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20 febbraio 2009

'Sulla Purezza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Numerosi problemi sorgono da contaminazioni del carattere e molte soluzioni stentano a sortire i loro effetti perché è carente la purezza. Se incrementiamo la purezza, i problemi svaniranno. I problemi hanno il loro terreno di coltura nei condizionamenti, e questi ruotano invariabilmente intorno all’ego. Molti di essi non sussisterebbero se trovassero, come in un organismo sano, difese immunitarie vigorose, ma quando la personalità, anziché essere centrata sulla propria essenza spirituale, orbita attorno all’ego, tali difese immunitarie sono carenti e si costituiscono delle problematiche. La loro soluzione consiste nel ricentrarsi attraverso la purezza. Per purezza si intendono quei desideri, quei pensieri, quelle parole e quelle azioni che sono volti a ristabilire la nostra relazione con Dio, Shri Krishna. Purezza è quando siamo consapevoli che quel che desideriamo, che pensiamo, che diciamo, che facciamo vogliamo offrirlo a Krishna e siamo coscienti che Krishna ci ascolta, che Lui è nel nostro cuore e in quello del nostro interlocutore(1). La consapevolezza di essere monitorati passo dopo passo è vivere sulla via della purezza; conseguire questo stato di coscienza è vivere in stato di purezza, la quale non è un bene astratto, ma concreto: vale più dell’oro, dei diamanti, perché produce benessere interiore nel soggetto e negli altri. Ansietà, paura, collera, astio sono esito della conflittualità interiore, la quale si origina per carenza di purezza. Desiderare in maniera pura significa desiderare di far piacere a Guru e Krishna e quando si presenta un desiderio che è opposto al loro piacere, dovremmo essere immediatamente preoccupati. Le parole che usiamo hanno un grande peso e una forte risonanza prima di tutto nel nostro ambiente psicologico, interiore, e di conseguenza sugli altri, poiché siamo tutti in rete anche se non tutti ne sono consapevoli e capaci di connettersi; gli artistici, ad esempio, sono incapaci di entrare in empatia con gli altri poiché imprigionati nella dura crisalide dell'ego, nelle loro difficoltà caratteriali cristallizzate a causa di una personalità eccessivamente ego-riferita, di errori e impurità accumulati attraverso azioni unilateralmente interessate. I quattro principi regolatori che la tradizione vaishnava insegna, sono i principi per riguadagnare la libertà interiore; poiché solo chi è libero interiormente ha davvero capacità di decidere, di scegliere, è indispensabile praticare questa disciplina, la sadhana bhakti, per evitare la contaminazione e tornare al nostro stato naturale e originario di purezza. Evitando di incorrere nelle seguenti quattro categorie di attività empie, la psiche si illumina e si rigenerano visione, gioia, fede e tutte le qualità dell’anima. I quattro princìpi sono:
  • Non mangiare né carne, né pesce, né uova, perché questa astensione ci allontana dalla violenza verso ogni creatura, da un'attitudine aggressiva verso gli altri.
  • Non avere rapporti sessuali illeciti, rapporti che non sono mirati alla procreazione, ma alla mera gratificazione dei sensi e della mente(2). Quando il sesso, originariamente messo a disposizione dalla Natura per la procreazione, diventa un giocattolo, un vizio o una perversione, consuma tempo, risorse e sopratutto ottunde l’intelletto, riducendo la sua capacità di comprensione e visione alla sola esperienza empirica.
  • Abbandonare ogni tipo di intossicante, poiché diventare tossicodipendenti è il colmo della stupidità. Dipendere da ciò che intossica è il massimo della perdita di senso e scopo esistenziale, perché la persona viene trascinata verso la sub-umanità. Ogni stimolante innecessario (sostanze psicoattive: alcol, tabacco, the, droghe di ogni genere) deve essere dunque abbandonato. Allo stesso modo, deve essere abbandonato ogni atteggiamento mentale che risulti nocivo allo sviluppo delle virtù e della conoscenza spirituale. L'intelletto, l’ego, la mente e i sensi devono essere rigorosamente impegnati con determinazione, equilibrio e concentrazione nella sadhana bhakti per lo sviluppo della salute fisica, psichica e spirituale(3).
  • Abbandonare il gioco d’azzardo, che non consiste solo nel giocare a dadi oppure alla roulette, ma anche nel puntare tutto su una professione, su una persona condizionata, su un’azienda, su un partito politico, sulla famiglia, perché lo scopo della vita è invece puntare sul conseguire la libertà dalla sofferenza e dalla morte e conseguire l’illuminazione, la gioia e l’Amore(4). E’ l’abbandono fidente e amoroso a Dio che, liberandoci dalla dolorosa coppia di opposti illusione-delusione, ci consente infine di accedere al rapporto d’amore con Lui e tutte le creature. Occorre dunque gradualmente rinunciare a tutto ciò che è azzardoso perché il gioco d'azzardo non consente di abbandonarsi, pratica invece di fondamentale importanza per l'avanzamento spirituale.
Innanzitutto è necessario rinunciare ad ogni scusa per abbandonarsi; dobbiamo liberare la mente dai condizionamenti senza rimandare. Purifichiamoci fin da adesso senza aspettare che le fantomatiche condizioni esteriori si manifestino. Le pessime relazioni, la sofferenza, sono conseguenze della mancanza di purezza. I problemi aumentano quando s’impostano male le cose a causa dei condizionamenti e delle distorsioni nella struttura psichica. Occorre dunque aderire ad una disciplina interiore rigorosa per fare purezza e pulizia, sia dentro che fuori di noi. All’esterno la purezza consiste nel parlare veritiero, senza duplicità, rivolgendosi agli altri con dolcezza e rispetto(5); è lavarsi, fare in modo che gli indumenti che indossiamo siano puliti. Non è necessario usare profumi: il profumo di pulito è il migliore. Permettete al corpo di esprimere l’aroma che gli è proprio, che è poi quello dei guna. Se siete in sattva guna profumate da sattva guna, se siete in tamas e in rajoguna ne sentirete gli odori. Occorre lavarsi con cura, fare pulizia dentro e intorno a noi, mettere in ordine, imparare a riconoscere le impurità interne ed esterne, eliminandole senza pigrizia. Purezza è imparare a comunicare con le persone intorno a noi, essere onesti, leali, chiari e trasparenti, far presente gentilmente i problemi che può avere il nostro interlocutore, ma anche essere pronti ad ascoltare ciò che ci dicono gli altri a nostro beneficio, a prendere sul serio chi ci fa presente ciò che non va in noi, riflettere seriamente e responsabilmente su ciò che ci viene fatto notare con sincerità e mettere prontamente mano ad eventuali modifiche al carattere. Uno dei più formidabili ostacoli alla purezza è lamentarsi di quel che non va senza fare il necessario per modificare la situazione. La critica negativa, l’attribuire la colpa agli altri dei nostri guai, l'autocommiserazione danneggiano il soggetto poiché sono forme giustificative perverse. Purezza non è solo chiedere perdono a seguito di un’offesa arrecata, ma soprattutto modificare l'atteggiamento offensivo. Non è sufficiente confessare un errore commesso, ma cessare l'attitudine perversa. Confessarsi senza modificare l'atteggiamento verso l’errore risulterà alquanto sterile(6). Purezza è ricercare la compagnia di persone sante per servirle, cosicché la nostra vicinanza non sia solo spaziale ma di intenti e fondata sul servizio. Questa compagnia purifica il carattere, la personalità(7). Purezza è parlare alle persone della scienza della realizzazione spirituale, senza fare discorsi di spiritualismo astratto; è presentare la disciplina della sadhana bhakti, indispensabile strumento per la destrutturazione dei condizionamenti e per l’avanzamento spirituale. La purezza non si costruisce ma si ripristina, perchè nella nostra essenza spirituale siamo puri e desideriamo gioia, libertà, salute, intelligenza, affetto e amore, tutti valori che abbondano solo in un clima di purezza. Quando invece la coscienza si contamina, tutte le qualità si annebbiano. Per essere autenticamente felici, dobbiamo considerare la purezza come obiettivo assolutamente necessario e urgente da raggiungere. La purezza è sattva guna, dobbiamo mettere dunque le radici in sattva guna. A questo proposito vi consiglio di ascoltare il seminario tenuto a Colle Val D'elsa nell'agosto del 2005 dal titolo: I sentieri dell'amore; in questa occasione ho commentato l'undicesimo canto dello Shrimad Bhagavatam, in particolar modo il capitolo in cui Krishna canta le glorie della purezza (sattva guna) ed esorta il Suo grande amico e devoto Uddhava a vivere puramente. Nella Bhagavadgita viene detto che se non si conquista il livello sattvico ogni progetto di realizzazione è utopico. L'avanzamento spirituale è possibile dunque solo attraverso il conseguimento (e il superamento) di sattva guna. In tamoguna e in rajoguna nessuno può diventare illuminato spiritualmente. Non è efficace meditare su Dio e allo stesso tempo compiere attività egoiche. Purezza è anche evitare radicalmente le dasha aparadha(8) nella meditazione sul Santo Nome, affinché gli effetti prodigiosi del canto si manifestino. Occorre fare purezza nel cuore se vogliamo che Krishna appaia, predisporsi per far funzionare il maha mantra come strumento di purificazione della coscienza. Fare purezza nel cuore è indispensabile, perché se la mente e il cuore non diventano puri, l’illuminazione non si manifesta e la gioia e l'ispirazione percepite a sprazzi non diventeranno mai uno stato stabile e continuo della coscienza. La purezza è una condicio sine qua non per realizzare il risveglio delle qualità spirituali; se ci realizziamo spiritualmente le qualità più elevate e i sentimenti più nobili dell'anima si manifesteranno in modo naturale. La purezza è tutto ciò che consapevolmente ci avvicina a Dio, è la volontà determinata di avvicinarsi a Krishna, di invocarLo, di percorrere il sentiero della realizzazione spirituale. La purezza è indispensabile e senza questa consapevolezza inganniamo noi stessi e gli altri. In ambiente di purezza la struttura psichica si sattvicizza e il soggetto inizia a sentire forte il desiderio di realizzazione spirituale e con questo altri doni si manifestano come esito di una maggiore sattvicità della coscienza. I primi due frutti maturi che si manifestano sono karuna e kripa, la compassione e la misericordia, ovvero due tra le principali funzioni archetipe che illuminano la personalità. Coloro che non giungono a sattva-guna soffrono e fanno soffrire, e proprio per queste loro caratteristiche sono agenti di discordia. Solo quando la coscienza diventa sattvica si trasforma la personalità e attraverso le funzioni di karuna e kripa il soggetto modifica la propria traiettoria gravitazionale e dall’orbita dell’ego si sposta all’orbita del Sé supremo: da peso e causa costante di conflitti e di sofferenze, diventa patrimonio per il genere umano.


(1) Cfr. Bg. XIII.23.
(2) I rapporti intimi tra coniugi meritano un discorso a parte. Per approfondire la questione si rimanda alla lettura dell’articolo di Marco Ferrini dal titolo “Relazioni familiari”.
(3) La mente deve esere utilizzata per elevarsi, non per degradarsi, ma chi non riesce a dominarla avrà serie difficoltà nel cammino della realizzazione spirituale. Cfr. Bg. VI.5-6.
(4) Cfr. Bg.XIII.8-12.
(5) Cfr. Bg. XVII.15.
(6) Cfr. Divina Commedia, Inferno XXVII.117-120: “Assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere assieme puossi, per la contraddizion che nol consente”.
(7) Sadhu-sanga, sadhu-sanga sarva-shastre kaya lava-matra sadhu-sange sarva-siddhi haya (Cc. Madhya 22.54). Tutte le Scritture rivelate affermano che grazie anche ad un solo attimo di compagnia dei sadhu, persone sante, è possibile ottenere ogni perfezione [il successo della vita umana].
(8) Vedi nel testo Guru-discepolo “le 10 offese” in appendice.

12 febbraio 2009

'Il Ruolo della Volontà nell’Armonizzazione e sviluppo della Personalità' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Sviluppo della determinazione e della perseveranza.

Analizzando il rapporto tra il sé e la volontà da una parte e le varie altre funzioni psichiche dall'altra, possiamo renderci conto di quanto sia stretto, convergente, quasi identificante, il legame tra la volontà e il sé, e quanto attraverso la volontà il sé agisca sulle altre funzioni psichiche, le governi e le orienti. Rimaniamo comunque aperti all'esistenza di altri due rapporti: il primo tra il sé spirituale e il suo riflesso distorto (l'ego) – quale somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica –; e il secondo tra il sé individuale (spirituale) e il Sé cosmico, l'Anima Suprema o Dio per i religiosi e i teologi. Mentre il primo rapporto è spesso conflittuale, perché l'anima interagisce con una distorsione (con l'ego, personalità storica e transitoria), il secondo invece, quello con il Sé cosmico, è beatifico, fonte di completa armonia, di estasi. Il problema della volontà, dunque, consiste in quale dei due rapporti privilegiare. Il processo inconscio non possiede una propria volontà, è piuttosto automatico; non possiamo vederlo in movimento con gli occhi né esaminarlo con la mente razionale, ma possiamo sperimentare che esiste una dinamica per la quale esso agisce spontaneamente rispondendo agli input che gli abbiamo fornito col pensiero cosciente, con o senza un deliberato atto volitivo. Il pensiero cosciente sceglie gli scopi, seleziona i dati, calcola, valuta e giunge a conclusioni e, generalmente senza saperlo, mette in moto il processo inconscio. Attraverso la volontà - che rappresenta la funzione più immediata e più diretta dell’io - si può produrre un’immagine mentale dello scopo che si vuole raggiungere, e questa mette in moto nell’inconscio un’attività diretta a realizzare tale scopo… anche se noi rimaniamo all’oscuro del modo in cui opera.

Il pensiero cosciente non è, perciò, l'esecutore materiale del risultato, ma colui che ne attiva i meccanismi(1). Dunque agire qui ed ora nel modo più eticamente corretto possibile (dharmya) permette poi al processo inconscio di raggiungere spontaneamente, senza eccessiva fatica, i migliori risultati. Ecco perché chi si occupa diligentemente e con fiducia del qui ed ora, non ha necessità di preoccuparsi per il futuro, perché gli obiettivi verranno conseguiti dal processo inconscio che avremo messo in moto. La volontà è ottimamente usata quando si limita a fornire l’impulso iniziale e lascia che l’elaborazione inconscia segua naturalmente e spontaneamente. Per avere pieno, soddisfacente e duraturo successo nell'utilizzo della volontà, dobbiamo dunque operare attraverso di essa, non direttamente applicata allo scopo finale, bensì alla gestione delle funzioni psichiche. Infatti, il miglior utilizzo della volontà lo si ottiene quando attraverso di essa si attivano e si dirigono tutte le forze del mondo psichico. Come nel mondo fisico prima di agire si deve tener conto del complesso sistema di leggi che lo governa, similmente, prima di dare corso ad un atto volitivo si debbono considerarare le forze psichiche che tale atto implica e le leggi che lo governano.

Fede, disciplina, coraggio, interesse, ottimismo, tendere ad uno scopo evolutivo e costruttivo, tutto ciò rafforza la volontà e la vitalità. Futilità, pessimismo, frustrazione, rancore, risentimento, invidia, gelosia, paure, nostalgie, attivano dinamiche distruttive che riducono la forza di volontà e la vitalità e di conseguenza anche la prospettiva della vita. Con questo tipo di attitudine si accelera anche il processo dell'invecchiamento. Nella vita ciascun individuo sente la necessità di soddisfare dei bisogni fondamentali, i quali, se perseguiti e realizzati in modo salutare ed eticamente corretto (dharmya) favoriscono lo sviluppo e il rafforzamento della volontà. Questi principalmente sono:
  • Dare e ricevere amore.
  • Trovare e dare sicurezza.
  • Poter esprimere la propria creatività e incoraggiare altri a farlo.
  • Sentire riconosciuto il proprio valore e riconoscere quello degli altri.
  • Vivere nuove esperienze e incoraggiare altri a rinnovarsi.
  • Sviluppare fiducia in sé stessi e coltivare la fiducia nella provvidenza e nell’uomo.
  • Vivere un senso di completezza, pienezza, soddisfazione, ispirando altri a fare altrettanto.

Esercizio della determinazione e della perseveranza.
La determinazione è uno stato mentale che può essere coltivato e sviluppato con la giusta predisposizione. Come tutti gli stati mentali, la determinazione scaturisce da fattori psicoemotivi e attitudinali ben precisi, tra questi:
1. Desiderio. In presenza di un desiderio intenso e ben definito è più facile sviluppare e mantenere la determinazione nel perseguire l'obiettivo che ci si è prefissi.
2. Definizione di scopo. Sapere ciò che si vuole è la prima cosa e, forse, la più importante, per sviluppare la determinazione. Una forte motivazione aiuta a superare difficoltà iniziali e imprevisti.
3. Fiducia in se stessi. II credere nella propria capacità di poter conseguire un risultato, incoraggia a seguire il piano con determinazione.
4. Definizione di programmi. Programmi organizzati, sebbene inizialmente non accurati e non ben centrati, incoraggiano la determinazione e rafforzano la perseveranza.
5. Conoscenza accurata. Sapere che i propri progetti sono saldamente fondati su di una conoscenza approfondita della realtà e su esperienze di natura evolutiva, favorisce la determinazione. La «presunzione», al contrario del «sapere», indebolisce la determinazione.
6. Cooperazione. L'empatia, la tolleranza, la comprensione e la cooperazione armonica tra i membri del gruppo rafforzano la determinazione di ciascun membro o componente di quest'ultimo.
7. Forza di volontà e progettualità. L'esercizio costante di coltivare la volontà e di concentrare i propri pensieri – in maniera proattiva - sulla definizione di un progetto, al fine di programmare l'ottenimento degli obiettivi che ci siamo prefissi, sviluppa la determinazione.
8. Abitudine. La determinazione è il diretto risultato della nostra impostazione mentale, di un’abitudine, ovvero di una deliberata impostazione all'azione adottata come criterio costante di comportamento consapevole. La nostra conformazione mentale si modifica a seconda delle azioni che compiamo e che, seppur inconsciamente, influenzano la struttura psichica con modelli comportamentali che vengono assorbiti e automaticamente riproposti secondo gli schemi adottati ed acquisiti. La paura, una delle più pericolose e peggiori emozioni distruttive, può essere ad esempio effettivamente curata dalla ripetizione volontaria e sistematica di atti di coraggio. Ciò è ben noto a tutti coloro che hanno fatto quest’esperienza.

(1) Cfr. BG. III.27: “Sviato dall'influenza dell'ego, il sé spirituale crede di essere l'autore delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dai guna, [le tre energie archetipe costituenti la Natura]”.

24 gennaio 2009

'IL MANTRA' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

C’è una forma di Yoga chiamata nada-yoga che è conosciuta come mantrica, ovvero che utilizza il mantra. Attraverso l’utilizzo di aggregati sonori, si ottengono accostamenti a dimensioni diverse da quelle che l’umano generalmente frequenta. Il termine sanscrito mantra significa 'strumento di pensiero', e anche 'ciò che protegge la mente'.
La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. E' efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa. La letteratura vedica è costituita da un numero incalcolabile di mantra. Tra questi il Mahamantra o 'grande mantra' è il più importante nella spiritualità vaishnava poiché tradizionalmente rappresenta la forma sonora di Dio e possiede le Sue stesse potenze o shakti. Ogni sillaba è densa di energia spirituale, e può trasformare l’energia psichica da disecologica ad ecologica. Il Mahamantra dunque è il Signore supremo fattoSi strumento per consentire agli umani di purificare le proprie menti, provocando in loro un cambiamento di coscienza e fornendo una spinta ascensionale che li rende capaci di spezzare tutti i vincoli egoici, di riarmonizzare le varie istanze interiori e di sviluppare le facoltà superiori latenti. La pura, trascendente vibrazione del Mahamantra, quando esso viene cantato, invocato o meditato con attitudine adeguata, consente di schiarire il campo mentale, di sentirsi in armonia con tutto il Creato e di provare sentimenti profondi di amore e gratitudine per Dio.
Il mantra dunque è la forma sonora della Verità (satya rupa), e nel caso del Mahamantra è così composto:

HARE KRISHNA HARE KRISHNA
KRISHNA KRISHNA HARE HARE
HARE RAMA HARE RAMA
RAMA RAMA HARE HARE

Krishna è un nome di Dio che significa 'l'Affascinante', Rama invece si riferisce al Supremo come a 'Colui che dà piacere' e Hara (nel mahamantra al vocativo) designa l'energia di Amore di Dio, o Hladini shakti.

'A Wonderful Mind: Come trasformare una mente ribelle in una mente meravigliosa' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Da tempo immemorabile, tra l’anima e la psiche si combatte una perenne battaglia per il predominio della coscienza. Per l’essere umano condizionato, i dilemmi più penosi sono creati dalla estenuante tensione tra i due poli, che presentano soluzioni tanto diverse quanto sono diverse le loro motivazioni. Tali tensioni perdurano fintanto che l’io storico - prodotto di scelte arbitrarie della psiche - non viene armoniosamente reintegrato nel campo energetico dell’anima. I dubbi che la mente talvolta insinua sono legati al cangiante e mutevole mondo dell’impermanenza, ed è normale che il fenomeno si intensifichi in prossimità di scelte di vitale importanza, o subito dopo. In ciascuna di queste fasi è l’ego falso che protesta, ma non fatevi intimorire. Finora l’ego l’ha fatta da padrone, ha oscurato il vostro vero sé, vi ha tiranneggiati impunemente vita dopo vita, vi ha resi schiavi di illusori progetti di felicità, di farneticanti ambizioni. Adesso che lo state spodestando, che state per riguadagnare la libertà, ovviamente si ribella. Ogni condizionamento produce qualche forma di nevrosi, e i condizionamenti spesso sono più di uno. Da tempo immemorabile dentro di noi sembra che convivano due “esseri”. Il primo e più insistente è l’io inferiore, detto anche “falso ego”: sospettoso, arrogante, orgoglioso, egocentrico, insoddisfatto e irritabile. E’ come una bestia scaltra e famelica, sempre in cerca di preda nella forma di prestigio e piaceri illusori. La seconda è l’io superiore, il sé, l’essere spirituale nascosto, l’atman, la cui chiara voce di saggezza solo raramente abbiamo udita ed ascoltata. Nello scontro tra questi due “esseri” vincerà certamente quello che nutriamo di più. Più prestiamo attenzione agli insegnamenti spirituali, più li contempliamo e li integriamo nella nostra vita di tutti i giorni, più si risveglia e si rafforza in noi la voce interiore, la saggezza innata del discernimento che, nella cultura della Krishna-bhakti, nel Gaudiya-Vaishnavismo, è chiamata tattva-viveka, consapevolezza discernente. Se incominciamo a distinguere tra le insistenti, suadenti quanto ingannevoli voci dell’io – che peraltro non ha alcuna esistenza propria - e la veritiera voce del sé – realtà immortale - e scegliamo deliberatamente e irrevocabilmente la guida della seconda, questa ci apre la luminosa via della libertà, della salvezza, della gioia e dell’Amore. Allora e solo allora inizia a manifestarsi in noi il chiaro ricordo della nostra autentica natura - una e indivisa - quella spirituale, in tutto il suo splendore e divina verità. A quel punto i vaneggiamenti dell’ego falso non distolgono più dalla retta comprensione-visione e anche gli ultimi dubbi cessano, e con essi i capricci della fu mente ribelle. Poiché il vero ostacolo alla realizzazione spirituale è la mente ribelle, una volta conquistata e resa docile strumento sotto l’egida dell’anima è possibile sperimentare prontamente la felicità ineffabile dell’estasi. L’esperienza psicologica dell’inferno precede l’ascesa al Cielo, passando quasi invariabilmente per la fase intermedia del Purgatorio. Il primo passo concreto su questo sentiero è l’abbandono a Dio, espresso poi anche formalmente dal rito dell’iniziazione (Hari-nama diksha). Del resto, la vita iniziatica - dono divino che permette di trasformare in un puro diamante la mente - richiede chiarezza, onestà, coraggio e fermezza. Infatti, quando si sono sufficientemente praticate e sviluppate nel carattere queste fondamentali qualità, la Grazia Divina discende e tutto s’illumina, la ex plumbea mente si colora di aurei bagliori, l’anima è strappata alla schiavitù della materia e si libra in Cielo…Solo allora l’evoluzione spirituale diventa rapida e prende concretamente realtà, anche nel mondo tridimensionale.