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29 gennaio 2009

'La Crisi' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il termine ‘crisi’ è di origine greca, significa ‘cambiamento’. I cinesi per rappresentare il concetto di ‘crisi’ utilizzano due ideogrammi: il primo esprime ‘pericolo’, il secondo ‘opportunità’. In entrambe le civiltà, quella greca e quella cinese, vediamo che il fenomeno implica la necessità di scegliere, discernere, separare, decidere. La crisi è dunque un punto decisivo di cambiamento che si presenta o improvvisamente o gradualmente e che risolve - in senso favorevole o sfavorevole – la situazione o l'ambito in cui si manifesta. Si tratta di un fenomeno comunque caratterizzato dalla rottura dell'equilibro precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento, che non si rivelano più adeguati a far fronte alla situazione presente. Nella crisi, quando soprattutto è profonda e acuta, è come se tutto subisse un repentino cambiamento dal quale l'individuo ne può uscire o trasformato, se dà origine a nuove soluzioni, oppure diretto verso l'incapacità di adattamento e la degenerazione. Nelle crisi di tipo fisiologico, dette anche evolutive o di sviluppo, il soggetto sperimenta il cambiamento passando dall'infanzia all'adolescenza, dall'adolescenza all'età adulta, dall'età adulta alla senescenza e dalla senescenza alla morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. Queste crisi generalmente avvengono in maniera graduale e l'individuo si può più facilmente predisporre per fare un percorso di crescita interiore e di auto-consapevolezza. La crisi evolutiva è evidentemente di natura inarrestabile. Altra categoria di crisi è quella accidentale, provocata ad esempio da un'ingente perdita economica, un grave infortunio sul lavoro, un incidente automobilistico che può creare una disabilità permanente, un lutto, la perdita di una persona cara, un abbandono o, come nel nostro caso specifico, un tradimento. Nella crisi evolutiva la persona ha possibilità di procurarsi, con il progressivo mutare delle sue condizioni di vita, tutti gli strumenti che le occorrono per gestire e superare il cambiamento. La crisi accidentale irrompe invece in maniera subitanea e minacciosa, compromettendo la salute fisica, l'equilibrio psicologico, lo status sociale ed economico, ecc. Essa implica da parte del soggetto maggiori risorse interiori e una più pronta e matura capacità d'intervento. In genere la crisi accidentale si manifesta attraverso le seguenti dinamiche:

1) Il verificarsi di un evento imprevisto.

2) La connessione tra questo evento e precedenti tensioni che avevano già determinato una situazione conflittuale nel soggetto.

3) L'incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi consueti meccanismi di comprensione ed elaborazione degli eventi.

A seconda del livello socio-culturale e soprattutto di quello evolutivo dell'individuo, si possono presentare differenti scenari di risposta alla crisi. I due principali possono essere così sintetizzati:

1) Stato di massima apertura al cambiamento verso situazioni sia positive che negative.

2) Incapacità di accettare il cambiamento a causa delle chiusure e blocchi emozionali e cognitivi dell'individuo.

Elementi determinanti nel fenomeno crisi sono il fattore tempo (durata) e l'intensità (carica energetica), ovvero la rilevanza dei cambiamenti affettivi, cognitivi e relazionali che sono messi in gioco. Nella valutazione generale del fenomeno è inoltre importante prendere in considerazione se si tratta di una crisi una tantum o se invece è legata ad un'esperienza che, se non risolta in maniera adeguata, tende a riproporsi nel tempo, come può essere quella associata al fenomeno morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. La crisi può essere affrontata principalmente in due modi:

1) Con un pronto intervento che mira semplicemente a ridurne gli effetti dannosi sul momento, quasi una sorta di 'trattamento' temporaneo, volto a salvare il soggetto da pericoli immediati.

2) Attraverso l'intenzione e l'impegno a sanarne le cause profonde, affinché si risolva completamente e definitivamente.

Nello stato di crisi è altamente richiesta la capacità di adattarsi alla nuova situazione, elaborando giudizi pertinenti al mutato contesto e assumendo una posizione confacente e matura. E' proprio questa capacità che costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e anche relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali. Imparare a gestire la crisi significa imparare a gestire gli eventi, anche quelli più negativi, senza rimanerne travolti, ma cogliendo la preziosa opportunità di elevare la propria consapevolezza, facendo riferimento a quei valori universali che permettono di andare con la coscienza e con il cuore oltre l'ostacolo. Occorre essere capaci, se è il caso, di prendere anche le distanze dalle proprie opinioni e convinzioni, sapendo che in buona parte esse riflettono il mondo culturale ed affettivo in cui si è vissuti e che sono dunque sempre suscettibili di miglioramento. L'autocritica, la capacità di assumere un altro punto di vista, di distanziarsi dai propri vissuti per riuscire ad analizzarli e ad elaborarli in modo appropriato, è più che mai indispensabile nella gestione della crisi, il cui superamento necessita del pieno sviluppo delle facoltà metacognitive. Ricordiamo che non sono mai gli eventi di per sé la causa delle nostre disgrazie o delle nostre fortune; quel che veramente è determinante è il nostro atteggiamento, ovvero l'attitudine con la quale ci poniamo di fronte a persone, situazioni e accadimenti. Se lo desideriamo intensamente e ci predisponiamo nella maniera corretta, anche un evento di per sé negativo può trasformarsi in una preziosa e salvifica opportunità di crescita e di elevazione.

Nell'elaborazione della problematica della crisi è importante tener di conto di tre fattori fondamentali:

1) Nessuno di noi può sfuggire alla crisi. La crisi è una normalità nella vita umana. Realizzare ciò è molto positivo, poiché evita di incorrere in sentimenti di rabbia, sfiducia o ingiustizia di fronte a nostre debolezze o a difficoltà apparentemente esterne (è infatti una visione distorta quella che ci fa credere che i problemi siano fuori di noi. In realtà possiamo ben capire che le loro cause, dirette o indirette, sono comunque da ricercarsi dentro noi stessi).

2) Occorre portare allo scoperto le nostre problematiche; rimuoverle significherebbe potenziarle, diventare nei loro confronti ancora più fragili, deboli e indifesi, poiché il nemico è quanto più pericoloso quanto più agisce non visto. Il nostro sforzo dovrebbe essere quello di affrontare ogni crisi non appena essa si manifesti, non appena la si riconosca come tale. Negare la crisi creandosi false giustificazioni o alibi, vuol dire far crescere e strutturare il problema in profondità, fino a che la ricerca di una soluzione diventa sempre più difficile ed impegnativa, sia in termini di tempo che di sforzi ed energie.

3) Il nostro futuro è sempre modificabile, dunque la cosa più importante e davvero determinante sarà la nostra reazione alla crisi. Il passato è un percorso concluso, ma tutto ciò che sta nel futuro è aperto alla trasformazione. Non c’è dunque niente di fisso o di prestabilito irrevocabilmente.

Dovremmo prendere le distanze emotive dalla crisi, capirne l’entità, comprendere la sua funzionalità evolutiva, considerarla come l’occasione per risolvere i problemi, superare i propri limiti e ascendere a piani superiori di consapevolezza, gioia e amore. In sintesi la crisi è uno squilibrio, una disarmonia che ci chiama ad un cambiamento, che spesso richiede raccoglimento, trasformazione, sublimazione e trascendimento degli opposti e che può essere definitivamente superata verso l’alto soltanto grazie alle facoltà più elevate dell’individuo, alla sua adesione all’ordine etico universale (dharma) e alla riscoperta della Bhakti, il rapporto di Amore con Dio nella Sua triplice espressione: 'Creatore-creato-creature'. Per risolvere la crisi occorre situarsi su di un piano di consapevolezza trascendente l'ego e penetrare lo spazio della coscienza profonda di se stessi, della propria essenza spirituale, laddove disarmonie ed opposti si ricongiungono in una superiore e sublime armonia. A tal fine non servono tanto la cultura o la mera acquisizione di dati quanto la saggezza, quel bene inestimabile che scaturisce dalla gloriosa unione di alta conoscenza, esperienza e coerenza di vita, attraverso la quale si raggiunge la felicità intrinseca, che non dipende da ciò che accade all'esterno. La felicità non è un'utopia se impariamo a camminare nel mondo in armonia con l'Ordine divino che regola la vita del cosmo e di ogni essere. Allora, ogni passo che compiamo su questo illuminato sentiero rompe un equilibrio, ma soltanto per costruirne uno superiore. Nella propria vita ogni individuo ha da confrontarsi con crisi, tensioni e conflitti emotivi, ma questi non sono di per sé negativi; lo diventano solo nel momento in cui non si riescono a gestire e, rimanendo irrisolti, producono nevrosi. Se vengono invece affrontati con la giusta attitudine, con consapevolezza e motivazione elevata, essi possono rappresentare persino l'indispensabile stimolo evolutivo per rafforzare le proprie qualità e per giungere ad equilibri superiori attraverso il riconoscimento e il superamento di alcuni propri limiti. Riesce infatti a sviluppare una personalità sempre più matura e integrata colui che impara a risolvere le naturali tensioni che emergono nel proprio intimo e quelle prodotte dall'esterno, facendo sì che non si cronicizzino ma anzi risultino occasioni importanti per acquisire ulteriori esperienze formative. A questo proposito Adler spiegava: 'Difficoltà piccola, uguale normalità; difficoltà grande, uguale nevrosi'. Chi sa riconoscere le particolari crisi emotive e tendenze nevrotiche cui è soggetto, sarà maggiormente in grado di evitare che esse degenerino in veri e propri disturbi della personalità. Tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne. Nessuno dovrebbe sentirsi al di sopra di tali tensioni; dovremmo piuttosto imparare a gestirle in maniera costruttiva evolutiva, mettendo in pratica un processo di trasformazione e rieducazione interiore che ci permetta di armonizzarle e trascenderle, e ciò è possibile soprattutto attraverso gli insegnamenti e lo stimolante esempio di vita di persone equilibrate, con elevato livello di coscienza, che possono essere modelli di riferimento nel lavoro che dobbiamo fare su noi stessi.

25 gennaio 2009

'Tecnologia del Mantra' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Tecnologia del Santo Nome e i rapporti tra i vari livelli di psiche e coscienza.

Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sul rapporti intrapsichici dell'essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificita' di linguaggio cosi' alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente.

Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realta' metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi[134] con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realta' ottenuto medi'ante la meditazione su di un mantra.

Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-Brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica e' definita Nama-smarana e costituisce, in questa tradizione, l'essenza di tutte le attivita' religiose, nonche' l'esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija e' costituito dal maha-mantra.

Le esperienze a livello nama, cioe' a livello della conoscenza verbale, a livello rupa[135] ed al livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti[136] che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un'impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell'inconscio.

L'intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell'Hari-nama e' il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra "vritti di ritorno"[137]. La concentrazione sull'Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l'Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondita' ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di 'grazia divina', ma anche quello di 'purificazione'. Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l'affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle "di ritorno" prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)[138] che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori viitti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione.

Quest'ultima e' ovviamente essenziale nella pratica del nama smarana. Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell'io storico. Questo e' un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realta' trascendente, ovvero quel "guado coscienziale" che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio.

Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una "mono-vritti" dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra[139], che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza. Non si tratta di un'azione volta all'annullamento dell'ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi cosi' com'e'. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico.

Il termine sanscrito mantra significa "ciò che protegge la mente". La vibrazione sonora del mantra armonizza la mente e la protegge dal pensieri tossici. Quando si e' smarriti, negativi, depressi o comunque emotivamente alterati, cantare o recitare il mantra con sincerita' può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre uno stato di serenita', gioia, visione e ispirazione. Il mantra e' la forma sonora della verita' (satyarupa) e, nella tradizione vaishnava, il maha-mantra rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze. Ogni sillaba e' densa di energia spirituale e può trasformare l'energia psichica, da disecologica in ecologica.

Dopo la purificazione del cristallo mentale, il campo della coscienza può attingere direttamente dal piano della Realta' e si popola di immagini, ricordi, visioni, suoni ed emozioni spirituali, cosi' da consentire la consapevolezza della individualita' ontologica o nitya svarupa.


[134] Visualizzazíone di un certo livello di realta' metafisica.

[135] Lett. 'forma', non solo grafica.

[136] Lett. 'Modificazioni mentali', 'vibrazioni', 'vortici'.

[137] Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.

[138] 'Ricordo'. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri,
'ricordare', cui corrisponde etimologicamente l'italiano 'memoria'.

[139] Il Mahamantra si compone di tre Nomi divini: Hara, Krishna e Rama, che indicano rispettivamente l'energia spirituale del Signore, il Suo fascino e la Sua beatitudine. Nel Mahamantra questi tre Nomi sono declinati al caso vocativo, ad espriamere lo spirito d'invocazione in cui dovrebbero essere recitati; ecco come si presentano:

HARE KRISHNA HARE KRISHNA
KRISHNA KRISHNA HARE HARE
HARE RAMA HARE RAMA
RAMA RAMA HARE HARE

Tratto dal libro:
Divinita' Umanita' e Natura.
Il Monoteismo nella Tradizione Vaishnava.