problemi non cambiano. Questo perché dobbiamo capire che in molti casi il problema siamo noi, o meglio, il problema è situato dentro di noi. Allora dobbiamo guardare realisticamente al quadro nella sua completezza, sforzarci soprattutto di ascoltare la persona che ci sta di fronte, di capire le sue motivazioni e le sue necessità più profonde, e vedere se ci sono ancora delle possibilità per rinsaldare il rapporto di coppia su una base di valori condivisi. Mai prendere una posizione unilaterale, si possono commettere errori molto gravi e poi se ne pagano le conseguenze. Il punto è che le persone oggi si sposano molto frettolosamente, e lo fanno su basi a dir poco discutibili. Questo è probabilmente il vero problema, che sta alla base di ciò che eventualmente accade dopo. Ci si sposa senza conoscersi, ci si sposa fra estranei, quando si fanno, si fanno patti che nessuno dei due è poi in grado di mantenere, perché non ci si conosce profondamente, perché il livello di conoscenza è suggestionato, deviato, defletto, disturbato da molti stereotipi, principalmente culturali, diffusi dai mass-media. Per la stragrande maggioranza delle persone la realtà dell’individuo si ferma al corpo, per cui il carattere, le motivazioni, le tendenze profonde (vasana e samskara) non vengono nemmeno prese in considerazione, e quando poi le persone vanno oltre la vernice e si trovano di fronte ad aspetti profondi della personalità dell’altro, spesso debbono amaramente constatare che non hanno fatto una buona scelta.

DOMANDA: Quando sono nati anche dei bambini frettolosamente, è giusto mantenere unita la coppia fino a che i figli non sono cresciuti? Alle volte ho sentito questa scelta giustificata dalla responsabilità di genitore.
Nel corso della vita ho avuto modo di testimoniare molte situazioni. Ho testimoniato grande sofferenza, ho ascoltato storie molto dolorose, ho visto commettere numerosi errori e ritrovarsi in situazioni drammatiche. In alcuni casi sono stato testimone già nel periodo intermedio della frattura o separazione; a volte ho visto invece nascere le prime fasi di questo allontanamento, e in certi casi ho potuto intervenire in maniera benefica. Ogni caso va studiato a sé, singolarmente, perché anche se rientra al cento per cento nella casistica generale, ha le proprie peculiarità. Premesso questo, io non sono un sostenitore del divorzio, ma debbo dire con rammarico che qualche volta la situazione è così tragica che le persone non si possono più tenere assieme, sarebbe una violenza. Talvolta si sprigionano forze così distruttive, che i bambini sono i primi a farne le spese, magari in maniera irreparabile. Allora, per il bene dei bambini e anche per quello dei coniugi, dovremmo in tempo utile, quando la situazione non ha ancora raggiunto livelli di non ritorno, proporre qualche sana pausa nella relazione, senza però lasciare che il vuoto sia riempito da una terza persona, che in molti casi peggiora il disastro. Questa pausa per essere benefica deve essere una pausa di riflessione profonda; possibilmente, se queste persone hanno un Maestro spirituale, dovrebbero stare con lui o strettamente in contatto, in maniera che possano rafforzare lo studio, la meditazione, il servizio devozionale, in modo da favorire una possibilità effettiva di un recupero di coscienza a livello più alto, dal quale si possa smontare la causa della conflittualità. Se neanche questo è possibile, e se il conflitto diventa violento, la separazione è sicuramente migliore di una ottusa insistenza nel voler mantenere insieme due persone che si ledono vicendevolmente.

27 aprile 2009

'Sesso Illecito' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Nell’ISKCON ci viene insegnato di seguire i quattro principi regolatori, tra i quali l’astensione dal sesso illecito, che spesso è il più critico di tutti. Comunque ci sono situazioni dove un membro della coppia non è d’accordo nella messa in pratica della restrizione sessuale, e questo può portare ad una drastica rottura del matrimonio. Cosa si può fare in questi casi?

E’ una questione scottante, che richiede una chiarificazione onesta ed urgente. Non è la prima volta che ne parlo, ma fin’ora l’ho fatto con studenti molto intimi. Secondo ciò che ho imparato dagli insegnamenti di Shrila Prabhupada, sono solito distinguere tra due categorie di sesso illecito: la prima riguarda l’attività sessuale nel periodo pre-matrimoniale o fuori dall’ambito matrimoniale; la seconda riguarda invece la stessa attività all’interno del vincolo matrimoniale, tra una coppia regolarmente unita di fronte a Dio, con l’autorizzazione e la benedizione del Maestro Spirituale, che santifica il matrimonio. Entrambe le categorie vanno sotto il nome di sesso illecito – per usare un’espressione familiare ai devoti – tuttavia credo che non ci sia paragone tra le conseguenze del sesso illecito extra-coniugale, e quelle generate dal sesso illecito all’interno di una coppia religiosamente costituita. Il termine “sesso illecito” è usato per sottolineare che gli organi sessuali non sono giocattoli e, sia per gli uomini che per le donne, la loro funzione specifica, oltre a quella diuretica, è quella della procreazione. Così come qualsiasi altro strumento, non solo corporeo, anche gli organi sessuali esistono ad uno scopo ben preciso; qualsiasi altra funzione per la quale vangano impiegati è detta perciò impropria o “illecita”. Ricordiamo che l’essere incarnato subisce molti condizionamenti, poiché assieme ad un certo corpo eredita un enorme bagaglio karmico di samskara1 e vasana2. Per alcune persone quindi l’impulso può essere così forte che, nonostante tutte le buone intenzioni, possono verificarsi alcuni errori. Ma una cosa è l’errore che si verifica all’interno della coppia sposata, ben altro è l’errore fuori dal matrimonio. Fuori dall’ambito della coppia regolarmente sposata, l’errore è disastroso, sia a livello personale che sociale, mentre all’interno di quello stesso ambito il danno è contenuto - comunque sto ancora parlando di danno, quindi non fraintendete. Per Grazia divina, ho sempre sottolineato vivamente l’importanza di seguire i principi regolatori, e non sto affermando ciò che avete appena sentito per promuovere un comportamento differente, uno standard diverso. Credo che coloro che si sono posti come obiettivo la realizzazione spirituale e aspirano a sviluppare il puro amore per Dio, dovrebbero seguire rigorosamente i principi della libertà, ed evitare quindi di dedicarsi ad attività sessuali illecite. Allo stesso tempo, in molti anni di esperienza nel consigliare persone di varia età, ceto e cultura, ho testimoniato molte sofferenze causate dall’applicazione acritica e intransigente della legge. Le persone vivono su differenti piani di coscienza: è un’eccezione trovare due persone allo stesso livello, anche se entrambi desiderano sinceramente diventare devoti insieme. In una coppia c’è spesso un partner che compie un avanzamento più veloce, mentre l’altro potrebbe rimanere ad un livello stazionario per un po’ di tempo. Questo generalmente genera un divario. Sto consigliando da decenni ai coniugi di aiutarsi l’un l’altro, di essere pazienti e tolleranti. Se uno dei due ha bisogno di aiuto, l’altro dovrebbe offrirglielo generosamente. Forse non ho sottolineato abbastanza questo fatto … ritengo che una persona dovrebbe seguire rigorosamente i principi regolatori, ma ora sto parlando di casi che potrebbero portare a serie agitazioni in una famiglia, e spesso anche al tradimento. Non sto sostenendo che qualcuno dovrebbe abbandonare il principio della purezza, ma bisogna capire che le persone possono essere curate solo con amore ed affetto costanti. Se tra marito e moglie ci sono effettiva sincerità e amicizia, in qualche misura ci saranno anche amore ed affetto reali; se c’è la volontà di aiutare l’altro a superare i propri limiti, allora si possono fare, con accortezza, alcune concessioni, evitando così grossi disastri, seri e irreparabili. Ho visto persone che con rigidità hanno represso a lungo i loro impulsi e infine hanno abbandonato i loro voti religiosi.
Considerando allo stesso modo il sesso illecito extra-coniugale e le occasionali debolezze che possono insorgere nella vita coniugale, mostreremmo carenza di maturità culturale e di comprensione spirituale. Per correggere il carattere di una persona o per curare una malattia, dobbiamo favorire la guarigione attraverso un metodo progressivo e non usando proibizioni unilaterali. Un dottore esperto sa sempre come e quando somministrare le medicine. Non mi sorprenderei se una giovane coppia tra i miei studenti una volta ogni tanto cedesse in effusioni che vanno oltre il limite. Certamente è cosa che non incoraggio, perché in tal modo si accresce l’identificazione col corpo, si disperdono preziose risorse psichiche e ci si distrae dal vero obiettivo della vita: la Krishna-bhakti.

Repressione e sublimazione.
Chiunque reprima gli impulsi sessuali senza essere in grado di sublimarli - il che comporta un incremento della sadhana e attaccamento a guru e Krishna - non sarà in grado di resistere abbastanza a lungo, e si dirigerà inevitabilmente verso una caduta. Queste cadute potrebbero essere così serie che l’individuo moralmente e spiritualmente prostrato, potrebbe non essere più in grado di riprendersi, almeno nel corso di quella vita. Come insegnano le scritture Vedico-vaishnava, solo poche persone, in quest’era, sono già così evolute da potersi astenere completamente e immediatamente dall’attività sessuale. La maggior parte degli individui ha bisogno di un distacco graduale, protetto dall’istituzione del matrimonio, e regolato dai quattro principi - fondamento necessario per la conduzione di vita etica e il perseguimento della realizzazione spirituale. La gestione delle emozioni richiede grande competenza e maturità, sia culturale che spirituale. Gli insegnamenti delle Scritture e la guida del Maestro Spirituale è quindi imprescindibile, specialmente nei momenti cruciali della vita, quando una persona deve fare scelte fondamentali - ad esempio quella riguardante l’ashrama- che, se mal condotte, potrebbero mettere a repentaglio o bloccare l’avanzamento spirituale. Sia la repressione degli impulsi che l’indulgenza priva di controllo possono produrre nevrosi e seri disturbi della personalità. La psicologia vedica spiega che le energie psicofisiche, indispensabili per il viaggio verso la trascendenza, non dovrebbero essere mai negate o represse, né disperse indiscriminatamente; dovrebbero invece essere usate correttamente, in maniera vantaggiosa e propedeutica allo sviluppo della personalità. In altre parole, dovrebbero essere impiegate nella procreazione o sublimate attraverso l’impegno nel servizio devozionale. Harinama japa e nama sankirtana, l’adorazione delle Divinità e le compagnie spirituali sono gli strumenti migliori per superare i problemi legati alla lussuria. L’esperienza ci insegna che attraverso la disciplina del bhakti-yoga, non solo è possibile sublimare gli impulsi - con l’eliminazione della loro carica inconscia distruttiva - ma anche reintegrarli su un piano di coscienza pura, come rasa divino. Viceversa, quando si cede indiscriminatamente a tali impulsi, questi annebbiano, oscurano la coscienza, provocando confusione, frustrazione e sofferenza; sopraffanno il soggetto con concezioni effimere e identificazioni con il corpo, lo predispongono a tendenze ed istinti distruttivi. La scienza della bhakti mira all’esatto opposto: rendere le persone pienamente coscienti delle loro natura divina e della loro relazione d’amore con Dio, per il benessere di tutti, e primariamente di sé stessi. Il secondo e il terzo capitolo della Bhagavadgita ci insegna che chiunque reprime certi impulsi ma nella mente continua a covare attaccamento per gli oggetti del piacere - persistendo nella loro contemplazione e desiderandoli interiormente - non avrà successo sul sentiero dello yoga. Dobbiamo imparare a distaccarci dagli oggetti dei sensi non solo fisicamente (tyaga) ma anche psicologicamente (vairagya), trascendendo il desiderio; e per questo c’è una disciplina, un percorso da seguire, con metodi e tempi che differiscono parzialmente da persona a persona, secondo i vari livelli di coscienza e le condizioni psicologiche dell’individuo in questione. Questi metodi sono ovviamente tutti finalizzati al raggiungimento del medesimo obiettivo: superare l’identificazione col corpo e la tendenza alla effimera gratificazione sensoriale per sviluppare la pura bhakti. Krishna dice che per abbandonare il gusto inferiore, condizionato e condizionante, fonte di molteplici sofferenze, e per riorientare le dinamiche fisiche e mentali, è necessario provare un gusto superiore: “L’anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale”. (Bg. II.59).

Decisioni giuste e decisioni sbagliate.
Chi si assume l’alto magistero di insegnante spirituale dovrebbe possedere una chiara visione delle reali potenzialità di un aspirante discepolo e non accettare da parte sua, soprattutto se in giovane età e se non ha mostrato segni tangibili di maturità e dominio sui sensi, un voto di celibato che impegna per tutta la vita. Questa maturità dovrebbe essere distribuita sui piani cognitivo, emotivo e comportamentale. Una scelta che in termini assoluti è la migliore, per mancanza di adeguata preparazione e se effettuata nel periodo sbagliato, può produrre seri danni. Se non aiutata, la persona che incorre in queste difficoltà generalmente sviluppa un senso di fallimento personale e un pesante senso di colpa che col tempo causano inibizione, depressione, blocchi emotivi e ostacoli nel progresso spirituale. Il senso di colpa appena descritto può essere definito patologico, contrariamente a quello salutare e benefico che sorge quando il soggetto, consapevole dei propri errori, se ne pente profondamente e trova in sé stesso, in guru e in Krishna, la forza per superarli. Nell’ambito del grihastha ashrama, in tanti anni ho potuto testimoniare una vasta sintomatologia e numerosi danni causati da decisioni affrettate e mentalità rigida. Molti matrimoni sono falliti perché il coniuge che trovava difficoltà nel controllo dei sensi, di fronte ad un partner rigido è andato a cercare gratificazione fuori dal matrimonio, avviando storie extraconiugali, quindi tradendo il coniuge e producendo così una condizione infernale per tutte le persone coinvolte. Queste situazioni generano grande imbarazzo e dolore; condannano i figli a sperimentare angoscia e modelli di vita negativi, e il consorte ad angosciarsi e a soffrire profondamente. Affetto vero significa andare incontro ai bisogni degli altri, prendere in seria considerazione ogni effettiva necessità che nasce all’interno della famiglia. Se una persona ritiene di non potersi o di non volersi concedere certi compromessi, allora non dovrebbe sposarsi, perché se lo fa se ne pentirà amaramente per il resto della vita. Coppia significa due persone, due persone che promettono di aiutarsi reciprocamente per la vita. Se una delle due si trova nel bisogno e l’altra non aiuta, tale rifiuto ostacolerà l’avanzamento spirituale di entrambe, rifiuto che non può essere sostenuto in nome della devozione a Krishna. Potrà magari esserci imbarazzo, o qualche altro tipo di sentimento simile, ma in alcune occasioni si deve fare uno sforzo per aiutare, in questo caso per aiutare colui o colei che abbiamo scelto come compagno/a di viaggio. Ho testimoniato molte situazioni conflittuali ed ho raggiunto la profonda convinzione della necessità di una mediazione, di affetto reciproco, di reciproca attenzione. Quando il desiderio di avere rapporti assume una proporzione psicologica pericolosa - dando vita ad un’idea fissa, ad una vera e propria nevrosi - si dovrebbe agire come con qualsiasi altra malattia, cercando un rimedio e una cura. Per esperienza posso affermare che quando le persone vengono dirette e consigliate con affetto e comprensione, oltre che con fermezza, risolvono bene i loro problemi, trovando gradualmente un equilibrio, sviluppando distacco e serenità, scoprendo un tipo di affetto che non si basa sul rapporto sessuale. Il vero affetto, quello spirituale, non richiede rapporti sessuali o contatto fisico. Questo tipo di affetto è obiettivo e risultato finale della bhakti, e si ottiene dopo lunga e costante pratica; non è quindi il punto di partenza. All’inizio la coppia deve sforzarsi di superare una serie di ostacoli, ma per avere successo in questo, lo sforzo deve essere unito a capacità ed esperienza sufficienti, oltre a maturità culturale e spirituale in coscienza di Krishna.

Condizionamenti culturali.
Ho parlato di doveri religiosi, ma dovremmo spendere qualche parola anche sull’ambiente culturale in cui ciascuno di noi - consapevolmente o meno - vive. Nell’ultimo secolo, la cultura occidentale si è lasciata affascinare in maniera crescente dal razionalismo e dal materialismo, inquinandosi ed inquinando progressivamente con una letteratura pseudo-scientifica, che ha contribuito considerevolmente allo sviluppo di un comportamento sessuale pericolosamente permissivo. Questa letteratura ha indotto le persone a pensare all’erotismo e agli atti sessuali come qualcosa di strettamente necessario, di inevitabile, vitale, paragonando il desiderio sessuale al bisogno di cibo, di acqua e di aria. Non solo la soddisfazione di questo impulso è stata presentata come imprescindibile; si è anche dichiarato che chiunque lo trascura, svilupperà disturbi psicologici. E’ difficile calcolare l’ampiezza del danno che tale mentalità ha causato e sta causando. Si tratta veramente di una piaga sociale e psicologica, sia a livello collettivo che a livello individuale.

Affetto spirituale.
Sul piano della realizzazione spirituale, dell’affetto spirituale e dell’amicizia, il rapporto sessuale diventa totalmente inutile, estraneo e artificiale. Ma, come sappiamo, le persone raggiungono la perfezione dopo molto sforzo. Secondo gli shastra una coppia sposata che riesce a non incorrere nel sesso illecito si trova sul sentiero diretto verso la perfezione. Fino a quel momento ci sono numerose distrazioni e la realizzazione spirituale è qualcosa di ancora vago, velato. I risultati di una ricerca scientifica fatta da alcuni universitari americani (Wisconsin, 1968), ha confermato le autorevoli affermazioni degli shastra dimostrando che numerose coppie possono ben vivere senza avere rapporti sessuali, posto che coltivino interessi elevati e valori etici. L’astensione dal sesso extra-coniugale, che genera condizioni infernali nella coppia e nella relazione tra genitori e figli, quindi nella società, dovrebbe essere perseguita con determinazione. Il sesso illecito nell’ambito della coppia sposata può essere paragonato al metadone dell’eroinomane. Il metadone è meglio dell’eroina (rapporto extra-coniugale), ma ancora meglio del metadone è superare il problema. Anche il metadone infatti crea dipendenza, seppur non così forte e devastante come quella causata dall’eroina. Come ho detto in numerose occasioni, in definitiva, per risolvere ogni tipo di problema, economico, sociale o emotivo, la vera soluzione è sviluppare una mentalità cosciente di Krishna. Vista l’ampiezza e la complessità della tematica, questa risposta non si propone ovviamente di esaurire in maniera soddisfacente i vari argomenti toccati, ma vuol servire da orientamento per uno studio e una meditazione più profondi sulla tematica(1). Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali(2). Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.

(1) Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali.

(2) Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.

18 aprile 2009

'Amanti Spirituali' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Marito e moglie dovrebbero essere considerati come amici spirituali o come 'amanti spirituali'? Qual è la differenza?

Se l’aggettivo spirituale è autentico, le due espressioni si equivalgono. Ma solo se questo “spirituale” è veramente tale, in quanto oggi è diventato quasi un aggettivo di moda: “Oh, oggi ho conosciuto una persona molto spirituale!”. Nella maggioranza dei casi la gente ha idee molto confuse in merito alla dimensione dello spirito. Ricordo, anni addietro, di aver parlato a lungo di questo con qualcuno che ho dovuto riprendere più volte. Aveva degli amici - dei poeti - che considerava “spirituali”, ma che in verità erano condizionati dal tabacco, dall’alcol, da un linguaggio volgare…che idea distorta di spirituale! Allora ho dovuto spiegare ripetutamente il significato del termine, cinque, sette, dieci volte, finché alla fine è stato colto. Ma l’idea è tutt’oggi spesso vaga, quindi meglio chiarire sin dall’inizio. Se i due coniugi, anziché essere amanti spirituali, sono amanti carnali, in tal caso debbono essere conosciuti come grihamedhi, il che è ben diverso da grihastha. La principale distinzione è che per i grihastha l’obiettivo è la realizzazione spirituale, mentre per un grihamedhi lo scopo è quello di ottenere un bella moglie o un bel marito da godersi (naturalmente sappiamo che è solo un tentativo destinato ad un triste epilogo). Queste sono le due categorie. Un guru deve chiedersi se il soggetto che gli sta di fronte desidera sposarsi per alimentare la propria gratificazione sensoriale oppure, come nel caso di uno spiritualista sincero, scegliere un rappresentante dell’altro sesso sinceramente interessato alla realizzazione spirituale come compagno/a per un viaggio di evoluzione. Questa è la distinzione da fare: persone che si uniscono per godere e persone che si uniscono per offrirsi reciproco aiuto nella realizzazione spirituale. Noi prenderemo esclusivamente in considerazione la seconda categoria; la prima è già abbastanza studiata da sessuologi, psicologi ed altri ricercatori. A noi interessa il caso di coloro che desiderano formare una famiglia come strumento propedeutico alla realizzazione spirituale. Un uomo, una donna potrebbe pensare: “da solo/da sola non ce la faccio”. Potrebbe pensare di non essere ancora pronto/a per vivere come brahmacari o brahmacarini. Quindi si metterà in cerca di qualcuno con cui percorrere un tratto di strada, capendo bene sin dall’inizio che lo scopo è quello di aiutarsi reciprocamente ad ottenere la liberazione, a raggiungere l’amore per Dio. Anche nella categoria dei grihastha possono verificarsi dei corto circuiti, perché i corpi ci sono, i sensi e il karma lo stesso. Perciò i due coniugi possono trovarsi un po’ troppo vicini e scambiarsi forme di affetto che superano il limite consentito dagli shastra. Non si tratta comunque di una tragedia, come alcuni l’hanno dipinta, per poi causare tragedie ben più grandi. Probabilmente non risulterò simpatico per simili affermazioni, ma in tutta coscienza e in tutta responsabilità posso sostenere ciò che ho detto, perché a conferma di questa tesi vi sono solide argomentazioni e soprattutto numerosi esempi di vita.

Oltre il condizionamento della cultura moderna.

L’informazione dei media - che la massa erroneamente ed unilateralmente interpreta come segno di progresso ed emancipazione - non stimola affatto un processo positivo di liberazione e vera evoluzione dell’essere umano, ma incentiva il consumo sfrenato che va a beneficio dei grandi gruppi finanziari ed industriali. L’individuo odierno tende all’indulgenza, ad essere accomodante verso i lati deboli del proprio carattere, a lasciare che la propria personalità venga dominata dagli impulsi bio-psichici e dalle influenze esterne. Anche se superficialmente può apparire originale, spontaneo e sicuro di sé, in realtà è decontestualizzato, fragile ed eterodiretto. Controllo non significa repressione o soppressione. La repressione implica una paura irrazionale (tabù) che impedisce l’elaborazione delle energie psichiche, per lo più inconsce. Il vero controllo consiste piuttosto nel governare le manifestazioni di qualsiasi tipo di energia e volgerle verso uno scopo costruttivo. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, ma mi limito all’ambito della nostra analisi: trasformare l’impulso sessuale in una relazione d’amore soddisfacente, processo cui da anni mi riferisco chiamandolo “dall’eros all’amore”. Utilizzando una forza di volontà ben allenata(1), è possibile controllare l’energia bio-psichica attraverso la ragione (logos). Si tratta di un’operazione esattamente opposta a quella che reprime o sopprime gli impulsi, grazie alla quale spinte egoico-distruttive si trasformano in energia ecologica, benefica per l’individuo, per la collettività e per l’ambiente. Tale processo è quello della trasformazione e della sublimazione. Lo stesso principio si applica all’inibizione. La letteratura psicologica moderna - specie quella della scuola freudiana - ha erroneamente attribuito una connotazione negativa alla funzione psichica dell’inibizione. Che si tratta di un errore ci viene confermato anche dalla moderna ricerca fisiologica, la quale dimostra che l’inibizione è una normale funzione neurologica atta a meglio governare l’organismo. Anche dal punto di vista psicologico inibire non significa necessariamente reprimere, ma porre un freno temporaneo ad una reazione della coscienza condizionata, a vantaggio di un comportamento più riflessivo. Riflettere significa attivare l’intelletto, la buddhi, e valutare con distacco emotivo l’evento che ci sta di fronte, senza essere sopraffatti dagli impulsi. L’inibizione diventa patologica se utilizzata in maniera ottusa, acritica, ma è terapeutica quando propedeutica alla sublimazione (cfr. Bg. II.58: Chi è capace di ritrarre i propri sensi dagli oggetti, come la tartaruga ritrae le membra nel guscio, deve essere considerato stabile nella conoscenza). Oggi riflettere non va più molto di moda; gli individui agiscono spintonati dalle miriadi di suggestioni che ricevono dall’ambiente esterno. Per ottenere il massimo profitto le compagnie finanziarie devono trasformare l’individuo in un ottuso consumatore. La massima resa del capitale investito è data da una persona che lavora al massimo della propria capacità psicofisica e consuma al massimo della propria possibilità economica. Ma una persona che vive valori tradizionali (sacrificio, lavoro, risparmio, onestà, famiglia, religione, ecc.) non alimenta il profitto commerciale. Il lavoratore che si accontenta di condurre una vita familiare e sociale basata su valori e comportamento religiosi non è un buon consumatore. La realizzazione spirituale richiede poche spese, richiede il necessario e mai il superfluo. Una donna casta o un uomo casto che la sera non escono per andare “a divertirsi”, non alimentano il profitto economico. Le grandi case finanziarie debbono quindi creare il consumatore, colui che ricerca piacere, intrattenimenti, soddisfazione individuale e materialistica, che spende senza nessun tipo di discernimento. La cultura moderna ha raggiunto questo degrado demolendo i valori etici e sociali - o vettori motivazionali - che minavano lo stabile del consumismo. Sono stati promossi l’evasione fiscale, la libertà sessuale, l’abolizione di ogni proibizione, la svalutazione della famiglia e della sua funzione, lo svuotamento della religione, sono state relativizzate l’etica e l’autorità. Contemporaneamente sono stati indotti innumerevoli bisogni artificiali, e assieme alla moda, agli abiti firmati, alla corsa verso gli status symbol di ogni tipo - da automobili di lusso a vacanze in luoghi particolari - è stato alimentato anche il divorzio.

Rigido e rigoroso.

Spesso, ascoltando Sue lezioni e leggendo Suoi libri, ho sentito Shrila Prabhupada affermare che “sesso illecito è sesso illecito”. Verissimo, ma mentre l’ho sentito tuonare contro rapporti sessuali extraconiugali, ho notato che si mostrava comprensivo e compassionevole - seppur non approvante, mai con atteggiamento complice - nei confronti di coloro che per debolezza venivano meno ai principi della vita familiare. Fate bene attenzione: io non approvo la rottura di questi principi e non intendo diventare complice di coloro che attuano questa rottura, pur entro l’ambito familiare. Ma sono pronto ad essere tollerante, ad offrire aiuto per superare certe debolezze, senza eccessiva colpevolizzazione dell’individuo, perché certi istinti, se negati o brutalmente repressi, scivolano nell’inconscio e creano molto più danno di quando vengono risolti alla luce del sole. Non si può evitare di prenderli in considerazione. Accettare o rifiutare questi istinti è comunque qualcosa da fare coscientemente, con consapevolezza. Si dovrebbero utilizzare tutte le nostre risorse per sublimare gli istinti al livello più alto, quello spirituale, e se qualcuno ci riesce nove volte su dieci ma alla decima fallisce, dovrebbe riprovare fino a raggiungere la perfezione. Ci sono anime spirituali più risvegliate, e altre che lo sono meno; ci sono quelli che hanno più successo e quelli che ne hanno meno, ma l’importante è non fare disastri. Credo che in passato molte tragedie siano avvenute per un’interpretazione rigida anziché rigorosa delle cose, magari in buona fede. C’è una differenza sostanziale tra i due concetti. Ciò che è rigido ha una connotazione negativa, infatti è anche molto fragile. Ciò che è rigoroso invece ha connotazione positiva, infatti è forte. Una negazione rigida, cruda, dura, radicale, seppur in buona fede, significa repressione, ma se certi impulsi non agiscono a livello cosciente, agiscono - e in maniera molto più veemente - a livello inconscio. In un momento di distrazione, in un momento di stanchezza o di scoramento, o in un periodo in cui la nostra percezione di Dio è offuscata, questi impulsi straripano come un fiume che, valicando gli argini, prorompe nel campo della coscienza. E la persona apparentemente innocente diventa abominevole. La vita è una scuola; dobbiamo imparare l’arte della vita. Dobbiamo essere comprensivi verso i bisogni degli altri. Un Maestro Spirituale deve aiutare coloro che sono sinceri ma condizionati ed hanno a disposizione scarsa forza di volontà, ad orientare e canalizzare i loro stimoli verso l’alto, senza brutalmente negarli. Se una persona è assuefatta al tabacco, lasciate che una volta ogni tanto fumi una sigaretta; se uno è alcolizzato, lasciate che beva un bicchiere una volta tanto, e se uno è assuefatto al sesso, lasciate che ogni tanto abbia un rapporto. In questo modo la mente si riassetta per fare sempre meglio. Se un devoto viene aiutato, curato, ispirato, se riceve guida e misericordia dal Maestro Spirituale e comprensione dai vaishnava, e si comporta con sincerità, allora il processo condurrà ad una purificazione dei samskara e dei desideri. La bhakti può correggere e trasformare le tendenze inconsce profonde (vasana). Le negazioni radicali sono un pessimo insegnamento; è per questa ragione che grandi pensatori hanno classificato la religione come uno degli ambiti generanti nevrosi, insieme alla famiglia e al lavoro. La religione, se interpretata rigidamente, alla lettera, è un pericoloso mezzo di condizionamento, di nevrosi, ma se spiegata da un Maestro Spirituale, da sadhu, da persone realizzate, è un mezzo estremamente efficace di realizzazione spirituale. Così come nella categoria albero troviamo migliaia di alberi diversi, nella categoria essere umano troviamo tanti individui tutti diversi tra loro. Non possiamo fare una legge per tutti e renderla rigida al punto che poi non funziona per nessuno. Debbono esserci norme morali generiche ma non possono essere applicate allo stesso modo per ciascun individuo. Le norme generali vanno bene perché l’uomo vive in comunità, è un essere sociale dunque non può negare le proprie necessità sociali. Le norme generiche favoriscono la crescita del gruppo; il confronto tra pari stimola al miglioramento e questo vale anche per gli spiritualisti. Ma anche in legge, tali norme non sono applicabili a tutti gli individui in egual misura. Quindi il legislatore - nel nostro caso il Maestro Spirituale - deve capire le peculiarità di ciascun singolo individuo. La legge rimane la stessa per tutti, ma nell’applicazione si debbono fare delle distinzioni in base ai contesti personali.

DOMANDA: Vorrei verificare la mia comprensione: dovremmo vedere il nostro coniuge come una persona che ci aiuta a sciogliere gli attaccamenti non spirituali che ci sono d’intralcio. Quindi dovremmo vederlo/a come un amico, in un sentimento di reciproco aiuto, come se ci trovassimo nella stessa cordata per scalare una montagna, giusto?

Si, se qualcuno si sente solo ed incapace di salire fino in vetta potrebbe essere sopraffatto da tristezza ed angoscia. Potrebbe mancare l’energia anche solo per cominciare la scalata. Ma c’è la volontà di raggiungere la vetta, che fuor di metafora è il desiderio di realizzazione spirituale, perciò si deve parlare di grihastha e non di grihamedhi. Talvolta è necessario fare il viaggio in due, perché da soli non si ha forza sufficiente, nemmeno psicologica. Cruciale rimane però ricordarsi perché ci si è messi insieme. Quando uno dei due coniugi attraversa un momento difficile, l’altro dovrebbe ricordargli/le questa ragione originaria in maniera molto vivida. Se entrambi se ne dimenticano, non solo non raggiungono la vetta ma si perdono.

DOMANDA: Riguardo alla continenza, all’astensione dall’attività sessuale. Talvolta marito e moglie non riescono a dominare l’impulso sessuale e diventano così “intimi”, assumono atteggiamenti così familiari che alla fine non si rispettano più come dovrebbero, non riescono più a vedere buone qualità l’uno nell’altra.

Domanda molto interessante. C’è una confidenzialità che non fa venir meno il rispetto. Quando diventa eccessiva ed è ridotta al mero piano materiale, allora l’insorgere di mancanza di rispetto e delusione è inevitabile. A poco a poco la zona d’ombra invade anche quella di luce finché la relazione si consuma, si svuota. Durante l’eccitazione, l’entusiasmo del momento, non ci si rende conto di quello che sta accadendo. Se ne accorge colui o colei la cui visione è sufficientemente distaccata, attenta, profonda, capace di discernimento. Proviamo a dare una definizione di amore, perché questo sarà di grande aiuto nel creare categorie e quindi nel comprendere la realtà attorno a noi.

Yasya deve para bhaktir
Yatha deve tatha gurau
Tasyaite kathita hy arthah
Prakashante mahatmanah

“A colui che ripone in Dio suprema bhakti, e come in Dio così nel Maestro spirituale, a quel magnanimo invero si manifesta la Verità della Rivelazione; a quel magnanimo invero si manifesta”. (Svetashvatara Upanishad VI.23).

Sul sentiero della bhakti, l’amore è un sentimento riservato a guru e Krishna. Il cibo, ad esempio, va ingerito attraverso la bocca; potete provare a fare delle palline di riso e ad infilarvele nelle orecchie, ma non funzionerà. Ci si può nutrire via endovena, ma il piacere non sarà lo stesso, e nemmeno la forza che deriva dall’assumere cibo in maniera normale. Shrila Prabhupada diceva: “Insegniamo a tutti ad amare Dio, la Persona Suprema. Se s’impara ad amare Krishna, allora sarà facile amare simultaneamente tutti gli esseri viventi”. (Lettera del 10 Marzo 1970). Solo l’amore ininterrotto per Dio consente di amare tutte le altre creature. Questo è un punto essenziale: la capacità di amare gli altri deriva dall’amore per Dio. Viceversa il cosiddetto amore s’involve, si degenera, diventa qualcosa di egoico e gradualmente scende al livello di ahamkara, l’ego distorto, il riflesso del sé, il riflesso dell’atman sul piano mentale. Cos’è ahamkara? La somma dei contenuti psichici con cui l’individuo si identifica. Su questo piano l’amore si riduce al limitato campo dei contenuti psichici, praticamente negando tutte le vere necessità dell’essere vivente. L’effetto dell’amore per Dio, o dell’amore in Dio (yasya deve para bhaktir) non è come cadere dentro ad un pozzo e rimanerci intrappolati. L’amore per Dio si espande nell’amore per la moglie, per il marito, per i figli, per i parenti, per i vicini, per i cosiddetti nemici ed amici, inonda e benefica tutti.

(1) Come per lo sviluppo di qualità fisiche e mentali, anche per lo sviluppo della volontà è necessaria una disciplina (sadhana bhakti). Gli sforzi verranno ampiamente ripagati, in quanto una volontà buona, saggia e quindi ben diretta assicura il successo in ogni impresa umana. Si confronti in proposito il seminario di S.G. Matsyavatara Prabhu sullo sviluppo della volontà e delle qualità carenti, tenutosi a Busana, Pasqua 2003.

02 aprile 2009

'Grihastha Ashrama' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Credo che la vita familiare, il grihastha ashrama, implichi questioni di interesse universale. Alcuni si sposano, altri no; alcuni hanno figli, altri non ne hanno. Ma anche coloro che decidono di non sposarsi perché desiderano vivere come brahmacari o brahmacarini - impegno ed intento molto nobili - oppure coloro che hanno già superato la fase familiare della vita, otterranno grandi benefici con la conoscenza di certe dinamiche basilari e dei valori che trovano le loro radici nella civiltà vedico-vaishnava anche perché, in ogni caso, ognuno ha fratelli, sorelle, figli, parenti. Dal punto di vista assoluto, non c’è differenza tra brahmacari, grihastha, vanaprastha e sannyasa ashrama, le quattro fasi della vita nelle quali un individuo si colloca per la propria realizzazione spirituale. La mèta della vita non è diventare sannyasi, brahmacari, o grihastha, bensì ripristinare, riscoprire la nostra relazione d’amore con Dio. In questa specifica circostanza parliamo del grihastha ashrama perché si tratta di una fase esistenziale molto frequentata e complessa, in cui tante sono le persone che alimentano i loro problemi e complicano le loro relazioni. Progetti di coppia alternativi alla vita familiare ne sono stati proposti, ma si sono tutti rivelati disastri. In passato molti danni sono stati fatti anche da persone che non avevano avuto esperienze positive in ambito familiare e tuttavia hanno cercato, disastrosamente, di orientare la vita di altri. Quella della famiglia è certamente la tappa più complessa per quanto riguarda l’interfaccia col mondo; si devono affrontare problemi di stretta convivenza, di economia, di sociologia, di educazione e di religione, nonché gestire una serie di relazioni che vanno spesso al di là dell’esperienza di cui l’individuo ordinario dispone.

Liberare chi dipende da noi


Domanda: Nel quinto canto dello Shrimad Bhagavatam, Rishabhadeva dice: “Colui che non può liberare i suoi sottoposti dalle ripetute nascite e morti, non dovrebbe mai diventare un Maestro Spirituale, un padre, un marito, una madre o un deva degno di venerazione. [S.B.V.5.18]. Potresti commentare?


Non possiamo forzare nessuno a tornare nel mondo spirituale, ma possiamo onestamente farci carico della responsabilità di fare qualsiasi cosa ci sia possibile per aiutare una persona a sciogliersi dai suoi legami karmici. Mi è capitato di dover consigliare persone indebitate. Il loro reale problema non era con la banca o con qualcun altro; era il loro comportamento, la loro mentalità, strutturalmente sbagliata. Se qualcuno in un momento di generosità saldasse i debiti di una persona così, questa continuerebbe comunque a contrarli, perché l’insolvenza è radicata nel suo carattere. Continuerebbe ad agire nel modo sbagliato, e quindi a produrre debiti. I debiti karmici hanno un’origine simile: una mente deformata e molti errori commessi. Anche le malattie, ad esempio, sono debiti, ma le dinamiche con cui si generano sono le stesse. La dichiarazione di Rishabhadeva indica che chi assume posizioni di responsabilità, avendo ovviamente le qualità per farlo, dovrebbe fare del suo meglio per rettificare la mente delle persone. Non esiste qualcosa come la buona o la cattiva sorte; esiste il modo di fare le cose, la motivazione, la conformazione della mente e dell’intelletto. Dobbiamo analizzare i vasana, i desideri latenti. Quando i desideri latenti sono negativi, il negativo col tempo fuoriesce. Qualcuno può accumulare denaro e non contrarre debiti, ma la stessa persona può contrarre debiti nelle proprie relazioni, magari creandosi nemici a destra e a sinistra, e quelli sono debiti estremamente pesanti. Altri possono rivelarsi abili nel campo delle relazioni, ma qualsiasi cosa facciano o tocchino, finisce in un disastro. Anche questi sono debiti. Gli shastra ci insegnano quindi che dovremmo controllare i sensi, perché la vita diventa rischiosa quando anche un singolo senso è fuori controllo. Avete notato la psicodipendenza di un fumatore, che furtivamente si allontana per andare a fumare una sigaretta? Avete visto le deformazioni caratteriali di un alcolizzato, o di un cocainomane, o di un giocatore d’azzardo? Vivono nella sofferenza, con laceranti conflitti interiori. Il giocatore d’azzardo sa che sta distruggendo la sua vita e quella delle persone attorno a lui. Nel passato, i casinò più all’avanguadia avevano una stanza con un notaio pronto a scrivere il testamento, dopodiché il perdente poteva spararsi, suicidarsi. I giocatori d’azzardo piangono, sbattono la testa contro il muro; sanno che giocando rovinano loro stessi e le loro famiglie, ma sono sopraffatti dal loro impulso. Vi sono dinamiche simili per gli assassini, o per gli aggressori della purezza altrui. Bisognerebbe quindi educare gli individui a controllare i sensi sin dall’infanzia. Questo è ciò che dice Rishabhadeva. Una persona deve sviluppare autocontrollo, altrimenti come può educare altri? Come può qualcuno che fuma consigliare o ingiungere ad un altro di non farlo? Così Rishabhadeva afferma che chi si assume responsabilità nei confronti di altri, dovrebbe essere in grado di garantire loro la liberazione; garantirla da parte sua, ovvero non mancare in nessun modo, fare del proprio meglio, anche se poi gli individui nella loro autonomia possono scegliere. Tutti debbono fare i propri sforzi, ma chi guida dovrebbe essere di esempio ed educare gli altri a liberarsi dai condizionamenti dei sei impulsi degradanti: quello che induce a parlare di argomenti irrilevanti (dominio sulla parola), quello che produce le fantasie insensate (dominio sulla mente), quello che induce gli atti impulsivi distruttivi (dominio sulla collera), quello che genera desideri gustativi impropri (dominio sulla lingua), e quelli che stimolano lo stomaco e i genitali. In questo senso il padre e la madre dovrebbero essere dei guru, ma ciò non è possibile appieno se si ignora la scienza della realizzazione spirituale.