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06 marzo 2009

'Il mondo fuori e il mondo dentro' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Secondo l’Ayurveda, l’aria (vayu) e lo spazio (akasha) sono due caratteristiche fondamentali della mente. Lo spazio (akasha) è necessario per l’apertura mentale, l’aria (vayu) per il movimento; la mente è infatti molto mobile, molto rapida. In questo senso potremmo paragonarla al cielo, un cielo spesso coperto di nubi, che in questa metafora rappresentano i dubbi, le incertezze, gli insuccessi accumulati dall’individuo. In una condizione di conflittualità interiore, di incoerenza tra le aspirazioni profonde dell’anima e le richieste perentorie dei sensi, la mente si muove rapidamente, bruscamente, oscillando di continuo da un oggetto all’altro, incapace di finalizzarsi in una direzione precisa; il movimento, realtà che ha un suo senso positivo, scade così al livello patologico di mera motilità, ed è di conseguenza causa di esperienze dolorose. Questo rimbalzare incontrollato, senza coerenza, senza progetto, è ben visibile negli attacchi di ansia, di panico, di angoscia. La perdita di speranza nella capacità di superare i propri limiti, lo scoraggiamento, sono esperienze che chiudono il cielo mentale. La persona che vive in un ambiente ristretto, fisico o psichico che sia, è infatti generalmente depressa. Sul piano clinico le depressioni sono modificazioni del campo mentale in senso restrittivo, causate da sbandamenti emotivi che legano sempre più ad identificazioni erronee ed effimere, principale motivo di incatenamento al ciclo di nascite e morti (samsara). La natura dell’anima invece è felicità, beatitudine, senza sbalzi né discontinuità, per questo non è soggetta né a depressioni né a eccitazioni, entrambi sintomi di inappagamento profondo e di mancanza di armonia nell’individuo. L’aria, l’acqua, il cibo, sono elementi a noi essenziali perché è di questi elementi che il nostro corpo è costituito. Siamo incapsulati negli elementi, dice la Bhagavad-gita, XV.7: L’essere vivente nel mondo della vita condizionata è un mio frammento eterno, ma lotta contro i sensi e la mente situati [generati] nella prakriti. Eppure esiste una via per liberarsi, per sfuggire ai condizionamenti di questa esistenza costretta, poiché anche gli elementi materiali, ben descritti nella filosofia Samkhya, originariamente non sono forza caotica, bensì energia di matrice divina. Ciò è ben spiegato nella letteratura upanishadica, che descrive in più passi, con un linguaggio simbolico e suggestivo, come nell’uomo e in ogni creatura siano presenti quegli stessi elementi che costituiscono l’universo, e come questi elementi siano di origine divina, ciascuno addirittura presieduto da una particolare manifestazione del Divino: "Le divinità, una volta generate, si precipitarono nel grande oceano [della vita] …[il Creatore] portò loro un uomo […] quindi disse loro: "Entrate ognuna nella sua dimora!". Il fuoco, fattosi parola, penetrò nella bocca; il vento, fattosi respiro, penetrò nelle narici, il sole, fattosi vista, penetrò negli occhi; i punti cardinali, fattisi udito, penetrarono nelle orecchie; le erbe e le piante, fattesi peli, penetrarono nella pelle; la luna, fattasi pensiero, penetrò nel cuore; la morte, fattasi apana, penetrò nell’ombelico; le acque, fattesi seme, penetrarono nel membro virile…". Nelle persone più dotate di visione, più libere dagli attaccamenti e dai condizionamenti, movimento e rapidità della mente si associano alla coerenza tra pensiero, parola e azione. C’è un piano, un progetto cui partecipano anche gli elementi di questa cosiddetta prigione, visibile nell’ordine che mantiene ogni componente di questa dimensione di realtà. L’evasione è a portata di mano se il disegno divino della realtà che ci circonda viene svelato; ciò può avvenire soltanto grazie allo sviluppo della consapevolezza e ad una visione elevata, che conducono verso la liberazione della Vita dalla crisalide della materia. Tale liberazione del sé spirituale, atman, viene tradizionalmente definita con il termine moksha, che corrisponde al kaivalya degli Yoga-sutra. La vista e il respiro sono entrambi collegati alla mente; esiste una visualizzazione interiore più elevata, ma c’è anche una visualizzazione esteriore che aiuta quella interiore. La visione di bei paesaggi naturali, ad esempio, aiuta ad espandere la mente, soprattutto se accompagnata da un impegno costante nella ricerca del sé e dalla compagnia di persone evolute. Simili visioni hanno da sempre costituito una componente importante nella vita di molti spiritualisti, soprattutto yogi, in quanto i luoghi di bellezza naturale agevolano l’ espandersi della mente e i moti lieti dell’animo. Visioni, attività e compagnie profondamente oneste e sincere portano alla guarigione, anche da gravi disturbi della personalità. I rimedi allopatici hanno effetti limitati e dovrebbero essere utilizzati solo in casi estremi, perché la cura funziona meglio se è attiva, vale a dire se la persona viene stimolata a lavorare su di sé, sugli atteggiamenti e sulle abitudini scorrette che hanno generato la malattia, a reimpostare consapevolmente la propria vita. Questo atteggiamento crea le giuste condizioni per dialogare, comprendere verità e trovare soluzioni ai problemi. Molte delle problematiche e delle cosiddette necessità di cui facciamo esperienza nella nostra società sono inesistenti, fantomatiche, ma le influenze della collettività, della magnetizzante comunicazione dei media, delle cattive compagnie, le rendono più reali di quanto non siano. E’ proprio per tentare di soddisfare bisogni irreali e quindi artificiali che gli individui affrontano molte frustrazioni e sofferenze. La fede (nella cura, in sé stessi, nel prossimo, nell’ordine naturale che assicura armonia al creato, nel Divino) rafforza la guarigione. Per sviluppare fede è necessario conoscere la scienza della vita, frequentare persone che siano ben indirizzate sul sentiero della guarigione ed ascoltare da loro esperienze di una differente dimensione di realtà. La guarigione dai disturbi della personalità può avvenire più facilmente in un’ottica olistica, che armonizzi i piani fisico, psicologico, sociale, economico e relazionale con la visione spirituale. La qualità fondamentale da sviluppare è l’equilibrio, strumento di superamento degli opposti, quindi di trascendenza. Nella Bhagavad-gita, Krishna parla dei condizionamenti provocati dalle tre influenze della natura materiale: ignoranza, passione e virtù. Le persone non vengono condizionate soltanto da tamas, che produce inerzia e paralizza la coscienza, né solo da rajas, che genera l’azione caotica e agitata ma, paradossalmente, anche da sattva; questa situazione si manifesta nell’attaccamento al senso di benessere che, se non trasceso e quindi portato al suo stato di effettiva purezza attraverso la bhakti , può anch’esso risultare un ostacolo sulla via della perfezione. Brutto e bello, attrazione (raga) e repulsione (dvesha) sono coppie di opposti (dvandva), cause di condizionamento e infine di dolore. L’obiettivo della realizzazione spirituale è quello di superare ogni coppia di opposti, per poter contemplare anche la bellezza e il benessere in maniera distaccata. Il piacere, se incanalato verso la realizzazione spirituale, non costituisce una diminuzione della disciplina (sadhana) o della rigorosa coerenza (tapas) anzi, contribuisce ad espandere la coscienza. Nel decimo capitolo della Bhagavad-gita il Divino viene descritto anche in termini di bellezze naturali; Krishna afferma, ad esempio, di essere lo splendore del sole e della luna, ed anche l’Himalaya, oppure il mare . Più che indicazioni geografico-culturali, si tratta di categorie della nostra esperienza nel mondo sensibile che si impongono per presenza e magnificenza, rappresentando dunque l’aspetto eccelso del fenomenico. Ecco allora che il Divino assume caratteristiche di onnipresenza, non in senso panteistico, quanto piuttosto come radice unica e spirituale di ogni manifestazione. Contemplare paesaggi naturali con un elevato livello di coscienza equivale ad ammirare ed apprezzare ovunque la potenza e la magnificenza di Dio, interno ed esterno ad ogni realtà oggettiva.

26 febbraio 2009

'Nevrosi e Tendenze Latenti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Esiste un'intera sezione della psicologia deputata all'interpretazione del cosiddetto “linguaggio non verbale” secondo cui centrale per la comunicazione di un certo messaggio, al di là del contenuto espresso con le parole, diviene l'analisi dei tratti gestuali o morfologici che accompagnano tale messaggio. E' perciò importante nel rapportarsi agli altri e nel comprenderli, imparare a riconoscere i sentimenti dipinti sul viso, l’intonazione della voce, i movimenti delle mani, l’incedere, lo sguardo, l’inclinazione della bocca; anche ogni minimo dettaglio, se osservato con attenzione, è un segno che comunica, è un messaggio che descrive quella personalità e che possiamo leggere come un libro aperto. Il primo passo per l'osservazione di queste sottili forme comunicative risiede nell'implementazione di una buona attitudine all'ascolto e all'apprendimento grazie a chi è più saggio e più esperto di noi nello studio dell'essere umano. Degli insegnamenti appresi dovremmo ricercare riscontri in noi stessi e nelle persone che ci circondano, non perché se ne mette in dubbio l'autenticità, bensì per arricchirsi esperendone personalmente l'effettiva aderenza al reale. La capacità di entrare nelle dinamiche psicologiche proprie e altrui, di analizzarle e comprenderle alla luce di una conoscenza profonda dell'essere, è fondamentale e preziosa per superare i propri ed altrui condizionamenti, ma a tal fine occorrono grande maturità, competenza ed esperienza. Talvolta, infatti, in questo percorso dentro l’uomo, nel suo universo interiore, è possibile anche urtare contro una nevrosi o psicosi latente e ciò è molto pericoloso in quanto essa può risvegliarsi in tutta la sua potenza distruttiva ed auto-distruttiva. Quando una persona prova disagio, risentimento o malevolenza verso qualcuno e ciò oggettivamente appare inspiegabile, non pensiate che sia effettivamente tale: il karma è tutt'altro che incomprensibile, non è magari spiegabile con le nostre attuali conoscenze, ma esistono comunque ragioni profonde e remote per cui accadono le cose. Semi karmici nell'inconscio possono rimanere intatti anche per millenni, per secoli, che dire per decenni. Il karma è coperto dal tempo ma non è consumato da esso, poiché il tempo non ha influenza alcuna su ciò che non ha massa. A volte può sembrare di ricevere una reazione negativa esagerata rispetto al danno che abbiamo provocato; secondo le leggi della fisica, statica e dinamica, se si dà un pugno contro il muro dovrebbe esserci una reazione uguale ed in direzione opposta, ma spesso accade che la reazione sia 10, 20, 100 volte tanto ed è dunque palese che in questo caso si ha da fronteggiare un problema sedimentato nel tempo, anche se invisibile a prima vista. I testi della Psicologia indovedica insegnano che noi possiamo e dobbiamo trasformare il nostro karma! Dobbiamo trasformare le nostre energie, non rimuoverle né annullarle; non dobbiamo sopprimere i disagi come inducono a fare gli psicofarmaci o tutti quei comportamenti che nascondono ma non risolvono. Occorre operare una riconversione e sublimazione dei contenuti mentali ed emotivi, viceversa si creeranno e rimarranno nell'inconscio come delle mine sepolte, le quali prima o poi esploderanno nel corso dell'esistenza, o sotto forma di somatizzazioni o di patologie psichiche con ricorsi di grande sofferenza e spesso anche di depressione, anche apparentemente senza una specifica causa ma noi sappiamo che in realtà la causa c'è ed è inconscia. Non preoccupiamoci soltanto dei grossi fatti karmici della nostra vita; è infatti fuorviante pensare che, per non incorrere più in reazioni karmiche, sia sufficiente eliminare unicamente quegli aspetti più negativi del nostro comportamento e della nostra personalità, solo i più grossolani e visibili. In realtà, anche un piccolo seme può produrre nel tempo un grande albero, dunque anche le cose piccole, anche i minimi errori vanno notati e corretti, sanando l’impostazione mentale che ne è all’origine e che altrimenti tende a mettere radici profonde trascinando progressivamente il soggetto in dinamiche auto-distruttive. Se i comportamentisti studiassero i meccanismi inconsci relativi alle reazioni karmiche accumulate anche nelle vite precedenti, e non limitassero la loro analisi alle reazioni meccaniche stimolo-risposta che si possono osservare nel comportamento esplicito di un soggetto, i loro studi sarebbero di ancor più grande utilità. In psicologia si dovrebbe lavorare per far emergere gli oggetti psichici “nascosti”, celati nell’inconscio, così come in archeologia si scava per dissotterrare reperti che permettono di scoprire anche fatti eclatanti. Così come esistono psicosi o nevrosi latenti, esistono anche tendenze caratteriali latenti che possono emergere e diventare effettive nel momento in cui si creano le circostanze ad esse favorevoli. Ad esempio, se vi è una tendenza all’omosessualità, è sufficiente anche un piccolo breve episodio di avvicinamento e di contatto per far scatenare questa propensione che può diventare potente non soltanto come un’onda ma come una tzunami che travolge. Similmente, se in un soggetto è presente una tendenza al ladrocinio, avendo egli in passato già rubato, anche fosse mille vite fa, può essere sufficiente anche un ingenuo piccolo furto per rimettere nuovamente in moto quella tendenza, per riaccendere quell’antica abitudine e tornare ad essere da questa schiavizzati. Le tendenze latenti possono velocemente riaccendersi e facilmente diventare esplicite, non importa quanto antiche esse siano; sono come fuoco che brucia sotto la cenere: finché non è completamente estinto continua ad essere pericoloso. Come spiega la letteratura indovedica, ogni azione implica una coazione a ripetere ed è gravida di conseguenze. Questo è in sintesi il significato del concetto di karma che spesso purtroppo viene spiegato superficialmente, ma che rappresenta un meccanismo complesso costituito di dinamiche molto potenti e decisive per la nostra vita, anche se invisibili ai più. Considerando ciò, è fondamentale che ognuno di noi stia sempre molto attento a come desidera, a come pensa e soprattutto a come agisce (conseguenza naturale dei desideri e pensieri che coltiviamo), perché anche i più piccoli atti adharma, che infrangono l’ordine cosmo-etico che vige nell’universo, possono andare ad urtare delle mine nascoste nell’inconscio, disastrose proprio perché non ne abbiamo coscienza e perché hanno cariche esplosive potenti, per disinnescare le quali occorrono grandi sforzi e molta competenza. Come ci sono territori che sono stati teatro di guerre e che sono disseminati di mine antiuomo che ogni tanto esplodono provocando danni e feriti, così ci sono mine di altra natura nella mente ma non meno letali. Le nevrosi latenti sono tali perché sono coperte da altre tendenze e da altro karma, ma quando vengono urtate, come quando si urta una mina, è come se esplodesse d’un colpo tutto il karma, come se accendessimo all'interno di un magazzino (quello dell’inconscio) una bottiglietta di alcool che fa incendiare a catena tutto ciò che vi si trova dentro. Nevrosi latenti possono essere risvegliate anche partecipando a sedute spiritiche o simili; è dunque consigliabile evitare quanto più possibile esperimenti di ricerca nel campo dell’occulto fatti soltanto per morbosa curiosità e potenzialmente gravidi di conseguenze negative se non saputi gestire adeguatamente. In generale è assolutamente da evitare il “fai-da-te” quando vogliamo fare esperienze che implicano un viaggio introspettivo, un percorso all’interno delle profondità della psiche. Per questo motivo, ad esempio, la Visualizzazione meditativa psicodinamica, così come elaborata secondo la Psicologia indovedica, e che costituisce una tecnica molto importante e proficua per la purificazione dell’inconscio, per avere buon esito deve necessariamente essere guidata e condotta da chi ha sensibilità, competenza, esperienza, visione, da chi ha delle dinamiche psicologiche una conoscenza matura, consistente e compiuta. Per evitare il riaccendersi di nevrosi o addirittura di psicosi latenti, è fondamentale selezionare bene le compagnie con le quali condividiamo le nostre esperienze di vita, poiché le compagnie che si frequentano esercitano grande influenza su di noi. La mente è come una potente ricetrasmittente che continuamente riceve e trasmette segmenti di informazioni, energie, impulsi, umori, ed è doveroso da parte nostra scegliere la qualità delle energie con le quali vogliamo entrare in contatto. Occorre ad esempio prendere le distanze da persone degradate, false, bugiarde, ingannevoli, perché solo prendendo le distanze possiamo non farci condizionare; solo sottraendoci alla loro influenza contaminante possiamo anche sperare di offrire a queste persone un aiuto, nel caso si rendessero disponibili a riceverlo. La compassione, o la cosiddetta carità cristiana, è una qualità nobile da coltivare e tra l’altro essa è una protezione di per sé, infatti ciò di cui abbiamo compassione non ci attrae morbosamente. Uno psicoterapeuta non può aiutare e curare le persone se non ha sviluppato sentimenti di compassione; se vuole cercare di entrare in profondità nell’animo umano e stimolare trasformazioni migliorative nel carattere e nella personalità del paziente, affinché la sua opera sia davvero efficace, dovrebbe servirsi di strumenti essenziali quali l’esercizio delle qualità spirituali (la Caitanya Caritamrita ne descrive 26 fondamentali) che hanno come base yama e niyama, ovvero l’astensione da tutto ciò che contamina la mente, anche fossero soltanto gesti occasionali o la coltivazione di inclinazioni nocive, e simultaneamente la pratica di quelle azioni che servono ad elevare la coscienza, quali la meditazione e le opere dedicate al Divino, per il beneficio di tutti. Lo Yoga della Bhakti comprende in egual misura meditazione, azione, adorazione e contemplazione. Nella contemplazione e nell’azione tutta la nostra affettività dovrebbe essere diretta verso scopi e valori elevati, fino alla devozione e al servizio a Dio. Gli Acarya, i grandi Maestri della Tradizione, ci insegnano a far ciò con il loro stesso modello di vita; essi sono come gocce di amore racchiuse in corpi umani. Dovremmo imparare a guardare il mondo con i loro occhi e seguirne l'esempio, vedendo le persone che ci circondano nella loro essenza di anime spirituali, tutti individui potenzialmente sani, luminosi, solo temporaneamente offuscati dai condizionamenti della natura, ma è allo loro essenza spirituale che noi dobbiamo rivolgerci, è su di essa che dobbiamo basare le nostre relazioni e la nostra vita. Secondo il Bhaktirasamrita Sindhu ed altre opere della Bhakti, la meditazione è una pratica di grande efficacia, che può progressivamente sradicare qualsiasi seme karmico se compiuta nella maniera adeguata, con grande assorbimento di coscienza ed investimento di affettività, senza incorrere parallelamente e magari coscientemente in attività adharma, contrarie all’ordine cosmo-etico. L’umiltà e la gratitudine nei confronti dei Maestri e degli insegnamenti spirituali che ci orientano verso la reintegrazione della personalità e verso l’illuminazione divina, ci proteggono dal rischio di commettere pervicacemente errori ed offese, aiutandoci a mettere a frutto la grandezza della conoscenza e del tesoro di saggezza che abbiamo ricevuto dalle persone sante, la cui vita è completamente dedicata a Dio, al Bene di tutti gli esseri. Le opere della Tradizione indovedica ci ricordano che la forma umana di vita è una posizione molto rara e privilegiata. Per descrivere tale rarità i testi Buddhisti e i Purana utilizzano la metafora della testuggine cieca che vive per anni nei fondali marini e che risalendo alla superficie dell’oceano infila eccezionalmente la testa nel foro di una tavoletta di legno che galleggia sui flutti. Chi vive in un corpo umano deve sentire che ha avuto quella rara possibilità tra miliardi e migliaia di esseri viventi. Soltanto la forma umana, infatti, permette di interrogarsi sulla natura del sé, sullo scopo e senso della vita, e consente di esercitare appieno la facoltà del discernimento tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, tra la conoscenza e l’oblio. E' sufficiente un piccolo errore per innescare una lunga serie di altri errori; ogni deviazione dal retto sentiero all’inizio sembra piccola ed irrilevante, ma progressivamente porta sempre più distanti fino anche a perdere completamente l’orientamento e a smarrire la meta. Dunque la forma umana non è affatto assicurata, poiché un comportamento sbagliato, che nasce sempre da una sbagliata attitudine, può farci regredire anche di migliaia di gradini nella scala evolutiva. Come una manciata di paglia può incendiare una foresta intera con alberi secolari ed un seme può generare un albero gigantesco, allo stesso modo anche un apparentemente insignificante errore – se non corretto in tempo- può produrre conseguenze gravissime. Il principio che muove ciò è scientifico e lo si può riscontrare anche nelle leggi della natura fisica oltre che in quelle della psiche. Occorre dunque sempre ben valutare le conseguenze di quel che pensiamo, desideriamo e soprattutto di come agiamo. La nostra forza deve essere la consapevolezza che, per Grazia divina, le tendenze che abbiamo e il karma si possono modificare attraverso una scienza superiore come quella della Bhakti, che rende possibile una speciale alchimia in cui tutte le energie dell’essere vengono riconvertite su di un piano superiore, verso uno scopo elevato che culmina nella devozione e nell’amore verso Creatore, creato e creature; in questo modo anche le pulsioni più egoiche vengono sublimate e trascese. E’ questo supremo amore lo strumento per la nostra elevazione e al tempo stesso, nella sua perfetta integrità e purezza, è lo scopo più alto da raggiungere nella vita.

29 gennaio 2009

'La Crisi' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il termine ‘crisi’ è di origine greca, significa ‘cambiamento’. I cinesi per rappresentare il concetto di ‘crisi’ utilizzano due ideogrammi: il primo esprime ‘pericolo’, il secondo ‘opportunità’. In entrambe le civiltà, quella greca e quella cinese, vediamo che il fenomeno implica la necessità di scegliere, discernere, separare, decidere. La crisi è dunque un punto decisivo di cambiamento che si presenta o improvvisamente o gradualmente e che risolve - in senso favorevole o sfavorevole – la situazione o l'ambito in cui si manifesta. Si tratta di un fenomeno comunque caratterizzato dalla rottura dell'equilibro precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento, che non si rivelano più adeguati a far fronte alla situazione presente. Nella crisi, quando soprattutto è profonda e acuta, è come se tutto subisse un repentino cambiamento dal quale l'individuo ne può uscire o trasformato, se dà origine a nuove soluzioni, oppure diretto verso l'incapacità di adattamento e la degenerazione. Nelle crisi di tipo fisiologico, dette anche evolutive o di sviluppo, il soggetto sperimenta il cambiamento passando dall'infanzia all'adolescenza, dall'adolescenza all'età adulta, dall'età adulta alla senescenza e dalla senescenza alla morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. Queste crisi generalmente avvengono in maniera graduale e l'individuo si può più facilmente predisporre per fare un percorso di crescita interiore e di auto-consapevolezza. La crisi evolutiva è evidentemente di natura inarrestabile. Altra categoria di crisi è quella accidentale, provocata ad esempio da un'ingente perdita economica, un grave infortunio sul lavoro, un incidente automobilistico che può creare una disabilità permanente, un lutto, la perdita di una persona cara, un abbandono o, come nel nostro caso specifico, un tradimento. Nella crisi evolutiva la persona ha possibilità di procurarsi, con il progressivo mutare delle sue condizioni di vita, tutti gli strumenti che le occorrono per gestire e superare il cambiamento. La crisi accidentale irrompe invece in maniera subitanea e minacciosa, compromettendo la salute fisica, l'equilibrio psicologico, lo status sociale ed economico, ecc. Essa implica da parte del soggetto maggiori risorse interiori e una più pronta e matura capacità d'intervento. In genere la crisi accidentale si manifesta attraverso le seguenti dinamiche:

1) Il verificarsi di un evento imprevisto.

2) La connessione tra questo evento e precedenti tensioni che avevano già determinato una situazione conflittuale nel soggetto.

3) L'incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi consueti meccanismi di comprensione ed elaborazione degli eventi.

A seconda del livello socio-culturale e soprattutto di quello evolutivo dell'individuo, si possono presentare differenti scenari di risposta alla crisi. I due principali possono essere così sintetizzati:

1) Stato di massima apertura al cambiamento verso situazioni sia positive che negative.

2) Incapacità di accettare il cambiamento a causa delle chiusure e blocchi emozionali e cognitivi dell'individuo.

Elementi determinanti nel fenomeno crisi sono il fattore tempo (durata) e l'intensità (carica energetica), ovvero la rilevanza dei cambiamenti affettivi, cognitivi e relazionali che sono messi in gioco. Nella valutazione generale del fenomeno è inoltre importante prendere in considerazione se si tratta di una crisi una tantum o se invece è legata ad un'esperienza che, se non risolta in maniera adeguata, tende a riproporsi nel tempo, come può essere quella associata al fenomeno morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. La crisi può essere affrontata principalmente in due modi:

1) Con un pronto intervento che mira semplicemente a ridurne gli effetti dannosi sul momento, quasi una sorta di 'trattamento' temporaneo, volto a salvare il soggetto da pericoli immediati.

2) Attraverso l'intenzione e l'impegno a sanarne le cause profonde, affinché si risolva completamente e definitivamente.

Nello stato di crisi è altamente richiesta la capacità di adattarsi alla nuova situazione, elaborando giudizi pertinenti al mutato contesto e assumendo una posizione confacente e matura. E' proprio questa capacità che costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e anche relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali. Imparare a gestire la crisi significa imparare a gestire gli eventi, anche quelli più negativi, senza rimanerne travolti, ma cogliendo la preziosa opportunità di elevare la propria consapevolezza, facendo riferimento a quei valori universali che permettono di andare con la coscienza e con il cuore oltre l'ostacolo. Occorre essere capaci, se è il caso, di prendere anche le distanze dalle proprie opinioni e convinzioni, sapendo che in buona parte esse riflettono il mondo culturale ed affettivo in cui si è vissuti e che sono dunque sempre suscettibili di miglioramento. L'autocritica, la capacità di assumere un altro punto di vista, di distanziarsi dai propri vissuti per riuscire ad analizzarli e ad elaborarli in modo appropriato, è più che mai indispensabile nella gestione della crisi, il cui superamento necessita del pieno sviluppo delle facoltà metacognitive. Ricordiamo che non sono mai gli eventi di per sé la causa delle nostre disgrazie o delle nostre fortune; quel che veramente è determinante è il nostro atteggiamento, ovvero l'attitudine con la quale ci poniamo di fronte a persone, situazioni e accadimenti. Se lo desideriamo intensamente e ci predisponiamo nella maniera corretta, anche un evento di per sé negativo può trasformarsi in una preziosa e salvifica opportunità di crescita e di elevazione.

Nell'elaborazione della problematica della crisi è importante tener di conto di tre fattori fondamentali:

1) Nessuno di noi può sfuggire alla crisi. La crisi è una normalità nella vita umana. Realizzare ciò è molto positivo, poiché evita di incorrere in sentimenti di rabbia, sfiducia o ingiustizia di fronte a nostre debolezze o a difficoltà apparentemente esterne (è infatti una visione distorta quella che ci fa credere che i problemi siano fuori di noi. In realtà possiamo ben capire che le loro cause, dirette o indirette, sono comunque da ricercarsi dentro noi stessi).

2) Occorre portare allo scoperto le nostre problematiche; rimuoverle significherebbe potenziarle, diventare nei loro confronti ancora più fragili, deboli e indifesi, poiché il nemico è quanto più pericoloso quanto più agisce non visto. Il nostro sforzo dovrebbe essere quello di affrontare ogni crisi non appena essa si manifesti, non appena la si riconosca come tale. Negare la crisi creandosi false giustificazioni o alibi, vuol dire far crescere e strutturare il problema in profondità, fino a che la ricerca di una soluzione diventa sempre più difficile ed impegnativa, sia in termini di tempo che di sforzi ed energie.

3) Il nostro futuro è sempre modificabile, dunque la cosa più importante e davvero determinante sarà la nostra reazione alla crisi. Il passato è un percorso concluso, ma tutto ciò che sta nel futuro è aperto alla trasformazione. Non c’è dunque niente di fisso o di prestabilito irrevocabilmente.

Dovremmo prendere le distanze emotive dalla crisi, capirne l’entità, comprendere la sua funzionalità evolutiva, considerarla come l’occasione per risolvere i problemi, superare i propri limiti e ascendere a piani superiori di consapevolezza, gioia e amore. In sintesi la crisi è uno squilibrio, una disarmonia che ci chiama ad un cambiamento, che spesso richiede raccoglimento, trasformazione, sublimazione e trascendimento degli opposti e che può essere definitivamente superata verso l’alto soltanto grazie alle facoltà più elevate dell’individuo, alla sua adesione all’ordine etico universale (dharma) e alla riscoperta della Bhakti, il rapporto di Amore con Dio nella Sua triplice espressione: 'Creatore-creato-creature'. Per risolvere la crisi occorre situarsi su di un piano di consapevolezza trascendente l'ego e penetrare lo spazio della coscienza profonda di se stessi, della propria essenza spirituale, laddove disarmonie ed opposti si ricongiungono in una superiore e sublime armonia. A tal fine non servono tanto la cultura o la mera acquisizione di dati quanto la saggezza, quel bene inestimabile che scaturisce dalla gloriosa unione di alta conoscenza, esperienza e coerenza di vita, attraverso la quale si raggiunge la felicità intrinseca, che non dipende da ciò che accade all'esterno. La felicità non è un'utopia se impariamo a camminare nel mondo in armonia con l'Ordine divino che regola la vita del cosmo e di ogni essere. Allora, ogni passo che compiamo su questo illuminato sentiero rompe un equilibrio, ma soltanto per costruirne uno superiore. Nella propria vita ogni individuo ha da confrontarsi con crisi, tensioni e conflitti emotivi, ma questi non sono di per sé negativi; lo diventano solo nel momento in cui non si riescono a gestire e, rimanendo irrisolti, producono nevrosi. Se vengono invece affrontati con la giusta attitudine, con consapevolezza e motivazione elevata, essi possono rappresentare persino l'indispensabile stimolo evolutivo per rafforzare le proprie qualità e per giungere ad equilibri superiori attraverso il riconoscimento e il superamento di alcuni propri limiti. Riesce infatti a sviluppare una personalità sempre più matura e integrata colui che impara a risolvere le naturali tensioni che emergono nel proprio intimo e quelle prodotte dall'esterno, facendo sì che non si cronicizzino ma anzi risultino occasioni importanti per acquisire ulteriori esperienze formative. A questo proposito Adler spiegava: 'Difficoltà piccola, uguale normalità; difficoltà grande, uguale nevrosi'. Chi sa riconoscere le particolari crisi emotive e tendenze nevrotiche cui è soggetto, sarà maggiormente in grado di evitare che esse degenerino in veri e propri disturbi della personalità. Tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne. Nessuno dovrebbe sentirsi al di sopra di tali tensioni; dovremmo piuttosto imparare a gestirle in maniera costruttiva evolutiva, mettendo in pratica un processo di trasformazione e rieducazione interiore che ci permetta di armonizzarle e trascenderle, e ciò è possibile soprattutto attraverso gli insegnamenti e lo stimolante esempio di vita di persone equilibrate, con elevato livello di coscienza, che possono essere modelli di riferimento nel lavoro che dobbiamo fare su noi stessi.

25 gennaio 2009

'Tecnologia del Mantra' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Tecnologia del Santo Nome e i rapporti tra i vari livelli di psiche e coscienza.

Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sul rapporti intrapsichici dell'essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificita' di linguaggio cosi' alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente.

Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realta' metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi[134] con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realta' ottenuto medi'ante la meditazione su di un mantra.

Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-Brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica e' definita Nama-smarana e costituisce, in questa tradizione, l'essenza di tutte le attivita' religiose, nonche' l'esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija e' costituito dal maha-mantra.

Le esperienze a livello nama, cioe' a livello della conoscenza verbale, a livello rupa[135] ed al livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti[136] che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un'impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell'inconscio.

L'intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell'Hari-nama e' il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra "vritti di ritorno"[137]. La concentrazione sull'Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l'Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondita' ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di 'grazia divina', ma anche quello di 'purificazione'. Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l'affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle "di ritorno" prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)[138] che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori viitti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione.

Quest'ultima e' ovviamente essenziale nella pratica del nama smarana. Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell'io storico. Questo e' un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realta' trascendente, ovvero quel "guado coscienziale" che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio.

Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una "mono-vritti" dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra[139], che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza. Non si tratta di un'azione volta all'annullamento dell'ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi cosi' com'e'. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico.

Il termine sanscrito mantra significa "ciò che protegge la mente". La vibrazione sonora del mantra armonizza la mente e la protegge dal pensieri tossici. Quando si e' smarriti, negativi, depressi o comunque emotivamente alterati, cantare o recitare il mantra con sincerita' può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre uno stato di serenita', gioia, visione e ispirazione. Il mantra e' la forma sonora della verita' (satyarupa) e, nella tradizione vaishnava, il maha-mantra rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze. Ogni sillaba e' densa di energia spirituale e può trasformare l'energia psichica, da disecologica in ecologica.

Dopo la purificazione del cristallo mentale, il campo della coscienza può attingere direttamente dal piano della Realta' e si popola di immagini, ricordi, visioni, suoni ed emozioni spirituali, cosi' da consentire la consapevolezza della individualita' ontologica o nitya svarupa.


[134] Visualizzazíone di un certo livello di realta' metafisica.

[135] Lett. 'forma', non solo grafica.

[136] Lett. 'Modificazioni mentali', 'vibrazioni', 'vortici'.

[137] Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.

[138] 'Ricordo'. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri,
'ricordare', cui corrisponde etimologicamente l'italiano 'memoria'.

[139] Il Mahamantra si compone di tre Nomi divini: Hara, Krishna e Rama, che indicano rispettivamente l'energia spirituale del Signore, il Suo fascino e la Sua beatitudine. Nel Mahamantra questi tre Nomi sono declinati al caso vocativo, ad espriamere lo spirito d'invocazione in cui dovrebbero essere recitati; ecco come si presentano:

HARE KRISHNA HARE KRISHNA
KRISHNA KRISHNA HARE HARE
HARE RAMA HARE RAMA
RAMA RAMA HARE HARE

Tratto dal libro:
Divinita' Umanita' e Natura.
Il Monoteismo nella Tradizione Vaishnava.


24 gennaio 2009

'IL MANTRA' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

C’è una forma di Yoga chiamata nada-yoga che è conosciuta come mantrica, ovvero che utilizza il mantra. Attraverso l’utilizzo di aggregati sonori, si ottengono accostamenti a dimensioni diverse da quelle che l’umano generalmente frequenta. Il termine sanscrito mantra significa 'strumento di pensiero', e anche 'ciò che protegge la mente'.
La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. E' efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa. La letteratura vedica è costituita da un numero incalcolabile di mantra. Tra questi il Mahamantra o 'grande mantra' è il più importante nella spiritualità vaishnava poiché tradizionalmente rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze o shakti. Ogni sillaba è densa di energia spirituale, e può trasformare l’energia psichica da disecologica ad ecologica. Il Mahamantra dunque è il Signore supremo fattoSi strumento per consentire agli umani di purificare le proprie menti, provocando in loro un cambiamento di coscienza e fornendo una spinta ascensionale che li rende capaci di spezzare tutti i vincoli egoici, di riarmonizzare le varie istanze interiori e di sviluppare le facoltà superiori latenti. La pura, trascendente vibrazione del Mahamantra, quando esso viene cantato, invocato o meditato con attitudine adeguata, consente di schiarire il campo mentale, di sentirsi in armonia con tutto il Creato e di provare sentimenti profondi di amore e gratitudine per Dio.
Il mantra dunque è la forma sonora della Verità (satya rupa), e nel caso del Mahamantra è così composto:

HARE KRISHNA HARE KRISHNA
KRISHNA KRISHNA HARE HARE
HARE RAMA HARE RAMA
RAMA RAMA HARE HARE

Krishna è un nome di Dio che significa 'l'Affascinante', Rama invece si riferisce al Supremo come a 'Colui che dà piacere' e Hara (nel mahamantra al vocativo) designa l'energia di Amore di Dio, o Hladini shakti.

'A Wonderful Mind: Come trasformare una mente ribelle in una mente meravigliosa' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Da tempo immemorabile, tra l’anima e la psiche si combatte una perenne battaglia per il predominio della coscienza. Per l’essere umano condizionato, i dilemmi più penosi sono creati dalla estenuante tensione tra i due poli, che presentano soluzioni tanto diverse quanto sono diverse le loro motivazioni. Tali tensioni perdurano fintanto che l’io storico - prodotto di scelte arbitrarie della psiche - non viene armoniosamente reintegrato nel campo energetico dell’anima. I dubbi che la mente talvolta insinua sono legati al cangiante e mutevole mondo dell’impermanenza, ed è normale che il fenomeno si intensifichi in prossimità di scelte di vitale importanza, o subito dopo. In ciascuna di queste fasi è l’ego falso che protesta, ma non fatevi intimorire. Finora l’ego l’ha fatta da padrone, ha oscurato il vostro vero sé, vi ha tiranneggiati impunemente vita dopo vita, vi ha resi schiavi di illusori progetti di felicità, di farneticanti ambizioni. Adesso che lo state spodestando, che state per riguadagnare la libertà, ovviamente si ribella. Ogni condizionamento produce qualche forma di nevrosi, e i condizionamenti spesso sono più di uno. Da tempo immemorabile dentro di noi sembra che convivano due “esseri”. Il primo e più insistente è l’io inferiore, detto anche “falso ego”: sospettoso, arrogante, orgoglioso, egocentrico, insoddisfatto e irritabile. E’ come una bestia scaltra e famelica, sempre in cerca di preda nella forma di prestigio e piaceri illusori. La seconda è l’io superiore, il sé, l’essere spirituale nascosto, l’atman, la cui chiara voce di saggezza solo raramente abbiamo udita ed ascoltata. Nello scontro tra questi due “esseri” vincerà certamente quello che nutriamo di più. Più prestiamo attenzione agli insegnamenti spirituali, più li contempliamo e li integriamo nella nostra vita di tutti i giorni, più si risveglia e si rafforza in noi la voce interiore, la saggezza innata del discernimento che, nella cultura della Krishna-bhakti, nel Gaudiya-Vaishnavismo, è chiamata tattva-viveka, consapevolezza discernente. Se incominciamo a distinguere tra le insistenti, suadenti quanto ingannevoli voci dell’io – che peraltro non ha alcuna esistenza propria - e la veritiera voce del sé – realtà immortale - e scegliamo deliberatamente e irrevocabilmente la guida della seconda, questa ci apre la luminosa via della libertà, della salvezza, della gioia e dell’Amore. Allora e solo allora inizia a manifestarsi in noi il chiaro ricordo della nostra autentica natura - una e indivisa - quella spirituale, in tutto il suo splendore e divina verità. A quel punto i vaneggiamenti dell’ego falso non distolgono più dalla retta comprensione-visione e anche gli ultimi dubbi cessano, e con essi i capricci della fu mente ribelle. Poiché il vero ostacolo alla realizzazione spirituale è la mente ribelle, una volta conquistata e resa docile strumento sotto l’egida dell’anima è possibile sperimentare prontamente la felicità ineffabile dell’estasi. L’esperienza psicologica dell’inferno precede l’ascesa al Cielo, passando quasi invariabilmente per la fase intermedia del Purgatorio. Il primo passo concreto su questo sentiero è l’abbandono a Dio, espresso poi anche formalmente dal rito dell’iniziazione (Hari-nama diksha). Del resto, la vita iniziatica - dono divino che permette di trasformare in un puro diamante la mente - richiede chiarezza, onestà, coraggio e fermezza. Infatti, quando si sono sufficientemente praticate e sviluppate nel carattere queste fondamentali qualità, la Grazia Divina discende e tutto s’illumina, la ex plumbea mente si colora di aurei bagliori, l’anima è strappata alla schiavitù della materia e si libra in Cielo…Solo allora l’evoluzione spirituale diventa rapida e prende concretamente realtà, anche nel mondo tridimensionale.