08 maggio 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Prima)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il tema che ci accingiamo ad affrontare, con un programma di domande e risposte, è di natura specificamente sociologica: in che modo una persona che adotta i principi etici della Scuola vaishnava di Caitanya può vivere nella società del terzo millennio. Questi antichi insegnamenti si possono ancora vivere nel mondo, in mezzo a persone che lavorano, che concepiscono la vita e le relazioni in un modo che è piuttosto lontano dai valori della tradizione? In questa società dove la comunicazione ha raggiunto livelli di velocità sorprendente, ma altrettanto sorprendenti livelli di scadente qualità, quali sono le condizioni ideali o gli adattamenti da fare per applicare nella società odierna la scala di valori fornita dalla civiltà dei Veda?

DOMANDA: Il mio problema è appunto comunicare con l’esterno, addirittura comunicare con la famiglia.
Comunicazione implica due parti che entrano in contatto. A trasmette, B riceve; B trasmette, A riceve. Spesso, quando da una parte c’è comunicazione, c’è anche dall’altra e, ugualmente, quando da una parte c’è difficoltà nel comunicare, c’è anche dall’altra. Probabilmente le difficoltà che tu incontri nel comunicare con la famiglia sono altrettanto forti da parte della famiglia nel comunicare con te. C’è sempre da capire, quando trasmettiamo, come mai il messaggio non venga ricevuto, oppure perché viene ricevuto in maniera distorta. A volte dobbiamo aggiustare la modulazione di frequenza, a volte il linguaggio, a volte i tempi o le circostanze, a volte i temi da comunicare. In alcuni casi può succedere che partiamo troppo dall’alto. Io mi sono trovato, ad esempio, insegnando all’Università, ad iniziare una lezione e rendermi conto dopo pochi minuti che le persone di fronte a me non erano preparate per gli argomenti che stavo presentando, quindi ho dovuto applicare una strategia di adattamento. La comunicazione è una vera e propria scienza, richiede sensibilità, attenzione, una buona dose di rispetto per gli altri. Non credo che tu non abbia questo rispetto, ma dico che spesso manchiamo di sufficiente attenzione nel valutare i bisogni e gli interessi degli altri. Se noi siamo consapevoli di tutto questo, generalmente miglioriamo la nostra comunicazione. Magari non è possibile al livello che vogliamo noi, dobbiamo magari abbassarci un po’ di quota ed aspettare pazientemente che i nostri interlocutori siano pronti per tornare alla specificità del messaggio.

DOMANDA: Ho conosciuto individui che hanno operato una certa scelta di vita dopo che ne avevano già fatte altre decisive, come quella del matrimonio, ritrovandosi quindi ad incamminarsi sul nuovo percorso con i presenti compagni di vita. Sapendo quanto determinate scelte modifichino aspirazioni, ambizioni ed obiettivi, e sapendo che una coppia si lega tanto di più se ha obiettivi in comune, desidererei ascoltare una tua considerazione su questo. In un ambiente sociale dove i valori religiosi sono ampiamente condivisi, problemi simili non ve ne sono, ma in una società multiculturale e multireligiosa come la nostra, queste sono tematiche che possibilmente dovrebbero essere prese in considerazione prima del matrimonio. Quando si parla di conflitto, più che di conflitto tra individui dovremmo parlare di conflitto tra visioni della vita. Tale visione determina tutto: la scelta del cibo, la scelta delle amicizie, la scelta dei luoghi da frequentare, del vestiario, degli orari, per cui accade spesso che le due vie si divaricano, e se non c’è un aggiustamento tempestivo, prima che le due posizioni si radicalizzino, non può avvenire altro che una separazione, cosa peraltro non auspicabile. Allora, quando le persone incontrano un nuovo credo, una nuova visione della vita, dovrebbero quanto prima preoccuparsi di farne partecipe il partner che non sa, perché se questi ama veramente, di solito il problema non si pone anzi, generalmente la nuova scelta risolve anche vecchi problemi rimasti insoluti. Uno stile di vita che ha alla base l’accettazione di una scala valoriale è molto stimolante: significa rinascere, ringiovanire, riscoprire il gusto della vita. Se però il partner non ne vuol sapere, allora è una cartina di tornasole. In questo caso è infatti una riprova che la relazione di fatto era già finita. Ciò significa che una vera relazione non c’era mai stata, oppure si era sempre mossa su di una base selvaggiamente individuale, dove ognuno faceva sempre quel che voleva, per cui comunque nemmeno prima era stato possibile impostare una vita fondata su valori comuni. Dove, invece, c’è autentico interesse fra i due membri della coppia, se c’è una buona relazione, normalmente viene fatto uno sforzo per soddisfare l’interesse del partner. Così come quando i genitori amano davvero i figli, se questi prendono una decisione i genitori cercano di favorirli. Una relazione salda, si dimostra per quello che è nel momento del bisogno, nelle necessità, negli entusiasmi… tra persone senzienti ed equilibrate, si valutano la ragione e le motivazioni dell’interlocutore; se nel tempo si è stabilita una relazione di stima, di fiducia, di rispetto, di apprezzamento, se il partner è stato destinatario di così tanta fiducia da parte nostra, noi abbiamo una fiducia implicita nella persona e quindi anche nella sua scelta. Oppure questa fiducia non c’era, ma allora se non c’era, non dipende dal fatto che noi abbiamo adottato una diversa scala di valori. È che non c’era e non c’è. Non pensate che il rapporto di coppia sia un rapporto rigido, strutturato, ingessato. Quando lo fosse deve essere modificato, perché in ogni caso, indipendentemente dalle scelte che si fanno, un rapporto del genere è inaccettabile e certamente poco duraturo. Spesso una certa scelta del coniuge diventa un alibi, una scusa per troncare definitivamente il rapporto. Se facciamo un’analisi approfondita scopriamo infatti che c’erano anche altri principi, altri ideali che non venivano fatti passare. Uno magari dà la colpa alla moglie, poi cambia moglie e i problemi rimangono gli stessi. Una dà la colpa al marito, poi cambia marito e i problemi non cambiano. Questo perché dobbiamo capire che in molti casi il problema siamo noi, o meglio, il problema è situato dentro di noi. Allora dobbiamo guardare realisticamente al quadro nella sua completezza, sforzarci soprattutto di ascoltare la persona che ci sta di fronte, di capire le sue motivazioni e le sue necessità più profonde, e vedere se ci sono ancora delle possibilità per rinsaldare il rapporto di coppia su una base di valori condivisi. Mai prendere una posizione unilaterale, si possono commettere errori molto gravi e poi se ne pagano le conseguenze. Il punto è che le persone oggi si sposano molto frettolosamente, e lo fanno su basi a dir poco discutibili. Questo è probabilmente il vero problema, che sta alla base di ciò che eventualmente accade dopo. Ci si sposa senza conoscersi, ci si sposa fra estranei, quando si fanno, si fanno patti che nessuno dei due è poi in grado di mantenere, perché non ci si conosce profondamente, perché il livello di conoscenza è suggestionato, deviato, defletto, disturbato da molti stereotipi, principalmente culturali, diffusi dai mass-media. Per la stragrande maggioranza delle persone la realtà dell’individuo si ferma al corpo, per cui il carattere, le motivazioni, le tendenze profonde (vasana e samskara) non vengono nemmeno prese in considerazione, e quando poi le persone vanno oltre la vernice e si trovano di fronte ad aspetti profondi della personalità dell’altro, spesso debbono amaramente constatare che non hanno fatto una buona scelta.

DOMANDA: Quando sono nati anche dei bambini frettolosamente, è giusto mantenere unita la coppia fino a che i figli non sono cresciuti? Alle volte ho sentito questa scelta giustificata dalla responsabilità di genitore.
Nel corso della vita ho avuto modo di testimoniare molte situazioni. Ho testimoniato grande sofferenza, ho ascoltato storie molto dolorose, ho visto commettere numerosi errori e ritrovarsi in situazioni drammatiche. In alcuni casi sono stato testimone già nel periodo intermedio della frattura o separazione; a volte ho visto invece nascere le prime fasi di questo allontanamento, e in certi casi ho potuto intervenire in maniera benefica. Ogni caso va studiato a sé, singolarmente, perché anche se rientra al cento per cento nella casistica generale, ha le proprie peculiarità. Premesso questo, io non sono un sostenitore del divorzio, ma debbo dire con rammarico che qualche volta la situazione è così tragica che le persone non si possono più tenere assieme, sarebbe una violenza. Talvolta si sprigionano forze così distruttive, che i bambini sono i primi a farne le spese, magari in maniera irreparabile. Allora, per il bene dei bambini e anche per quello dei coniugi, dovremmo in tempo utile, quando la situazione non ha ancora raggiunto livelli di non ritorno, proporre qualche sana pausa nella relazione, senza però lasciare che il vuoto sia riempito da una terza persona, che in molti casi peggiora il disastro. Questa pausa per essere benefica deve essere una pausa di riflessione profonda; possibilmente, se queste persone hanno un Maestro spirituale, dovrebbero stare con lui o strettamente in contatto, in maniera che possano rafforzare lo studio, la meditazione, il servizio devozionale, in modo da favorire una possibilità effettiva di un recupero di coscienza a livello più alto, dal quale si possa smontare la causa della conflittualità. Se neanche questo è possibile, e se il conflitto diventa violento, la separazione è sicuramente migliore di una ottusa insistenza nel voler mantenere insieme due persone che si ledono vicendevolmente.

27 aprile 2009

'Sesso Illecito' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Nell’ISKCON ci viene insegnato di seguire i quattro principi regolatori, tra i quali l’astensione dal sesso illecito, che spesso è il più critico di tutti. Comunque ci sono situazioni dove un membro della coppia non è d’accordo nella messa in pratica della restrizione sessuale, e questo può portare ad una drastica rottura del matrimonio. Cosa si può fare in questi casi?

E’ una questione scottante, che richiede una chiarificazione onesta ed urgente. Non è la prima volta che ne parlo, ma fin’ora l’ho fatto con studenti molto intimi. Secondo ciò che ho imparato dagli insegnamenti di Shrila Prabhupada, sono solito distinguere tra due categorie di sesso illecito: la prima riguarda l’attività sessuale nel periodo pre-matrimoniale o fuori dall’ambito matrimoniale; la seconda riguarda invece la stessa attività all’interno del vincolo matrimoniale, tra una coppia regolarmente unita di fronte a Dio, con l’autorizzazione e la benedizione del Maestro Spirituale, che santifica il matrimonio. Entrambe le categorie vanno sotto il nome di sesso illecito – per usare un’espressione familiare ai devoti – tuttavia credo che non ci sia paragone tra le conseguenze del sesso illecito extra-coniugale, e quelle generate dal sesso illecito all’interno di una coppia religiosamente costituita. Il termine “sesso illecito” è usato per sottolineare che gli organi sessuali non sono giocattoli e, sia per gli uomini che per le donne, la loro funzione specifica, oltre a quella diuretica, è quella della procreazione. Così come qualsiasi altro strumento, non solo corporeo, anche gli organi sessuali esistono ad uno scopo ben preciso; qualsiasi altra funzione per la quale vangano impiegati è detta perciò impropria o “illecita”. Ricordiamo che l’essere incarnato subisce molti condizionamenti, poiché assieme ad un certo corpo eredita un enorme bagaglio karmico di samskara1 e vasana2. Per alcune persone quindi l’impulso può essere così forte che, nonostante tutte le buone intenzioni, possono verificarsi alcuni errori. Ma una cosa è l’errore che si verifica all’interno della coppia sposata, ben altro è l’errore fuori dal matrimonio. Fuori dall’ambito della coppia regolarmente sposata, l’errore è disastroso, sia a livello personale che sociale, mentre all’interno di quello stesso ambito il danno è contenuto - comunque sto ancora parlando di danno, quindi non fraintendete. Per Grazia divina, ho sempre sottolineato vivamente l’importanza di seguire i principi regolatori, e non sto affermando ciò che avete appena sentito per promuovere un comportamento differente, uno standard diverso. Credo che coloro che si sono posti come obiettivo la realizzazione spirituale e aspirano a sviluppare il puro amore per Dio, dovrebbero seguire rigorosamente i principi della libertà, ed evitare quindi di dedicarsi ad attività sessuali illecite. Allo stesso tempo, in molti anni di esperienza nel consigliare persone di varia età, ceto e cultura, ho testimoniato molte sofferenze causate dall’applicazione acritica e intransigente della legge. Le persone vivono su differenti piani di coscienza: è un’eccezione trovare due persone allo stesso livello, anche se entrambi desiderano sinceramente diventare devoti insieme. In una coppia c’è spesso un partner che compie un avanzamento più veloce, mentre l’altro potrebbe rimanere ad un livello stazionario per un po’ di tempo. Questo generalmente genera un divario. Sto consigliando da decenni ai coniugi di aiutarsi l’un l’altro, di essere pazienti e tolleranti. Se uno dei due ha bisogno di aiuto, l’altro dovrebbe offrirglielo generosamente. Forse non ho sottolineato abbastanza questo fatto … ritengo che una persona dovrebbe seguire rigorosamente i principi regolatori, ma ora sto parlando di casi che potrebbero portare a serie agitazioni in una famiglia, e spesso anche al tradimento. Non sto sostenendo che qualcuno dovrebbe abbandonare il principio della purezza, ma bisogna capire che le persone possono essere curate solo con amore ed affetto costanti. Se tra marito e moglie ci sono effettiva sincerità e amicizia, in qualche misura ci saranno anche amore ed affetto reali; se c’è la volontà di aiutare l’altro a superare i propri limiti, allora si possono fare, con accortezza, alcune concessioni, evitando così grossi disastri, seri e irreparabili. Ho visto persone che con rigidità hanno represso a lungo i loro impulsi e infine hanno abbandonato i loro voti religiosi.
Considerando allo stesso modo il sesso illecito extra-coniugale e le occasionali debolezze che possono insorgere nella vita coniugale, mostreremmo carenza di maturità culturale e di comprensione spirituale. Per correggere il carattere di una persona o per curare una malattia, dobbiamo favorire la guarigione attraverso un metodo progressivo e non usando proibizioni unilaterali. Un dottore esperto sa sempre come e quando somministrare le medicine. Non mi sorprenderei se una giovane coppia tra i miei studenti una volta ogni tanto cedesse in effusioni che vanno oltre il limite. Certamente è cosa che non incoraggio, perché in tal modo si accresce l’identificazione col corpo, si disperdono preziose risorse psichiche e ci si distrae dal vero obiettivo della vita: la Krishna-bhakti.

Repressione e sublimazione.
Chiunque reprima gli impulsi sessuali senza essere in grado di sublimarli - il che comporta un incremento della sadhana e attaccamento a guru e Krishna - non sarà in grado di resistere abbastanza a lungo, e si dirigerà inevitabilmente verso una caduta. Queste cadute potrebbero essere così serie che l’individuo moralmente e spiritualmente prostrato, potrebbe non essere più in grado di riprendersi, almeno nel corso di quella vita. Come insegnano le scritture Vedico-vaishnava, solo poche persone, in quest’era, sono già così evolute da potersi astenere completamente e immediatamente dall’attività sessuale. La maggior parte degli individui ha bisogno di un distacco graduale, protetto dall’istituzione del matrimonio, e regolato dai quattro principi - fondamento necessario per la conduzione di vita etica e il perseguimento della realizzazione spirituale. La gestione delle emozioni richiede grande competenza e maturità, sia culturale che spirituale. Gli insegnamenti delle Scritture e la guida del Maestro Spirituale è quindi imprescindibile, specialmente nei momenti cruciali della vita, quando una persona deve fare scelte fondamentali - ad esempio quella riguardante l’ashrama- che, se mal condotte, potrebbero mettere a repentaglio o bloccare l’avanzamento spirituale. Sia la repressione degli impulsi che l’indulgenza priva di controllo possono produrre nevrosi e seri disturbi della personalità. La psicologia vedica spiega che le energie psicofisiche, indispensabili per il viaggio verso la trascendenza, non dovrebbero essere mai negate o represse, né disperse indiscriminatamente; dovrebbero invece essere usate correttamente, in maniera vantaggiosa e propedeutica allo sviluppo della personalità. In altre parole, dovrebbero essere impiegate nella procreazione o sublimate attraverso l’impegno nel servizio devozionale. Harinama japa e nama sankirtana, l’adorazione delle Divinità e le compagnie spirituali sono gli strumenti migliori per superare i problemi legati alla lussuria. L’esperienza ci insegna che attraverso la disciplina del bhakti-yoga, non solo è possibile sublimare gli impulsi - con l’eliminazione della loro carica inconscia distruttiva - ma anche reintegrarli su un piano di coscienza pura, come rasa divino. Viceversa, quando si cede indiscriminatamente a tali impulsi, questi annebbiano, oscurano la coscienza, provocando confusione, frustrazione e sofferenza; sopraffanno il soggetto con concezioni effimere e identificazioni con il corpo, lo predispongono a tendenze ed istinti distruttivi. La scienza della bhakti mira all’esatto opposto: rendere le persone pienamente coscienti delle loro natura divina e della loro relazione d’amore con Dio, per il benessere di tutti, e primariamente di sé stessi. Il secondo e il terzo capitolo della Bhagavadgita ci insegna che chiunque reprime certi impulsi ma nella mente continua a covare attaccamento per gli oggetti del piacere - persistendo nella loro contemplazione e desiderandoli interiormente - non avrà successo sul sentiero dello yoga. Dobbiamo imparare a distaccarci dagli oggetti dei sensi non solo fisicamente (tyaga) ma anche psicologicamente (vairagya), trascendendo il desiderio; e per questo c’è una disciplina, un percorso da seguire, con metodi e tempi che differiscono parzialmente da persona a persona, secondo i vari livelli di coscienza e le condizioni psicologiche dell’individuo in questione. Questi metodi sono ovviamente tutti finalizzati al raggiungimento del medesimo obiettivo: superare l’identificazione col corpo e la tendenza alla effimera gratificazione sensoriale per sviluppare la pura bhakti. Krishna dice che per abbandonare il gusto inferiore, condizionato e condizionante, fonte di molteplici sofferenze, e per riorientare le dinamiche fisiche e mentali, è necessario provare un gusto superiore: “L’anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale”. (Bg. II.59).

Decisioni giuste e decisioni sbagliate.
Chi si assume l’alto magistero di insegnante spirituale dovrebbe possedere una chiara visione delle reali potenzialità di un aspirante discepolo e non accettare da parte sua, soprattutto se in giovane età e se non ha mostrato segni tangibili di maturità e dominio sui sensi, un voto di celibato che impegna per tutta la vita. Questa maturità dovrebbe essere distribuita sui piani cognitivo, emotivo e comportamentale. Una scelta che in termini assoluti è la migliore, per mancanza di adeguata preparazione e se effettuata nel periodo sbagliato, può produrre seri danni. Se non aiutata, la persona che incorre in queste difficoltà generalmente sviluppa un senso di fallimento personale e un pesante senso di colpa che col tempo causano inibizione, depressione, blocchi emotivi e ostacoli nel progresso spirituale. Il senso di colpa appena descritto può essere definito patologico, contrariamente a quello salutare e benefico che sorge quando il soggetto, consapevole dei propri errori, se ne pente profondamente e trova in sé stesso, in guru e in Krishna, la forza per superarli. Nell’ambito del grihastha ashrama, in tanti anni ho potuto testimoniare una vasta sintomatologia e numerosi danni causati da decisioni affrettate e mentalità rigida. Molti matrimoni sono falliti perché il coniuge che trovava difficoltà nel controllo dei sensi, di fronte ad un partner rigido è andato a cercare gratificazione fuori dal matrimonio, avviando storie extraconiugali, quindi tradendo il coniuge e producendo così una condizione infernale per tutte le persone coinvolte. Queste situazioni generano grande imbarazzo e dolore; condannano i figli a sperimentare angoscia e modelli di vita negativi, e il consorte ad angosciarsi e a soffrire profondamente. Affetto vero significa andare incontro ai bisogni degli altri, prendere in seria considerazione ogni effettiva necessità che nasce all’interno della famiglia. Se una persona ritiene di non potersi o di non volersi concedere certi compromessi, allora non dovrebbe sposarsi, perché se lo fa se ne pentirà amaramente per il resto della vita. Coppia significa due persone, due persone che promettono di aiutarsi reciprocamente per la vita. Se una delle due si trova nel bisogno e l’altra non aiuta, tale rifiuto ostacolerà l’avanzamento spirituale di entrambe, rifiuto che non può essere sostenuto in nome della devozione a Krishna. Potrà magari esserci imbarazzo, o qualche altro tipo di sentimento simile, ma in alcune occasioni si deve fare uno sforzo per aiutare, in questo caso per aiutare colui o colei che abbiamo scelto come compagno/a di viaggio. Ho testimoniato molte situazioni conflittuali ed ho raggiunto la profonda convinzione della necessità di una mediazione, di affetto reciproco, di reciproca attenzione. Quando il desiderio di avere rapporti assume una proporzione psicologica pericolosa - dando vita ad un’idea fissa, ad una vera e propria nevrosi - si dovrebbe agire come con qualsiasi altra malattia, cercando un rimedio e una cura. Per esperienza posso affermare che quando le persone vengono dirette e consigliate con affetto e comprensione, oltre che con fermezza, risolvono bene i loro problemi, trovando gradualmente un equilibrio, sviluppando distacco e serenità, scoprendo un tipo di affetto che non si basa sul rapporto sessuale. Il vero affetto, quello spirituale, non richiede rapporti sessuali o contatto fisico. Questo tipo di affetto è obiettivo e risultato finale della bhakti, e si ottiene dopo lunga e costante pratica; non è quindi il punto di partenza. All’inizio la coppia deve sforzarsi di superare una serie di ostacoli, ma per avere successo in questo, lo sforzo deve essere unito a capacità ed esperienza sufficienti, oltre a maturità culturale e spirituale in coscienza di Krishna.

Condizionamenti culturali.
Ho parlato di doveri religiosi, ma dovremmo spendere qualche parola anche sull’ambiente culturale in cui ciascuno di noi - consapevolmente o meno - vive. Nell’ultimo secolo, la cultura occidentale si è lasciata affascinare in maniera crescente dal razionalismo e dal materialismo, inquinandosi ed inquinando progressivamente con una letteratura pseudo-scientifica, che ha contribuito considerevolmente allo sviluppo di un comportamento sessuale pericolosamente permissivo. Questa letteratura ha indotto le persone a pensare all’erotismo e agli atti sessuali come qualcosa di strettamente necessario, di inevitabile, vitale, paragonando il desiderio sessuale al bisogno di cibo, di acqua e di aria. Non solo la soddisfazione di questo impulso è stata presentata come imprescindibile; si è anche dichiarato che chiunque lo trascura, svilupperà disturbi psicologici. E’ difficile calcolare l’ampiezza del danno che tale mentalità ha causato e sta causando. Si tratta veramente di una piaga sociale e psicologica, sia a livello collettivo che a livello individuale.

Affetto spirituale.
Sul piano della realizzazione spirituale, dell’affetto spirituale e dell’amicizia, il rapporto sessuale diventa totalmente inutile, estraneo e artificiale. Ma, come sappiamo, le persone raggiungono la perfezione dopo molto sforzo. Secondo gli shastra una coppia sposata che riesce a non incorrere nel sesso illecito si trova sul sentiero diretto verso la perfezione. Fino a quel momento ci sono numerose distrazioni e la realizzazione spirituale è qualcosa di ancora vago, velato. I risultati di una ricerca scientifica fatta da alcuni universitari americani (Wisconsin, 1968), ha confermato le autorevoli affermazioni degli shastra dimostrando che numerose coppie possono ben vivere senza avere rapporti sessuali, posto che coltivino interessi elevati e valori etici. L’astensione dal sesso extra-coniugale, che genera condizioni infernali nella coppia e nella relazione tra genitori e figli, quindi nella società, dovrebbe essere perseguita con determinazione. Il sesso illecito nell’ambito della coppia sposata può essere paragonato al metadone dell’eroinomane. Il metadone è meglio dell’eroina (rapporto extra-coniugale), ma ancora meglio del metadone è superare il problema. Anche il metadone infatti crea dipendenza, seppur non così forte e devastante come quella causata dall’eroina. Come ho detto in numerose occasioni, in definitiva, per risolvere ogni tipo di problema, economico, sociale o emotivo, la vera soluzione è sviluppare una mentalità cosciente di Krishna. Vista l’ampiezza e la complessità della tematica, questa risposta non si propone ovviamente di esaurire in maniera soddisfacente i vari argomenti toccati, ma vuol servire da orientamento per uno studio e una meditazione più profondi sulla tematica(1). Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali(2). Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.

(1) Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali.

(2) Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.

18 aprile 2009

'Amanti Spirituali' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Marito e moglie dovrebbero essere considerati come amici spirituali o come 'amanti spirituali'? Qual è la differenza?

Se l’aggettivo spirituale è autentico, le due espressioni si equivalgono. Ma solo se questo “spirituale” è veramente tale, in quanto oggi è diventato quasi un aggettivo di moda: “Oh, oggi ho conosciuto una persona molto spirituale!”. Nella maggioranza dei casi la gente ha idee molto confuse in merito alla dimensione dello spirito. Ricordo, anni addietro, di aver parlato a lungo di questo con qualcuno che ho dovuto riprendere più volte. Aveva degli amici - dei poeti - che considerava “spirituali”, ma che in verità erano condizionati dal tabacco, dall’alcol, da un linguaggio volgare…che idea distorta di spirituale! Allora ho dovuto spiegare ripetutamente il significato del termine, cinque, sette, dieci volte, finché alla fine è stato colto. Ma l’idea è tutt’oggi spesso vaga, quindi meglio chiarire sin dall’inizio. Se i due coniugi, anziché essere amanti spirituali, sono amanti carnali, in tal caso debbono essere conosciuti come grihamedhi, il che è ben diverso da grihastha. La principale distinzione è che per i grihastha l’obiettivo è la realizzazione spirituale, mentre per un grihamedhi lo scopo è quello di ottenere un bella moglie o un bel marito da godersi (naturalmente sappiamo che è solo un tentativo destinato ad un triste epilogo). Queste sono le due categorie. Un guru deve chiedersi se il soggetto che gli sta di fronte desidera sposarsi per alimentare la propria gratificazione sensoriale oppure, come nel caso di uno spiritualista sincero, scegliere un rappresentante dell’altro sesso sinceramente interessato alla realizzazione spirituale come compagno/a per un viaggio di evoluzione. Questa è la distinzione da fare: persone che si uniscono per godere e persone che si uniscono per offrirsi reciproco aiuto nella realizzazione spirituale. Noi prenderemo esclusivamente in considerazione la seconda categoria; la prima è già abbastanza studiata da sessuologi, psicologi ed altri ricercatori. A noi interessa il caso di coloro che desiderano formare una famiglia come strumento propedeutico alla realizzazione spirituale. Un uomo, una donna potrebbe pensare: “da solo/da sola non ce la faccio”. Potrebbe pensare di non essere ancora pronto/a per vivere come brahmacari o brahmacarini. Quindi si metterà in cerca di qualcuno con cui percorrere un tratto di strada, capendo bene sin dall’inizio che lo scopo è quello di aiutarsi reciprocamente ad ottenere la liberazione, a raggiungere l’amore per Dio. Anche nella categoria dei grihastha possono verificarsi dei corto circuiti, perché i corpi ci sono, i sensi e il karma lo stesso. Perciò i due coniugi possono trovarsi un po’ troppo vicini e scambiarsi forme di affetto che superano il limite consentito dagli shastra. Non si tratta comunque di una tragedia, come alcuni l’hanno dipinta, per poi causare tragedie ben più grandi. Probabilmente non risulterò simpatico per simili affermazioni, ma in tutta coscienza e in tutta responsabilità posso sostenere ciò che ho detto, perché a conferma di questa tesi vi sono solide argomentazioni e soprattutto numerosi esempi di vita.

Oltre il condizionamento della cultura moderna.

L’informazione dei media - che la massa erroneamente ed unilateralmente interpreta come segno di progresso ed emancipazione - non stimola affatto un processo positivo di liberazione e vera evoluzione dell’essere umano, ma incentiva il consumo sfrenato che va a beneficio dei grandi gruppi finanziari ed industriali. L’individuo odierno tende all’indulgenza, ad essere accomodante verso i lati deboli del proprio carattere, a lasciare che la propria personalità venga dominata dagli impulsi bio-psichici e dalle influenze esterne. Anche se superficialmente può apparire originale, spontaneo e sicuro di sé, in realtà è decontestualizzato, fragile ed eterodiretto. Controllo non significa repressione o soppressione. La repressione implica una paura irrazionale (tabù) che impedisce l’elaborazione delle energie psichiche, per lo più inconsce. Il vero controllo consiste piuttosto nel governare le manifestazioni di qualsiasi tipo di energia e volgerle verso uno scopo costruttivo. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, ma mi limito all’ambito della nostra analisi: trasformare l’impulso sessuale in una relazione d’amore soddisfacente, processo cui da anni mi riferisco chiamandolo “dall’eros all’amore”. Utilizzando una forza di volontà ben allenata(1), è possibile controllare l’energia bio-psichica attraverso la ragione (logos). Si tratta di un’operazione esattamente opposta a quella che reprime o sopprime gli impulsi, grazie alla quale spinte egoico-distruttive si trasformano in energia ecologica, benefica per l’individuo, per la collettività e per l’ambiente. Tale processo è quello della trasformazione e della sublimazione. Lo stesso principio si applica all’inibizione. La letteratura psicologica moderna - specie quella della scuola freudiana - ha erroneamente attribuito una connotazione negativa alla funzione psichica dell’inibizione. Che si tratta di un errore ci viene confermato anche dalla moderna ricerca fisiologica, la quale dimostra che l’inibizione è una normale funzione neurologica atta a meglio governare l’organismo. Anche dal punto di vista psicologico inibire non significa necessariamente reprimere, ma porre un freno temporaneo ad una reazione della coscienza condizionata, a vantaggio di un comportamento più riflessivo. Riflettere significa attivare l’intelletto, la buddhi, e valutare con distacco emotivo l’evento che ci sta di fronte, senza essere sopraffatti dagli impulsi. L’inibizione diventa patologica se utilizzata in maniera ottusa, acritica, ma è terapeutica quando propedeutica alla sublimazione (cfr. Bg. II.58: Chi è capace di ritrarre i propri sensi dagli oggetti, come la tartaruga ritrae le membra nel guscio, deve essere considerato stabile nella conoscenza). Oggi riflettere non va più molto di moda; gli individui agiscono spintonati dalle miriadi di suggestioni che ricevono dall’ambiente esterno. Per ottenere il massimo profitto le compagnie finanziarie devono trasformare l’individuo in un ottuso consumatore. La massima resa del capitale investito è data da una persona che lavora al massimo della propria capacità psicofisica e consuma al massimo della propria possibilità economica. Ma una persona che vive valori tradizionali (sacrificio, lavoro, risparmio, onestà, famiglia, religione, ecc.) non alimenta il profitto commerciale. Il lavoratore che si accontenta di condurre una vita familiare e sociale basata su valori e comportamento religiosi non è un buon consumatore. La realizzazione spirituale richiede poche spese, richiede il necessario e mai il superfluo. Una donna casta o un uomo casto che la sera non escono per andare “a divertirsi”, non alimentano il profitto economico. Le grandi case finanziarie debbono quindi creare il consumatore, colui che ricerca piacere, intrattenimenti, soddisfazione individuale e materialistica, che spende senza nessun tipo di discernimento. La cultura moderna ha raggiunto questo degrado demolendo i valori etici e sociali - o vettori motivazionali - che minavano lo stabile del consumismo. Sono stati promossi l’evasione fiscale, la libertà sessuale, l’abolizione di ogni proibizione, la svalutazione della famiglia e della sua funzione, lo svuotamento della religione, sono state relativizzate l’etica e l’autorità. Contemporaneamente sono stati indotti innumerevoli bisogni artificiali, e assieme alla moda, agli abiti firmati, alla corsa verso gli status symbol di ogni tipo - da automobili di lusso a vacanze in luoghi particolari - è stato alimentato anche il divorzio.

Rigido e rigoroso.

Spesso, ascoltando Sue lezioni e leggendo Suoi libri, ho sentito Shrila Prabhupada affermare che “sesso illecito è sesso illecito”. Verissimo, ma mentre l’ho sentito tuonare contro rapporti sessuali extraconiugali, ho notato che si mostrava comprensivo e compassionevole - seppur non approvante, mai con atteggiamento complice - nei confronti di coloro che per debolezza venivano meno ai principi della vita familiare. Fate bene attenzione: io non approvo la rottura di questi principi e non intendo diventare complice di coloro che attuano questa rottura, pur entro l’ambito familiare. Ma sono pronto ad essere tollerante, ad offrire aiuto per superare certe debolezze, senza eccessiva colpevolizzazione dell’individuo, perché certi istinti, se negati o brutalmente repressi, scivolano nell’inconscio e creano molto più danno di quando vengono risolti alla luce del sole. Non si può evitare di prenderli in considerazione. Accettare o rifiutare questi istinti è comunque qualcosa da fare coscientemente, con consapevolezza. Si dovrebbero utilizzare tutte le nostre risorse per sublimare gli istinti al livello più alto, quello spirituale, e se qualcuno ci riesce nove volte su dieci ma alla decima fallisce, dovrebbe riprovare fino a raggiungere la perfezione. Ci sono anime spirituali più risvegliate, e altre che lo sono meno; ci sono quelli che hanno più successo e quelli che ne hanno meno, ma l’importante è non fare disastri. Credo che in passato molte tragedie siano avvenute per un’interpretazione rigida anziché rigorosa delle cose, magari in buona fede. C’è una differenza sostanziale tra i due concetti. Ciò che è rigido ha una connotazione negativa, infatti è anche molto fragile. Ciò che è rigoroso invece ha connotazione positiva, infatti è forte. Una negazione rigida, cruda, dura, radicale, seppur in buona fede, significa repressione, ma se certi impulsi non agiscono a livello cosciente, agiscono - e in maniera molto più veemente - a livello inconscio. In un momento di distrazione, in un momento di stanchezza o di scoramento, o in un periodo in cui la nostra percezione di Dio è offuscata, questi impulsi straripano come un fiume che, valicando gli argini, prorompe nel campo della coscienza. E la persona apparentemente innocente diventa abominevole. La vita è una scuola; dobbiamo imparare l’arte della vita. Dobbiamo essere comprensivi verso i bisogni degli altri. Un Maestro Spirituale deve aiutare coloro che sono sinceri ma condizionati ed hanno a disposizione scarsa forza di volontà, ad orientare e canalizzare i loro stimoli verso l’alto, senza brutalmente negarli. Se una persona è assuefatta al tabacco, lasciate che una volta ogni tanto fumi una sigaretta; se uno è alcolizzato, lasciate che beva un bicchiere una volta tanto, e se uno è assuefatto al sesso, lasciate che ogni tanto abbia un rapporto. In questo modo la mente si riassetta per fare sempre meglio. Se un devoto viene aiutato, curato, ispirato, se riceve guida e misericordia dal Maestro Spirituale e comprensione dai vaishnava, e si comporta con sincerità, allora il processo condurrà ad una purificazione dei samskara e dei desideri. La bhakti può correggere e trasformare le tendenze inconsce profonde (vasana). Le negazioni radicali sono un pessimo insegnamento; è per questa ragione che grandi pensatori hanno classificato la religione come uno degli ambiti generanti nevrosi, insieme alla famiglia e al lavoro. La religione, se interpretata rigidamente, alla lettera, è un pericoloso mezzo di condizionamento, di nevrosi, ma se spiegata da un Maestro Spirituale, da sadhu, da persone realizzate, è un mezzo estremamente efficace di realizzazione spirituale. Così come nella categoria albero troviamo migliaia di alberi diversi, nella categoria essere umano troviamo tanti individui tutti diversi tra loro. Non possiamo fare una legge per tutti e renderla rigida al punto che poi non funziona per nessuno. Debbono esserci norme morali generiche ma non possono essere applicate allo stesso modo per ciascun individuo. Le norme generali vanno bene perché l’uomo vive in comunità, è un essere sociale dunque non può negare le proprie necessità sociali. Le norme generiche favoriscono la crescita del gruppo; il confronto tra pari stimola al miglioramento e questo vale anche per gli spiritualisti. Ma anche in legge, tali norme non sono applicabili a tutti gli individui in egual misura. Quindi il legislatore - nel nostro caso il Maestro Spirituale - deve capire le peculiarità di ciascun singolo individuo. La legge rimane la stessa per tutti, ma nell’applicazione si debbono fare delle distinzioni in base ai contesti personali.

DOMANDA: Vorrei verificare la mia comprensione: dovremmo vedere il nostro coniuge come una persona che ci aiuta a sciogliere gli attaccamenti non spirituali che ci sono d’intralcio. Quindi dovremmo vederlo/a come un amico, in un sentimento di reciproco aiuto, come se ci trovassimo nella stessa cordata per scalare una montagna, giusto?

Si, se qualcuno si sente solo ed incapace di salire fino in vetta potrebbe essere sopraffatto da tristezza ed angoscia. Potrebbe mancare l’energia anche solo per cominciare la scalata. Ma c’è la volontà di raggiungere la vetta, che fuor di metafora è il desiderio di realizzazione spirituale, perciò si deve parlare di grihastha e non di grihamedhi. Talvolta è necessario fare il viaggio in due, perché da soli non si ha forza sufficiente, nemmeno psicologica. Cruciale rimane però ricordarsi perché ci si è messi insieme. Quando uno dei due coniugi attraversa un momento difficile, l’altro dovrebbe ricordargli/le questa ragione originaria in maniera molto vivida. Se entrambi se ne dimenticano, non solo non raggiungono la vetta ma si perdono.

DOMANDA: Riguardo alla continenza, all’astensione dall’attività sessuale. Talvolta marito e moglie non riescono a dominare l’impulso sessuale e diventano così “intimi”, assumono atteggiamenti così familiari che alla fine non si rispettano più come dovrebbero, non riescono più a vedere buone qualità l’uno nell’altra.

Domanda molto interessante. C’è una confidenzialità che non fa venir meno il rispetto. Quando diventa eccessiva ed è ridotta al mero piano materiale, allora l’insorgere di mancanza di rispetto e delusione è inevitabile. A poco a poco la zona d’ombra invade anche quella di luce finché la relazione si consuma, si svuota. Durante l’eccitazione, l’entusiasmo del momento, non ci si rende conto di quello che sta accadendo. Se ne accorge colui o colei la cui visione è sufficientemente distaccata, attenta, profonda, capace di discernimento. Proviamo a dare una definizione di amore, perché questo sarà di grande aiuto nel creare categorie e quindi nel comprendere la realtà attorno a noi.

Yasya deve para bhaktir
Yatha deve tatha gurau
Tasyaite kathita hy arthah
Prakashante mahatmanah

“A colui che ripone in Dio suprema bhakti, e come in Dio così nel Maestro spirituale, a quel magnanimo invero si manifesta la Verità della Rivelazione; a quel magnanimo invero si manifesta”. (Svetashvatara Upanishad VI.23).

Sul sentiero della bhakti, l’amore è un sentimento riservato a guru e Krishna. Il cibo, ad esempio, va ingerito attraverso la bocca; potete provare a fare delle palline di riso e ad infilarvele nelle orecchie, ma non funzionerà. Ci si può nutrire via endovena, ma il piacere non sarà lo stesso, e nemmeno la forza che deriva dall’assumere cibo in maniera normale. Shrila Prabhupada diceva: “Insegniamo a tutti ad amare Dio, la Persona Suprema. Se s’impara ad amare Krishna, allora sarà facile amare simultaneamente tutti gli esseri viventi”. (Lettera del 10 Marzo 1970). Solo l’amore ininterrotto per Dio consente di amare tutte le altre creature. Questo è un punto essenziale: la capacità di amare gli altri deriva dall’amore per Dio. Viceversa il cosiddetto amore s’involve, si degenera, diventa qualcosa di egoico e gradualmente scende al livello di ahamkara, l’ego distorto, il riflesso del sé, il riflesso dell’atman sul piano mentale. Cos’è ahamkara? La somma dei contenuti psichici con cui l’individuo si identifica. Su questo piano l’amore si riduce al limitato campo dei contenuti psichici, praticamente negando tutte le vere necessità dell’essere vivente. L’effetto dell’amore per Dio, o dell’amore in Dio (yasya deve para bhaktir) non è come cadere dentro ad un pozzo e rimanerci intrappolati. L’amore per Dio si espande nell’amore per la moglie, per il marito, per i figli, per i parenti, per i vicini, per i cosiddetti nemici ed amici, inonda e benefica tutti.

(1) Come per lo sviluppo di qualità fisiche e mentali, anche per lo sviluppo della volontà è necessaria una disciplina (sadhana bhakti). Gli sforzi verranno ampiamente ripagati, in quanto una volontà buona, saggia e quindi ben diretta assicura il successo in ogni impresa umana. Si confronti in proposito il seminario di S.G. Matsyavatara Prabhu sullo sviluppo della volontà e delle qualità carenti, tenutosi a Busana, Pasqua 2003.

02 aprile 2009

'Grihastha Ashrama' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Credo che la vita familiare, il grihastha ashrama, implichi questioni di interesse universale. Alcuni si sposano, altri no; alcuni hanno figli, altri non ne hanno. Ma anche coloro che decidono di non sposarsi perché desiderano vivere come brahmacari o brahmacarini - impegno ed intento molto nobili - oppure coloro che hanno già superato la fase familiare della vita, otterranno grandi benefici con la conoscenza di certe dinamiche basilari e dei valori che trovano le loro radici nella civiltà vedico-vaishnava anche perché, in ogni caso, ognuno ha fratelli, sorelle, figli, parenti. Dal punto di vista assoluto, non c’è differenza tra brahmacari, grihastha, vanaprastha e sannyasa ashrama, le quattro fasi della vita nelle quali un individuo si colloca per la propria realizzazione spirituale. La mèta della vita non è diventare sannyasi, brahmacari, o grihastha, bensì ripristinare, riscoprire la nostra relazione d’amore con Dio. In questa specifica circostanza parliamo del grihastha ashrama perché si tratta di una fase esistenziale molto frequentata e complessa, in cui tante sono le persone che alimentano i loro problemi e complicano le loro relazioni. Progetti di coppia alternativi alla vita familiare ne sono stati proposti, ma si sono tutti rivelati disastri. In passato molti danni sono stati fatti anche da persone che non avevano avuto esperienze positive in ambito familiare e tuttavia hanno cercato, disastrosamente, di orientare la vita di altri. Quella della famiglia è certamente la tappa più complessa per quanto riguarda l’interfaccia col mondo; si devono affrontare problemi di stretta convivenza, di economia, di sociologia, di educazione e di religione, nonché gestire una serie di relazioni che vanno spesso al di là dell’esperienza di cui l’individuo ordinario dispone.

Liberare chi dipende da noi


Domanda: Nel quinto canto dello Shrimad Bhagavatam, Rishabhadeva dice: “Colui che non può liberare i suoi sottoposti dalle ripetute nascite e morti, non dovrebbe mai diventare un Maestro Spirituale, un padre, un marito, una madre o un deva degno di venerazione. [S.B.V.5.18]. Potresti commentare?


Non possiamo forzare nessuno a tornare nel mondo spirituale, ma possiamo onestamente farci carico della responsabilità di fare qualsiasi cosa ci sia possibile per aiutare una persona a sciogliersi dai suoi legami karmici. Mi è capitato di dover consigliare persone indebitate. Il loro reale problema non era con la banca o con qualcun altro; era il loro comportamento, la loro mentalità, strutturalmente sbagliata. Se qualcuno in un momento di generosità saldasse i debiti di una persona così, questa continuerebbe comunque a contrarli, perché l’insolvenza è radicata nel suo carattere. Continuerebbe ad agire nel modo sbagliato, e quindi a produrre debiti. I debiti karmici hanno un’origine simile: una mente deformata e molti errori commessi. Anche le malattie, ad esempio, sono debiti, ma le dinamiche con cui si generano sono le stesse. La dichiarazione di Rishabhadeva indica che chi assume posizioni di responsabilità, avendo ovviamente le qualità per farlo, dovrebbe fare del suo meglio per rettificare la mente delle persone. Non esiste qualcosa come la buona o la cattiva sorte; esiste il modo di fare le cose, la motivazione, la conformazione della mente e dell’intelletto. Dobbiamo analizzare i vasana, i desideri latenti. Quando i desideri latenti sono negativi, il negativo col tempo fuoriesce. Qualcuno può accumulare denaro e non contrarre debiti, ma la stessa persona può contrarre debiti nelle proprie relazioni, magari creandosi nemici a destra e a sinistra, e quelli sono debiti estremamente pesanti. Altri possono rivelarsi abili nel campo delle relazioni, ma qualsiasi cosa facciano o tocchino, finisce in un disastro. Anche questi sono debiti. Gli shastra ci insegnano quindi che dovremmo controllare i sensi, perché la vita diventa rischiosa quando anche un singolo senso è fuori controllo. Avete notato la psicodipendenza di un fumatore, che furtivamente si allontana per andare a fumare una sigaretta? Avete visto le deformazioni caratteriali di un alcolizzato, o di un cocainomane, o di un giocatore d’azzardo? Vivono nella sofferenza, con laceranti conflitti interiori. Il giocatore d’azzardo sa che sta distruggendo la sua vita e quella delle persone attorno a lui. Nel passato, i casinò più all’avanguadia avevano una stanza con un notaio pronto a scrivere il testamento, dopodiché il perdente poteva spararsi, suicidarsi. I giocatori d’azzardo piangono, sbattono la testa contro il muro; sanno che giocando rovinano loro stessi e le loro famiglie, ma sono sopraffatti dal loro impulso. Vi sono dinamiche simili per gli assassini, o per gli aggressori della purezza altrui. Bisognerebbe quindi educare gli individui a controllare i sensi sin dall’infanzia. Questo è ciò che dice Rishabhadeva. Una persona deve sviluppare autocontrollo, altrimenti come può educare altri? Come può qualcuno che fuma consigliare o ingiungere ad un altro di non farlo? Così Rishabhadeva afferma che chi si assume responsabilità nei confronti di altri, dovrebbe essere in grado di garantire loro la liberazione; garantirla da parte sua, ovvero non mancare in nessun modo, fare del proprio meglio, anche se poi gli individui nella loro autonomia possono scegliere. Tutti debbono fare i propri sforzi, ma chi guida dovrebbe essere di esempio ed educare gli altri a liberarsi dai condizionamenti dei sei impulsi degradanti: quello che induce a parlare di argomenti irrilevanti (dominio sulla parola), quello che produce le fantasie insensate (dominio sulla mente), quello che induce gli atti impulsivi distruttivi (dominio sulla collera), quello che genera desideri gustativi impropri (dominio sulla lingua), e quelli che stimolano lo stomaco e i genitali. In questo senso il padre e la madre dovrebbero essere dei guru, ma ciò non è possibile appieno se si ignora la scienza della realizzazione spirituale.

29 marzo 2009

'Genitori e Figli' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Nei periodi di sconvolgimento sociale come quello che stiamo vivendo è doveroso chiedersi se e come possano sopravvivere rapporti familiari delicati ed essenziali come quelli tra genitori e figli, senza che si smarriscano il senso e lo scopo ultimo di questa relazione basilare per ogni individuo, per la nostra crescita psicologica ed esistenziale. Genitori e figli, oggi, con una struttura familiare sempre meno imperniata su valori morali e spirituali, rischiano di naufragare in una specie di "terra di nessuno" dai confini incerti, dove sentimenti, ruoli e comportamenti devono essere spesso reinventati e sperimentati a prezzo di gravissimi danni umani ed economici. Nell'attuale momento socio-storico l'influenza della cultura atea, materialista, ha progressivamente distolto l'attenzione della grande maggioranza della gente da un percorso di sviluppo interiore, accreditando al suo posto pseudo-valori che hanno profondamente trasformato e deformato il concetto di famiglia. La tecnologia ha dato un poderoso impulso alla scienza nei campi della ricerca genetica, della bioingegneria, dell'inseminazione artificiale, ma si è altresì sviluppata una generalizzata degenerazione etico-comportamentale, con il boom ad esempio degli aborti e dei divorzi. Tutto ha ovviamente contribuito a stravolgere il tradizionale rapporto tra marito e moglie e tra genitori e figli, al punto da dover riscrivere il diritto di famiglia per tener conto di tutte le odierne alienità. Secondo recenti statistiche del CENSIS i giovani italiani restano in casa più a lungo, tendono a cercare lavoro sul posto e confidano nella famiglia per trovarlo, passano il tempo con gli amici, si dedicano allo sport, non hanno grandi ambizioni nè alti ideali. A prima vista sembrerebbe un quadro idilliaco ma non è così. Basti ad esempio pensare all'esercito di ragazze madri, molte delle quali poco più che bambine, o al sistematico massacro di figli non ancora nati, vittime inermi di un crimine legalizzato di procreatori irresponsabili che diventano abortisti senza scrupoli, oppure alle migliaia di vittime della droga, o a tutti quei giovani che fanno uso di alcool e vanno ad infoltire le fila degli oltre 40.000 morti l'anno. Altro segno del disagio é la disperazione dei figli di coppie divorziate o di quelli che pagano pesantemente il conto della violenza familiare sempre più diffusa. In un mondo che pare impazzito, le prime vittime sono proprio i bambini. Uno scioccante studio rivela che un bimbo su quattro è, più o meno seriamente, malato di mente. Ad un’attenta lettura di queste statistiche non sfugge certo la grande carenza di valori etici e spirituali, nè il fatto che la famiglia abbia smarrito il fine trascendente dell'esistenza. Per lo più oggi la religione è ridotta a mera formalità e Dio viene chiamato in causa solo perchè garantisca quel benessere materiale che pare essere diventato l’unico scopo dell’esistenza. Genitori e figli, e anche moglie e marito, hanno spesso interessi privati che contrastano con lo spirito unitario della famiglia, per cui non raramente convivono solo per convenienza in una relazione svuotata di ogni significato sacro. Quando uno dei due coniugi, infatti, non ha più il suo tornaconto egoistico, mostra rapidamente l'assenza di spirito di sacrificio rompendo senza indugi e senza rimorsi il legame familiare. Molti percepiscono la famiglia non come entità sacra, piuttosto come società a responsabilità limitata, dalla quale si esce quando si vuole purchè ci si accordi economicamente. Il tradimento e il divorzio diventano pratica comune e, nel delirio dell'illusione, la sfortuna viene scambiata per fortuna. I genitori lavorano entrambi per provvedere ai sempre crescenti pseudo-bisogni imposti dalla cultura consumistica e i giovani risentono negativamente della quasi totale mancanza di educazione e di esempio da parte dei genitori. L'educazione dei figli viene di fatto delegata ad estranei o ai mass media. La famiglia, come descritta dalle sacre scritture vediche, costituisce una delle quattro tappe del progresso umano verso la liberazione dai condizionamenti, finalizzata a dare affetto, protezione ed educazione ai suoi componenti. La famiglia tradizionale era forte perchè poggiava le fondamenta sui princìpi religiosi. Era costituita dai nonni, dai genitori, dai fratelli, dagli zii, dai cugini. Le responsabilità e i ruoli erano ben definiti e venivano appresi sin dall'infanzia. Con essi si imparavano il rispetto, la reverenza e l'amore per Dio, per i familiari e per tutti gli esseri viventi, umani e non. Nella famiglia il ruolo dei genitori è decisivo per il progresso dei figli. Il modello e l'efficacia del loro insegnamento deriva essenzialmente dall'esempio. Solo se essi sono eticamente e spiritualmente evoluti, al tempo stesso austeri e amorevoli, leali con tutti, giusti e generosi, potranno ispirare nei figli un comportamento analogo, e riceveranno in cambio rispetto e amore. Nella civiltà vedica i giovani frequentavano fino all'età di 25 anni la scuola del guru, dove venivano istruiti anche sulle responsabilità familiari. Essi non potevano sposarsi prima di aver ricevuto dal Maestro il riconoscimento di maturità spirituale, indispensabile per entrare con successo nella vita di famiglia. Era decisamente sconsigliato assumersi il ruolo di genitore o di marito se non si era capaci di facilitare il progresso spirituale dei propri figli, della moglie e degli anziani della famiglia. Nella famiglia vedica il padre é il maestro spirituale naturale della famiglia (shiksha guru), insegna con l'esempio, provvede a tutte le necessità e protegge i familiari dai pericoli della vita, educa i figli e li aiuta nella scelta del maestro spirituale che darà loro l'iniziazione (diksha guru) e che li guiderà gradualmente verso la riscoperta della loro natura profonda e della loro relazione con Dio. La donna viene educata con cura fino dalla più tenera età affinchè sviluppi le virtù indispensabili al successo nella vita familiare: la castità, la collaborazione amorevole con il marito e la cura dei figli e della casa. La moglie è l'assistente più intima del marito e madre generosa e amorevole: come tale è amata e rispettata da tutti i membri della famiglia. Il marito, a sua volta, è educato a trattare la moglie con grande rispetto e a provvedere ai suoi bisogni secondo le proprie possibilità, ma soprattutto ad aiutarla, attraverso il proprio esempio, nell’avanzamento spirituale. Nei Veda la moglie è descritta come la metà del corpo del marito ed ella sa che non può raggiungere la liberazione (moksha) senza aver compiuto i propri doveri verso di lui e verso la famiglia. Il marito, a sua volta, è cosciente che non può liberarsi se non avrà salvato la propria famiglia, che da lui dipende. Il lavoro, la preghiera, il cibo, i matrimoni, le nascite e le morti, tutta la vita familiare viene vista come una serie di attività tese alla purificazione e all'avanzamento spirituale per mezzo del servizio di amore e devozione a Dio (bhakti-yoga) fino a raggiungere la perfezione. In questo contesto la casa diventa come un tempio, pervasa di spiritualità: è un monumento alla devozione in cui si gioisce del vivere servendo e adorando il Creatore; vi si conduce un'esistenza pura, semplice e santa. L'educazione dei figli, affinchè da adulti siano capaci di impostare con successo la loro vita familiare, diventa il principale scopo dei genitori. Niente è lasciato al caso: la nascita e la crescita dei figli è regolata da pratiche vediche dette samskara. In lingua sanscrita figlio si dice putra, che significa ‘colui che salva il padre dalle conseguenze del peccato’ (letteralmente: dall'inferno detto pu). Il padre che investe le sue energie nell'educazione spirituale dei figli guadagna meriti pari alla somma di quelli ottenuti da chi avrà compiuto ogni specie di sacrificio (yajna), penitenza (tapas), pellegrinaggio (parikrama), donazione di ricchezze (dhana) e studio dei Veda (svadhyaya). Canakya Pandita, un grande saggio vissuto in India circa 2.300 anni fa, nel suo celebre Niti-shastra insegna che i figli vanno scusati con dolcezza fino all'età di cinque anni, educati con cura e fermezza fino a quindici, poi trattati come amici per il resto della vita. Rimproverare duramente i figli in età superiore ai quindici anni, qualora non abbiano ancora ricevuto un'adeguata educazione e sviluppato sufficiente stima e rispetto nei confronti dei genitori, significa correre il rischio di trasformarseli in nemici. Il saggio Canakya dice che avere figli che non siano nè devoti di Dio, nè studenti della scienza sacra, è come avere occhi che non vedono, inutili fardelli che procurano solo dolore. Oggi le condizioni sociali sono talmente peggiorate che tante persone hanno una vera e propria paura di fondare una famiglia; non si fidano e temono di crearsi un futuro tempestoso; prevedono tradimenti e malversazioni da parte dei familiari, ricatti e cause legali, insomma una vita d'inferno. Tuttavia, pur tenendo conto delle enormi ed oggettive difficoltà che oggi ostacolano chi si accinge ad entrare nella vita di famiglia, chi non fosse ancora pronto a rinunciare al desiderio di diventare marito o moglie, padre o madre, sappia che, dal punto di vista sociale, non è mai stata disponibile un'alternativa positiva alla famiglia e che tutte le invenzioni umane in tal senso si sono sempre rivelate dolorosi fallimenti. Se la famiglia così come si presenta oggi non sembra affidabile, se marito e moglie soffrono di mancanza di fiducia reciproca, se genitori e figli si guardano con sospetto, che fare? Come umani soffriamo di troppi limiti, meglio implorare l'aiuto del Signore e percorrere un cammino sperimentato di progresso spirituale per la destrutturazione dei condizionamenti inconsci, l’armonizzazione della personalità e l’elevazione della coscienza, che consenta una migliore relazione con se stessi e con gli altri e la percezione e visualizzazione di livelli superiori di realtà. Con la coscienza vivificata diventa possibile organizzare la vita familiare e sociale senza ansietà, strutturando gradualmente le proprie abitudini e relazioni umane sul modello e sui valori indicati dai saggi di tutti i tempi.

23 marzo 2009

'Dio, l’universo e le creature' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

L’uomo moderno è confuso; ma a nessun singolo individuo può essere imputata la totale responsabilità o colpevolezza di tale confusione. Nel contempo, infatti, ognuno di noi interpreta, più o meno coscientemente, due ruoli distinti e contrapposti: da una parte quello dell’impiccato e dall’altra quello del boia, che impicca altri individui a ciò condannati; da una parte genera confusione e dall’altra viene confuso dalla confusione generata dagli altri. Così, privo di punti di riferimento stabili e precisi che gli consentano di navigare quietamente fra le onde dell’oceano dell’esistenza materiale, l’uomo moderno, colmo di angosce e timori apparentemente insormontabili, fragile ed instabile nella psiche e pietosamente stremato da nevrosi di varia natura ed origine che gli sottraggono, assorbendole occultamente, ingenti energie, si ritrova tristemente isolato ed incessantemente sballottato e trasportato verso ignote direzioni da tragici ed incontrollabili eventi esterni e da idee aberranti impostegli da individui più forti e prepotenti, che come una tempesta di venti impetuosi lo travolgono e lo costringono a naufragare, spingendo inesorabilmente alla deriva gli irriconoscibili detriti della sua fragile imbarcazione(1). L’uomo della Tradizione, che vive sulla base di un insieme di valori tradizionali, e in particolare di quelli appartenenti alla Tradizione vedico-vaisnava, aveva ed ha tuttora una propria visione cosmogonica: vede e comprende l’universo, essendo quindi in grado di individuare con precisione e certezza la propria posizione nella vastità della manifestazione cosmica. L’uomo moderno, al contrario, ha perso tutti questi punti di riferimento; e paradossalmente, pur avendo fatto passi da gigante nel campo della tecnologia, e in particolare nel settore delle comunicazioni, incontra serissime, quasi insormontabili difficoltà nel comunicare con gli altri. Perduta gradualmente la visione della realtà nella sua organicità, nella sua inscindibile interezza, perduta la consapevolezza della stretta relazione che intercorre fra le parti e il Tutto, si è immerso nello studio ostinato e reiterato del frammento in sè, delle micro-realtà scisse dall’insieme; ma, pur essendone diventato tanto esperto da inventare microscopi e altri macchinari potentissimi(2), deve riconoscere con stupore, sgomento e persino una punta di amarezza che la natura materiale, prendendosi gioco di lui, esce sempre e comunque indenne da questa lotta impari. La natura materiale, infatti, è paragonabile a una scatola cinese: una volta scoperta una cosiddetta realtà, se ne scopre subito un’altra che dalla prima veniva racchiusa. Per cui l’uomo moderno rischia di andare incontro a uno smarrimento traboccante di cupa angoscia, un sottile ma diffuso “mal di vivere” che si radica sempre più profondamente ed acremente negli animi (soprattutto dei più giovani) e che si aggrava pesantemente una volta scoperta la mancanza di risposte ad ampio respiro da parte delle religioni storicamente affermate, le quali spesso impiegano le proprie enormi energie e risorse nella ricerca di vasti consensi popolari, senza però dare risposte soddisfacenti ai tormentosi quesiti sul senso globale dell’intera vicenda cosmica, focalizzando sempre la gran parte dei loro interessi, al contrario, sulla sola sfera antropologica, quindi sull’uomo e sulle sue problematiche. Con atteggiamento assurdamente e riduttivamente antropocentrico, si adoperano quanto più possono per elaborare fin nei minimi dettagli una politica per l’uomo, con intricati (e spesso irrealizzabili) piani economici e sociali su scala nazionale ed internazionale, trascurando, purtroppo, una semplice verità di fondo: l’uomo, se non è in grado di percepirsi nell’essenza e di individuare se stesso nel suo contesto socio-cosmico, non potrà fare nemmeno un progetto serio per il proprio divenire(3). Si rivela quindi necessario definire con la maggior precisione possibile la cosmogonia, o il disegno universale, e l’escatologia, o il fine dell’esistenza.

(1) I sociologi affermano che una setta è costituita da un insieme di persone che tentano di fuggire dalla realtà per cercare una loro dimensione astratta. Per realtà generalmente essi intendono la società espressa dal mondo fisico; concordiamo sul fatto che nel tentativo di sfuggire a quella pseudo-realtà (procedendo nel saggio, risulterà chiaro per quale ragione definiamo pseudo-realtà il mondo fisico) molta gente crea altre pseudo-realtà, ma, come avremo modo di vedere, l’uomo dovrebbe prendere in seria considerazione un aspetto che è di primaria importanza per la vita di ciascuno: l’aldilà.
(2) Ci riferiamo, qui, non solo al riduzionismo, ma anche agli “specialismi” che tanto caratterizzano la vita culturale dell’Occidente moderno.
(3) Con ciò non intendiamo disconoscere l’insieme dei valori etici e spirituali conservati e promossi dalle religioni storiche (il che sarebbe in contraddizione con la necessità di riferirsi a un sapere tradizionale, di cui prima dicevamo), né sminuire l’importanza delle loro azioni sul piano sociale; semplicemente sentiamo la necessità di un’integrazione, di un completamento e rifinimento dei campi d’azione.

22 marzo 2009

'La via iniziatica' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Tutti albergano nel cuore l’intima aspirazione ad ampliare ed espandere progressivamente la propria coscienza della realtà fino ad abbracciare l’intera manifestazione cosmica, per carpirne infine i segreti più riposti e inaccessibili, ma, per quanto tale desiderio costituisca di per sé un potente stimolo alla ricerca, si rivela tuttavia tanto insufficiente quanto invece è necessario condurre tale ricerca in modo protetto, incamminandosi cioè su una via già tracciata e percorsa con successo da innumerevoli individui nel passato(1), non certo inventandone una nuova di sana pianta(2). L'essere spirituale, che vaga nel mondo fenomenico dimentico del proprio vero Sè, della propria vera natura, tenta affannosamente di comprendere, vita dopo vita, quali siano la propria collocazione e funzione nel contesto dell'universo. Ignorando quali siano la propria identità, la propria origine e la propria destinazione, in questo viaggio periglioso, non riesce a dare un senso alla vita. Gioie e dolori si palesano ai suoi occhi come manifestazioni caduche, impermanenti(3); pur essendosi messo alla ricerca della felicità, incontra piaceri effimeri, che si trasformano sempre e soltanto in dolori. Sente un anelito indomabile alla felicità, ma è incapace di accedere a questo stato dell'essere e si scontra continuamente con ciò che gli è opposto, l'infelicità. Ha sperimentato che tutto ciò che è caro prima o poi sfugge di mano e che il possesso, pur presentandosi come uno strumento di gioia, risulta impossibile a detenersi; quindi si trasforma inevitabilmente in dolore anche quella gioia iniziale verso la quale il possesso tendeva. L’essere infine giunge ad una considerazione inevitabile: la vita è sofferenza. La giostra di gioie e dolori continua a girare senza sosta finchè quest'anima peregrina non incontra una persona risvegliata, che vive nel Sè, che ha esperienza del Sè, che vede la Realtà e vive nella Realtà, che non solo ha sperimentato ma vive continuamente quell'esperienza che è al di là degli opposti dualismi che provocano eternamente gioie e dolori. Questa persona rivela un grande segreto all'anima “in pena”: le dice che la sua essenza è spirituale e che esiste un sentiero, lo Yoga, percorrendo il quale è possibile stabilirsi fermamente in quella dimensione dell'essere in cui ci si percepisce come sac-cid-ananda, ossia dotati di esistenza, intelligenza e beatitudine. Esistenza (sat) potrebbe sembrare solo una parola, ma in realtà indica la continuità della percezione della propria individualità, dell'Io vero, che non conosce né morte né interruzione alcuna. Intelligenza (cit) indica l’esser sempre coscienti e beatitudine (ananda) indica l’insorgere di un sentimento di intensa felicità, di cui l’essere per natura è colmo. Per coloro che aspirano, dunque, non solo a soddisfare i bisogni che rientrano nella sfera antropologica, ma anche a superarli per raggiungere passo dopo passo quello stato di coscienza divina in cui l’essere vede sciogliersi per sempre gli asfissianti legami che lo tenevano aggiogato alle sempre mutevoli forme della materia, non sono sufficienti né il pensare né l’agire. Una caratteristica del sentiero della perfezione indicato dai Veda, infatti, è l’aspetto iniziatico; non si può procedere da soli(4): è necessaria la guida di un Guru, una persona realizzata in quella scienza all’interno di una successione di maestri (Parampara)(5). Lo studio e la pratica della scienza sacra, quindi il percorso che parte da dharma per giungere a moksa e successivamente a prema, sono sempre precedute dai rispettosi omaggi all'insegnante, al Maestro, al Guru(6), colui che insegna la scienza della realizzazione spirituale, l'arte della vita, che permette di approdare dalla morte all’immortalità. Chi desidera penetrare i concetti propri della conoscenza che trascende i limiti e le risorse di cui solitamente sono dotati gli umani, deve trovare il modo di accedere ad un livello superiore di coscienza(7): ciò è possibile grazie all'intercessione di persone che vivono ad un livello tale.

om ajnana-timirandhasya jnananjana-salakaya
caksur unmilitam yena tasmai sri-gurave namah(8).

"Offro i miei rispettosi omaggi al mio maestro spirituale, che ha aperto i miei occhi, accecati dalle tenebre dell’ignoranza, con la torcia della conoscenza trascendente."

Colui che, dopo aver superato la densa foresta dell’illusione, si sente ormai giunto al termine dell'esperienza umana, può intraprendere la via iniziatica. In alcuni passi della letteratura vedica viene persino affermato che una persona che non abbia un maestro spirituale non dev'essere nemmeno considerata civile. Diksha (l’iniziazione) non è facoltativa, ma è una tappa inevitabile dell'esistenza, necessaria per giungere alla piena maturità. Per compiere l'evoluzione umana, per trasferirsi dal piano umano a quello divino, diksa è indispensabile. L’iniziazione equivale ad una simbolica morte nella vita profana e ad una reale rinascita nella vita spirituale. L'iniziazione spirituale (Diksha) di fatto è un ricollegamento alla Realtà superiore(9). Ben triste è il destino di colui che lascia il corpo senza aver ricevuto dik.sa; così dice il Garuda Purana, così dice il Rig-veda, così dicono il Mahabharata e lo Shrimad Bhagavatam. Nel Garuda Purana si arriva persino a distinguere le persone in due categorie: coloro che hanno ricevuto diksha e coloro che non l’hanno ricevuta. Quella tracciata dalle Upanishad e dalla B.G è una via iniziatica; Krishna in più occasioni parla di raja-guhyam (segreto regale) e raja-vidyam (conoscenza regale). Una delle accezioni più forti della parola Upanishad è "insegnamento segreto", ovvero che si può dare solo a persone iniziate. Che senso può avere dunque - ci si chiederà - pubblicare scritti che verranno letti da innumerevoli persone che non sono iniziate? La risposta è che intendiamo offrire al grande pubblico un panorama dell'insegnamento vedico-vaishnava, restando tuttavia pienamente coscienti del fatto che soltanto coloro che sono autenticamente ricollegati alla Realtà superiore otterranno effettivo beneficio dalla lettura, mentre coloro che non lo sono avranno come una pre-visione, una visione vaga di ciò che in essi viene esposto; la capitalizzazione del patrimonio più concreto, l’effettiva realizzazione spirituale, non avverrà per questi ultimi, perchè la loro comprensione si limita al piano psichico, che è completamente inadeguato ed insufficiente per accedere alla realizzazione spirituale, allo stato in cui l’essere si risveglia in senso spirituale. Come abbiamo accennato, esistono diversi piani di comprensione della Realtà: adhibautika, adhidaivika e adhiatmika; solo chi vede dal piano adhiatmika riuscirà a comprendere veramente ciò che è propriamente divino, spirituale. Per questa ragione alcuni, che sembra abbiano capito tutto, all’atto pratico commettono un errore dopo l’altro; di fatto non hanno capito niente, perchè la loro comprensione è a livello superficiale, a livello psichico, intellettuale, non spirituale. Per chi è situato a livello spirituale non c'è più nessuna discrepanza fra quello che si è compreso, quello che si pensa, quello che si dice e quello che si fa. Il sapere iniziatico, dunque, può essere trasmesso avvertendo in anticipo che ognuno comprenderà in proporzione al proprio livello di coscienza. Come ciascun uccello in volo raggiunge l’altezza che gli permettono le proprie ali, così chi legge raggiungerà il livello di comprensione che gli permette la propria coscienza. Di fatto è per questo che i Veda insistono così fortemente sulla necessità delle pratiche di purificazione, o di decontaminazione del carattere. Per questa stessa ragione è richiesta una vita di purezza; non perché la purezza abbia valore di per sè, ma perché permette di raggiungere livelli di comprensione che sarebbero irraggiungibili senza di essa. Ciò non avviene per la forza di un volere superiore, perché non c'è niente di dogmatico o di artificialmente imposto in tutto questo. Con grande rispetto, dunque, dovremmo introdurci in questo dominio che spesso non è padroneggiato neanche dagli esseri celesti, gli dei, le grandi personalità che vivono nei pianeti Svarga o in genere in Svargaloka(10) La via iniziatica è aperta a tutti, ma come sempre ci saranno coloro che nutriranno un sano, intenso desiderio di immortalità (icchami Brahman o icchami amritam) e coloro che parteciperanno in maniera passiva. Così è fatto il mondo. Per la legge del karman, le comprensioni delle due categorie di persone non potranno essere identiche.


(1) Nella Civiltà dei Veda sono tre le vie (traya mårga) per il raggiungimento della liberazione (moksha): il karma-marga (via dell’azione), il jnana-marga (via della conoscenza e della meditazione) e il bhakti marga (via della devozione amorosa a Dio). Ne parleremo più diffusamente nella Terza Parte, in cui illustreremo in particolare il bhakti-marga.
(2) Oggigiorno, al contrario, è frequente inventare teorie che andranno poi a costituire una “nuova” religione, assolutamente inventata e senza nessuna reale radice nella Tradizione (vedi l’intero, o quasi, filone New Age).
(3) Anitya, "ciò che non è permanente".
(4) L’individuo, se non viene educato, guidato, aiutato, corretto e costantemente incoraggiato, si trova ben presto in una situazione difficile, perché il sentiero si presenta irto di ostacoli di vario genere.
(5) Gli acarya, come A.C. Bhaktivedanta Svaami Prabhupada, sono grandi maestri e pensatori che, attinto il sapere a un livello sovrumano, lo trasmettono poi ai propri discepoli, i quali, una volta acquisite le qualità necessarie, lo trasmetteranno a loro volta ai propri discepoli. Ciò costituisce il sistema di conservazione e trasmissione della Rivelazione denominato parampara, che letteralmente significa “dall’uno all’altro”; poi vuol dire molto di più, naturalmente: un sistema di conoscenza, un sistema, un insieme di valori, tramandati di maestro in discepolo, ma il significato più immediato è ‘dall’uno all’altro’. Perciò, quando incontriamo persone che, anziché andare al mare o in montagna o dietro la gratificazione dei sensi in qualche forma, si riuniscono per cercare il sé, come nelle Upanishad (‘Tutti seduti ai piedi del maestro’ è la traduzione letterale di Upanishad), per ricevere gli insegnamenti più esoterici che permettono di proseguire sulla strada della realizzazione spirituale, dovremmo esser capaci di cogliere quell’occasione benedetta, sacra, per trasmettere un messaggio così prezioso, che non è solo patrimonio degli indiani, ma di tutta l’umanità. Ecco il significato di sacrificio: rendere sacro tutto quel che facciamo.
(6) Guru è una parola sanscrita che significa ‘insegnante’; qui ne ripudiamo gli abusi e gli usi a sproposito da parte di persone che non sono consapevoli della sua reale portata, pronunciando tale termine in relazione a personaggi e situazioni che con la scienza sacra e con la Tradizione non hanno niente a che fare.
(7) Nella letteratura vedica sono indicati i tre livelli di comprensione della Realtà: 1. adhibhautika: il piano terrestre, quello degli elementi fisici primari, più facilmente accessibile agli esseri incarnati. 2. adhidaivika: riguarda i deva, il cosmo e la cosmogonia, l'influenza dell'atmosfera, i pianeti e la creazione dell'universo. 3. adhyatmika: attiene al piano più elevato, quello spirituale, alla nitya-svarupa dell'åtman e all’ontologia dell’Essere Supremo.
(8) Questo è un mantra del (Gautamiya-tantra).
(9) Affinchè un individuo possa ricollegare altri alla coscienza del Divino, adempiendo così al sommo dovere del Guru, deve essere egli stesso di fatto ricollegato, avendo a sua volta ricevuto l’iniziazione da un altro individuo autenticamente risvegliato in senso spirituale. Chi non è collegato a quella coscienza non può collegare nessuno, a prescindere dai timbri rotondi, dalle carte bollate, dalle autorizzazioni rilasciate dalle gerarchie. Solo una persona risvegliata può risvegliare. Quindi, in essenza, iniziazione vuol dire essere ricollegati. E quando una persona è ricollegata lo sente. Certo, per rendere visibile questo ricollegamento si usa una cerimonia, ma non è la cerimonia che ricollega: è il ricollegamento in sè. La cerimonia è la celebrazione di questo collegamento, che però deve essere esistente.
(10) Uno dei pianeti della cosmogonia puranica.

17 marzo 2009

'La Murti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Murti è un termine sanscrito che indica una manifestazione fisica, dimensionale e visiva di una Divinità. Nella realtà dell'esperienza quotidiana noi possiamo avere conoscenza solamente delle cose che cadono sotto la nostra percezione sensoriale, che possiedono cioè una forma (murta), ecco perché è più facile, per chi vive in questa dimensione, avere un approccio al Divino anche attraverso la Murti. Prima di parlare dell'iconografia di Vishnu, Krishna, o di altre Divinità è doveroso fare alcune precisazioni riguardo alla natura e alla funzione del simbolo, e più precisamente delineare le differenze che vi sono tra il simbolo come viene concepito nella psicologia o nella linguistica occidentali e il suo valore nell’ambito del Divino nella tradizione vaishnava. Nelle scienze psicologiche il simbolo ha una valenza abbastanza ampia, infatti l’analisi dell’attività onirica, considerata appunto simbolo rivelatore dell’inconscio, va sicuramente oltre il mero, immediato significato dell'oggetto, per sfociare in valori, concetti e sentimenti più ampi, sottili e remoti. L'inno nazionale o una bandiera simboleggiano una nazionalità; possono evocare sentimenti di appartenenza ad una nazione in tutti coloro che con essa si identificano, ma una volta espletata tale funzione questi simboli, non contenendo un senso ulteriore, esauriscono gran parte della loro importanzae funzione. Certo, una bandiera o un inno nazionale non possono dirsi semplicemente un pezzo di stoffa o un brano musicale, perché in essi c’è un valore aggiunto, ma tale valore è proprio di una simbologia che si esprime sul piano transiente, in ambito fenomenico o adhibhautika, per cui rientra nella dimensione storica, temporanea, non in quella sacra, metafisica, metastorica. Nella teologia vaishnava il simbolo è una realtà di per sé, un prolungamento della dialettica del Divino infatti, tutto ciò che non si può considerare direttamente connesso alla sfera spirituale, lo diventa perché partecipa ad un simbolo. La Murti, benché rappresentata da elementi fisici, trascende la realtà fenomenica, e tutti gli ornamenti, gli oggetti ad Essa relativi (il flauto, la mazza o il disco, gli abiti, la tiara o la piuma di pavone) partecipano alla Sua sacralità. In questo senso il simbolo è esso stesso una ierofania, in quanto rivela la realtà sacra, ontologica, suprema; è un riflesso (praticchaya) del Divino. Per questo motivo, proprio perché la Murti non si limita ad una certa conglomerazione di elementi, ma rappresenta qualcosa che va ben oltre, la Sua adorazione non può andare sotto il nome di idolatria. Come spiega Bhaktivedanta Svami Prabhupada, "Le Scritture vediche precisano che il culto di Dio può essere saguna (con attributi) o nirguna (senza attributi), ovvero rivolto alla manifestazione personalistica o impersonalistica di Dio. L'adorazione delle Murti nel tempio è saguna perché il Signore vi è rappresentato con l'aiuto di elementi materiali. Ma la forma del Signore non è materiale anche se rappresentata nel legno, nella pietra o nei quadri ad olio. La natura del Signore Supremo rimane assoluta. Facciamo un esempio un po' spiccio ma appropriato: una lettera impostata in una delle buche postali che sono collocate sulla via pubblica giungerà a destinazione senza difficoltà; la stessa cosa non accadrà ad una lettera gettata in una qualsiasi fessura o in una imitazione di buca da lettere non riconosciuta dall'ufficio postale. Così Dio, il Signore Supremo ha la Sua rappresentazione autorizzata nella Murti o arca-vigraha che è una Sua manifestazione; attraverso la Sua forma arca, Dio, onnipresente e onnipotente, può accettare le offerte del Suo devoto e facilitare così il servizio che Gli dedicano le anime incarnate”. Gli Shastra Vaishnava affermano che la qualità della fede religiosa, in un dinamico equilibrio con la purezza di cuore e di mente(1), “trasforma” gli oggetti in qualcosa di diverso da quel che sembrano nell’esperienza profana; e questi oggetti, attraverso un processo “simbolico”, assumendo il ruolo di simboli sacri, ovvero “indicatori” (nidarshana) di una realtà spirituale, trascendono i loro limiti materiali (marmo, legno, stoffa, metallo, suono, pensiero ed altro), cessando di essere frammenti isolati, grossolani o sottili, a seconda che siano costituiti di elementi fisici o psichici, per integrarsi in un sistema o, meglio ancora, per rappresentare la sfera del sacro e rivelarne la dimensione. Quel che vale per la Murti vale anche per il Nama (Nome divino), per i Lila (giochi divini), per il Dhama (luogo santificato da una manifestazione del Signore), per gli Shastra (Sacre Scritture); tutte queste rappresentazioni del Divino possono essere percepite attraverso il processo simbolico e contemporaneamente ciascuna di esse non solo rappresenta la realtà suprema, tattva, ma è tattva di per sé. Il simbolo può essere compreso a vari livelli: fisico-letterale(2), psichico-concettuale-immaginativo(3) o spirituale-rasika(4), a seconda della consapevolezza e delle capacità proprie dell'individuo. Poichè molto raramente chi intraprende un cammino spirituale è libero dal condizionamento degli opposti (dvandva)(5), tenderà a percepire la Murti, il Nama, gli Shastra e via dicendo nel modo fisico-letterale, non avendo quell'equilibrio sufficiente che fornisce la chiave di lettura per tutti i livelli. Questa iniziale percezione del Divino è comunque apprezzata da chi vive una coscienza elevata; il sadhaka evoluto infatti non svaluterà le percezioni immediate, sensoriali, perché consapevole che nella fase propria del kanishtha esse sono necessarie per potersi elevare e procedere oltre sul sentiero della realizzazione del sé. L’oggetto “simbolo sacro” ha valenza ontologica nel Vaishnavismo e, pur apparendo contestualizzato entro il paradigma spazio-temporale, a seconda della qualità della fede religiosa e delle intrinseche capacità e qualificazioni (adhikara) del ricercatore, può rivelare ben altri orizzonti. A differenza dell’asta per il salto in alto, che porta l’atleta oltre l’ostacolo ma subito dopo viene da questi abbandonata in quanto ha esaurito la sua funzione, il simbolo sacro proietta il devoto vaishnava oltre la dimensione fenomenica, sul piano della Realtà e, al contrario del simbolo profano, dopo aver espletato questo compito non si dissolve né si svaluta e, mantenendo immutata la propria funzione, continua ad evocare nel sadhaka emozioni e sentimenti spirituali (rasa).

(1) La fede autentica (shraddha), ingrediente primario per esperire il Divino, favorisce anche il processo di purificazione della mente e del cuore, ma è altrettanto vero che senza la purezza di cuore e di mente non si può giungere ad una fede salda e genuina.
(2) In questo caso il ricercatore spirituale (sadhaka) non riuscirà a percepire la Murti oltre l'aspetto di statua sacra; considererà gli Shastra come libri autorevoli, ma non riuscirà a superarne il senso letterale; per lui il Santo Nome sarà poco più di un suono e via dicendo.
(3) In questa fase il sadhaka non si limita più all’impatto pratyaksha con la realtà: lo ha superato per cominciare un cammino simbolico, interiore; riesce a concettualizzare, ad avere intuizioni e realizzazioni, a fare delle associazioni, comincia ad ampliare la propria cornice conoscitiva e a cogliere aspetti più sottili, dinamici, trascendenti della sfera del sensibile.
(4)‘Nell'ambito del rasa’. Rasa è tutto ciò che possiede gusto e sentimento; qui si allude al puro ambito spirituale. A questo stadio il sadhaka, ormai evoluto al massimo grado, ottiene la definitiva, nitida percezione della realtà assoluta: si ha dunque la completa attivazione dei sentimenti spirituali, che fluiscono continuamente e reciprocamente tra devoto e Divinità.
(5) Questo termine sanscrito designa la “coppia di opposti”, che possono essere di natura esteriore o interiore, ad esempio caldo-freddo oppure gioia-dolore. Rappresentano la dualità che caratterizza il mondo delle condizioni e il sadhaka, con l’aiuto del guru e della disciplina spirituale (sadhana), deve comprenderli a fondo ed armonizzarli per giungere al livello di nirdvandva, in cui non si è più soggetti alla continua, dolorosa oscillazione tra poli opposti. Cfr. Bhagavad-gita II.14-15; II.45; V.3 e VII.27-28.

14 marzo 2009

Paradiso e Inferno.

Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: 'Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno'. Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Aprì una delle due e gli permise di guardare all'interno. Al centro della stanza, c'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola, si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio, non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: 'Hai appena visto l'Inferno'. Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente colmo di cibo delizioso che gli fece ancora venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, le persone erano ben nutrite e felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio: 'Non capisco!'. E' semplice, rispose Dio, dipende solo da un'abilità. Essi hanno appreso a nutrirsi gli uni gli altri mentre gli altri non pensano che a loro stessi.

12 marzo 2009

'La Condivisione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Non c'è condivisione superiore a quella che avviene sul piano spirituale. Non possiamo immaginare condivisione più appagante, completa e perfetta di questa. Altri tipi di condivisione sono in realtà solo illusioni, senza scambi profondi né reale comunione. Se purifichiamo il nostro cuore dagli anartha, attraverso la pratica costante di shravana e kirtana, riusciremo a percepire, vivere ed apprezzare sempre più la condivisione sul piano spirituale. Ciechi e stolti sono coloro che non comprendono la grandezza, la fortuna, il valore immenso della compagnia del Maestro Spirituale che possiamo assaporare e sperimentare se seguiamo con completo assorbimento e pura devozione il Suo esempio e i Suoi insegnamenti. Le Murti sono la presenza stessa del Signore, ma chi è assediato dagli anartha, ad esempio dalla bramosia egoica o dall'invidia, non può vedere che statue e non riesce a percepire quel flusso intenso, sempre crescente, traboccante di Affetto e Amore che scorre tra il devoto e la Divinità. Anche gli insegnamenti degli Shastra o le parole del Maestro spirituale, che sono rare perle in questo mondo, di unico ed inestimabile valore, rimangono oggetti muti e aridi, quasi scontati o banali, per chi non si impegna con serietà, entusiasmo e vigore nel processo essenziale della Sadhana Bhakti. Ho purtroppo visto tante persone cadere, proprio perchè la contaminazione del cuore le aveva private di gusto per la vita spirituale, le aveva fatte cedere ad una familiarità malsana verso il Guru, il Prasadam, le Murti, il Servizio devozionale, l'eccelsa meditazione sui Nomi divini, che purtroppo non riuscivano più ad essere da loro apprezzati e valorizzati per la loro grandezza unica. Questo tipo di familiarità malata uccide la comprensione e la devozione. Nei momenti di crisi provate a pensare a quali potrebbero essere le alternative alla vita che state conducendo e capirete, se sarete in grado di accogliere la Misericordia di Guru e Krishna, che in realtà non vi sono alternative, perché sarebbe come privarsi della vita per andare incontro alla morte. Il piacere e i desideri spirituali sono per loro natura in continua, infinita espansione, ma ciò che li contraddistingue dalle passioni mondane che mai si placano è la natura di beatitudine che sempre accompagna ogni stato dell'essere che vibra di una coscienza elevata. Anche la sofferenza delle Gopi quando piangevano per la separazione da Krishna era comunque intrisa di piacere e felicità indicibili, anzi la separazione accresceva d'intensità questi sentimenti, perché la loro devozione e il loro amore puro le teneva in costante comunione con il loro Amato, oltre i limiti di spazio e tempo. Non c'era in loro reale separazione da Dio. E' sempre dunque l'elevazione e la purificazione della nostra coscienza e del nostro cuore che dobbiamo ricercare per riuscire ad apprezzare la Realtà spirituale che in noi è sempre presente e che riusciremo a cogliere in proporzione al nostro livello di realizzazione.