28 luglio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Tirrenia (PI), 25 Luglio 2010 - Celebrazione di Shri Guru Purnima.
Siamo sul mare per un programma di Sat-sanga dedicato alla celebrazione di Shri Guru Purnima. Sono le prime ore del giorno e siamo seduti sulla spiaggia in raccoglimento. Shrila Gurudeva inizia a parlare. “Oggi è una giornata speciale: è la sacra ricorrenza di Guru Purnima, il giorno di luna piena in cui si celebrano le glorie del Maestro spirituale, il cui valore è riconosciuto da tutte le tradizioni autentiche. Il Guru rappresenta un archetipo ed in quanto tale è insostituibile per chi desidera una vita evolutiva. Una persona può anche avere una buona predisposizione ad imparare e tante potenzialità, ma se non viene educata da chi possiede già determinate conoscenze ed esperienze, non sarà in grado di esprimersi appieno, anzi avrà difficoltà anche a riconoscere i suoi stessi talenti. Infatti, se da piccolo non venisse educato, l'essere umano non imparerebbe nemmeno a camminare e nemmeno riuscirebbe a parlare. Il medesimo principio, a maggior ragione, vale per ciò che concerne l'educazione spirituale. Il Guru educa il discepolo con insegnamenti e modelli di vita che permettono una progressiva purificazione della coscienza e la propria realizzazione nel rapporto con se stessi, con gli altri e con Dio. Il Guru non è un'icona o una figura presente solo a livello virtuale: il Maestro interviene nella vita del discepolo orientandolo e correggendolo per il suo bene e per la sua evoluzione, e il discepolo desidera farsi correggere per migliorarsi. La cura, la guida, la correzione del Guru sono offerte con amorevolezza, non formalmente ma sostanzialmente, perché a volte si rendono necessari anche un linguaggio forte, un polso fermo, ma questo non implica il venir meno dell'amorevolezza, anzi rappresenta l'espressione di un impegnativo sacrificio che il Guru fa per poter educare il proprio discepolo. L'insegnamento viene offerto, non è mai un'imposizione, anzi è un richiamo continuo allo sviluppo di autonomia di pensiero, della libertà interiore e del senso di responsabilità. Il discepolo e il Guru hanno un nemico comune: l'orgoglio. Il Guru deve imparare a gestire l'orgoglio del discepolo e il discepolo deve imparare a gestire il proprio orgoglio. Orgoglio significa superbia, il credersi superiori agli altri, e questa superbia acceca, rende incapaci di accogliere gli insegnamenti. Shrila Prabhupada ci metteva in guardia dalla dilagante moda occidentale di volere un Guru solo come status-symbol, senza aver capito effettivamente chi sia un Maestro spirituale e qual è il rapporto corretto che dovrebbe unire Guru e discepolo, con i relativi doveri e responsabilità. Cogliamo l'occasione di questa giornata per celebrare le glorie del Maestro spirituale autentico. Shri Krishna spiega: Io mi manifesto in due forme: all'interno, nel cuore, come Shri Paramatma e all'esterno nella forma di Guru che vi può parlare, educare, redarguire, complimentare, incoraggiare. Il Guru è la forma umana che incarna la misericordia di Dio. Adesso vorrei che ognuno di voi offrisse una sua riflessione sulla propria comprensione della figura del Guru. Poi leggeremo e canteremo assieme alcuni poemi di grandi Acarya vaishnava che celebrano il Maestro spirituale e così ognuno di voi avrà modo di verificare e di estendere la propria comprensione. Vi sarà utile anche ascoltare le riflessioni dei vostri compagni di viaggio, le cui realizzazioni possono aiutare a procedere fino a destinazione. La via è lunga, impervia, qualche volta abbiamo il vento contro, a volte il sentiero è scivoloso, in altri punti rischiamo di essere assaliti dalle tre belve (la lussuria, l'avidità e la collera), e poi ci sono le tentazioni, i pericoli, l'accontentarsi del livello raggiunto considerandosi già arrivati; se non rinnoviamo il nostro impegno tutti i giorni, sarà dura anche soltanto mantenere i risultati conseguiti, che dire procedere verso la meta. Occorrono purezza, devozione, dedizione, abbandono a Dio, coerenza”. Socchiudiamo gli occhi e ci immergiamo nella meditazione sulle qualità del Maestro spirituale. A turno ciascuno di noi esprime le sue riflessioni. Eccone alcune...Il Guru è colui che insegna con il proprio esempio, che ha compassione infinita e aiuta il discepolo a correggere i propri errori, ad elevare e purificare sempre più la sua coscienza. La figura del Guru è il più importante punto di riferimento nella vita del discepolo, poiché il Guru è in contatto con Dio ed è la manifestazione stessa dell'Amore e della Compassione divina. Seguendo i suoi insegnamenti, il discepolo può imparare a ricollegarsi a Dio. Il Maestro spirituale ha conoscenza della Realtà e insegna al discepolo a comprendere la sua vera identità. Il Guru offre strumenti per liberarsi dagli anartha, dai condizionamenti che hanno oscurato la visione spirituale e che impediscono la relazione con Dio. Il Guru è in collegamento costante con Krishna; in ogni situazione, anche nelle più difficili, sente questa relazione con Dio e la esprime servendoLo e amandoLo. Il Maestro è esperto ad orientare il cammino spirituale del proprio discepolo, lo aiuta a tenersi lontano dalle trappole di Maya, cerca di preservarlo da deviazioni filosofiche o da attaccamenti egoici al prestigio, all'onore, alla tendenza a prevaricare, che produrrebbero nel discepolo sofferenza e rovina. Il Maestro spirituale mette in pratica e vive in prima persona gli insegnamenti che diffonde, dunque educa il proprio discepolo alla coerenza. Il Guru rivela l'arte del servizio devozionale e la insegna con il suo modello di vita. La sua esistenza è dedicata al servizio del proprio Guru e al servizio di Dio per il bene di tutte le creature. Il Guru è una manifestazione diretta della Misericordia divina. Il Guru corregge con amorevolezza il proprio discepolo, lo aiuta nel suo passaggio dalle tenebre alla luce, dalla coscienza condizionata alla vera comprensione del senso della vita. Il Guru è il nostro collegamento con Krishna e va adorato come Krishna stesso. Grazie alla Sua misericordia possiamo avanzare nel percorso spirituale. Il Guru è la nostra unica speranza per poter sconfiggere i nostri condizionamenti. Dopo averci ascoltato, Shrila Gurudeva commenta le nostre riflessioni e ne estende il senso. “Il Guru insegna la pratica devozionale, impegnando il discepolo secondo le proprie caratteristiche di guna e karma. La devozione si sviluppa attraverso il servizio offerto a Vaishnava, Guru e Krishna. La pratica del servizio di devozione permette di sottrarsi alle attività incentrate sul falso ego, che rappresentano la causa principale di degradazione. Il Maestro è la vita stessa del discepolo. Il suo ruolo implica grande responsabilità, coerenza, fermezza, fede, abbandono a Dio, coraggio nell'educare gli altri e nell'aiutarli a superare i loro limiti. Il Guru è fisso e irremovibile nella sua realizzazione spirituale e nella sua devozione per il proprio Maestro e per Dio. Egli conosce in profondità chi siamo realmente e attraverso la pratica del servizio devozionale può aiutarci a riprendere coscienza della nostra relazione con Krishna, permettendoci di sperimentare qui ed ora l'atmosfera, i sentimenti e le relazioni del mondo spirituale. Il servizio devozionale, infatti, per essere autentico, efficace, sincero, deve essere incentrato sulla relazione. Non è tanto quel che facciamo che è decisivo quanto l'attitudine con cui agiamo, lo spirito di offerta che ci muove e la relazione che desideriamo sviluppare con il destinatario della nostra offerta. L'offerta che Shri Krishna apprezza è quella fatta con il cuore. Il servizio purifica ed eleva quando è compiuto con devozione, quando diventa “relazione”. Dobbiamo ricercare la purezza, la dedizione e soprattutto l'abbandono. Senza abbandono a Dio è difficile fronteggiare le prove che la vita riserva a tutti, sia al discepolo che al Guru”. A questo punto Shrila Gurudeva ci invita a cantare tre bellissime laudi in onore del Maestro spirituale: Guruvastaka di Vishvanath Cakravarti Thakur, Guruvandanam di Narottama das Thakur e Gurudeva di Bhaktivinoda Thakur. “Che non vi distragga l'esperienza estetica. Cercate di far risuonare dentro di voi le parole che pronunciate e il loro significato, e trasformateli in immagini che possano arricchirvi e ricollegarvi alla vostra natura profonda di felicità spirituale”. Dopo il canto Shrila Gurudeva continua a parlarci delle caratteristiche del Maestro spirituale. “Il Guru prova Amore per tutte le creature e tratta tutti con equanimità, rapportandosi a ciascuno in base al livello di coscienza che la persona esprime. La capacità di discernere è una delle lezioni più avanzate che possiamo apprendere nella forma umana. Per riuscirci dobbiamo diventare umili, centrati nella Divinità che è dentro e fuori di noi, presente come Anima suprema in ogni essere. Chi vede Me in tutto e tutto in Me, dice Krishna, è il saggio dalla mente perfetta. Ci sono persone che in particolar modo manifestano la luce divina ed altre che esprimono invece una minore spiritualità; alcune addirittura sono come chiuse in una cappa di ego dalla quale filtra ben poco, ma noi sappiamo che dietro a quella cappa c'è un essere spirituale che grida dal dolore. L'aiuto a quel prigioniero è un grande servizio che si rende al mondo. Il servizio al Guru è uno strumento formidabile per entrare in contatto con Dio. Attraverso la Misericordia del Maestro si fa l'incontro epocale: l'incontro con Dio. Ma è attraverso la Misericordia di Dio che possiamo ricevere la Misericordia del Guru ed incontrarlo sul nostro percorso di vita. Sarà poi il Guru a rivelarci Dio presente in ogni cosa, in tutte le creature, anche in chi non si vorrebbe attribuire qualità divine. Incontrare il Guru significa riconoscerlo. Non tutti coloro che vedono con gli occhi, hanno visto con il cuore; non tutti hanno compreso a fondo tra coloro che vedono con il cuore; non tutti fanno propri gli insegnamenti ricevuti e rare sono le persone che li praticano fino alla perfezione. La via verso la pura Krishna-Bhakti è lunga, ma è anche meravigliosa, affascinante. Ad ogni passo possiamo sperimentare una gioia crescente, quella vera dell'anima”. In ricordo di due confratelli di Shrila Gurudeva recentemente scomparsi, cantiamo “Ohe Vaishnava Thakur” di Bhaktivinoda Thakur e “Saparshada-bhagavad-viraha-janita-vilapa” di Narattoma das Thakur. “Consideriamo l'immensa fortuna di quando abbiamo vaishnavaautentici che vivono tra noi. E' una ricchezza incommensurabile, indicibile. Attraverso il servizio sincero reso loro con umiltà, dedizione e devozione, si ottiene nama ruci: il gusto per il Nome divino”. Shrila Gurudeva comincia a raccontarci della vita di grandi devoti: Madhavendra Puri, Ishvara Puri, Govinda das, Svarupa Damodara Gosvami, Ramananda Raya, Rupa Gosvami, Sanatana Gosvami (di cui oggi ricorre la ricorrenza della dipartita da questo mondo). “Questi grandi devoti avevano conquistato il tesoro immortale e sconfinato dell'Amore per Dio, la Krishnabhakti. Erano sempre immersi in sentimenti di compassione per tutte le creature, desiderosi di condividere con chiunque incontrassero quel dono infinito che avevano ricevuto da Shri Krishna Caitanya Mahaprabhu. Erano come oceani di Misericordia; nuotavano nella beatitudine dell'Amore divino, quella gioia eterna, quella soddisfazione piena che la materia non può mai dare, in nessuna condizione. Il nostro rapporto con ciò che è esteriore non ci fa sperimentare neanche una briciola di quella soddisfazione, e quando invece ci pare che la materia possa darci un po' di gioia, in realtà essa è una sorta di allucinazione, un miraggio di felicità, soltanto un riflesso di ciò che è l'autentica beatitudine. La felicità non è utopia. Noi siamo nati per essere felici, per liberarci da illusioni, attaccamenti, da tutti quei condizionamenti che sono gli ostacoli che ci separano dalla felicità. Questa vita umana ci serve per prendere le distanze dagli attaccamenti egoici e per trasformare la loro energia contaminata in energia pura, spostando l'oggetto della nostra attenzione da ciò che ci ha incatenato a ciò che non solo ci libera ma che è anche Amore e Felicità. Questa è la funzione del Guru: aiutare il discepolo a reinvestire le proprie energie, fantasie, creatività, talenti, aspirazioni più intime nello scopo della vita, al servizio di Dio. La Bhakti non consiste in una arida rinuncia al mondo: essa è la capacità di trasformare anche l'attrazione per la materia in fascino spirituale, impegnando ogni ricchezza, energia, forza e conoscenza al servizio del Signore. Per fare un percorso spirituale non si deve rinunciare ai propri talenti, anzi essi debbono essere reinvestiti tutti nella realizzazione spirituale. La bhakticonsiste nel porre i nostri sensi imperfetti al servizio del Signore dei sensi, Hrishikesha. In questo modo anche i sensi tornano alla loro matrice divina”.

Shri Guru Purnima, ki jay!
Gaura bhakta vrinda, ki ya!
Shrila Gurudeva, ki jay!

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Il Miracolo della Luce del Sole e della Misericordia Divina - Bhaktivedanta Ashrama (23 Luglio 2010).
Siamo nel Tempio di fronte a Divinità meravigliosamente vestite. Shrila Gurudeva ci legge e commenta dallo Shrimad Bhagavatam, canto XI, capitolo 26. Dalle pagine del Bhagavatam e dalla bocca di loto di Shrila Gurudeva ascoltiamo insegnamenti bellissimi, che penetrano nel profondo. Anche solo uno di questi, se interiorizzato e messo in pratica con coerenza, potrebbe salvarci e renderci felici.
Shri Krishna rivolge ad Uddhava seguenti parole:


"Come il freddo, la paura e l'oscurità si dissolvono per chi si avvicina al fuoco del sacrificio,
così l'indolenza, la paura e l'ignoranza vengono distrutte in chi si dedica a servire i devoti del Signore.


I devoti del Signore, serenamente e stabilmente situati nella conoscenza assoluta,
sono il rifugio ultimo di coloro che stanno annegando nello spaventoso oceano dell'esistenza materiale.
Questi devoti sono simili a robusti vascelli che vengono a salvare coloro che stanno affogando in quelle tempestose acque.


Come il cibo è vita per tutte le creature, come io sono il rifugio ultimo di chi soffre, e come la religione è la ricchezza di coloro che stanno lasciando questo mondo, così i miei devoti sono l'unica salvezza per chi ha paura di cadere in una condizione di esistenza miserabile.

I santi conferiscono occhi divini [capaci di vedere oltre le apparenze],
mentre il sole permette di vedere solo esternamente e soltanto quando è sorto nel cielo.


I miei devoti sono per tutti le vere Divinità degne di adorazione e la vera famiglia.
Sono il sé individuale e in ultima analisi non sono differenti da Me".


[Shrimad Bhagavatam XI.26.31- 34]

Questi shloka sono decisamente vivificanti e nutrienti spiritualmente, ci dice Shrila Gurudeva. La luce del sole, che ormai si è alzato nel cielo, penetra dalle finestre e Shrila Gurudeva inizia a raccontarci ciò che segue: “Ieri l'altro sul mare, mentre cantavo la sacra Gayatri mantra osservando il sole, cercavo quanto più possibile di entrare nello spirito del sole, nella sua misericordia, nell'essenza del servizio che rende ad ogni creatura,"il pianeta che mena dritto altrui per ogni calle", e questa meditazione ha prodotto in me una vicinanza estrema a questo bellissimo astro; in quell'occasione ho visto quello che anche altre volte avevo visto ma questa volta con occhi nuovi. Ho visto i raggi dorati del sole, i suoi riflessi persistenti nell'acqua calma. Anche questa volta, come chissà quante altre volte, ho notato che sembrava che il sole fosse diretto proprio verso di me. Ma questa indubbiamente, rispetto agli altri momenti già vissuti, è stata un'esperienza speciale. Ho pensato al veggente del Rig Veda che ha rivelato la sacra Gayatri, meditando sul divino astro del sole che illumina ogni esistenza. Chiunque guardi al sole, lo vede sempre rivolto verso di sé. Ed è questa la sua grandezza. Il sole non è esclusiva di nessuno. La sua forza, luce, vitalità, calore sono a beneficio di ogni creatura. E così è il Guru: non è proprietà esclusiva di nessuno; i suoi insegnamenti hanno valore per tutti e a tutti sono rivolti. Così come lo sono gli insegnamenti universali degli Shastra. Se abbiamo questa consapevolezza, possiamo cogliere ovunque la Sapienza e l'Amore e condividerle con tutti. Per sviluppare tutte le potenzialità dell'essere umano e la pura visione spirituale, occorre ricevere la Misericordia di Dio e questo è possibile ricevendo la Misericordia del Maestro spirituale e dei devoti. Ma chi ci dà gli occhi per capire chi sono i devoti? Sono gli Shastra che ci permettono di riconoscere il Guru e i devoti. Gli Shastra sono gli occhi attraverso i quali possiamo percepire la vita e la sua essenza spirituale, che in questo modo possiamo riuscire a testimoniare noi stessi, in prima persona. Attraverso questa sperimentazione diretta, la fiducia nella realtà descritta negli Shastra diventa fede realizzata, solida e capace di resistere alle tante prove della vita. L'anima possiede in sé perfetta visione, ma nello stato di coscienza condizionata questa visione risulta inaccessibile a colui che si è identificato con la mente e la cui percezione è oscurata da maya, dall'energia esterna del Signore. Chi si dedica a Dio invocando la Sua Grazia vede semplificarsi e accelerarsi il suo percorso spirituale. La Misericordia divina sbaraglia tutti gli ostacoli: condizionamenti, blocchi, tendenze distruttive, apatia. E la Misericordia divina la si ottiene facilmente quando siamo impegnati in devotional service, diceva Shrila Prabhupada pronunciando queste due parole con maestà e solennità. Era la sua traduzione del concetto di Bhakti Yoga. Scendendo su di noi, la Misericordia divina ci illumina, ci dà la visione e ci permette di evitare gli ostacoli che si presentano sotto forma di azioni, parole, pensieri e desideri distruttivi. I devoti, poiché aspirano sempre e unicamente alla perfezione, si purificano in ogni istante, anche quando vengono offesi o insultati. Non importa quel che succede, che sia piacevole o meno, l'importante è utilizzare tutto per avanzare spiritualmente. Chi ha questa consapevolezza vede tutto in Dio e Dio in tutto, in ogni essere, in ogni evento, in ogni crisi. Nella Bhagavad-gita (V.18) Shri Krishna dice: Il saggio è colui che vede ogni creatura con occhio equanime. Equanime non significa “uguale”. Infatti, con ognuno il saggio si rapporta in maniera diversa a seconda del livello di sviluppo che ciascuno ha, ma allo stesso tempo egli vede tutti, anche gli animali, nella loro natura originaria di anime spirituali eterne. Con questa visione non possono sussistere paura, risentimento, rancore, astio, odio. Solo l'Amore alberga in chi ha un cuore puro.

12 luglio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Bhaktivedanta Ashrama, 1 Luglio 2010.
Stamani Shrila Gurudeva ha tenuto una bellissima riflessione sull'importanza del canto dei Santi Nomi. Sempre di più realizziamo che il Santo Nome è il Tesoro. E' il segreto per diventare Felici.

“Lo stadio più elevato nel canto del Mahamantra si ha quando la coscienza s'immerge completamente nei giochi divini di Radha e Krishna. Per giungere a questo obiettivo si debbono verificare degli stadi intermedi, tra i quali il rimanere fissi nella concentrazione sul canto e sull'ascolto dei Santi Nomi. Attraverso tale concentrazione prolungata si perviene progressivamente ad uno stato meditativo; di pari passo, il mondo esteriore comincia a dileguarsi e la coscienza si sottrae alla forza illudente degli oggetti dei sensi. La serenità, la soddisfazione, la letizia, la gioia incrementano e diventano una presenza costante nella nostra vita. Entriamo così in quella dimensione dell'essere in cui regna la pace, in cui le turbolenze del mondo rappresentate dalle dualità che generano continui sbalzi d'umore si attenuano fino a diventare nulle. Questo loro esaurirsi non spegne la gioia, ma fa esattamente il contrario: permette alla gioia e all'appagamento interiore di manifestarsi appieno, in tutta la loro forza e con tutti i benefici conseguenti. Alla coscienza si rivelano i rasa, i sentimenti dell'anima, che non possono essere percepiti fintanto che la persona è travolta dalle dualità della vita. Queste dualità entrano e prorompono nella nostra coscienza quando noi diamo loro attenzione e importanza. Tale spiegazione può apparire semplice, ma in effetti la ragione di tutto quel che accade è fondata su di una semplice verità che non è semplicioneria, ma è una comprensione chiara della realtà delle cose. Non è un asura, un perfido, un malvagio che inietta nella nostra coscienza elementi di disturbo: siamo noi che li introduciamo, seppur spesso inconsapevolmente. Ognuno alla fine è causa del proprio male, è l'aguzzino di se stesso, è l'unico responsabile del veleno che ha lasciato penetrare nella propria coscienza. Detto ciò, è altrettanto vero che la ricchezza interiore che ciascuno di noi possiede è stata acquisita per merito proprio, quando abbiamo scelto di collegarci alla nostra essenza spirituale e a Dio che è l'Origine di ogni Bene e Fonte eterna di Grazia e Misericordia. Se nella nostra coscienza ci sono elementi luminosi, siamo noi che li abbiamo introdotti posando su di essi la nostra attenzione e portandoli così nel nostro mondo interiore, volgendoci sempre più verso l'eterno, verso il mondo non duale. Nelle sue opere Platone parla della tensione tra l'anima e il corpo: l'anima vuole liberarsi dal corpo, ma il corpo la trattiene attraverso la psiche. Anche Krishna nella Bhagavad-gita XV.7 spiega che i condizionamenti si annidano nella psiche ed è dunque nella psiche che dobbiamo ricercare le cause dei nostri disturbi della personalità, quelli che ci fanno apparire attraenti le dualità del mondo e che addirittura ci fanno credere che l'illusione sia la realtà e che possiamo trovare nell'illusione la soluzione ai nostri problemi e la gioia cui aspiriamo. Il sogno di diventare felici con gli oggetti dei sensi concepiti come fini a se stessi, vincola sempre di più il corpo all'anima, moltiplica i condizionamenti e in questo modo la persona inganna se stessa credendo che la felicità sia da ricercarsi fuori da sé. Così passa e si esaurisce la vita cercando di raggiungere quel pomo più alto sull'albero dei desideri che riteniamo sia il più dolce ma, una volta raggiunto, colto e mangiato, si scopre subito dopo i primi morsi che non ha gusto e in un colpo si realizza l'inutilità di tutti gli sforzi fino a quel momento compiuti. Anche chi nel mondo ha raggiunto posizioni elevate, prestigio, denaro, potere o quant'altro, alla fine non trova in ciò una soddisfazione reale e duratura. Similmente, anche chi bevesse non solo un bicchiere ma una bottiglia intera d'acqua di mare, non potrebbe certo togliersi la sete, anzi più beve quell'acqua più la sete aumenta. Dobbiamo rifuggire le vanità e cercare ciò che davvero può darci la gioia. I materialisti sono innamorati dell'aspetto immanente di Dio ma, poiché non lo ricollegano alla sua Origine, rimangono condizionati dalle energie della Natura e perdono la possibilità di beneficiarne senza rimanerne vincolati. Gli spiritualisti, invece, sono affascinati dall'aspetto trascendente di Dio, apprezzando al contempo anche la sua manifestazione immanente ma, al contrario dei primi, avvicinandola non per godimento egoistico ma con uno spirito di servizio verso il Creatore che l'ha generata. Chi non concupisce la materia ma la considera strumento che può rivelarsi utile alla propria evoluzione, risulta immune dal condizionamento generato dagli oggetti dei sensi, i quali perdono tutta la loro potenzialità negativa. Shrila Prabhupada ci spiega questo concetto con il seguente paragone: “E' come essere morsicati da un serpente senza denti; non ci arrecherà danno perché gli occorrono i denti per iniettare il veleno. Così il devoto che opera al servizio di Dio e che desidera partecipare al lila divino, anche se vive nella prigione del corpo è comunque libero dai condizionamenti della Natura ed è per questo che nelle Scritture viene definito jivan mukta: liberato in vita. Egli utilizza il corpo come un prezioso strumento con il quale fare esperienze evolutive e aiutare tante persone a ricongiungersi alla loro essenza spirituale e a Dio. Per giungere a questo elevato stadio, non c'è pratica più efficace della meditazione sui Nomi divini, che diventa particolarmente potente se compiuta nelle ore di Brahma-muhurta, dalle 4 alle 8 del mattino, e che ci offre l'opportunità di realizzare la dimensione spirituale. Questo risultato ovviamente non è conseguito da tutti, benché tutti abbiano la possibilità di ottenerlo. Quel che ostacola tale conseguimento sono i condizionamenti che sono penetrati nella coscienza. É per questo che è così fondamentale, come spiega Shri Caitanya Mahaprabhu, la pratica di ceto darpana marjanam, la pulizia dello specchio della mente primariamente attraverso l'ascolto dei sadhu che rafforzano in noi la consapevolezza dell'importanza della meditazione. Per favorire la concentrazione e la pratica meditativa, dobbiamo evitare di cedere alle distrazioni. L'osservanza dei quattro principi regolatori è indispensabile per evitare quelle più virulente. Lo scopo è arrivare a quel livello di concentrazione sull'ascolto dei Nomi divini che non sia meccanico ma sentito nel profondo: è a quel punto che diventa possibile una rapida purificazione che previene sbalzi di umore e abbassamenti di coscienza e che fa pervenire ad una consapevolezza illuminata. Allora il viaggio diventa veramente affascinante, gioioso, estatico, ma a questa meta si perviene attraverso stadi intermedi di illuminazione progressiva. Uno dei pericoli più grandi nella meditazione sono i colpi di sonno, ovvero quello stato di coscienza addormentato, assopito, effetto di tamo-guna, in cui si non è lucidi né tantomeno pienamente consapevoli di quello che si sta facendo. L'effetto di rajas non è meno deleterio poiché produce vikshipta, la distrazione, che è l'esatto contrario della meditazione. Da innumerevoli vite la nostra coscienza è abituata ad accogliere distrattamente tutto quel che le perviene attraverso i sensi, tanto che questo stato confusionale non appare ai più come qualcosa da evitare ma come la normalità. Gli Acarya e i testi sacri ci permettono di prendere consapevolezza di questa cognizione errata e ci offrono strumenti per migliorare il nostro stato coscienziale. Spetta a noi metterli in pratica. Il canto dei Nomi divini durante le ore di Brahma muhurta, cercando di concentrare la coscienza sull'ascolto di queste potenti vibrazioni spirituali, porta innumerevoli benefici anche a chi, dovendo combattere con una mente selvaggia, non è ancora capace di meditare sulle qualità del Signore, sulle Sue avventure divine (lila), sulle Sue divine forme (rupa). I cosiddetti benpensanti in servizio permanente alla mera razionalità, potrebbero biasimare tale esercizio ritenendolo una forzatura, ma tale operazione di contenimento è indispensabile per riscoprire la nostra natura originaria, il volto del sé oltre le maschere dell'ego. Quando si diventa poi signori della propria dimora psichica non ci sarà più necessità di contrastare le spinte della mente ribelle, poiché si sarà raggiunta la pace interiore, che non corrisponde alla morte della psiche ma all'ottimo funzionamento e all'armonizzazione di quest'ultima con le funzioni naturali dell'anima. Chi non ha una buona sadhana, sarà costretto a rimanere ad un livello di meditazione superficiale e la sua coscienza continuerà a riempirsi di elementi inidonei alla realizzazione spirituale: è per questo motivo che la sadhana è una condizione sine qua non per giungere alla realizzazione spirituale. Attenzione: non cadete nella trappola di bruciare le tappe e di credervi prima del tempo liberati o spontaneamente innamorati di Dio, perché i contenuti condizionanti ancora presenti sul fondo della coscienza potrebbero risultare letali. Le Scritture ci spiegano l'importanza di non trascurare mai la sadhana che è un dono divino che abbiamo ricevuto per misericordia degli Acarya. E nell'ambito della sadhana il canto dei santi Nomi è prioritario. Prima di dedicarsi alle responsabilità sociali di cui ci si è fatti carico o ai doveri nella sacra seva, è essenziale iniziare la giornata con Harinama japa. Nel servizio devozionale tutto è Vaikuntha, ma nell'era di Kali la pratica del canto del santo Nome è superiore rispetto ad ogni altro strumento di purificazione della coscienza. Praticatela cercando di prestare attenzione alla qualità del vostro canto, oltre che impegnandovi per un tempo sufficientemente lungo. Osservate attentamente quel che avviene e quel che risuona dentro di voi, invocate la Misericordia divina e sempre di più vi scoprirete responsabili e capaci di migliorare il vostro stato di coscienza”.

14 giugno 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

In viaggio verso Napoli, 4 Giugno 2010.
Durante il viaggio, in riferimento ai vari luoghi e città che vediamo, Shrila Gurudeva ci racconta episodi della storia, aiutandoci a trarne insegnamento per orientare la nostra vita verso la virtù e verso il Divino.

“La storia scorre nel nostro sangue, nei nostri neuroni, fa parte del nostro inconscio collettivo. Già da ragazzo mi interessavo della storia perché comprendevo che il conoscere certe dinamiche e certi errori permetteva di evitarli, di non compierli a nostra volta. Ma ora capisco che quel che veramente ci affranca dal compierli non è solo conoscerli ma aprirsi ad una visione superiore. Ci sono persone che fanno cose ignominiose pur conoscendo le conseguenze che quelle stesse cose hanno determinato nella vita di altri”.

Siamo arrivati vicino a Porto Santo Stefano, dove vediamo un fiume che entra nel mare. Pensiamo che è il fiume della vita, dell'io che scopre il sé, dell'uomo che entra in Dio. Acqua che si estende nel mare infinito. E' il miracolo dell'espansione della coscienza.

“La vita si snoda e si espande nel futuro. Se ci comportiamo bene, senza mai danneggiare nessuno, con sentimenti di Bhakti verso Dio ed ogni essere, viviamo nella Luce che mai tramonta”.

Siamo quasi arrivati a Napoli. Cantiamo la Gayatri contemplando il sole al tramonto. L'indaco del cielo è tinteggiato del rosso del sole. La bellezza immensa di Dio trionfa fuori e dentro di noi, in una visione che ci lascia senza parole.
Shrila Gurudeva ci dice con soavità, con una voce che sembra giunga da un'altra dimensione:

“Quando siamo centrati nel nostro sé profondo e collegati in Amore a Dio e ad ogni creatura, non si soffre né per il condizionamento del tempo né per quello dello spazio, non si ha più paura nemmeno della morte. Tutto dipende dalla nostra attitudine, dalla nostra predisposizione interiore”.

Napoli, 5 Giugno 2010.
Oggi c'è il Seminario sul tema “Psicologia del Ciclo della Vita”.
Siamo raccolti in una sala nel centro di Napoli con una trentina di persone che ascoltano con profondo interesse.

“Per riuscire a comprendere la psicologia del ciclo della vita, occorre in primo luogo liberarsi da quei pregiudizi che inducono a considerare di valore o esistente solo ciò che è visibile con i limitati strumenti psicofisici. Non attacchiamoci a ciò che vediamo come se fosse tutto. Il mondo visibile è una proiezione del mondo invisibile, che costituisce l’origine e il fondamento di ciò che percepiamo con i sensi. Attraverso il percorso spirituale della Bhakti, possiamo sperimentare in questo mondo, qui ed ora, di appartenere ad una dimensione trascendente rispetto a quella psicofisica. Questa esperienza libera dalla paura della morte, ci fa sperimentare una gioia ineffabile e un gusto superiore, l’originario gusto della Vita. Impariamo a chiederci: quali sono i benefici che apporta il morire? Questa domanda sottende una visione della morte ribaltata rispetto a quella imperante, ma solo se ci poniamo in questa prospettiva possiamo scoprire l'utilità della morte quale passaggio da una dimensione di esistenza ad un'altra che ci permette di continuare il nostro viaggio evolutivo. In questo senso, se sviluppiamo la giusta consapevolezza, la morte può trasformarsi in un’occasione straordinaria per fare un salto di qualità, per varcare quella soglia che ci proietta in nuove e più elevate visioni e verità. Per acquisire tale consapevolezza, occorre imparare ogni giorno a morire, realizzando che solo ciò ci permette di rinascere. Ogni giorno, infatti, possiamo morire a cattive abitudini, a difetti della personalità per rinascere ad un bene più grande, sempre più elevato, fino a riscoprire quell'Amore universale rivolto verso tutti e verso ogni cosa e che tutto collega alla sua origine divina”.

Il Seminario si conclude con una Visualizzazione meditativa intensa e suggestiva. Queste le parole con le quali Shrila Gurudeva conclude questa esperienza:

“Meditando sull'impermanenza di questo mondo, possiamo aprirci alla realizzazione di ciò che non muta, che è eterno e che è l'essenza stessa del nostro essere e della nostra vita. Tale realizzazione dissipa ogni paura, così come le tenebre si dileguano in presenza della luce.”

Le persone sono ispirate, commosse. Le invitiamo a partecipare il giorno successivo ad un incontro di Sat-Sanga all'aperto, nella Villa Floridiana.

Napoli, 6 Giugno 2010.
La mattina andiamo in visita a Castel Sant'Elmo, costruito nel 1500 da Pietro di Toledo, Viceré di Napoli. E' una fortezza maestosa. In essa vediamo la genialità umana all'opera. Il castello è costruito sulla roccia, perfettamente studiato per attacco e difesa.

Shrila Gurudeva osserva: “Qui la grandezza dell'ingegno dell'uomo è posta al servizio dell'ego, quando invece dovrebbe essere messa al servizio di Dio, del Bene e dell'Amore”.

Nel pomeriggio organizziamo un programma di sat-sanga nella Villa Floridiana, in un bellissimo parco. Sediamo all'ombra di alberi secolari. Siamo una cinquantina di persone. Tra queste molte che avevano partecipato al Seminario di ieri ed altri amici di Napoli che già ci conoscono. Dopo un bhajan Shrila Gurudeva comincia a parlare di valori spirituali universali e della via dell'Amore. Alcune persone di passaggio si fermano incuriosite ad ascoltare e rimangono fino alla fine dell'incontro, per oltre due ore.

“La realtà di questo mondo è temporanea e in continua mutazione ma è anche fonte di fascino e piena di bellezza. E' sufficiente osservare una cascata, un monte o un bambino che gioca per sentire questo fascino. I Veda, e in particolar modo la via dell'Amore divino o Bhakti-Yoga, non ci ingiungono di fuggire dal mondo o di voltare le spalle alle sue bellezze. Ci stimolano piuttosto ad un'attitudine e stato di coscienza in cui possiamo apprezzare la bellezza del creato ringraziando il Creatore e desiderando al contempo realizzare quella bellezza spirituale che è ben superiore a ciò che riusciamo a contemplare con gli occhi fisici. Questo mondo esprime infatti solo una manifestazione fugace della realtà. Esso è in continua mutazione, mentre la nostra essenza è l'eternità. Qui anche la più grande bellezza decade e sfuma. I piaceri dei sensi si trasformano in sofferenza, quel che prima era splendore diventa cupo e grigio. Per questo motivo i Veda esortano a guardare attraverso le apparenze per vedere l'essenza della realtà. In sanscrito la sostanza che costituisce il mondo viene chiamata dravya. Ma esiste qualcosa che è l'essenza di quella sostanza. Quell'essenza è il Brahman. Il Brahman è l'essenza di tutte le cose, la forza che tutto sostiene. Nella Bhagavad-gita si dice che la sorgente del Brahman è Krishna. Il Brahman è il sostegno di tutto ciò che vedete vivere. È il Brahman dentro ad un seme che genera l'albero. Se imparate questa semplice verità: aham brahmasmi, “io sono Brahman”, diventate coscienti di essere immortali. Uno può essere sano ma se crede di essere malato, soffre come se lo fosse veramente. E cosa gli succede se continua a coltivare questa falsa convinzione? Che si ammala veramente. Similmente, chi crede di essere mortale soffre come se davvero dovesse morire.
Il mantra ha una grande forza intrinseca. Lavora nella nostra struttura psichica e purifica le nostre convinzioni profonde. Chi siamo? Come possiamo tornare in possesso delle nostre potenzialità e realizzare l'immortalità? L'uomo moderno crede di saperne molto di più dell'uomo antico, ma purtroppo spesso è schiavo di una conoscenza priva di una prospettiva trascendente. La tradizione della Bhakti ci offre insegnamenti e pratiche spirituali per realizzare l'immortalità dell'essere, della vita e delle nostre relazioni. Anch'esse infatti sono eterne se non le macchiamo con l'egoismo, quando siamo coscienti che esse uniscono esseri spirituali eterni. Il Brahman è l'energia di cui è costituito l'atman, l'essere spirituale individuale. C'è una relazione tra atman e Brahman, tra l'essere individuale e l'Essere supremo, tra il piccolo sé e il grande Sé, tra l'anima e Dio?
I testi indovedici spiegano che esiste tra loro una relazione eterna, ma lo schermo dell'ego ci impedisce la visione di tale realtà. L'ego è la somma dei contenuti psichici con i quali l'essere si identifica. E' la maschera che nasconde il nostro vero volto. È il paralume che a malapena lascia filtrare la luce della coscienza e la deforma. Ecco perché tutte le tradizioni autentiche hanno sviluppato sistemi e discipline per destrutturare i condizionamenti dell'ego ed entrare in contatto con la realtà. L'ego esprime una parte delle energie della Natura e corrisponde ad una funzione della nostra personalità nella dimensione incarnata, perciò non deve essere distrutto, ma può e deve essere trasformato in uno strumento utile alla nostra evoluzione. Ciò diventa possibile se lo poniamo sotto la guida del sé”.

Shrila Gurudeva continua descrivendo le potenza del mantra come strumento per operare la nostra liberazione. Tutti sono assorti nell'ascolto, anche quei passanti che si sono fermati e che ora sembrano parte integrante del nostro gruppo.

“Nei Veda i sacri mantra sono definiti mantra-manjari. Sono paragonati a boccioli di fiori, perché fanno rifiorire in noi la consapevolezza della Realtà e dell'Amore puro; essi danno alla nostra vita il profumo dell'eternità, ci permettono di accedere ad una dimensione più elevata, quella spirituale. Purificano la nostra mente, liberano dai condizionamenti, ci danno la forza per abbandonare le illusioni e gli attaccamenti egoici che sono la causa delle nostre sofferenze. Se ci liberiamo dal senso di possesso possiamo amare chiunque ed ogni cosa e gioire infinitamente di quell'Amore. L'importante è vivere ogni esperienza in armonia con l'ordine etico-universale e nella modalità pura dell'offerta. La Bhakti è agire in spirito di offerta continua a Dio, alla Sorgente dalla quale siamo partiti e nella quale vogliamo rientrare. Lo Yoga della Bhakti non ha altra funzione se non quella di ricollegarci a Dio. Il mantra Hare Krishna è il mantra dell'immortalità. Gli antichi testi ci invitano ad invocare il Nome divino per collegarci al Signore, all'Origine di tutto ciò che esiste, di ogni essere, della nostra stessa vita. Shri Caitanya Deva è stato il più grande apostolo dell'Amore attraverso la diffusione della glorificazione dei Nomi divini. Il Nome di Dio è capace di operare la nostra trasformazione. Golokhera premadhana Harinama sankirtana! Adesso cantiamo tutti assieme. Fate scendere questi Nomi divini nel profondo della vostra coscienza”.

Krishna rakshamam
Krishna pahiman

Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare

Tutti cantano. Armonia e beatitudine si espandono dentro e fuori di noi.
Dopo il bhajan, Shrila Gurudeva prosegue rispondendo alle domande che gli vengono poste.

“La conoscenza non è il fine della vita. La gnosi è uno strumento per giungere all'Amore ed è per questo motivo che noi abbiamo creato una Scuola. L'amore è il nostro obiettivo. Attraverso la pratica dell'Amore si può sviluppare la più alta sapienza e accedere all'universo interiore spirituale”.

Ogni luogo diventa sacro se c'è chi rivela la via verso la realizzazione spirituale, se si glorifica il Nome divino, se si evocano le glorie di spiritualisti autentici e del supremo Signore.

Si è fatta ora di pranzo. I cari devoti che ci ospitano invitano le persone presenti a prendere prasada con noi. Mentre rispettiamo, ascoltiamo le note della sitar e mantra antichi. Dopo pranzo l'incontro continua. Shrila Gurudeva racconta di Shri Caitanya Mahaprabhu e della Sua vita. Poi leggiamo dalle sacre Scritture e concludiamo con un dolce prolungato bhajan. Il Nome divino è liberatorio. Dio sta nel cuore di colui che in Lui si è rifugiato, di colui che Lo invoca con Amore.

Napoli, 7 Giugno 2010.
Al mattino Shrila Gurudeva incontra alcune persone che ci hanno conosciuto durante il Seminario e che desiderano avvicinarsi alla nostra Scuola e alla via della Bhakti. Per alcune di loro le esperienze fatte assieme in questi giorni hanno rappresentato un punto di svolta nella loro vita. Nel pomeriggio una trentina di persone partecipano ad un altro incontro di Sat-sanga a casa dei cari devoti che ci ospitano.

“Per armonizzare le coscienze occorre in primo luogo trasformarle e purificarle. Se vogliamo che ci sia unione, pace, condivisione, occorre in prima istanza fare un lavoro profondo su noi stessi. Come spiega Patanjali, quando un pensiero si configura come negativo o angosciante si deve cercare di visualizzare il suo opposto. La meditazione rappresenta uno dei più importanti strumenti per la nostra evoluzione ed essa può risultare efficace solo c'è sufficiente conoscenza di sé stessi, delle pratiche spirituali e dello scopo dell'esistenza. E' per questo motivo che noi abbiamo deciso di istituire una Scuola per divulgare la conoscenza sacra ed elevare il proprio livello di consapevolezza. E' la coscienza che aggrega o disgrega i corpi. E' la coscienza che determina la nostra capacità di vedere. La coscienza è il nostro unico vero patrimonio. La coscienza è quel che noi sentiamo, quel che percepiamo, e le percezioni determinano la qualità della nostra vita. L'ipocondriaco che percepisce una malattia che non c'è la induce e alla fine si ammala davvero. Se ti percepisci buono, diventi buono! Se ti percepisci cattivo, diventi cattivo! Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: “Allora basta modificare il nostro pensiero?!” Sì, è così, ma non è un'impresa facile. Per riuscirci dobbiamo imparare a percepirci nella nostra reale identità. Quel che siamo non ce lo dice lo specchio, ma una meditazione profonda, una ricerca seria che ci permette di riscoprire il nostro centro. Se impariamo a raccoglierci, a fare un percorso interiore con il livello più lucido di consapevolezza, scopriamo che siamo già immortali e felici. Non abbiamo da indurre questa felicità o immortalità con un comportamento artificiale; dobbiamo invece destrutturare quei condizionamenti che non ci permettono di percepirci come siamo. Questo è lo scopo della vita. Realizzarlo permette di sperimentare il benessere, la felicità interiore, la gioia profonda dell'anima. Non quella gioia che dipende da cose esteriori, che non abbiamo mai potuto controllare e che mai potremo controllare, ma quella felicità che sgorga dal cuore, inteso non come muscolo cardiaco ma come il nostro metaspazio interiore che contiene tutto l'Universo. Un Universo spirituale così grande che include anche quello che fisico che percepiamo con gli occhi. L'euforia o l'eccitazione dei sensi non sono sinonimo di felicità. Esse producono piuttosto un'illusione cui segue sempre l'inevitabile delusione. In questo modo la persona finisce per diventare sfiduciata e cattiva verso se stessa e di conseguenza verso gli altri. Impegniamoci a pervenire ad una comprensione fondamentale di immenso valore: se ritroviamo il nostro centro, progressivamente realizziamo l'inconsistenza degli eventi per i quali abbiamo sofferto. Viceversa quel che è successo o quel che accade diventerà sempre più importante per noi fino al punto da condizionarci profondamente. Non è l'accadimento in sé che ha veramente influenza su di noi, quanto la nostra risposta affettiva, il nostro modo di reagire, la nostra capacità di elaborare, di gestire l'elaborato e di rispondere in maniera progettuale che sia al tempo stesso produttiva, costruttiva, evolutiva. La preghiera è un aiuto straordinario. E' una pratica che dovrebbe essere quotidiana, perché serve a centrarsi. La preghiera può essere una petizione, l'espressione di una promessa, la richiesta di ispirazione, di una speciale protezione. Può essere una richiesta di aiuto per comprendere più profondamente qualcosa: non un dammi per me, ma perché io possa aiutare meglio gli altri. Quando la preghiera raggiunge il suo livello più alto perviene alla meditazione, attraverso la quale si può liberare la mente dai condizionamenti. Qual è la differenza tra il pensiero meditativo e quello ordinario prodotto dal condizionamento? La differenza è che grazie alla meditazione noi possiamo agire per la prima volta in stato di libertà. Non è sufficiente non avere le manette ai polsi per essere liberi. Occorre essere liberi interiormente. La libertà interiore non necessariamente corrisponde alle apparenze di una libertà esteriore. Nella vita ho conosciuto diverse persone di grande potere che, nonostante la loro saldezza esteriore, soffrivano di mancanza di libertà autentica. La meditazione, se praticata con l'ausilio di una guida esperta e con il desiderio intenso di ritrovare il proprio senso di libertà, permette di fare grandi meravigliose scoperte.

Shrila Gurudeva prosegue spiegando quali sono i nostri unici veri nemici: quelli prodotti dall'ego! Sono kama, krodha, lobha, moha, matsara: bramosia, collera, avidità, illusione, invidia. Shrila Gurudeva li spiega uno ad uno.

“Chi ha conquistato l'ego ha fatto la conquista più grandiosa al mondo, perché è l'ego che moltiplica i nostri avversari. Quando le persone investono sull'ego, non investono su loro stesse ma su di una loro falsa proiezione. É come se mettessero soldi sul conto di un altro. Ogni volta si ritroveranno a scoprire che non hanno accumulato niente, fino a che non capiranno che debbono investire su loro stesse”.

Shrila Gurudeva comincia a rispondere alle varie domande poste dalle persone presenti. Il nostro ego è influenzato dal pensiero degli altri? In che modo dobbiamo utilizzare i nostri talenti?

“Se tradisci un tuo talento, tradisci te stesso. Il talento è la somma di una serie infinite di interazioni tra tue tendenze e tue esperienze. È una cifra che rappresenta la tua personalità. I talenti vanno investiti nell'azione offerta con amore al Signore per il bene di tutte le creature. Possiamo realizzarci se sappiamo ben integrare contemplazione e azione cosciente di Krishna. Non dobbiamo fuggire dal mondo o dalla società in cui viviamo, altrimenti manchiamo di realizzare la dimensione collettiva della nostra personalità, perché noi non siamo individui scissi da tutto il resto: i collegamenti tra noi e gli altri sono fitti e inscindibili. La Bhakti permette la nostra realizzazione nel mondo, agendo con gli altri per gli altri. Quando la contemplazione si armonizza in maniera perfetta all'azione, si ha una significativa evoluzione della coscienza. Gli orizzonti si aprono e cominciamo a percepire tutto nell'Uno e l'Uno nel tutto, Dio negli altri e gli altri in Dio”.

Shrila Gurudeva prosegue parlando di Napoli e dei suoi abitanti.

“Napoli ha una grande ricchezza culturale e spirituale che scorre sotterranea. È attanagliata però dalla paura, che è una forma di manipolazione”.

Tra i presenti vi è un imprenditore che, commosso, dice a Shrila Gurudeva: “Seguendo questi vostri insegnamenti voglio fare qualcosa per il bene dei napoletani e di questa città, mettendo i talenti che ho al servizio di Dio. La ringrazio di cuore perché lei mi ha confermato quel che nel profondo sentivo e mi ha indicato la via per realizzarlo”. Sembra di essere in un ambiente indiano. Il ventilatore sul soffitto che gira. Rumori e frastuoni nelle strade. Gente solare, aperta, accomodante. Vediamo le coscienze che si trasformano accogliendo nel cuore gli insegnamenti della Bhakti.

“In tutte le tradizioni troviamo la lotta degli angeli contro i demoni, dei deva contro gli asura. Le forze della luce però infine hanno sempre la vittoria sulle tenebre. Possono perdere qualche battaglia ma vincono sempre la guerra. Sono le forze dell'ordine cosmico, dell'Amore, potenti più di ogni altra cosa. La tendenza a ricercare il benessere è in tutti. E' presente anche nei malfattori, solo che loro lo ricercano in maniera sbagliata. Come chi vuole cercare la luna nel pozzo”.

Per dare speranza a tutti, occorre incrementare incontri come questo in cui si parla di Dio e della scienza sacra applicata alla nostra vita quotidiana.

“Chi scopre se stesso, nella contemplazione dell'ordine universale e soprattutto nell'amore per Dio, si libera di ogni paura. Abhaya non è il coraggio del temerario, ma è la fede e il coraggio del sapiente. Se ci rifugiamo nell'Amore, questo Amore ci protegge, più di qualsiasi altra cosa. Perché l'Amore di per sé è una potenza straordinaria. Non solo ferma ogni offensiva, non solo crea i presupposti per ridurla ai minimi termini ma genera anche un potente stimolo a seguirne il modello.

Sono oltre le undici di sera, ma nessuno accenna ad andare via. Siamo tutti attratti dal gusto della Bhakti.

“Il Nome divino sgombra il cuore da ogni paura, rende liberi. Nessuna costrizione esteriore può pregiudicare la nostra libertà interiore. La vera schiavitù è essere schiavi interiormente. Ingannare noi stessi è il più grande inganno che possiamo perpetrare. Tutte le disgrazie sono la conseguenza di questo iniziale errore micidiale. Invocare il Nome divino è salvifico, si diradano le nebbie, comprendiamo gli errori compiuti, ci correggiamo e scopriamo la nostra matrice divina. Provate a meditare su questo mantra che ha il potere di conferire il dono della libertà interiore.

Harer nama harer nama harer nama eva kevalam
Kalau nasti eva nasti eva gatir anyata

Concentriamo la nostra attenzione sulla vibrazione sonora del Mahamantra.

Shrila Gurudeva mostra il suo japamala e insegna ai presenti come si cantano i santi Nomi.

“Con questa meditazione i nostri ostacoli vengono spazzati via, la mente si libera dai condizionamenti. Le parole non riescono a descrivere la gioia viva che si produce, che sgorga dal cuore e che non dipende da nient'altro. Il grande mantra della liberazione ci permette di raggiungere moksha e ci fa conquistare quel che è ben oltre ad essa: ci proietta nei prati di smeraldo dell'Amore, nei suoi cieli virginali, in quelle dimensioni pure che esistono dentro di noi. Per raggiungerle dobbiamo cercare noi stessi nelle profondità del nostro essere e nelle vette luminose della coscienza. Invochiamo i nomi del Signore per far risplendere sempre più dentro di noi quella luce che poi può illuminare anche gli altri e il mondo fuori”.

Napoli, 8 Giugno 2010.
Al mattino andiamo in visita a Cuma, la più antica colonia greca dell'Italia meridionale (730 a.C.). Emozionati ci rechiamo nell'antro della Sibilla cumana.

“Vaneggia il gran fianco dell'euboica montagna in un antro, cui cento larghi aditi guidano cento gran porti; di là cento voci precipitano: della Sibilla i responsi.” (Da Virgilio, eneide, Libro VI, versi 42-44)

Shrila Gurudeva ci spiega che siamo in luoghi iniziatici, sacrificali, dove persone venivano per entrare in contatto con altre dimensioni, con il sovrammondo, per ascoltare la voce interiore. Qui ognuno riceveva la rivelazione conseguente alla propria predisposizione interiore. Shrila Gurudeva ci invita a raccoglierci e ad invocare i Nomi divini, per ricercare la via del cuore.

“Con il Maha-mantra apriamo varchi nel buio, sprazzi di luce nelle tenebre, costruiamo l'Amore dentro e fuori di noi”.

Proseguiamo la visita dello scavo archeologico e ci rechiamo in luoghi di meravigliosa bellezza naturale, tra lecci e alberi di alloro. Ammiriamo un mare che si apre davanti a noi di un blu intenso, di fronte all'isola di Ischia. Arriviamo al tempio di Apollo. Nell'Eneide Virgilio narra la fuga dal labirinto di Cnosso del mitico artefice Dedalo con lo sventurato figlio Icaro, servendosi di ali di cera. Giunto sull'acropoli di Cuma, successivamente alla perdita di Icaro, le cui ali, avvicinandosi troppo al sole, si erano sciolte facendolo precipitare in mare, Dedalo eresse qui un tempio ad Apollo, simbolo del Sole e della potenza del Divino imparagonabile rispetto a quella dell'uomo. Qui Dedalo consegnò e consacrò ad Apollo le sue ali di cera. E' la storia dell'uomo che si abbandona di fronte all'incommensurabile Potenza divina.

“Dall'alba dei tempi, in ogni latitudine e longitudine e in qualsiasi epoca, gli uomini hanno sempre sentito forte il richiamo verso il mondo spirituale invisibile, oltre quella visione materialistica che tende a soccombere agli impulsi dell'ego. Quando le persone sono ottenebrate vedono solo ciò che hanno davanti agli occhi, ma nei momenti d'ispirazione si rendono conto che c'è tutto un altro mondo da scoprire, altre dimensioni del vivere molto più elevate di quella che con i sensi percepiamo”.

Proseguiamo il percorso e arriviamo al tempio di Giove sulla collina più alta. Qui l'unica voce è quella del mare. Siamo tra terra e cielo. I cristiani vollero demolire questo tempio per costruirvi una chiesa. Ritornano alla memoria le parole di Shrila Gurudeva quando in più occasioni ci ha spiegato i danni che si producono volendo costruire sulle macerie di altri. Sentiamo forte il profumo delle erbe mediterranee. Ci fermiamo a contemplare il mare mentre respiriamo l'aria di quel luogo sacrale. Scopriamo di essere a 108 metri di altezza (!) e sorridiamo pensando alla meraviglia delle verità divine universali. Nel tempio di Giove cantiamo il sacro Gayatri mantra. Dopo questa suggestiva esperienza, ritorniamo a casa dei cari devoti che ci ospitano. Nel pomeriggio Shrila Gurudeva incontra varie persone in colloqui individuali.

Napoli - Lecce, 9 Giugno 2010.
Al mattino ci svegliamo con una bellissima strofa tratta da una poesia di Kabir che risuona nella mente e nel cuore: “Il Guru è grande al di là delle parole e grande è la fortuna del discepolo”. Anche la giornata di oggi è dedicata a colloqui individuali per soddisfare le richieste di persone che in questi giorni hanno conosciuto Shrila Gurudeva e che desiderano approfondire la relazione ed avere consigli personali su come proseguire il Viaggio. Shrila Gurudeva ci fa notare ancora una volta che nessuna trasformazione è possibile se non c'è una forte consapevolezza e volontà di superare i propri limiti. Nel primo pomeriggio partiamo per Lecce. Le quattro ore in auto passano come quattro minuti. Arriviamo. Ci accolgono con gioia i devoti che vivono a Lecce ed altri cari confratelli venuti per l'occasione. Sono le 21. Nonostante la stanchezza e l'ora tarda Shrila Gurudeva fa un breve bhajan e offre subito ai devoti presenti insegnamenti vitali per la nostra evoluzione.

“Prima che il canto dei Nomi divini diventi privo di qualsiasi contaminazione può passare anche un'intera vita. In tempi brevi possiamo sperimentare qualche goccia di quel gusto spirituale che ci fa sentire un'irrefrenabile gioia che sgorga dal cuore, ma per dimorare sempre a quel livello è necessaria una grande dedizione, un lavoro profondo su noi stessi. Occorre lasciare andare tutto quel che è collegato all'illusorio. Fintanto che questo lavoro non è completato, mentre cantiamo il santo Nome nel desiderio di entrare in rapporto con Krishna, le cose cui siamo attaccati richiamano la nostra attenzione e così la nostra mente, invece di librarsi verso il Signore, vola sul nido degli attaccamenti. Occorre purificare la coscienza, altrimenti gli attaccamenti si accumulano e noi rimaniamo schiacciati sotto ad essi. Il Signore, Dio, l'Onnipotente, l'Onnipresente, il più grande Amico del cuore si manifesta nella forma di Nama. Il Nome divino è la più grande benedizione per ogni essere. Se sappiamo cogliere questa grande opportunità che ci dà la vita nella forma umana, beneficiando della compagnia dei devoti, dello studio delle Scritture e dell'adorazione delle Divinità, possiamo tornare a percepirci nella nostra reale dimensione e riscoprire il gusto dell'Amore puro”.

11 maggio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Appunti di viaggio, 1 Maggio 2010, Shri Govardhana.

Il primo maggio con Shrila Gurudeva e tanti devoti (eravamo 130!) ci siamo riuniti a Shri Govardhana, così è stato ribattezzato il luogo in campagna a Castelnuovo della Misericordia, in provincia di Livorno, che già ci accolse due anni fa per un altro indimenticabile programma di Sat-Sanga ospiti dei genitori di Madhavipriya. Anche questa volta con un kirtana gioioso salutavamo i devoti man mano che arrivavano. Ad accoglierli c'era anche il profumo dei fiori e dell'erba di campo, il verde dei prati, la luce e il tiepido calore del sole primaverile, gli alberi con i frutti in boccio e il soffiare del vento tra le foglie: il saluto e l'abbraccio della Natura che ristora, che dà pace, che con la sua bellezza rende onore al Suo Creatore. Seduti nel prato, ammirando un bellissimo paesaggio, di fronte all'immagine di Shrila Prabhupada e ad un bellissimo dipinto di Shri Shri Krishna e Balarama che corrono e giocano nei prati con le mucche e i pastorelli, Shrila Gurudeva ci ha offerto insegnamenti di valore straordinario per la nostra vita spirituale, che sono arrivati fino al cuore. Un'esperienza unica che ricorderemo per sempre. Ecco alcune gocce di questo nettare.

“La più grande conflittualità che si possa sperimentare non è quella interpersonale ma quella intrapersonale, che consiste in una lotta titanica tra differenti funzioni o tendenze della stessa personalità. Lungo il percorso della realizzazione spirituale questi conflitti intrapsichici sono i più difficili da superare, sono quelli che più di altri ci mettono alla prova. Per superare tali ostacoli, dobbiamo imparare a distinguere tra le voci dell'io e la voce del sé. A volte la lucidità viene meno e si compiono azioni contrarie alla nostra evoluzione, ma se ricerchiamo la voce del sé e rimediamo subito agli errori commessi, possiamo riprendere il sentiero senza smarrirci, arricchiti da un'importante lezione di vita. Un uomo può avere avuto tanti fallimenti nella sua esistenza, ma fino a che non considera gli altri la causa dei suoi mali non sarà un fallito. Ascoltare la voce del sé significa imparare a conoscersi. Conoscersi significa essersi esplorati profondamente. Non conoscersi significa vivere da persone superficiali, come se fossimo alieni a noi stessi. Chiedetevi: “Sono soddisfatto? Sto vivendo una vita felice?” Se non state vivendo felicemente significa che quel che sapete di voi non è sufficiente, a prescindere da quel che pensavate di sapere. Dovete intraprendere il viaggio verso una conoscenza più profonda di voi stessi. Spesso nei grandi testi dell'antichità il viaggio della realizzazione spirituale è paragonato ad un'impresa eroica. Il mondo è il palcoscenico di questo viaggio e gli ostacoli sono simbolicamente rappresentati dai mostri, dai malvagi che imperversano in ogni storia ed impresa eroica e che sono la proiezione dei nostri mali. Solo riconoscendo l'ostacolo possiamo impegnarci a superarlo. Conoscersi equivale ad esistere in maniera cento volte più intensa e consapevole rispetto a chi non conosce se stesso. Ma infine dobbiamo conoscere non solo noi stessi ma anche Dio. E Dio lo si può conoscere solo attraverso di Lui. È solo Dio che ci può aprire la strada che ci conduce a Lui, perché la saggezza umana non basta. E' per questo che Arjuna ha bisogno di Krishna e che Dante ha bisogno di Virgilio. Occorre porci in ascolto della Voce divina che ci aiuta a liberarci dalle nostre identificazioni con il corpo e con la psiche, dalle nostre brame egoiche che rappresentano le mura del nostro carcere. É Dio che apre le porte della nostra prigione, che ci rivela la strada che conduce a Lui, che ci fa vedere la realtà. “O saggezza umana, sai proferire quanto può dire un bimbo attaccato alla mammella! Tu non puoi descrivere la grandiosità dell'infinito, la sua maestà, quella felicità spirituale completamente appagante che tutti noi ricerchiamo”. Quella beatitudine è della natura di Dio, spirituale e infinita. Perché relegare la nostra vita ad una bellezza effimera, la cui ricerca ci sfianca e ci priva di forza morale e d'intelletto? Ricerchiamo piuttosto l'origine divina di ogni bellezza del mondo e colleghiamo ogni cosa al suo Creatore, affinché possiamo contemplarla nella sua autentica essenza, liberandoci dai condizionamenti dell'ego che imperterrito grida: io e mio! Solo se ci rivolgiamo a Dio possono cadere tutti gli ostacoli lungo il nostro sentiero. Li vediamo cadere come birilli centrati da un colpo maestro che consiste nell'abbandono al Supremo. Dobbiamo porci in cammino verso Dio, ma mai nessun uomo ne ha scorto le tracce. Dio non lascia tracce percepibili con i sensi. Le Upanishad ci rimandano a questo concetto con espressioni arcane: canta di Colui che è indicibile, pensa a Colui che è impensabile, cerca Colui che è invisibile. Ma allora a chi canto, a chi penso, chi cerco? Nella Bhagavad-gita XVIII.66 Shri Krishna spiega come è possibile trovare e seguire le Sue tracce: abbandonandosi a Lui. È l'abbandono che ci permette di sviluppare quello stato d'animo indispensabile per unirci a Dio, per vedere ciò che è invisibile agli occhi umani. La scienza e la tecnica potranno produrre microscopi sofisticatissimi, ma Colui che è il più grande del più grande e il più piccolo del più piccolo sarà sempre celato dal Suo velo di Maya. Questo velo scompare solo per coloro che si abbandonano a Lui. Abbandonatevi a Lui: questa è la perfezione! Rinunciate al vostro ego, perché questo è il pegno per abbandonarsi a Lui. Liberatevi da tutte le maschere che vi vincolano al tempo e allo spazio. Esse producono le deformazioni che si manifestano nella psiche e tutti gli ostacoli lungo il sentiero della realizzazione spirituale. Sono queste maschere che ci impediscono di vedere Dio. Ricercate Dio, perdetevi in Lui e troverete voi stessi. La scoperta di Dio coincide con la scoperta di se stessi. Abbandonatevi a Lui e penetrate il Suo mistero. Pensate alle tante sfide che hanno dovuto affrontare i grandi devoti di tutte le tradizioni: Prahlada è stato perseguitato dal padre; i Pandava dai parenti che complottarono per ucciderli; Bilva Mangala Thakur fu perseguitato dalla sua lussuria; Haridas Thakur fu torturato dalle autorità religiose hindu; i profeti furono sgozzati, decapitati, scaraventati nelle fosse dei leoni; Cristo fu accusato dal sinedrio, vilipeso dal pubblico e crocifisso; Francesco fu diseredato dal padre; Al-Haji fu decapitato e mentre la sua testa rotolava per terra, la sua bocca continuava a cantare i nomi divini. Credete che sia facile giungere alla realizzazione spirituale? È molto più facile uccidersi, rinunciare alla vita. La realizzazione spirituale richiede tutta la nostra dedizione, ma è indubbiamente l'unica cosa di valore che c'è da fare nella vita, anche se rare sono le persone che lo capiscono. Anche se avete commesso degli errori e la vostra coscienza si è intorbidata, chiedetevi e dite a voi stessi: “Ma io voglio rinunciare alla limpidezza, alla luce, all'illuminazione? Al momento ci sono forze dentro me che creano degli ostacoli ma io voglio superarli. Non voglio sopportare la contaminazione, non voglio rinunciare alla bellezza, non voglio giocarmi la possibilità di vivere con purezza, nella chiarezza totale. Ho fiducia nella Misericordia divina, che è poi anche la divina Provvidenza e l'Intelligenza cosmica, che sa molto meglio di me cosa mi occorre: io ho solo da abbandonarmi ad essa, il che vuol dire abbandonarmi a Dio. Io non temo Dio, io temo me stesso. Da Dio non può venire altro che Bene, e l'ho già sperimentato numerose volte. E' da me che può venire il male, soprattutto quando perdo il dominio delle mie passioni, delle mie brame o quando mi identifico con le mie debolezze in nome di quella pseudo-libertà che non è altro che un capriccio della mente e dei sensi”. Andiamo alla ricerca della nostra dimensione originaria che è la para-prakriti, la natura spirituale che si realizza soltanto attraverso la Misericordia divina. Nella Bhagavad-gita XVIII.56 Shri Krishna dice: “Sebbene impegnato in varie attività nel mondo, il mio devoto raggiunge per la mia Grazia l'eterna e immortale dimora”. Non pensiate che questa dimora sia raggiungibile solo dopo la morte e che sia un altrove fisico. È qui per chi la vuole qui ed è altrove per chi la vuole altrove, per coloro che qui ed ora non desiderano abbandonarsi a Dio. E' la stessa cosa che avviene a chi pensa che l'erba del vicino sia sempre più verde della sua: dovrà rinascere numerose volte fino a che scoprirà che anche la sua erba può diventare verde se solo lo desidera. E' necessario modificare la propria attitudine e il proprio comportamento. Shri Krishna esorta Arjuna con queste parole: “Dedica ogni tua azione a Me e agisci sempre sotto la mia protezione. Mentre agisci,sii pienamente cosciente di Me.” (Bhagavad-gita XVIII.57). Possiamo diventare coscienti di Krishna servendoLo. “Se diventi coscienti di Me, supererai per Mia Grazia, tutti gli ostacoli dell'esistenza condizionata. Se invece non agisci con questa coscienza ma con falso ego, non ascoltandomi, sarei perduto” (Bhagavad-gita XVIII.58). La Misericordia divina distrugge ogni avversità, mentre l'ego falso crea ostacoli insormontabili. Esso produce bolle d'illusione in cui le persone possono rimanere intrappolate per esistenze intere. Nella Bhagavad-gita XV.7 viene spiegato che Dio accompagna il migrare di ogni essere. Dio ci accompagna sempre, ovunque, ed è questa Sua presenza che dobbiamo realizzare. Se a qualcuno di voi chiedessero: “Ma tu sei solo?”, potreste rispondere: “No, non sono solo”. “Chi c'è con te?”.“Con me c'è Dio”. “E dov'è Dio?”. “ É dentro di me”. L'esperienza della presenza del Divino cambia la vita, ci pone su di un altro piano di esistenza che non può essere spiegato a parole perché è ineffabile, travalica le possibilità di comprensione della logica umana. La Misericordia divina ci fa realizzare che il Signore supremo è situato nel cuore di ognuno. “Io sono nel cuore di ogni essere. Da Me vengono la conoscenza, il ricordo e l'oblio” (Bhagavad-gita XV.15). Il Signore supremo è situato nel cuore di ognuno e dirige l'errare di ogni essere in ogni struttura della materia. Abbandonatevi completamente a Lui, il Signore di tutti i mondi, di tutte le creature. Con una scintilla del Suo splendore, Egli crea e sostiene gli universi. Dio è Tutto. Abbandonatevi a Lui e per la Sua Grazia raggiungerete la pace spirituale e l'eterna immortale dimora. Poiché i Suoi passi non lasciano tracce, è attraverso l'abbandono che noi riceviamo indicazioni chiare e indiscutibili per raggiungerLo. E' attraverso la fede che raggiungerLo diventa possibile. Quella fede che resta salda anche se ci trovassimo di fronte al patibolo. Senza quella fede vi sentirete insicuri anche in un fortino sorvegliato da guardie scelte. Shri Krishna dice ad Arjuna: “Poiché tu sei mio carissimo amico e sei privo di invidia, ti rivelo la conoscenza più segreta. Ascolta la mia parola, pronunciata per il tuo bene” (Bhagavad-gita IX.1). “Signore, Colui che ha avuto la fortuna di entrare nella Tua via, si è dimenticato di sé e si è immerso in Te”. Anche solo un piccolo passo su questa via offre benefici eterni, poiché avvicina alla libertà, all'immortalità, all'Amore. Ci avvicina alla libertà di amare e di sentirsi amati dall'Anima suprema, dalla Coscienza dell'umanità, dall'Uno che diventa molteplice, dall'Infinito che largisce il bene dell'immortalità. “Pensa sempre a Me e diventa Mio devoto. Adorami e offriMi le tue opere. Così certamente verrai a Me, perché sei un amico a Me infinitamente caro. Lascia ogni credo e abbandonati a Me. Io ti libererò dalle reazioni dei tuoi peccati. Non temere” (Bhagavad-gita XVIII.65-66). L'abbandono a Dio è il più grande strumento di salvezza. L'abbandono a Dio spazza via ogni ostacolo dal sentiero spirituale”.

Dopo un dolce bhajan e dopo la festa di prasada, rispettato nel verde tra fiori profumati, il Viaggio continua.

“Quando non vediamo la soluzione ai nostri problemi, dobbiamo guardare in alto, non in basso. Dobbiamo concentrarci sugli insegnamenti spirituali e mettere in moto le nostre migliori qualità, anche quelle che non ci ricordiamo più di possedere. E' il nostro ego che pone limiti alle nostre infinite possibilità di evoluzione, di gioia e amore. Ognuno di noi ha la grande opportunità di evolvere, di avvicinarsi a Dio. Perché bloccare la marcia verso la perfezione? Perché non predisporci con il giusto stato d'animo, quello che ci permette di abbandonarci al Signore e di ricevere la Sua misericordia? Se non apriamo il cuore, la Misericordia non entra. Aprire il cuore vuol dire ricercare l'abbandono a Dio, e questo è possibile solo se abbandoniamo le illusioni e se ci predisponiamo con spirito di servizio nei confronti di Shri Vaishnava, Guru e Krishna. La predisposizione all'abbandono ci apre la via ma è Dio soltanto che ci può aprire la porta per farci entrare nel Suo Amore. Preghiamo il Signore affinché ci permetta di servirLo e di realizzare così il gusto del Suo Amore. La realizzazione di questo gusto, che è la pura Bhakti, ci ripaga da solo da qualsiasi fatica abbiamo sostenuto lungo il percorso. Il gusto della Bhakti è la Vita”.

Shrila Gurudeva ki, jay!
Shrila Prabhupada ki, jay!
Bhaktiseva, ki jay!

15 aprile 2010

'Liberarsi dal falso ego' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

L'ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all'Amore. L'ego dà l'illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L'ego dà l'illusione di possedere l'amore, ma questo sentimento accostandosi all'ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L'amore divino immortale appartiene all'anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all'ego. Liberarsi dalla prigione dell'ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all'ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né Dio né noi stessi. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell'anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l'ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell'ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l'ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all'anima e a Dio. E' la principale causa dell'invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell'ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l'ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c'è l'angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l'angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l'angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l'uno o verso l'altro. Assieme all'orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli asura. L'umiltà è l'atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l'antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la Bhakti dell'aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell'ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la sadhana (disciplina spirituale) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L'offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell'ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall'Harinama japa o Harinama Sankirtana, l'implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest'ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l'umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L'umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

12 aprile 2010

'Sull'imitare o sul seguire le orme' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Dovremmo imitare i saggi, il maestro spirituale, gli acarya, i profeti, oppure seguirne le orme? L'imitazione o la simulazione di un comportamento è una copia, talvolta un inganno, cosa ben diversa dal seguire le orme di un modello elevato nel tentativo onesto e sincero di attivare in noi facoltà latenti ma ancora inespresse, dinamiche di crescita da cui poter trarre giovamento noi stessi praticando con umiltà, dando beneficio anche agli altri. Il maestro spirituale non deve essere imitato, ma seguito e preso a modello per applicarne creativamente gli insegnamenti nella propria vita. Se ci sforziamo umilmente di seguire le sue orme, costruiamo gradualmente in noi tutti i presupposti interiori affinché il suo modello diventi veramente il nostro, un'esperienza e un patrimonio che pian piano possiamo capitalizzare; viceversa, se lo imitiamo mancando di fare un lavoro profondo su noi stessi, abbiamo l'illusione di alzarci in volo ma poi scopriamo che non abbiamo le ali per volare. Solo chi segue le orme, pian piano si avvicina a chi queste orme le imprime. Dunque imitare alla lunga non porta nessun beneficio, anzi ci espone a tanti pericoli, mentre seguire le orme permette di sviluppare e far nostre le qualità che prendiamo a modello. Shrila Prabhupada diceva: “Se non sei umile, comportati come se tu fossi umile; se ancora non sei devoto, comportati come chi lo è”. “Agire come se” è una pratica che può aiutarci molto nel percorso spirituale: se io agisco come se fossi un devoto, mantenendo coscienza dei miei limiti e cercando di superarli, gradualmente divento un devoto. “Agire come se” permette il nostro progresso nella misura in cui pratichiamo senza orgoglio e senza superbia, non fingendo a noi stessi e agli altri di essere già arrivati. Se seguiamo le orme di chi è umile, possiamo anche noi gradualmente diventarlo, senza fare l'errore di mettere in piedi una finzione, ma sforzandoci sinceramente di ritrovare in noi quella elevata qualità dell'anima. In verità la virtù e la conoscenza risiedono già in noi; occorre realizzarne l'esistenza liberandoci dai condizionamenti. Socrate definiva questo insegnamento con il concetto di maieutica e spiegava: quel che io faccio è semplicemente mettere le persone nelle condizioni giuste per “partorire” il loro sapere. Ad un bambino possiamo insegnare a parlare solo perché ha già in sé la facoltà della parola, mentre non potremmo mai riuscirci con una scimmia, indipendentemente dai tanti sforzi che si potrebbero fare. Coltivando la conoscenza spirituale già intrinseca al nostro sé e praticandola nella nostra vita, possiamo risvegliare in noi la nostra natura superiore, l'unica che veramente ci appartiene. Se pensiamo che il bene, l'umiltà, la giustizia, la veridicità, la compassione, la tolleranza, la misericordia, l'amore siano qualità del nostro sé, praticando con fede questi valori sotto la guida di chi li vive coerentemente, possiamo gradualmente riscoprirli realizzando ciò che siamo. E lo realizziamo non soltanto a livello intellettuale, ma anche sperimentando il gusto superiore di quei valori, sulla forza di un'onda emotiva che ci collega stabilmente al nostro mondo interiore. Così facendo, predisponendoci nel migliore dei modi con la preghiera e con la meditazione, ricercando l'aiuto di Shri Shri Guru e Krishna, possiamo fare ottimi progressi, seppur ancora prigionieri in un corpo, poiché ci ricolleghiamo agli archetipi universali e a quell'armonia cosmica che garantiscono l'evoluzione e il benessere di tutte le creature e che ci permettono di trascendere gli angusti limiti dei condizionamenti, di spazio e tempo. Imitare significa privarsi di quel preziosissimo contributo personale che è la creatività. La conoscenza applicata senza creatività, ovvero emulata artificialmente, non porta frutti. Ecco perché non dovremmo imitare gli acarya ma seguirne le orme, acquisendo i loro insegnamenti e facendoli nostri, esprimendoli attraverso la nostra individualità e personalità, con il nostro peculiare sentire, con fede e purezza. Che quegli insegnamenti diventino la nostra voce, il nostro profumo, la nostra cifra esistenziale. Quando una persona imita non è se stessa; può anche recitare bene la sua parte ma in lei non vi saranno concreti e significativi cambiamenti una volta tolta la maschera. Se invece una persona s'impegna ad applicare gli insegnamenti ricevuti senza artificialità, esprimendo se stessa in ogni circostanza, senza mettere in scena nessun artifizio, anche se qualche volta dimostrasse di non capire o commettesse qualche errore, avrebbe comunque molta più possibilità di evolvere spiritualmente rispetto ad un perfetto imitatore. Gli insegnamenti del Guru ci debbono servire da orientamento; la bussola indica la meta ma sta a noi fare il percorso per raggiungerla. Per seguire le orme del maestro spirituale dobbiamo impegnarci utilizzando ogni nostra risorsa al fine di proseguire sul sentiero indicato. Il nostro percorso conduce allo stesso traguardo di chi abbiamo preso a modello, ma ci arriviamo con le nostre gambe, magari con le ali consumate ma siamo noi che giungiamo alla meta e che abbiamo fatto il nostro percorso. Nell'imitare, poiché non facciamo un vero lavoro su noi stessi, non proviamo soddisfazione, mentre nel seguire le orme si sperimenta una grande gioia e un continuo incremento della nostra gratitudine verso chi ci ha mostrato la via ed aiutato a percorrerla. Lungo il sentiero possiamo talvolta incontrare degli ostacoli, come un ruscello che si frappone e ci confonde perché le orme nell'acqua non si vedono: quella allora diventa l'occasione per interrogarci profondamente, per interiorizzare ancora di più gli insegnamenti ricevuti e capire come fare a proseguire, facendo uso di tutti i mezzi a nostra disposizione. Nel seguire le orme è richiesta dunque tutta la nostra partecipazione e questo ci permette di sviluppare gusto per la conoscenza e per la sua applicazione. Quando riusciamo a salire qualche gradino evolutivo, quella diventa una nostra conquista e la gratitudine verso chi ci ha ispirato ed educato nel percorso diventa sempre più grande. Tra imitare e seguire le orme c'è dunque una grande differenza, principalmente di gusto. Seguendo le orme possiamo imparare ad applicare gli insegnamenti con la nostra intelligenza e creatività, purificando e rinnovando continuamente la nostra motivazione per raggiungere equilibri sempre superiori. E se in questo percorso ci consumiamo le piume o se i nostri capelli diventano bianchi non c'è di che lamentarsi, anzi dobbiamo essere fieri che la nostra vita l'abbiamo spesa nel perseguire un ideale nobile. Non c'è altro scopo di valore in questo mondo. Chi sogna di essere felice con i piaceri dei sensi è come chi in un miraggio vede l'acqua nel deserto. Ma allora la nostra è una visione manichea, in cui la materia si contrappone allo spirito? No, la visione che ci hanno donato gli acarya integra la Terra al Cielo. Infatti, anche in questo mondo e con le cose di questo mondo possiamo sperimentare la felicità, ma essa è veramente tale solo nella misura in cui noi siamo collegati e colleghiamo tutto allo Spirito, il mondo al Suo Creatore, e così il creato e le creature. La beatitudine diventa possibile anche in questo mondo quando contempliamo e serviamo in ogni creatura Dio e Dio in ogni creatura.

'Sulla Valutazione e sul Giudizio' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Nella vita, ai fini della nostra evoluzione, abbiamo il dovere di analizzare quel che accade, di comprenderlo e farcene un'opinione. Analizzando i fatti possiamo anche comprendere eventuali errori compiuti da noi o dagli altri, traendone una lezione, senza che ciò determini una sfiducia in noi stessi o che faccia venir meno la nostra gratitudine nei confronti degli altri. In noi stessi, così come negli altri, non vi è solo luce o sola ombra, e la nostra intelligenza va utilizzata nel discernere questi due aspetti per capire in che modo possiamo correggerci e migliorarci. L'analisi, l'indagine, la valutazione dei fatti è un dovere per tutti, se vogliamo evolvere. Ma l'analisi e la valutazione non debbono implicare il giudizio stigmatizzante o la condanna altrui. Nel Vangelo secondo Matteo (cap. 7) si legge: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati”. Da parte nostra c'è la necessità di capire, ma il giudizio spetta in ultima analisi soltanto a Dio. Infatti nell'antichità anche la giustizia terrena si amministrava in nome di Dio, perché è soltanto Lui che, colmo di compassione e benevolenza, conosce veramente i cuori e può emettere un giudizio finalizzato ad educare e a riportare le persone sulla retta via. Quando vediamo individui in conflitto tra loro, non dovremmo chiederci chi ha ragione, ma prima di tutto dovremmo impegnarci a capire che cosa è successo e qual è la cosa giusta da fare. Dobbiamo essere interessati a fare la cosa giusta, non a denunciare chi non la fa o ad acclamare chi la fa. L'anima ci sospinge verso l'alto, verso ideali nobili, verso la purezza. È la purezza la vera forza, non l'astuzia né la furbizia. Si possono leggere anche tutti gli Shastra e impararli a memoria, ma se la motivazione non è il desiderio di sempre maggiore purezza e concordia, non si salirà nessun gradino evolutivo. Impegniamoci sempre a verificare qual è il nostro livello di comprensione e di capacità di applicazione degli insegnamenti. Con i vaishnava, ad esempio, dovremmo comportarci con grande rispetto, stando vicino a loro come si sta vicino al fuoco; bisogna essere attenti a non commettere offese, altrimenti ci scottiamo. Le Scritture c’informano che stare con il maestro spirituale è un privilegio che tocca dopo numerose vite, così come poter servire le Divinità o studiare gli Shastra. Per recepire i loro insegnamenti occorre raccoglimento, offrire dei mantra, esprimere gratitudine attraverso preghiere scelte, se vogliamo entrare in contatto non solo con il libro ma con quel flusso di ispirazione divina che ci giunge quando il nostro cuore è pronto per accogliere l'infinita misericordia. Se non c'è un'attitudine umile e devota, se non ci accostiamo a queste Realtà con la consapevolezza dell'immenso privilegio che abbiamo, rischiamo di perdere il gusto per gli Shastra, per il Sat-sanga, per il Prasada e per altri incommensurabili doni divini. Abbiamo una grande fortuna ma la dilapidiamo. Impegniamoci a prendere consapevolezza della grandezza di quel che ci è stato offerto e della rarità di stare con persone che hanno dedicato la loro vita al raggiungimento dell'Amore per Creatore, creato e creature. Pratichiamo con fede e sincerità la purezza, la semplicità, l'Amore per Krishna e tutti gli esseri. Il vaishnava opera nel mondo per offrire a tutti l'opportunità di fare questo percorso; il bhakta non è colui che si rinchiude in una caverna o in un albero cavo come un misantropo, ma è attivo tra gli uomini nel sentimento della compassione per ispirare tutti ad armonizzarsi con l'universo e a fare l'esperienza della Vita prima della morte. Questa esperienza non la si può fare se non ci si risveglia spiritualmente, se si mantiene l'illusione di diventare felici nella materia con la materia. Grazie a Dio abbiamo ricevuto da Shrila Prabhupada e dagli acarya precedenti non solo insegnamenti teorici ma anche il loro esempio e modello di vita; abbiamo potuto vedere come si sono comportati di fronte agli applausi e agli insulti, nella salute e nella malattia, in momenti di abbondanza e ristrettezza. Dobbiamo essere grati al Signore perché in questa vita abbiamo tutti gli strumenti che ci servono per compiere il nostro viaggio spirituale e giungere a destinazione. Ci saranno ancora prove da superare, curve pericolose e insidie lungo il percorso? La risposta è sì, e non potrebbe essere altrimenti fintanto che viviamo in un mondo così mutevole. In questo viaggio dalla nascita alla morte abbiamo l'opportunità di apprendere tante lezioni per trasformare la nostra esistenza in senso evolutivo e raggiungere le vette della coscienza e della realizzazione nel sentimento puro dell'Amore. Gli acarya ci descrivono il traguardo parlandoci di una vita libera, d’immensa felicità, senza la costrizione del tempo e dello spazio e soprattutto senza la presenza della morte. Le loro parole e realizzazioni richiamano un'aspirazione che è nel cuore di ciascuno di noi: l'aspirazione alla piena consapevolezza, alla libertà, alla giustizia, all'immortalità e alla beatitudine. Nella misura in cui con fede ci dedichiamo alle pratiche spirituali, in proporzione a quanto ci abbandoniamo a Dio e intensamente desideriamo evolvere, potremo liberarci dalla rete di maya grazie all'intervento divino e realizzare l'Amore.

21 marzo 2010

'Sulla Vera Ricchezza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Bhaktivedanta ashrama, 16 marzo 2010.

L'impermanenza, l'instabilità della prakriti è la caratteristica principale di questo mondo. Il mondo è costituito di prakriti e chi fonda la propria vita su di essa considerandola duratura, sia questa nella forma di intelletto, mente, sensi, etere, aria o fuoco, sia essa nella forma di acqua o terra, si illude, vaneggia e non potrà mai realizzare una piena soddisfazione interiore. Poiché tutti gli elementi materiali sono instabili e corruttibili, la prakriti è destinata inesorabilmente a deludere. C'è un solo elemento stabile nell'universo: la coscienza divina, spirituale, immortale. La consapevolezza di ciò rende la persona saggia e la sottrae al dolore dell'illusione e della conseguente delusione. Che il saggio costruisca sulla Realtà e l'unica Realtà veramente tale è lo Spirito. Quel che si costruisce sulle fondamenta dello Spirito è ben saldo, poiché la Realtà non è mai causa di delusioni. Ogni elemento prakritico, a prescindere dalla sua specifica natura e composizione, ha invece un comune denominatore: l'instabilità. E quando una persona, che sia uomo o donna, giovane o vecchio, si attacca ad uno di questi aggregati, è costretta a soffrire. Più volte abbiamo evidenziato che l'origine di tutti i mali è il falso ego, ahamkara, quando il soggetto si identifica con ciò che non è. Da questa falsa identificazione nascono tutti i condizionamenti, klesha. Non esistono “problemi spirituali”. Lo Spirito non conosce problemi. I problemi sono di ordine fisico o psicologico. L'identificazione con l'ego falso, con ciò che non si è, porta a sviluppare amori che non sono veramente tali: ad esempio amore per il potere, per i piaceri sensoriali, per lo stato, per la nazione, per i familiari considerati come strumenti di possesso e godimento. E' questo che intende Cristo quando dice nel Vangelo secondo Matteo ( X.37): “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”. Attaccarsi ad una persona o ai genitori nella loro personalità prakritica crea ostacoli alla propria evoluzione, mentre se ci si attacca all'essenza spirituale dell'altro si può diventare autentici ricercatori dello Spirito. Nel quindicesimo capitolo della Bhagavad-gita Krishna dice: chi conosce lo Spirito e la Natura è il vero saggio. Il problema sorge quando si conosce la Natura ma non lo Spirito, ovvero l'essenza che la vivifica. Possiamo imparare a conoscere lo Spirito attraverso la preghiera, la meditazione, la sadhana, l'azione che mira all'elevazione di tutti, attraverso la verità, la rinuncia e lo studio dei testi sacri, ma niente di tutto ciò è di per sé sufficiente. Una persona può conoscere le Scritture o adorare le Divinità e al tempo stesso può cadere. Nessuna pratica spirituale di per sé garantisce la nostra realizzazione: è indispensabile l'abbandono a Dio in spirito di servizio, con umiltà e devozione. È l'abbandono con devozione a Shri Shri Guru e Krishna che permette di agire con purezza, di comprendere gli Shastra, di fare rinunce costruttive, di curare gli altri e di aiutarli ad evolvere. Chi è abbandonato a Dio e Lo serve con devozione, può indossare indifferentemente abiti eleganti o cenciosi, può indifferentemente rinunciare al denaro oppure utilizzarlo per una causa spirituale, può impegnarsi in un comparto della società piuttosto che in un altro, può essere un sannyasi o un grhastha, può fare servizi umili o servizi complessi che richiedono grande intelligenza, ma niente di tutto ciò modifica la sostanza della sua autentica devozione. La sadhana è essenziale per giungere a questo livello di pura Bhakti, incondizionata e irrevocabile. E' per questo motivo che sono importanti lo studio delle Scritture, la preghiera e la meditazione, l'osservanza delle Ekadashi, la pratica della pulizia e della purezza, rifuggire sempre il male e praticare il bene, rifugiarsi presso persone sante, ascoltare e praticare i loro insegnamenti, essere gioiosi e grati quando ci correggono. Tutto ciò richiede umiltà. Se la persona sviluppa orgoglio è incapace di ascoltare, di correggersi, ed è per lei l'inizio della deviazione, l'inizio della fine. Ci sono diversi sentieri che conducono alla realizzazione. Alcuni di essi prevedono voti molto rigorosi. Ad esempio nell'ordine francescano il voto di castità significa nessun rapporto sessuale, totale astinenza. Il secondo voto in quest'ordine è quello della povertà e il terzo è l'obbedienza totale. Senza regole non ci sono frati, dice un antico proverbio. Un frate che non vuole regole non è un frate. L'accettazione dei voti serve per rinunciare ad un piacere effimero in vista di sperimentare la Felicità duratura, eterna, immortale, cosmica. La rinuncia al piacere sessuale, anche fosse drastica, è un piccolo prezzo da pagare per poter accedere al piacere vero dell'anima, profondamente e completamente appagante. Rinunciare alla ricchezza effimera di questo mondo, quella che dura solo una manciata di tempo perché in fondo si nasce nudi e si muore lasciando qui ogni cosa che si credeva di possedere, per poter guadagnarsi la ricchezza eterna è ben poco prezzo da pagare. L'obbedienza e l'umiltà servono per diventare nessuno nel mondo delle illusioni, che è la condizione essenziale per poter diventare qualcuno nel mondo della Realtà. Shri Caitanya Mahaprabhu e Shrila Rupa Gosvami hanno indicato regole di disciplina spirituale che non prevedono una rinuncia radicale al mondo e che dunque risultano facilmente accessibili per le persone desiderose di evolvere. Nella tradizione vaishnava astensione dal sesso significa astensione dal sesso non finalizzato alla procreazione, a meno che uno non scelga di fare voto di naistiki brahmacari. Attorno a Shri Caitanya vi erano sannyasi ma anche grhastha come Advaita Acarya e Ramananda Raya, che era uno dei suoi compagni spirituali più intimi con il quale Shri Caitanya parlava di argomenti molto confidenziali, delle vette dell'amore spirituale: le relazioni delle gopi con Krishna. Secondo la tradizione della Krishna-Bhakti, in qualsiasi varna e ashrama si può conseguire la perfezione. Non è l'aspetto esteriore dell'asceta o l'aspetto esteriore del grhastha che garantisce la realizzazione spirituale, ma la purezza del cuore e del comportamento, la costante consapevolezza di essere parte integrante del Signore ed operare in comunione con Lui. Se c'è tale consapevolezza, come spiega la Bhagavad-gita nello shloka II.50, che arrivino fischi o applausi, malattia o salute, vecchiaia o gioventù, la persona è comunque e sempre connessa a Dio. Krishna nella Bhagavad-gita non fa mai riferimento a caratteristiche esteriori quando parla dello yogi più elevato, né parla di voti rigidi come condizione essenziale per giungere a quel livello. Nel dodicesimo capitolo (shloka 8-12)Krishna offre varie possibilità e strumenti di evoluzione, adatti ai vari livelli di coscienza, fino a spiegare chi sono le persone a Lui infinitamente care, quelle che hanno abbandonato il piacere effimero, che è solo un'illusione prodotta dalla coscienza condizionata, per acquisire la vera ricchezza dello Spirito. Krishna non mette l'enfasi sulla ricchezza o sulla povertà materiali, ma sull'uso che se ne fa. Mettere al servizio di Krishna le proprie risorse per permettere che altri si avvicinino a Lui è la vera rinuncia, che coincide con la più grande ricchezza. Dunque quel che fa la differenza non è quanti soldi abbiamo in tasca, bensì l'uso che ne facciamo. Cosa stiamo facendo con le nostre energie, con il nostro tempo, con il nostro intelletto? Questa è la domanda da porci. In fondo la prakriti, se messa al servizio del Signore con il puro desiderio di servirLo e soddisfarLo, è uno strumento che ci aiuta ad evolvere. In molte preghiere della nostra e di altre Tradizioni viene descritta la bellezza del creato, per cui si ringrazia il Signore per averci donato il sole, la luna, le stelle, come nel Rig Veda s'inneggia alle aurore. La prakriti viene celebrata non come materia ma come dono divino. Il sacerdote è per definizione colui che unisce in nozze mistiche Cielo e Terra, che dona le cose della Terra al Cielo e che dona le ricchezze del Cielo alla Terra. In ciò consiste il sacrificio. Il sacerdote deve pur toccare le cose di Terra e raccogliere i buoni propositi degli uomini per offrirli al Cielo, e deve pur venire in contatto con il Cielo per invocarne le ricchezze e farle scendere sulla Terra. L'ispirazione, il coraggio, la lealtà, la purezza sono tutte virtù o quid spirituali da donare alle creature sulla Terra. Nella Shri Isha Upanishad Krishna dice: che l'uomo prenda solo quel che la Natura gli ha assegnato, nella consapevolezza che tutto appartiene a Dio. Nella Tradizione i brahmani si mantengono impegnando al servizio degli altri la loro capacità di insegnamento, gli kshatriya utilizzando la forza per ristabilire l'ordine, i vaishya commerciando e producendo ricchezze a beneficio di tutti e gli shudra mettendo a disposizione la loro attitudine a servire. Che i brahmani vivano dell'insegnamento, che siano puri, colti, compassionevoli, misericordiosi, come Shri Krishna spiega in Bhagavad-gita XVIII.42 quando descrive le nove qualità di un brahmano: pacificità, dominio dei sensi, ascesi, purezza interiore ed esteriore, tolleranza, onestà, conoscenza, realizzazione, fede nella Realtà. Chi è carente di queste qualità dovrebbe impegnarsi per svilupparle. Saggio è colui che lavora su se stesso, modellando il proprio carattere e stabilendosi fermamente nella Realtà. Chi dipende dalla prakriti è in perenne turbamento, agitazione, confusione ed è sempre intimamente insoddisfatto. Non dipendere dalla prakriti non significa negarla. Le donne non possono escludere l'altro genere dell'umanità, ovvero gli uomini, come se non esistessero. Operare questa negazione in nome della rinuncia sarebbe puerile e costituirebbe soltanto una phalgu vairagya, una rinuncia ipocrita, fuori dalla realtà. L'altro genere esiste, così come esistono le ricchezze: la differenza in termini evolutivi o involutivi è dettata dalla nostra attitudine e dalle motivazioni con cui ci avviciniamo agli altri e alle cose. All'opposto di phalgu vairagya c'è yukta vairagya, la rinuncia più elevata, che consiste nell'utilizzare tutto al servizio del Signore. È questa alta qualità che contraddistingue la vita di grandi personalità come Parikshit Maharaja, che nonostante fosse imperatore del mondo era un puro devoto del Signore, o Re Janaka che era un grhastha e viveva in una reggia, ma era talmente santo, rinunciato e devoto a Dio che era Guru per asceti rinunciati. Anche Krishna nel lila nasce nella casa di un re e di una regina, Vasudeva e Devaki. Dunque la ricchezza non è da demonizzare, così come non lo è la materia in qualsiasi sua forma. Quando l'asceta sviluppa forte compassione e amore per Dio esce fuori dalla foresta, dalla caverna o dalla clausura per aiutare tante persone a connettersi al Signore. Qualsiasi cosa tocchiamo o facciamo, sarà la nostra motivazione a produrre il nostro sviluppo spirituale o l'opacizzazione della nostra coscienza. Nella tradizione di Shri Caitanya Mahaprabhu, se si commettono errori ci si può correggere invocando il santo Nome, stando in compagnia dei puri vaishnava per servirli, con l'adorazione della Divinità e con le altre pratiche della sadhana-bhakti: queste, se compiute secondo i criteri indicati nelle Scritture, restituiscono il gusto per lo Spirito. Con la pratica il canto del Nome divino diventa così dolce e appagante che soddisfa ogni aspirazione dell'anima, poiché nel Nome si realizza la Divinità. Se invece pratichiamo con superficialità, senza seguire le ingiunzioni delle Scritture, non solo non sviluppiamo il gusto spirituale ma alla fine veniamo calamitati da ciò che l'ego desidera. Dunque dobbiamo essere accurati e attenti nella pratica spirituale, il che è un'altra accezione dell'essere onesti. Il sincero desiderio di purificare il proprio cuore e di dedicarsi al servizio devozionale è reso tangibile dal nostro livello di coerenza. L'incoerenza è la prova della non sincerità o inconsistenza del desiderio. Se avete un desiderio spirituale inconsistente, pregate di accrescere il vostro desiderio e ciò gradualmente avverrà, in proporzione all'impegno con cui praticate.
Una volta alla fine di una lezione un ragazzo fece la seguente domanda a Shrila Prabhupada: “Tu dici che se una persona non è umile non può comprendere il messaggio spirituale. Ma come si fa se non si è umili?”
Prabhupada rispose: “Si deve diventare umili”.
E ancora il ragazzo: “Ma come si fa a diventare umili?”
Prabhupada rispose: “Per diventare umili bisogna cominciare a comportarsi come se lo si fosse già. In questo modo gradualmente lo si diventa”. È questo il segreto della vaidhi sadhana bhakti: comportandosi secondo le ingiunzioni di Guru e Shastra, praticando con sincerità, il gusto dell'anima emerge e diventa sempre più spontaneo fino allo sviluppo della raganuga bhakti. La vaidhi-bhakti, quella supportata dalla sadhana, pian piano si trasforma in bhakti spontanea, perché la natura dell'anima è innamorarsi di Dio e agire in comunione con Lui. La sadhana non fa altro che liberare l'essere dalle costrizioni mentali. Una volta destrutturate le false identificazioni, la persona diventa libera di ascendere al cielo anche quando vive in un corpo. Siate praticanti sinceri. Quando avete un problema, mettetelo sul tavolo parlandone con spiritualisti avanzati. Non sempre per tutti è possibile farlo con il Maestro spirituale, perché magari il proprio Guru si trova a 5000 km di distanza o perché è in uno stato di salute precario o perché ha già lasciato il corpo, allora in questi casi si deve ricorrere a qualcuno che riteniamo veramente capace di poterci ascoltare e guidare. Ma non consigliatevi mai con la vostra mente, perché la mente non è un buon consigliere, anzi è la responsabile dei condizionamenti e della conseguente sofferenza. Dobbiamo diventare consapevoli della nostra essenza spirituale, capaci di ascoltare la voce dell'anima, e ciò è possibile con la preghiera, implorando il santo Nome, con la pratica della sadhana e con il servizio ai vaishnava. Queste pratiche spirituali rendono il progresso rapido, gioioso e la consapevolezza della nostra natura di atman diventa una realtà, quella che Shrila Prabhupada chiama: la coscienza di Krishna. La compagnia di devoti con cui praticare vita spirituale è la più grande ricchezza di questa vita, perché assieme possiamo compiere importanti opere per amore di Dio e a beneficio del nostro prossimo, cercando di salvaguardare il creato dallo sfruttamento cui è purtroppo soggetto. Dobbiamo impegnarci per proteggere gli animali dalla violenza, dagli allevamenti, dai mattatoi, e proteggere le persone dalle loro cattive abitudini, comportandoci con gentilezza e compassione, per aiutare a comprendere e a realizzare che non c'è felicità nell'ego: la felicità piena e vera la si può sperimentare unicamente nel rapporto d'amore con Dio e con tutti gli esseri. Nella nostra vita siamo impegnati su differenti fronti, ma sia che cuciniamo, che ci laviamo, che rispettiamo, che amministriamo, che adoriamo o insegniamo, dobbiamo essere sempre coscienti di Dio, della nostra natura spirituale immortale, esprimendo il sentimento dell'amore per Dio, le creature tutte e il creato. La prova di autenticità di questo amore è che siamo capaci di tollerare le avversità, gli insulti, le sconfitte e tutto ciò che di spiacevole ci accade, nella consapevolezza che tutto quel che avviene nel mondo è solo temporaneo. Dobbiamo essere capaci di tollerare non solo gli insuccessi ma anche i successi, cosa ancora più difficile perché il successo inebria e inorgoglisce se non viene ben elaborato. Ogni cosa che ci arriva dovremmo utilizzarla con il dovuto distacco, che si esprime nell'umiltà, nella serenità, in azioni e parole sempre benefiche per tutti. La vera sapienza produce rinuncia e umiltà. L'interesse per il bene degli altri deve rimanere anche quando gli altri ci offendono. Troppo facile amare chi ci ama: anche gli animali ne sono capaci, ma noi dobbiamo diventare persone mature, capaci di amare anche chi ci odia. Se ci liberiamo dall'amore egoistico possiamo sperare di sviluppare l'amore divino, universale, immortale. Con il cuore esprimo la mia riconoscenza agli Acarya precedenti per l'immenso tesoro di insegnamenti e soprattutto per il modello di vita che ci hanno donato. Infatti, più ancora dei loro insegnamenti è il loro esempio che vive in noi e ci permette di evolvere, senza imitare, senza camminare al loro fianco ma umilmente seguendo le loro orme. Se investite nella purezza, nella lealtà, nella pratica spirituale seria, onesta, continua, sarà un investimento che mai vi deluderà.