14 settembre 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Appunti di Viaggio.
“Alla ricerca della Sacro. Sulla via dello Yoga e delle sacre confluenze”.
Seminario alle pendici dell'Himalaya.

25 Agosto 2010, “La Partenza”.
Sono quasi le 18. Siamo sul volo da Bologna verso Monaco, da dove poi prenderemo l'aereo verso Nuova Delhi. Dai piccoli finestrini dell'aereo vediamo al di sotto di noi soffici cumuli di nuvole bianche. Scopriamo nuove prospettive. Inizia il nostro Viaggio. Stiamo volando ad una quota di 7600 metri, ci dice il pilota che ci dà il benvenuto. Diversi tra noi si conoscono, ma ci sono anche tanti volti nuovi, persone con le quali entrare in relazione, con cui condividere questa esperienza speciale che ci accomuna. Già sentiamo che qualcosa di profondo ci unisce, anche se ancora non conosciamo tutti i nostri nomi. Esperienze come queste sono uniche in una vita, perché la meta che perseguiamo in questo viaggio non è esteriore: è dentro di noi. Siamo qui perché desideriamo scoprire quella dimensione spirituale dell'essere in cui realizzare la Gioia e l'Amore.

26 Agosto 2010, “L'arrivo a Delhi”.
Siamo arrivati a Delhi. Ad accoglierci ci sono subito i segni della cultura tradizionale dell'India: nella hall dell'aeroporto ammiriamo la riproduzione in rame di 12 mudra della conoscenza e della devozione. Fuori dall'aeroporto vediamo un cantiere in corso, costruzioni che lo scorso anno non c'erano. La continua trasformazione dell'India è sotto i nostri occhi. Mentre stiamo uscendo dalla città di Delhi a bordo del pullman che ci porterà a Rishikesh incontriamo un primo grande tirtha o luogo sacro, il fiume Yamuna che lambisce la città, descritto nelle scritture sacre indovediche come uno dei luoghi più sacri dell'universo. I segni del sacro trionfano, ma sono molto visibili anche i segni della progressiva e sempre più rapida occidentalizzazione dell'India. Stiamo attraversando la città di Delhi e sulle strade non abbiamo ancora visto neanche una mucca, simbolo sacro di questa cultura, in cui essa viene tradizionalmente rispettata e onorata come come una delle sette madri. In viaggio da Delhi verso Rishikesh, il nostro Maestro ci introduce al senso del nostro viaggio alla ricerca del sacro. “Lo spettacolo dell'India attrae la nostra attenzione per quanto è pittoresco e paradossale, per quanto è difficile da comprendersi nella sua complessità e nelle sue molteplici contraddizioni, ma ricordiamoci che noi siamo qui non tanto per soffermarci su questo spettacolo multiforme che scuote i sensi, ma per ritrovare le tracce di una cultura spirituale antica che rappresenta una delle più nobili ed evolute espressioni della civiltà umana e che purtroppo sta sempre di più scomparendo nella misura in cui avanzano edonismo e consumismo. Noi siamo qui per andare oltre lo spettacolo delle percezioni sensoriali. Siamo qui per fare il viaggio dell'anima, per ricercare il senso più profondo della vita. La strada che stiamo percorrendo è quella che porta alle pendici dell'Himalaya, nelle città sacre di Haridwar e Rishikesh, ma il nostro vero percorso non è quello che si misura in chilometri, che figura nelle mappe o che si fa sull'asfalto: la strada che desideriamo percorrere è tutta interiore, è la via della coscienza che cerca di risvegliarsi alla Realtà. Il viaggio è spostamento ed anche tras-formazione, dunque la forma, se il viaggio va a buon fine, si deve modificare. E di quale forma stiamo parlando? Della nostra forma interiore, quella che ci rappresenta intimamente e con cui guardiamo a noi stessi, agli altri, al mondo, alla vita. La scoperta di noi stessi dovrebbe essere lo scopo di questo viaggio. In noi dovrebbe insorgere la seguente riflessione: che cosa dovrebbe essere prioritario nella mia vita? Che cosa è urgente distinto da che cosa è importante? Il viaggio è appena iniziato, ma ponetevi subito questa domanda, cercando la risposta in quella matrice spirituale che costituisce la nostra essenza e che rappresenta il punto di osservazione più intimo di cui disponiamo, purtroppo troppo spesso oscurato dalla presenza ingombrante della mente condizionata e dell'ego. Il nostro viaggio dovrebbe servire a trasferirci dalla percezione dell'ego a quella dell'anima”. Mentre sulla strada vediamo bambini che vendono pannocchie di mais ai passeggeri degli autobus, Shrila Gurudeva continua ad introdurci al nostro viaggio. “Una chiave di lettura indispensabile per comprendere l'animus indiano è il concetto di dharma. Il dharma è l'ordine cosmo-etico che governa tutto ciò che esiste. Quando si perde il contatto con il dharma, si attiva un processo entropico distruttivo. Ciò che prima era brillante diventa opaco, ciò che prima era luminoso diventa buio, crepuscolare, tenebroso. Quel che prima era pietà diventa empietà. Quel che prima era ispirazione diventa disperazione, quel che era pace diventa conflitto; i sogni cessano di realizzarsi, degenerano e diventano incubi. Questo nome, dharma, scrivetelo nei vostri quaderni, sulla sabbia alle rive dei fiumi sacri, ma soprattutto scrivetelo nei vostri cuori, cercando di comprendere qual è il vostro dharma, quali sono le vostre caratteristiche irrinunciabili. Tutte le volte che ne smarriamo una, diventiamo ansiosi e irrequieti fintanto che non ne riprendiamo consapevolezza”. Il viaggio prosegue. Ci vengono i brividi al pensiero che la strada che stiamo facendo è stata percorsa in miliardi di anni da innumerevoli persone che andavano a cercare il loro dharma sull'Himalaya, in luoghi speciali e di grande valore per la trasformazione evolutiva del genere umano. In quei luoghi Dio è apparso, è vissuto, ha impartito insegnamenti e ha giocato con i Suoi devoti, e in quei luoghi numerose anime realizzate hanno continuato a trasmettere quei grandi insegnamenti che avevano ricevuto per rivelazione divina. La strada che desideriamo percorrere è quella per ritrovare la pace, il contatto con Dio, per risvegliare la coscienza sopita, per contemplare la realtà ben oltre il mondo delle apparenze, per realizzare la devozione per Creatore, creato e creature. Quella devozione (bhakti) costituisce la facoltà fondamentale di ogni essere, il sentimento sorgente della nostra gioia. Nell'intimo del nostro cuore esprimiamo questo desiderio: “Che questo viaggio ci conduca a quella devozione, alla luce dell'anima”. Shrila Gurudeva prosegue con una riflessione tra mito e storia, tra storia e metastoria, tra terra e cielo. “Se non prendiamo coscienza del nostro centro coscienziale, anche se conquistassimo grande potere nel mondo, vivremmo comunque nella sofferenza, in un deserto relazionale. Allo stesso modo, se volessimo fare una fuga nello spirito trascurando gli impegni e i doveri presi nel mondo, non potremmo realizzarci. Siamo esseri di terra e di cielo. Abbiamo bisogni immanenti da soddisfare, che se rimangono irrisolti producono pericolose nevrosi, ma allo stesso tempo aneliamo in maniera irrinunciabile all'immortalità, alla sapienza, alla beatitudine, all'amore puro”. Ci stiamo avvicinando sempre di più alla nostra meta. Il paesaggio si fa sempre più verde, sempre più bello. Ci sembra di entrare in un altro mondo. A 25 km da Rishikesh vediamo per la prima volta il grande fiume sacro: Ganga Mayi, e di fronte un'imponente gigantesca statua di Shiva che concede le sue benedizioni. Subito dopo scorgiamo le prime montagne della catena himalaiana e cominciamo a salire. Per predisporci a comprendere la realtà spirituale oltre il mondo visibile, quella che permette anche a ciò che si vede di esistere e di avere un senso, offriamo un canto di lode al Signore per la nostra protezione. “Che questa preghiera sia di buon auspicio, mangalam, per il viaggio che stiamo intraprendendo. Che la pace, la serenità, la visione spirituale, la misericordia, la compassione scendano su tutti noi, che ci rafforzino, che ci diano nuova vita e permettano ai nostri occhi di vedere veramente”. Con questa intenzione nel cuore, cantiamo tutti assieme la preghiera a Shri Nrsimha Deva e poi dolcemente il Mahamantra Hare Krishna. Verso sera arriviamo in albergo.

27 Agosto 2010 mattina, “Visita a Ramjhula”.
Partiamo al mattino presto per andare a Ramjhula, il ponte dedicato a Shri Rama. Lungo il percorso vediamo l'ashram dove il nostro Maestro soggiornò quando venne per la prima volta a Rishikesh 34 anni fa. Passiamo per la strada che faceva ogni mattina per andare a meditare sulle rive della Ganga. In questa strada oggi ci sono una lunga serie di baracche di commercianti che un tempo non c'erano. L'India cambia, si trasforma, ma noi siamo in cerca della sua anima. Per il nostro programma di sat-sanga ci fermiamo in un ghata proprio davanti alla Ganga. Il grande fiume scorre. A noi pare il fiume impetuoso della nostra vita. Siamo qui per trovare la giusta direzione da dare al nostro flusso di desideri, pensieri, emozioni, sentimenti. La giusta direzione da dare alla nostra aspirazione irrinunciabile: l'amore. Dolci note con antichi mantra vibrano nell'etere e danno a questo momento il sapore dell'eternità. Una donna indiana seduta su di un muretto accanto a noi batte le mani accompagnando il kirtana. I nomi di Dio e la genuina devozione permettono di trascendere le differenze di razza, religione e cultura e ci uniscono profondamente. “Le sacre scritture dell'india ci spiegano che il bene e il male che incontriamo nella vita dipendono dalla nostra predisposizione interiore e dalla qualità delle azioni che compiamo. Se vogliamo far risplendere la nostra natura spirituale, dobbiamo saperci predisporre e imparare ad orientare non solo i nostri pensieri ma anche le nostre emozioni. Sono le emozioni che danno il sapore, il gusto a ciò che facciamo. L'uomo e la donna occidentali sono in genere più propensi a gestire i pensieri, ma spesso si lasciano travolgere da emozioni negative che non sanno dominare. Pensieri ed emozioni debbono essere invece ben armonizzati e tenuti sotto il controllo del sé superiore, come le acque di madre Ganga che scorrono entro solidi argini”. Ad un certo punto vediamo il cadavere di una mucca che scorre portato via dalle acque del grande fiume. Shrila Gurudeva richiama la nostra attenzione su questa scena e ci dice: “Da quel che vedete potete imparare una grande lezione: capire qual è il destino di tutti i nostri corpi. Niente di quel che è relativo ai corpi è duraturo e realmente importante. Il corpo vive perché dentro ci siamo noi che lo facciamo vivere. Quando l'essere spirituale esce dal corpo, quel corpo diventa tale e quale a quel cadavere che vedete trasportato dalla corrente. Se ci fermiamo qui a meditare a lungo, madre Ganga ci dà lezioni straordinarie: la sua forma, la sua voce, il suo profumo, la sua brezza, la sua corrente vivificante di prana ci parlano dello scopo vero della vita. Chi ha problemi mentali di ansietà, irrequietudine, insoddisfazione, cammini lungo questo sacro fiume, respirando profondamente e lentamente e in breve tempo sentirà che tutto ciò che prima era ansietà, tormento, insoddisfazione se ne è andato via trasportato da queste speciali acque che, secondo la Tradizione, hanno toccato i divini piedi di loto del Signore. Madre Ganga ha una forza magnetica e noi non riusciamo a staccarci dalle sue sponde. “Non pensate che la Ganga sia soltanto quel che vedete in superficie: c'è tutto un suo mondo nascosto agli occhi ordinari, con la presenza di esseri alati, divini, che provengono dalle dimensioni superiori della coscienza. La nostra consapevolezza del dharma può essere ravvivata attraverso le abluzioni nei fiumi sacri e l'osservanza del dharma è il plinto di fondazione del nostro processo evolutivo. Senza rispetto del dharma non può esservi prapatti, abbandono a Dio”. Shrila Gurudeva scrive su di un foglio di carta la parola dharma, sia in caratteri sanscriti che in italiano e ci invita a dedicare questo primo giorno di Seminario a Rishikesh alla comprensione di questo concetto fondamentale. Ci spiega dunque i principi di yama e niyama, le attività da cui dobbiamo astenerci categoricamente perché dannose e distruttive e le azioni che invece dobbiamo fare poiché propedeutiche al nostro e altrui percorso evolutivo. I vizi sono quegli ostacoli, a volte apparentemente insormontabili, che si frappongono tra noi e il nostro desiderio di essere felici.
“Che Madre Ganga ci ispiri e ci permetta di intrattenere riflessioni che possano illuminare la nostra vita. Che Madre Ganga ammorbidisca il nostro cuore, che ci renda più gentili, più sensibili, più aperti, più capaci di sperimentare la gratitudine che, assieme alla devozione, è il sentimento che ci permette di comprendere il sapere sacro e di sviluppare le ali per diventare residenti del cielo”. In riva al sacro fiume leggiamo la narrazione della sua manifestazione sulla terra dalle pagine del Bhagavata Purana. Alcuni indiani si fermano ad ascoltare. E' come se capissero la nostra lingua. In realtà comprendono ben oltre le semplici parole. Mentre ascoltiamo le glorie di Madre Ganga, le sue acque continuano a parlarci, ci ispirano, ci inondano di intuizioni elevate. E noi, nel cuore, sentiamo sempre più che stiamo vivendo un'esperienza unica.

27 Agosto 2010 pomeriggio, “Contemplando lo spirito del fiume”.
Nel pomeriggio ci raccogliamo in un altro ghata davanti alla Ganga. Alcuni bambini indiani ci offrono fiori, incenso e lampada di ghi da offrire al grande fiume sacro. Accendiamo una candelina e la offriamo allo spirito del fiume: nel guscio di una noce di cocco il fuoco corre sull'acqua trasportato dalle onde di Madre Ganga. Questo piccolo gesto risuona in noi come un antico simbolo di armonizzazione tra gli elementi, tra terra e cielo, tra essere e Dio, tra micro e macrocosmo, tra noi e l'origine della Vita. Shrila Gurudeva ci parla di alcuni formidabili mezzi per l'elevazione della coscienza. Il più importante tra questi è l'invocazione dei nomi di Dio, che ci permette di ritrovare la nostra dimensione, fuori dal mondo delle apparenze, dentro al mondo della realtà. “Siamo in un luogo sacro, davanti ad un fiume sacro, con persone animate da aspirazioni elevate. Cogliete questa speciale occasione per interrogarvi profondamente sulla natura dello Spirito. Imparate a riconoscerlo dovunque esso sia. Imparate a riconoscere lo spirito del fiume, del bosco, del cielo, della pioggia e offrite i vostri omaggi. Dobbiamo cercare di instaurare un dialogo profondo con le forze della natura, con esseri celesti invisibili e con i nostri compagni di viaggio sulla terra. Cercate di realizzare la natura spirituale di ogni essere e cogliete ogni occasione per servire gli altri donando fede, speranza, amore”. Mentre Shrila Gurudeva ci parla in questo modo, una brezza leggera ci sfiora il volto. La magia di questo posto è grande, unica. Qui si hanno intuizioni che provengono da un altro mondo. L'incontro prosegue con importanti riflessioni in risposta alle domande poste a Shrila Gurudeva dai nostri compagni di viaggio. Vengono approfonditi temi come dharma e sva-dharma, relazione Guru-discepolo, strumenti per superare la solitudine e la depressione. “Le tecniche psicologiche e spirituali che provengono dal mondo dello Yoga e che gli antichi veggenti (rishi) ci hanno trasmesso e lasciato in eredità, sono patrimonio del genere umano. I grandi saggi ci hanno offerto insegnamenti e pratiche spirituali per rompere le catene dei condizionamenti e raccoglierci in noi stessi, imparando a guardarci dentro, nel profondo dell'anima. Questi insegnamenti hanno la stessa dinamica bellezza delle acque di Madre Ganga, che purificano e ristorano”. Sono le 19.30. ormai è quasi completamente buio. Si spengono anche le luci degli hotel sulla costa. Entriamo così ancora più in intimità con Madre Ganga, che sembra essere sempre più vicina a noi con la sua presenza imponente e forte. Il buio e le stelle nel cielo esaltano la sua potenza. Da un tempio sull'altra sponda del fiume provengono le dolci noti del Mahamantra, che da là si diffondono in tutta la valle.

28 Agosto mattina, “Sulle rive di Madre Ganga”.
La mattina presto andiamo a meditare sulle rive della Ganga. Qui c'è una potenza spirituale straordinaria. Quel flusso impetuoso di corrente che appare inarrestabile è la nostra corrente spirituale di Amore. La Ganga corre veloce, senza indugi, e ci parla della nascita e della morte, della vita eterna oltre ad esse, dell'uomo e di Dio, della terra e del cielo. Con il cuore ci tuffiamo in queste acque e solo una preghiera è nella nostra mente. Possa io ritornare alla luce, possa vivere l'Amore puro, possa sviluppare ogni qualità e talento per offrirli al Cielo e così dimostrare la mia gratitudine verso Dio, i Maestri, tutti gli esseri. Possa la mia esistenza dimorare nella gioia, nella purezza, nella dolcezza d'animo, nella forza di un pensiero elevato. Possa io risvegliami alla Vita. Qui, lungo il fiume, si ha la sensazione di essere giunti a casa, il luogo da cui siamo partiti e dove finalmente ritorneremo. Facciamo qualche passo controcorrente respirando un prana potentissimo, che entra dentro e vivifica. Gli occhi verdi di Madre Ganga rappresentata in una Murti in un kutir lungo il ghata sembrano entrarci dentro e non abbandonarci più. E' qui che vogliamo stare, è qui che vogliamo dimorare nella coscienza. Verso metà mattina ci rechiamo in una spiaggetta sulla Ganga per ascoltare una lezione del nostro Maestro. Assieme a noi ci sono anche diverse mucche che vogliono ascoltare! Alcune si siedono placide, altre ci camminano intorno e annusano le nostre borse e tutto quel che abbiamo, altre ancora tentano di mangiare i nostri quaderni di appunti o le stuoie su cui siamo seduti. La loro curiosità ci diverte, mentre apprezziamo la loro speciale dolcezza e mansuetudine. Il sistema socio-spirituale tradizionale vedico è l'argomento principale che viene approfondito in questa lezione. “Come possiamo diventare utili nella società e al contempo evolvere spiritualmente? La tradizione indovedica ci spiega che ciò è possibile se svolgiamo nella società un ruolo adatto al nostro guna e karma, alle nostre tendenze ed esperienze, e se offriamo i frutti di queste azioni a Dio. Ogni azione ha reale valore nella misura in cui è collegata al piano trascendente: è questo collegamento (Yoga) che dà senso alla vita e che ci rende veramente soddisfatti. Dobbiamo agire per realizzare il nostro potenziale divino, altrimenti il vivere è inutile, privo di scopo. L'azione compiuta in spirito di offerta a Dio spezza ogni catena.” Shrila Gurudeva prosegue spiegando il sistema vedico del varna-ashrama dharma ed anche la sua degenerazione nel sistema delle caste. Descrive poi quali sono le caratteristiche di un autentico spiritualista, commentando lo shloka 42 del diciottesimo capitolo della Bhagavad-gita. Il sole è diventato molto forte e, come sempre, le acque della Ganga ci ristorano. La sabbia bianca qui luccica come se contenesse infinite piccolissime pietre preziose. Continuiamo a porre domande a Shrila Gurudeva per meglio comprendere il nostro dovere nella società e per armonizzarlo all'ordine universale. In questo viaggio la nostra vita si ricostituisce sul perno del dharma. Al termine del nostro incontro un indiano di Varanasi si avvicina e dice al nostro Maestro: “Non capisco l'italiano ma ho capito che sei una grande anima. Desidero offrirti questa preghiera in tuo onore”. E così inizia a cantare una preghiera al Guru: “Eh prabhu...”
Dopodiché tutti assieme intoniamo l'inno al Deva del Sole tratto dal Rigveda.

Om tad Vishnu paramam padam sadam...

28 Agosto pomeriggio, “Siate testimoni della Tradizione”.
Siamo di nuovo sulle rive della Ganga e proseguiamo il programma di domande e risposte iniziato al mattino. “Se l'anima è eterna perché deve incarnarsi in corpi materiali e perché in questo mondo si trova a soffrire?”. “Come possiamo spiegarci le contraddizioni e i paradossi che vediamo in India?”. A questo proposito Shrila Gurudeva ci spiega: “E' vero che questa era la terra dei rishi, che sulle sponde della Gange sono state scritte alcune delle pagine più illuminate della storia dell'umanità, ma oggi in questi luoghi potete trovare anche chi pugnala al cuore questa grande Tradizione. Ma noi non dobbiamo far leva su ciò per crearci un alibi ed interrompere la nostra ricerca. L'India ha ancora un grande tesoro da donare all'umanità. Non lasciatevi distrarre dalle incrostazioni che ci sono in superficie. Siate testimoni della ricchezza spirituale che resta e che tuttora è visibile e che probabilmente con il passare degli anni non sarà più così accessibile”. Un incontro speciale segna la conclusione di questa giornata. Vediamo una signora occidentale che si ferma ad ascoltare la lezione. Incuriositi andiamo a conoscerla e scopriamo che è italiana e che in Italia aveva letto uno dei libri del nostro Maestro, consigliata da un'amica. Inizia una bella conoscenza che approfondiremo anche nei giorni successivi.

22 agosto 2010

Ad Assisi con Shriman Matsyavatara Prabhu (16 Agosto 2010).

I grandi innamorati di Dio hanno le stesse inconfutabili qualità. Sono uniti dal medesimo sentimento d'Amore: il rasa della Bhakti, che è il frutto maturo di ogni autentica esperienza spirituale. Esprimere la nostra profonda Gratitudine verso Dio vuol dire vivere l'universalità della Bhakti nella vita di tutti i giorni, collegando ogni particolare all'universale, riconoscendo la Misericordia divina dovunque sia e la visione spirituale mistica in chiunque la possegga.

28 luglio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Tirrenia (PI), 25 Luglio 2010 - Celebrazione di Shri Guru Purnima.
Siamo sul mare per un programma di Sat-sanga dedicato alla celebrazione di Shri Guru Purnima. Sono le prime ore del giorno e siamo seduti sulla spiaggia in raccoglimento. Shrila Gurudeva inizia a parlare. “Oggi è una giornata speciale: è la sacra ricorrenza di Guru Purnima, il giorno di luna piena in cui si celebrano le glorie del Maestro spirituale, il cui valore è riconosciuto da tutte le tradizioni autentiche. Il Guru rappresenta un archetipo ed in quanto tale è insostituibile per chi desidera una vita evolutiva. Una persona può anche avere una buona predisposizione ad imparare e tante potenzialità, ma se non viene educata da chi possiede già determinate conoscenze ed esperienze, non sarà in grado di esprimersi appieno, anzi avrà difficoltà anche a riconoscere i suoi stessi talenti. Infatti, se da piccolo non venisse educato, l'essere umano non imparerebbe nemmeno a camminare e nemmeno riuscirebbe a parlare. Il medesimo principio, a maggior ragione, vale per ciò che concerne l'educazione spirituale. Il Guru educa il discepolo con insegnamenti e modelli di vita che permettono una progressiva purificazione della coscienza e la propria realizzazione nel rapporto con se stessi, con gli altri e con Dio. Il Guru non è un'icona o una figura presente solo a livello virtuale: il Maestro interviene nella vita del discepolo orientandolo e correggendolo per il suo bene e per la sua evoluzione, e il discepolo desidera farsi correggere per migliorarsi. La cura, la guida, la correzione del Guru sono offerte con amorevolezza, non formalmente ma sostanzialmente, perché a volte si rendono necessari anche un linguaggio forte, un polso fermo, ma questo non implica il venir meno dell'amorevolezza, anzi rappresenta l'espressione di un impegnativo sacrificio che il Guru fa per poter educare il proprio discepolo. L'insegnamento viene offerto, non è mai un'imposizione, anzi è un richiamo continuo allo sviluppo di autonomia di pensiero, della libertà interiore e del senso di responsabilità. Il discepolo e il Guru hanno un nemico comune: l'orgoglio. Il Guru deve imparare a gestire l'orgoglio del discepolo e il discepolo deve imparare a gestire il proprio orgoglio. Orgoglio significa superbia, il credersi superiori agli altri, e questa superbia acceca, rende incapaci di accogliere gli insegnamenti. Shrila Prabhupada ci metteva in guardia dalla dilagante moda occidentale di volere un Guru solo come status-symbol, senza aver capito effettivamente chi sia un Maestro spirituale e qual è il rapporto corretto che dovrebbe unire Guru e discepolo, con i relativi doveri e responsabilità. Cogliamo l'occasione di questa giornata per celebrare le glorie del Maestro spirituale autentico. Shri Krishna spiega: Io mi manifesto in due forme: all'interno, nel cuore, come Shri Paramatma e all'esterno nella forma di Guru che vi può parlare, educare, redarguire, complimentare, incoraggiare. Il Guru è la forma umana che incarna la misericordia di Dio. Adesso vorrei che ognuno di voi offrisse una sua riflessione sulla propria comprensione della figura del Guru. Poi leggeremo e canteremo assieme alcuni poemi di grandi Acarya vaishnava che celebrano il Maestro spirituale e così ognuno di voi avrà modo di verificare e di estendere la propria comprensione. Vi sarà utile anche ascoltare le riflessioni dei vostri compagni di viaggio, le cui realizzazioni possono aiutare a procedere fino a destinazione. La via è lunga, impervia, qualche volta abbiamo il vento contro, a volte il sentiero è scivoloso, in altri punti rischiamo di essere assaliti dalle tre belve (la lussuria, l'avidità e la collera), e poi ci sono le tentazioni, i pericoli, l'accontentarsi del livello raggiunto considerandosi già arrivati; se non rinnoviamo il nostro impegno tutti i giorni, sarà dura anche soltanto mantenere i risultati conseguiti, che dire procedere verso la meta. Occorrono purezza, devozione, dedizione, abbandono a Dio, coerenza”. Socchiudiamo gli occhi e ci immergiamo nella meditazione sulle qualità del Maestro spirituale. A turno ciascuno di noi esprime le sue riflessioni. Eccone alcune...Il Guru è colui che insegna con il proprio esempio, che ha compassione infinita e aiuta il discepolo a correggere i propri errori, ad elevare e purificare sempre più la sua coscienza. La figura del Guru è il più importante punto di riferimento nella vita del discepolo, poiché il Guru è in contatto con Dio ed è la manifestazione stessa dell'Amore e della Compassione divina. Seguendo i suoi insegnamenti, il discepolo può imparare a ricollegarsi a Dio. Il Maestro spirituale ha conoscenza della Realtà e insegna al discepolo a comprendere la sua vera identità. Il Guru offre strumenti per liberarsi dagli anartha, dai condizionamenti che hanno oscurato la visione spirituale e che impediscono la relazione con Dio. Il Guru è in collegamento costante con Krishna; in ogni situazione, anche nelle più difficili, sente questa relazione con Dio e la esprime servendoLo e amandoLo. Il Maestro è esperto ad orientare il cammino spirituale del proprio discepolo, lo aiuta a tenersi lontano dalle trappole di Maya, cerca di preservarlo da deviazioni filosofiche o da attaccamenti egoici al prestigio, all'onore, alla tendenza a prevaricare, che produrrebbero nel discepolo sofferenza e rovina. Il Maestro spirituale mette in pratica e vive in prima persona gli insegnamenti che diffonde, dunque educa il proprio discepolo alla coerenza. Il Guru rivela l'arte del servizio devozionale e la insegna con il suo modello di vita. La sua esistenza è dedicata al servizio del proprio Guru e al servizio di Dio per il bene di tutte le creature. Il Guru è una manifestazione diretta della Misericordia divina. Il Guru corregge con amorevolezza il proprio discepolo, lo aiuta nel suo passaggio dalle tenebre alla luce, dalla coscienza condizionata alla vera comprensione del senso della vita. Il Guru è il nostro collegamento con Krishna e va adorato come Krishna stesso. Grazie alla Sua misericordia possiamo avanzare nel percorso spirituale. Il Guru è la nostra unica speranza per poter sconfiggere i nostri condizionamenti. Dopo averci ascoltato, Shrila Gurudeva commenta le nostre riflessioni e ne estende il senso. “Il Guru insegna la pratica devozionale, impegnando il discepolo secondo le proprie caratteristiche di guna e karma. La devozione si sviluppa attraverso il servizio offerto a Vaishnava, Guru e Krishna. La pratica del servizio di devozione permette di sottrarsi alle attività incentrate sul falso ego, che rappresentano la causa principale di degradazione. Il Maestro è la vita stessa del discepolo. Il suo ruolo implica grande responsabilità, coerenza, fermezza, fede, abbandono a Dio, coraggio nell'educare gli altri e nell'aiutarli a superare i loro limiti. Il Guru è fisso e irremovibile nella sua realizzazione spirituale e nella sua devozione per il proprio Maestro e per Dio. Egli conosce in profondità chi siamo realmente e attraverso la pratica del servizio devozionale può aiutarci a riprendere coscienza della nostra relazione con Krishna, permettendoci di sperimentare qui ed ora l'atmosfera, i sentimenti e le relazioni del mondo spirituale. Il servizio devozionale, infatti, per essere autentico, efficace, sincero, deve essere incentrato sulla relazione. Non è tanto quel che facciamo che è decisivo quanto l'attitudine con cui agiamo, lo spirito di offerta che ci muove e la relazione che desideriamo sviluppare con il destinatario della nostra offerta. L'offerta che Shri Krishna apprezza è quella fatta con il cuore. Il servizio purifica ed eleva quando è compiuto con devozione, quando diventa “relazione”. Dobbiamo ricercare la purezza, la dedizione e soprattutto l'abbandono. Senza abbandono a Dio è difficile fronteggiare le prove che la vita riserva a tutti, sia al discepolo che al Guru”. A questo punto Shrila Gurudeva ci invita a cantare tre bellissime laudi in onore del Maestro spirituale: Guruvastaka di Vishvanath Cakravarti Thakur, Guruvandanam di Narottama das Thakur e Gurudeva di Bhaktivinoda Thakur. “Che non vi distragga l'esperienza estetica. Cercate di far risuonare dentro di voi le parole che pronunciate e il loro significato, e trasformateli in immagini che possano arricchirvi e ricollegarvi alla vostra natura profonda di felicità spirituale”. Dopo il canto Shrila Gurudeva continua a parlarci delle caratteristiche del Maestro spirituale. “Il Guru prova Amore per tutte le creature e tratta tutti con equanimità, rapportandosi a ciascuno in base al livello di coscienza che la persona esprime. La capacità di discernere è una delle lezioni più avanzate che possiamo apprendere nella forma umana. Per riuscirci dobbiamo diventare umili, centrati nella Divinità che è dentro e fuori di noi, presente come Anima suprema in ogni essere. Chi vede Me in tutto e tutto in Me, dice Krishna, è il saggio dalla mente perfetta. Ci sono persone che in particolar modo manifestano la luce divina ed altre che esprimono invece una minore spiritualità; alcune addirittura sono come chiuse in una cappa di ego dalla quale filtra ben poco, ma noi sappiamo che dietro a quella cappa c'è un essere spirituale che grida dal dolore. L'aiuto a quel prigioniero è un grande servizio che si rende al mondo. Il servizio al Guru è uno strumento formidabile per entrare in contatto con Dio. Attraverso la Misericordia del Maestro si fa l'incontro epocale: l'incontro con Dio. Ma è attraverso la Misericordia di Dio che possiamo ricevere la Misericordia del Guru ed incontrarlo sul nostro percorso di vita. Sarà poi il Guru a rivelarci Dio presente in ogni cosa, in tutte le creature, anche in chi non si vorrebbe attribuire qualità divine. Incontrare il Guru significa riconoscerlo. Non tutti coloro che vedono con gli occhi, hanno visto con il cuore; non tutti hanno compreso a fondo tra coloro che vedono con il cuore; non tutti fanno propri gli insegnamenti ricevuti e rare sono le persone che li praticano fino alla perfezione. La via verso la pura Krishna-Bhakti è lunga, ma è anche meravigliosa, affascinante. Ad ogni passo possiamo sperimentare una gioia crescente, quella vera dell'anima”. In ricordo di due confratelli di Shrila Gurudeva recentemente scomparsi, cantiamo “Ohe Vaishnava Thakur” di Bhaktivinoda Thakur e “Saparshada-bhagavad-viraha-janita-vilapa” di Narattoma das Thakur. “Consideriamo l'immensa fortuna di quando abbiamo vaishnavaautentici che vivono tra noi. E' una ricchezza incommensurabile, indicibile. Attraverso il servizio sincero reso loro con umiltà, dedizione e devozione, si ottiene nama ruci: il gusto per il Nome divino”. Shrila Gurudeva comincia a raccontarci della vita di grandi devoti: Madhavendra Puri, Ishvara Puri, Govinda das, Svarupa Damodara Gosvami, Ramananda Raya, Rupa Gosvami, Sanatana Gosvami (di cui oggi ricorre la ricorrenza della dipartita da questo mondo). “Questi grandi devoti avevano conquistato il tesoro immortale e sconfinato dell'Amore per Dio, la Krishnabhakti. Erano sempre immersi in sentimenti di compassione per tutte le creature, desiderosi di condividere con chiunque incontrassero quel dono infinito che avevano ricevuto da Shri Krishna Caitanya Mahaprabhu. Erano come oceani di Misericordia; nuotavano nella beatitudine dell'Amore divino, quella gioia eterna, quella soddisfazione piena che la materia non può mai dare, in nessuna condizione. Il nostro rapporto con ciò che è esteriore non ci fa sperimentare neanche una briciola di quella soddisfazione, e quando invece ci pare che la materia possa darci un po' di gioia, in realtà essa è una sorta di allucinazione, un miraggio di felicità, soltanto un riflesso di ciò che è l'autentica beatitudine. La felicità non è utopia. Noi siamo nati per essere felici, per liberarci da illusioni, attaccamenti, da tutti quei condizionamenti che sono gli ostacoli che ci separano dalla felicità. Questa vita umana ci serve per prendere le distanze dagli attaccamenti egoici e per trasformare la loro energia contaminata in energia pura, spostando l'oggetto della nostra attenzione da ciò che ci ha incatenato a ciò che non solo ci libera ma che è anche Amore e Felicità. Questa è la funzione del Guru: aiutare il discepolo a reinvestire le proprie energie, fantasie, creatività, talenti, aspirazioni più intime nello scopo della vita, al servizio di Dio. La Bhakti non consiste in una arida rinuncia al mondo: essa è la capacità di trasformare anche l'attrazione per la materia in fascino spirituale, impegnando ogni ricchezza, energia, forza e conoscenza al servizio del Signore. Per fare un percorso spirituale non si deve rinunciare ai propri talenti, anzi essi debbono essere reinvestiti tutti nella realizzazione spirituale. La bhakticonsiste nel porre i nostri sensi imperfetti al servizio del Signore dei sensi, Hrishikesha. In questo modo anche i sensi tornano alla loro matrice divina”.

Shri Guru Purnima, ki jay!
Gaura bhakta vrinda, ki ya!
Shrila Gurudeva, ki jay!

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Il Miracolo della Luce del Sole e della Misericordia Divina - Bhaktivedanta Ashrama (23 Luglio 2010).
Siamo nel Tempio di fronte a Divinità meravigliosamente vestite. Shrila Gurudeva ci legge e commenta dallo Shrimad Bhagavatam, canto XI, capitolo 26. Dalle pagine del Bhagavatam e dalla bocca di loto di Shrila Gurudeva ascoltiamo insegnamenti bellissimi, che penetrano nel profondo. Anche solo uno di questi, se interiorizzato e messo in pratica con coerenza, potrebbe salvarci e renderci felici.
Shri Krishna rivolge ad Uddhava seguenti parole:


"Come il freddo, la paura e l'oscurità si dissolvono per chi si avvicina al fuoco del sacrificio,
così l'indolenza, la paura e l'ignoranza vengono distrutte in chi si dedica a servire i devoti del Signore.


I devoti del Signore, serenamente e stabilmente situati nella conoscenza assoluta,
sono il rifugio ultimo di coloro che stanno annegando nello spaventoso oceano dell'esistenza materiale.
Questi devoti sono simili a robusti vascelli che vengono a salvare coloro che stanno affogando in quelle tempestose acque.


Come il cibo è vita per tutte le creature, come io sono il rifugio ultimo di chi soffre, e come la religione è la ricchezza di coloro che stanno lasciando questo mondo, così i miei devoti sono l'unica salvezza per chi ha paura di cadere in una condizione di esistenza miserabile.

I santi conferiscono occhi divini [capaci di vedere oltre le apparenze],
mentre il sole permette di vedere solo esternamente e soltanto quando è sorto nel cielo.


I miei devoti sono per tutti le vere Divinità degne di adorazione e la vera famiglia.
Sono il sé individuale e in ultima analisi non sono differenti da Me".


[Shrimad Bhagavatam XI.26.31- 34]

Questi shloka sono decisamente vivificanti e nutrienti spiritualmente, ci dice Shrila Gurudeva. La luce del sole, che ormai si è alzato nel cielo, penetra dalle finestre e Shrila Gurudeva inizia a raccontarci ciò che segue: “Ieri l'altro sul mare, mentre cantavo la sacra Gayatri mantra osservando il sole, cercavo quanto più possibile di entrare nello spirito del sole, nella sua misericordia, nell'essenza del servizio che rende ad ogni creatura,"il pianeta che mena dritto altrui per ogni calle", e questa meditazione ha prodotto in me una vicinanza estrema a questo bellissimo astro; in quell'occasione ho visto quello che anche altre volte avevo visto ma questa volta con occhi nuovi. Ho visto i raggi dorati del sole, i suoi riflessi persistenti nell'acqua calma. Anche questa volta, come chissà quante altre volte, ho notato che sembrava che il sole fosse diretto proprio verso di me. Ma questa indubbiamente, rispetto agli altri momenti già vissuti, è stata un'esperienza speciale. Ho pensato al veggente del Rig Veda che ha rivelato la sacra Gayatri, meditando sul divino astro del sole che illumina ogni esistenza. Chiunque guardi al sole, lo vede sempre rivolto verso di sé. Ed è questa la sua grandezza. Il sole non è esclusiva di nessuno. La sua forza, luce, vitalità, calore sono a beneficio di ogni creatura. E così è il Guru: non è proprietà esclusiva di nessuno; i suoi insegnamenti hanno valore per tutti e a tutti sono rivolti. Così come lo sono gli insegnamenti universali degli Shastra. Se abbiamo questa consapevolezza, possiamo cogliere ovunque la Sapienza e l'Amore e condividerle con tutti. Per sviluppare tutte le potenzialità dell'essere umano e la pura visione spirituale, occorre ricevere la Misericordia di Dio e questo è possibile ricevendo la Misericordia del Maestro spirituale e dei devoti. Ma chi ci dà gli occhi per capire chi sono i devoti? Sono gli Shastra che ci permettono di riconoscere il Guru e i devoti. Gli Shastra sono gli occhi attraverso i quali possiamo percepire la vita e la sua essenza spirituale, che in questo modo possiamo riuscire a testimoniare noi stessi, in prima persona. Attraverso questa sperimentazione diretta, la fiducia nella realtà descritta negli Shastra diventa fede realizzata, solida e capace di resistere alle tante prove della vita. L'anima possiede in sé perfetta visione, ma nello stato di coscienza condizionata questa visione risulta inaccessibile a colui che si è identificato con la mente e la cui percezione è oscurata da maya, dall'energia esterna del Signore. Chi si dedica a Dio invocando la Sua Grazia vede semplificarsi e accelerarsi il suo percorso spirituale. La Misericordia divina sbaraglia tutti gli ostacoli: condizionamenti, blocchi, tendenze distruttive, apatia. E la Misericordia divina la si ottiene facilmente quando siamo impegnati in devotional service, diceva Shrila Prabhupada pronunciando queste due parole con maestà e solennità. Era la sua traduzione del concetto di Bhakti Yoga. Scendendo su di noi, la Misericordia divina ci illumina, ci dà la visione e ci permette di evitare gli ostacoli che si presentano sotto forma di azioni, parole, pensieri e desideri distruttivi. I devoti, poiché aspirano sempre e unicamente alla perfezione, si purificano in ogni istante, anche quando vengono offesi o insultati. Non importa quel che succede, che sia piacevole o meno, l'importante è utilizzare tutto per avanzare spiritualmente. Chi ha questa consapevolezza vede tutto in Dio e Dio in tutto, in ogni essere, in ogni evento, in ogni crisi. Nella Bhagavad-gita (V.18) Shri Krishna dice: Il saggio è colui che vede ogni creatura con occhio equanime. Equanime non significa “uguale”. Infatti, con ognuno il saggio si rapporta in maniera diversa a seconda del livello di sviluppo che ciascuno ha, ma allo stesso tempo egli vede tutti, anche gli animali, nella loro natura originaria di anime spirituali eterne. Con questa visione non possono sussistere paura, risentimento, rancore, astio, odio. Solo l'Amore alberga in chi ha un cuore puro.

12 luglio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Bhaktivedanta Ashrama, 1 Luglio 2010.
Stamani Shrila Gurudeva ha tenuto una bellissima riflessione sull'importanza del canto dei Santi Nomi. Sempre di più realizziamo che il Santo Nome è il Tesoro. E' il segreto per diventare Felici.

“Lo stadio più elevato nel canto del Mahamantra si ha quando la coscienza s'immerge completamente nei giochi divini di Radha e Krishna. Per giungere a questo obiettivo si debbono verificare degli stadi intermedi, tra i quali il rimanere fissi nella concentrazione sul canto e sull'ascolto dei Santi Nomi. Attraverso tale concentrazione prolungata si perviene progressivamente ad uno stato meditativo; di pari passo, il mondo esteriore comincia a dileguarsi e la coscienza si sottrae alla forza illudente degli oggetti dei sensi. La serenità, la soddisfazione, la letizia, la gioia incrementano e diventano una presenza costante nella nostra vita. Entriamo così in quella dimensione dell'essere in cui regna la pace, in cui le turbolenze del mondo rappresentate dalle dualità che generano continui sbalzi d'umore si attenuano fino a diventare nulle. Questo loro esaurirsi non spegne la gioia, ma fa esattamente il contrario: permette alla gioia e all'appagamento interiore di manifestarsi appieno, in tutta la loro forza e con tutti i benefici conseguenti. Alla coscienza si rivelano i rasa, i sentimenti dell'anima, che non possono essere percepiti fintanto che la persona è travolta dalle dualità della vita. Queste dualità entrano e prorompono nella nostra coscienza quando noi diamo loro attenzione e importanza. Tale spiegazione può apparire semplice, ma in effetti la ragione di tutto quel che accade è fondata su di una semplice verità che non è semplicioneria, ma è una comprensione chiara della realtà delle cose. Non è un asura, un perfido, un malvagio che inietta nella nostra coscienza elementi di disturbo: siamo noi che li introduciamo, seppur spesso inconsapevolmente. Ognuno alla fine è causa del proprio male, è l'aguzzino di se stesso, è l'unico responsabile del veleno che ha lasciato penetrare nella propria coscienza. Detto ciò, è altrettanto vero che la ricchezza interiore che ciascuno di noi possiede è stata acquisita per merito proprio, quando abbiamo scelto di collegarci alla nostra essenza spirituale e a Dio che è l'Origine di ogni Bene e Fonte eterna di Grazia e Misericordia. Se nella nostra coscienza ci sono elementi luminosi, siamo noi che li abbiamo introdotti posando su di essi la nostra attenzione e portandoli così nel nostro mondo interiore, volgendoci sempre più verso l'eterno, verso il mondo non duale. Nelle sue opere Platone parla della tensione tra l'anima e il corpo: l'anima vuole liberarsi dal corpo, ma il corpo la trattiene attraverso la psiche. Anche Krishna nella Bhagavad-gita XV.7 spiega che i condizionamenti si annidano nella psiche ed è dunque nella psiche che dobbiamo ricercare le cause dei nostri disturbi della personalità, quelli che ci fanno apparire attraenti le dualità del mondo e che addirittura ci fanno credere che l'illusione sia la realtà e che possiamo trovare nell'illusione la soluzione ai nostri problemi e la gioia cui aspiriamo. Il sogno di diventare felici con gli oggetti dei sensi concepiti come fini a se stessi, vincola sempre di più il corpo all'anima, moltiplica i condizionamenti e in questo modo la persona inganna se stessa credendo che la felicità sia da ricercarsi fuori da sé. Così passa e si esaurisce la vita cercando di raggiungere quel pomo più alto sull'albero dei desideri che riteniamo sia il più dolce ma, una volta raggiunto, colto e mangiato, si scopre subito dopo i primi morsi che non ha gusto e in un colpo si realizza l'inutilità di tutti gli sforzi fino a quel momento compiuti. Anche chi nel mondo ha raggiunto posizioni elevate, prestigio, denaro, potere o quant'altro, alla fine non trova in ciò una soddisfazione reale e duratura. Similmente, anche chi bevesse non solo un bicchiere ma una bottiglia intera d'acqua di mare, non potrebbe certo togliersi la sete, anzi più beve quell'acqua più la sete aumenta. Dobbiamo rifuggire le vanità e cercare ciò che davvero può darci la gioia. I materialisti sono innamorati dell'aspetto immanente di Dio ma, poiché non lo ricollegano alla sua Origine, rimangono condizionati dalle energie della Natura e perdono la possibilità di beneficiarne senza rimanerne vincolati. Gli spiritualisti, invece, sono affascinati dall'aspetto trascendente di Dio, apprezzando al contempo anche la sua manifestazione immanente ma, al contrario dei primi, avvicinandola non per godimento egoistico ma con uno spirito di servizio verso il Creatore che l'ha generata. Chi non concupisce la materia ma la considera strumento che può rivelarsi utile alla propria evoluzione, risulta immune dal condizionamento generato dagli oggetti dei sensi, i quali perdono tutta la loro potenzialità negativa. Shrila Prabhupada ci spiega questo concetto con il seguente paragone: “E' come essere morsicati da un serpente senza denti; non ci arrecherà danno perché gli occorrono i denti per iniettare il veleno. Così il devoto che opera al servizio di Dio e che desidera partecipare al lila divino, anche se vive nella prigione del corpo è comunque libero dai condizionamenti della Natura ed è per questo che nelle Scritture viene definito jivan mukta: liberato in vita. Egli utilizza il corpo come un prezioso strumento con il quale fare esperienze evolutive e aiutare tante persone a ricongiungersi alla loro essenza spirituale e a Dio. Per giungere a questo elevato stadio, non c'è pratica più efficace della meditazione sui Nomi divini, che diventa particolarmente potente se compiuta nelle ore di Brahma-muhurta, dalle 4 alle 8 del mattino, e che ci offre l'opportunità di realizzare la dimensione spirituale. Questo risultato ovviamente non è conseguito da tutti, benché tutti abbiano la possibilità di ottenerlo. Quel che ostacola tale conseguimento sono i condizionamenti che sono penetrati nella coscienza. É per questo che è così fondamentale, come spiega Shri Caitanya Mahaprabhu, la pratica di ceto darpana marjanam, la pulizia dello specchio della mente primariamente attraverso l'ascolto dei sadhu che rafforzano in noi la consapevolezza dell'importanza della meditazione. Per favorire la concentrazione e la pratica meditativa, dobbiamo evitare di cedere alle distrazioni. L'osservanza dei quattro principi regolatori è indispensabile per evitare quelle più virulente. Lo scopo è arrivare a quel livello di concentrazione sull'ascolto dei Nomi divini che non sia meccanico ma sentito nel profondo: è a quel punto che diventa possibile una rapida purificazione che previene sbalzi di umore e abbassamenti di coscienza e che fa pervenire ad una consapevolezza illuminata. Allora il viaggio diventa veramente affascinante, gioioso, estatico, ma a questa meta si perviene attraverso stadi intermedi di illuminazione progressiva. Uno dei pericoli più grandi nella meditazione sono i colpi di sonno, ovvero quello stato di coscienza addormentato, assopito, effetto di tamo-guna, in cui si non è lucidi né tantomeno pienamente consapevoli di quello che si sta facendo. L'effetto di rajas non è meno deleterio poiché produce vikshipta, la distrazione, che è l'esatto contrario della meditazione. Da innumerevoli vite la nostra coscienza è abituata ad accogliere distrattamente tutto quel che le perviene attraverso i sensi, tanto che questo stato confusionale non appare ai più come qualcosa da evitare ma come la normalità. Gli Acarya e i testi sacri ci permettono di prendere consapevolezza di questa cognizione errata e ci offrono strumenti per migliorare il nostro stato coscienziale. Spetta a noi metterli in pratica. Il canto dei Nomi divini durante le ore di Brahma muhurta, cercando di concentrare la coscienza sull'ascolto di queste potenti vibrazioni spirituali, porta innumerevoli benefici anche a chi, dovendo combattere con una mente selvaggia, non è ancora capace di meditare sulle qualità del Signore, sulle Sue avventure divine (lila), sulle Sue divine forme (rupa). I cosiddetti benpensanti in servizio permanente alla mera razionalità, potrebbero biasimare tale esercizio ritenendolo una forzatura, ma tale operazione di contenimento è indispensabile per riscoprire la nostra natura originaria, il volto del sé oltre le maschere dell'ego. Quando si diventa poi signori della propria dimora psichica non ci sarà più necessità di contrastare le spinte della mente ribelle, poiché si sarà raggiunta la pace interiore, che non corrisponde alla morte della psiche ma all'ottimo funzionamento e all'armonizzazione di quest'ultima con le funzioni naturali dell'anima. Chi non ha una buona sadhana, sarà costretto a rimanere ad un livello di meditazione superficiale e la sua coscienza continuerà a riempirsi di elementi inidonei alla realizzazione spirituale: è per questo motivo che la sadhana è una condizione sine qua non per giungere alla realizzazione spirituale. Attenzione: non cadete nella trappola di bruciare le tappe e di credervi prima del tempo liberati o spontaneamente innamorati di Dio, perché i contenuti condizionanti ancora presenti sul fondo della coscienza potrebbero risultare letali. Le Scritture ci spiegano l'importanza di non trascurare mai la sadhana che è un dono divino che abbiamo ricevuto per misericordia degli Acarya. E nell'ambito della sadhana il canto dei santi Nomi è prioritario. Prima di dedicarsi alle responsabilità sociali di cui ci si è fatti carico o ai doveri nella sacra seva, è essenziale iniziare la giornata con Harinama japa. Nel servizio devozionale tutto è Vaikuntha, ma nell'era di Kali la pratica del canto del santo Nome è superiore rispetto ad ogni altro strumento di purificazione della coscienza. Praticatela cercando di prestare attenzione alla qualità del vostro canto, oltre che impegnandovi per un tempo sufficientemente lungo. Osservate attentamente quel che avviene e quel che risuona dentro di voi, invocate la Misericordia divina e sempre di più vi scoprirete responsabili e capaci di migliorare il vostro stato di coscienza”.

14 giugno 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

In viaggio verso Napoli, 4 Giugno 2010.
Durante il viaggio, in riferimento ai vari luoghi e città che vediamo, Shrila Gurudeva ci racconta episodi della storia, aiutandoci a trarne insegnamento per orientare la nostra vita verso la virtù e verso il Divino.

“La storia scorre nel nostro sangue, nei nostri neuroni, fa parte del nostro inconscio collettivo. Già da ragazzo mi interessavo della storia perché comprendevo che il conoscere certe dinamiche e certi errori permetteva di evitarli, di non compierli a nostra volta. Ma ora capisco che quel che veramente ci affranca dal compierli non è solo conoscerli ma aprirsi ad una visione superiore. Ci sono persone che fanno cose ignominiose pur conoscendo le conseguenze che quelle stesse cose hanno determinato nella vita di altri”.

Siamo arrivati vicino a Porto Santo Stefano, dove vediamo un fiume che entra nel mare. Pensiamo che è il fiume della vita, dell'io che scopre il sé, dell'uomo che entra in Dio. Acqua che si estende nel mare infinito. E' il miracolo dell'espansione della coscienza.

“La vita si snoda e si espande nel futuro. Se ci comportiamo bene, senza mai danneggiare nessuno, con sentimenti di Bhakti verso Dio ed ogni essere, viviamo nella Luce che mai tramonta”.

Siamo quasi arrivati a Napoli. Cantiamo la Gayatri contemplando il sole al tramonto. L'indaco del cielo è tinteggiato del rosso del sole. La bellezza immensa di Dio trionfa fuori e dentro di noi, in una visione che ci lascia senza parole.
Shrila Gurudeva ci dice con soavità, con una voce che sembra giunga da un'altra dimensione:

“Quando siamo centrati nel nostro sé profondo e collegati in Amore a Dio e ad ogni creatura, non si soffre né per il condizionamento del tempo né per quello dello spazio, non si ha più paura nemmeno della morte. Tutto dipende dalla nostra attitudine, dalla nostra predisposizione interiore”.

Napoli, 5 Giugno 2010.
Oggi c'è il Seminario sul tema “Psicologia del Ciclo della Vita”.
Siamo raccolti in una sala nel centro di Napoli con una trentina di persone che ascoltano con profondo interesse.

“Per riuscire a comprendere la psicologia del ciclo della vita, occorre in primo luogo liberarsi da quei pregiudizi che inducono a considerare di valore o esistente solo ciò che è visibile con i limitati strumenti psicofisici. Non attacchiamoci a ciò che vediamo come se fosse tutto. Il mondo visibile è una proiezione del mondo invisibile, che costituisce l’origine e il fondamento di ciò che percepiamo con i sensi. Attraverso il percorso spirituale della Bhakti, possiamo sperimentare in questo mondo, qui ed ora, di appartenere ad una dimensione trascendente rispetto a quella psicofisica. Questa esperienza libera dalla paura della morte, ci fa sperimentare una gioia ineffabile e un gusto superiore, l’originario gusto della Vita. Impariamo a chiederci: quali sono i benefici che apporta il morire? Questa domanda sottende una visione della morte ribaltata rispetto a quella imperante, ma solo se ci poniamo in questa prospettiva possiamo scoprire l'utilità della morte quale passaggio da una dimensione di esistenza ad un'altra che ci permette di continuare il nostro viaggio evolutivo. In questo senso, se sviluppiamo la giusta consapevolezza, la morte può trasformarsi in un’occasione straordinaria per fare un salto di qualità, per varcare quella soglia che ci proietta in nuove e più elevate visioni e verità. Per acquisire tale consapevolezza, occorre imparare ogni giorno a morire, realizzando che solo ciò ci permette di rinascere. Ogni giorno, infatti, possiamo morire a cattive abitudini, a difetti della personalità per rinascere ad un bene più grande, sempre più elevato, fino a riscoprire quell'Amore universale rivolto verso tutti e verso ogni cosa e che tutto collega alla sua origine divina”.

Il Seminario si conclude con una Visualizzazione meditativa intensa e suggestiva. Queste le parole con le quali Shrila Gurudeva conclude questa esperienza:

“Meditando sull'impermanenza di questo mondo, possiamo aprirci alla realizzazione di ciò che non muta, che è eterno e che è l'essenza stessa del nostro essere e della nostra vita. Tale realizzazione dissipa ogni paura, così come le tenebre si dileguano in presenza della luce.”

Le persone sono ispirate, commosse. Le invitiamo a partecipare il giorno successivo ad un incontro di Sat-Sanga all'aperto, nella Villa Floridiana.

Napoli, 6 Giugno 2010.
La mattina andiamo in visita a Castel Sant'Elmo, costruito nel 1500 da Pietro di Toledo, Viceré di Napoli. E' una fortezza maestosa. In essa vediamo la genialità umana all'opera. Il castello è costruito sulla roccia, perfettamente studiato per attacco e difesa.

Shrila Gurudeva osserva: “Qui la grandezza dell'ingegno dell'uomo è posta al servizio dell'ego, quando invece dovrebbe essere messa al servizio di Dio, del Bene e dell'Amore”.

Nel pomeriggio organizziamo un programma di sat-sanga nella Villa Floridiana, in un bellissimo parco. Sediamo all'ombra di alberi secolari. Siamo una cinquantina di persone. Tra queste molte che avevano partecipato al Seminario di ieri ed altri amici di Napoli che già ci conoscono. Dopo un bhajan Shrila Gurudeva comincia a parlare di valori spirituali universali e della via dell'Amore. Alcune persone di passaggio si fermano incuriosite ad ascoltare e rimangono fino alla fine dell'incontro, per oltre due ore.

“La realtà di questo mondo è temporanea e in continua mutazione ma è anche fonte di fascino e piena di bellezza. E' sufficiente osservare una cascata, un monte o un bambino che gioca per sentire questo fascino. I Veda, e in particolar modo la via dell'Amore divino o Bhakti-Yoga, non ci ingiungono di fuggire dal mondo o di voltare le spalle alle sue bellezze. Ci stimolano piuttosto ad un'attitudine e stato di coscienza in cui possiamo apprezzare la bellezza del creato ringraziando il Creatore e desiderando al contempo realizzare quella bellezza spirituale che è ben superiore a ciò che riusciamo a contemplare con gli occhi fisici. Questo mondo esprime infatti solo una manifestazione fugace della realtà. Esso è in continua mutazione, mentre la nostra essenza è l'eternità. Qui anche la più grande bellezza decade e sfuma. I piaceri dei sensi si trasformano in sofferenza, quel che prima era splendore diventa cupo e grigio. Per questo motivo i Veda esortano a guardare attraverso le apparenze per vedere l'essenza della realtà. In sanscrito la sostanza che costituisce il mondo viene chiamata dravya. Ma esiste qualcosa che è l'essenza di quella sostanza. Quell'essenza è il Brahman. Il Brahman è l'essenza di tutte le cose, la forza che tutto sostiene. Nella Bhagavad-gita si dice che la sorgente del Brahman è Krishna. Il Brahman è il sostegno di tutto ciò che vedete vivere. È il Brahman dentro ad un seme che genera l'albero. Se imparate questa semplice verità: aham brahmasmi, “io sono Brahman”, diventate coscienti di essere immortali. Uno può essere sano ma se crede di essere malato, soffre come se lo fosse veramente. E cosa gli succede se continua a coltivare questa falsa convinzione? Che si ammala veramente. Similmente, chi crede di essere mortale soffre come se davvero dovesse morire.
Il mantra ha una grande forza intrinseca. Lavora nella nostra struttura psichica e purifica le nostre convinzioni profonde. Chi siamo? Come possiamo tornare in possesso delle nostre potenzialità e realizzare l'immortalità? L'uomo moderno crede di saperne molto di più dell'uomo antico, ma purtroppo spesso è schiavo di una conoscenza priva di una prospettiva trascendente. La tradizione della Bhakti ci offre insegnamenti e pratiche spirituali per realizzare l'immortalità dell'essere, della vita e delle nostre relazioni. Anch'esse infatti sono eterne se non le macchiamo con l'egoismo, quando siamo coscienti che esse uniscono esseri spirituali eterni. Il Brahman è l'energia di cui è costituito l'atman, l'essere spirituale individuale. C'è una relazione tra atman e Brahman, tra l'essere individuale e l'Essere supremo, tra il piccolo sé e il grande Sé, tra l'anima e Dio?
I testi indovedici spiegano che esiste tra loro una relazione eterna, ma lo schermo dell'ego ci impedisce la visione di tale realtà. L'ego è la somma dei contenuti psichici con i quali l'essere si identifica. E' la maschera che nasconde il nostro vero volto. È il paralume che a malapena lascia filtrare la luce della coscienza e la deforma. Ecco perché tutte le tradizioni autentiche hanno sviluppato sistemi e discipline per destrutturare i condizionamenti dell'ego ed entrare in contatto con la realtà. L'ego esprime una parte delle energie della Natura e corrisponde ad una funzione della nostra personalità nella dimensione incarnata, perciò non deve essere distrutto, ma può e deve essere trasformato in uno strumento utile alla nostra evoluzione. Ciò diventa possibile se lo poniamo sotto la guida del sé”.

Shrila Gurudeva continua descrivendo le potenza del mantra come strumento per operare la nostra liberazione. Tutti sono assorti nell'ascolto, anche quei passanti che si sono fermati e che ora sembrano parte integrante del nostro gruppo.

“Nei Veda i sacri mantra sono definiti mantra-manjari. Sono paragonati a boccioli di fiori, perché fanno rifiorire in noi la consapevolezza della Realtà e dell'Amore puro; essi danno alla nostra vita il profumo dell'eternità, ci permettono di accedere ad una dimensione più elevata, quella spirituale. Purificano la nostra mente, liberano dai condizionamenti, ci danno la forza per abbandonare le illusioni e gli attaccamenti egoici che sono la causa delle nostre sofferenze. Se ci liberiamo dal senso di possesso possiamo amare chiunque ed ogni cosa e gioire infinitamente di quell'Amore. L'importante è vivere ogni esperienza in armonia con l'ordine etico-universale e nella modalità pura dell'offerta. La Bhakti è agire in spirito di offerta continua a Dio, alla Sorgente dalla quale siamo partiti e nella quale vogliamo rientrare. Lo Yoga della Bhakti non ha altra funzione se non quella di ricollegarci a Dio. Il mantra Hare Krishna è il mantra dell'immortalità. Gli antichi testi ci invitano ad invocare il Nome divino per collegarci al Signore, all'Origine di tutto ciò che esiste, di ogni essere, della nostra stessa vita. Shri Caitanya Deva è stato il più grande apostolo dell'Amore attraverso la diffusione della glorificazione dei Nomi divini. Il Nome di Dio è capace di operare la nostra trasformazione. Golokhera premadhana Harinama sankirtana! Adesso cantiamo tutti assieme. Fate scendere questi Nomi divini nel profondo della vostra coscienza”.

Krishna rakshamam
Krishna pahiman

Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare

Tutti cantano. Armonia e beatitudine si espandono dentro e fuori di noi.
Dopo il bhajan, Shrila Gurudeva prosegue rispondendo alle domande che gli vengono poste.

“La conoscenza non è il fine della vita. La gnosi è uno strumento per giungere all'Amore ed è per questo motivo che noi abbiamo creato una Scuola. L'amore è il nostro obiettivo. Attraverso la pratica dell'Amore si può sviluppare la più alta sapienza e accedere all'universo interiore spirituale”.

Ogni luogo diventa sacro se c'è chi rivela la via verso la realizzazione spirituale, se si glorifica il Nome divino, se si evocano le glorie di spiritualisti autentici e del supremo Signore.

Si è fatta ora di pranzo. I cari devoti che ci ospitano invitano le persone presenti a prendere prasada con noi. Mentre rispettiamo, ascoltiamo le note della sitar e mantra antichi. Dopo pranzo l'incontro continua. Shrila Gurudeva racconta di Shri Caitanya Mahaprabhu e della Sua vita. Poi leggiamo dalle sacre Scritture e concludiamo con un dolce prolungato bhajan. Il Nome divino è liberatorio. Dio sta nel cuore di colui che in Lui si è rifugiato, di colui che Lo invoca con Amore.

Napoli, 7 Giugno 2010.
Al mattino Shrila Gurudeva incontra alcune persone che ci hanno conosciuto durante il Seminario e che desiderano avvicinarsi alla nostra Scuola e alla via della Bhakti. Per alcune di loro le esperienze fatte assieme in questi giorni hanno rappresentato un punto di svolta nella loro vita. Nel pomeriggio una trentina di persone partecipano ad un altro incontro di Sat-sanga a casa dei cari devoti che ci ospitano.

“Per armonizzare le coscienze occorre in primo luogo trasformarle e purificarle. Se vogliamo che ci sia unione, pace, condivisione, occorre in prima istanza fare un lavoro profondo su noi stessi. Come spiega Patanjali, quando un pensiero si configura come negativo o angosciante si deve cercare di visualizzare il suo opposto. La meditazione rappresenta uno dei più importanti strumenti per la nostra evoluzione ed essa può risultare efficace solo c'è sufficiente conoscenza di sé stessi, delle pratiche spirituali e dello scopo dell'esistenza. E' per questo motivo che noi abbiamo deciso di istituire una Scuola per divulgare la conoscenza sacra ed elevare il proprio livello di consapevolezza. E' la coscienza che aggrega o disgrega i corpi. E' la coscienza che determina la nostra capacità di vedere. La coscienza è il nostro unico vero patrimonio. La coscienza è quel che noi sentiamo, quel che percepiamo, e le percezioni determinano la qualità della nostra vita. L'ipocondriaco che percepisce una malattia che non c'è la induce e alla fine si ammala davvero. Se ti percepisci buono, diventi buono! Se ti percepisci cattivo, diventi cattivo! Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: “Allora basta modificare il nostro pensiero?!” Sì, è così, ma non è un'impresa facile. Per riuscirci dobbiamo imparare a percepirci nella nostra reale identità. Quel che siamo non ce lo dice lo specchio, ma una meditazione profonda, una ricerca seria che ci permette di riscoprire il nostro centro. Se impariamo a raccoglierci, a fare un percorso interiore con il livello più lucido di consapevolezza, scopriamo che siamo già immortali e felici. Non abbiamo da indurre questa felicità o immortalità con un comportamento artificiale; dobbiamo invece destrutturare quei condizionamenti che non ci permettono di percepirci come siamo. Questo è lo scopo della vita. Realizzarlo permette di sperimentare il benessere, la felicità interiore, la gioia profonda dell'anima. Non quella gioia che dipende da cose esteriori, che non abbiamo mai potuto controllare e che mai potremo controllare, ma quella felicità che sgorga dal cuore, inteso non come muscolo cardiaco ma come il nostro metaspazio interiore che contiene tutto l'Universo. Un Universo spirituale così grande che include anche quello che fisico che percepiamo con gli occhi. L'euforia o l'eccitazione dei sensi non sono sinonimo di felicità. Esse producono piuttosto un'illusione cui segue sempre l'inevitabile delusione. In questo modo la persona finisce per diventare sfiduciata e cattiva verso se stessa e di conseguenza verso gli altri. Impegniamoci a pervenire ad una comprensione fondamentale di immenso valore: se ritroviamo il nostro centro, progressivamente realizziamo l'inconsistenza degli eventi per i quali abbiamo sofferto. Viceversa quel che è successo o quel che accade diventerà sempre più importante per noi fino al punto da condizionarci profondamente. Non è l'accadimento in sé che ha veramente influenza su di noi, quanto la nostra risposta affettiva, il nostro modo di reagire, la nostra capacità di elaborare, di gestire l'elaborato e di rispondere in maniera progettuale che sia al tempo stesso produttiva, costruttiva, evolutiva. La preghiera è un aiuto straordinario. E' una pratica che dovrebbe essere quotidiana, perché serve a centrarsi. La preghiera può essere una petizione, l'espressione di una promessa, la richiesta di ispirazione, di una speciale protezione. Può essere una richiesta di aiuto per comprendere più profondamente qualcosa: non un dammi per me, ma perché io possa aiutare meglio gli altri. Quando la preghiera raggiunge il suo livello più alto perviene alla meditazione, attraverso la quale si può liberare la mente dai condizionamenti. Qual è la differenza tra il pensiero meditativo e quello ordinario prodotto dal condizionamento? La differenza è che grazie alla meditazione noi possiamo agire per la prima volta in stato di libertà. Non è sufficiente non avere le manette ai polsi per essere liberi. Occorre essere liberi interiormente. La libertà interiore non necessariamente corrisponde alle apparenze di una libertà esteriore. Nella vita ho conosciuto diverse persone di grande potere che, nonostante la loro saldezza esteriore, soffrivano di mancanza di libertà autentica. La meditazione, se praticata con l'ausilio di una guida esperta e con il desiderio intenso di ritrovare il proprio senso di libertà, permette di fare grandi meravigliose scoperte.

Shrila Gurudeva prosegue spiegando quali sono i nostri unici veri nemici: quelli prodotti dall'ego! Sono kama, krodha, lobha, moha, matsara: bramosia, collera, avidità, illusione, invidia. Shrila Gurudeva li spiega uno ad uno.

“Chi ha conquistato l'ego ha fatto la conquista più grandiosa al mondo, perché è l'ego che moltiplica i nostri avversari. Quando le persone investono sull'ego, non investono su loro stesse ma su di una loro falsa proiezione. É come se mettessero soldi sul conto di un altro. Ogni volta si ritroveranno a scoprire che non hanno accumulato niente, fino a che non capiranno che debbono investire su loro stesse”.

Shrila Gurudeva comincia a rispondere alle varie domande poste dalle persone presenti. Il nostro ego è influenzato dal pensiero degli altri? In che modo dobbiamo utilizzare i nostri talenti?

“Se tradisci un tuo talento, tradisci te stesso. Il talento è la somma di una serie infinite di interazioni tra tue tendenze e tue esperienze. È una cifra che rappresenta la tua personalità. I talenti vanno investiti nell'azione offerta con amore al Signore per il bene di tutte le creature. Possiamo realizzarci se sappiamo ben integrare contemplazione e azione cosciente di Krishna. Non dobbiamo fuggire dal mondo o dalla società in cui viviamo, altrimenti manchiamo di realizzare la dimensione collettiva della nostra personalità, perché noi non siamo individui scissi da tutto il resto: i collegamenti tra noi e gli altri sono fitti e inscindibili. La Bhakti permette la nostra realizzazione nel mondo, agendo con gli altri per gli altri. Quando la contemplazione si armonizza in maniera perfetta all'azione, si ha una significativa evoluzione della coscienza. Gli orizzonti si aprono e cominciamo a percepire tutto nell'Uno e l'Uno nel tutto, Dio negli altri e gli altri in Dio”.

Shrila Gurudeva prosegue parlando di Napoli e dei suoi abitanti.

“Napoli ha una grande ricchezza culturale e spirituale che scorre sotterranea. È attanagliata però dalla paura, che è una forma di manipolazione”.

Tra i presenti vi è un imprenditore che, commosso, dice a Shrila Gurudeva: “Seguendo questi vostri insegnamenti voglio fare qualcosa per il bene dei napoletani e di questa città, mettendo i talenti che ho al servizio di Dio. La ringrazio di cuore perché lei mi ha confermato quel che nel profondo sentivo e mi ha indicato la via per realizzarlo”. Sembra di essere in un ambiente indiano. Il ventilatore sul soffitto che gira. Rumori e frastuoni nelle strade. Gente solare, aperta, accomodante. Vediamo le coscienze che si trasformano accogliendo nel cuore gli insegnamenti della Bhakti.

“In tutte le tradizioni troviamo la lotta degli angeli contro i demoni, dei deva contro gli asura. Le forze della luce però infine hanno sempre la vittoria sulle tenebre. Possono perdere qualche battaglia ma vincono sempre la guerra. Sono le forze dell'ordine cosmico, dell'Amore, potenti più di ogni altra cosa. La tendenza a ricercare il benessere è in tutti. E' presente anche nei malfattori, solo che loro lo ricercano in maniera sbagliata. Come chi vuole cercare la luna nel pozzo”.

Per dare speranza a tutti, occorre incrementare incontri come questo in cui si parla di Dio e della scienza sacra applicata alla nostra vita quotidiana.

“Chi scopre se stesso, nella contemplazione dell'ordine universale e soprattutto nell'amore per Dio, si libera di ogni paura. Abhaya non è il coraggio del temerario, ma è la fede e il coraggio del sapiente. Se ci rifugiamo nell'Amore, questo Amore ci protegge, più di qualsiasi altra cosa. Perché l'Amore di per sé è una potenza straordinaria. Non solo ferma ogni offensiva, non solo crea i presupposti per ridurla ai minimi termini ma genera anche un potente stimolo a seguirne il modello.

Sono oltre le undici di sera, ma nessuno accenna ad andare via. Siamo tutti attratti dal gusto della Bhakti.

“Il Nome divino sgombra il cuore da ogni paura, rende liberi. Nessuna costrizione esteriore può pregiudicare la nostra libertà interiore. La vera schiavitù è essere schiavi interiormente. Ingannare noi stessi è il più grande inganno che possiamo perpetrare. Tutte le disgrazie sono la conseguenza di questo iniziale errore micidiale. Invocare il Nome divino è salvifico, si diradano le nebbie, comprendiamo gli errori compiuti, ci correggiamo e scopriamo la nostra matrice divina. Provate a meditare su questo mantra che ha il potere di conferire il dono della libertà interiore.

Harer nama harer nama harer nama eva kevalam
Kalau nasti eva nasti eva gatir anyata

Concentriamo la nostra attenzione sulla vibrazione sonora del Mahamantra.

Shrila Gurudeva mostra il suo japamala e insegna ai presenti come si cantano i santi Nomi.

“Con questa meditazione i nostri ostacoli vengono spazzati via, la mente si libera dai condizionamenti. Le parole non riescono a descrivere la gioia viva che si produce, che sgorga dal cuore e che non dipende da nient'altro. Il grande mantra della liberazione ci permette di raggiungere moksha e ci fa conquistare quel che è ben oltre ad essa: ci proietta nei prati di smeraldo dell'Amore, nei suoi cieli virginali, in quelle dimensioni pure che esistono dentro di noi. Per raggiungerle dobbiamo cercare noi stessi nelle profondità del nostro essere e nelle vette luminose della coscienza. Invochiamo i nomi del Signore per far risplendere sempre più dentro di noi quella luce che poi può illuminare anche gli altri e il mondo fuori”.

Napoli, 8 Giugno 2010.
Al mattino andiamo in visita a Cuma, la più antica colonia greca dell'Italia meridionale (730 a.C.). Emozionati ci rechiamo nell'antro della Sibilla cumana.

“Vaneggia il gran fianco dell'euboica montagna in un antro, cui cento larghi aditi guidano cento gran porti; di là cento voci precipitano: della Sibilla i responsi.” (Da Virgilio, eneide, Libro VI, versi 42-44)

Shrila Gurudeva ci spiega che siamo in luoghi iniziatici, sacrificali, dove persone venivano per entrare in contatto con altre dimensioni, con il sovrammondo, per ascoltare la voce interiore. Qui ognuno riceveva la rivelazione conseguente alla propria predisposizione interiore. Shrila Gurudeva ci invita a raccoglierci e ad invocare i Nomi divini, per ricercare la via del cuore.

“Con il Maha-mantra apriamo varchi nel buio, sprazzi di luce nelle tenebre, costruiamo l'Amore dentro e fuori di noi”.

Proseguiamo la visita dello scavo archeologico e ci rechiamo in luoghi di meravigliosa bellezza naturale, tra lecci e alberi di alloro. Ammiriamo un mare che si apre davanti a noi di un blu intenso, di fronte all'isola di Ischia. Arriviamo al tempio di Apollo. Nell'Eneide Virgilio narra la fuga dal labirinto di Cnosso del mitico artefice Dedalo con lo sventurato figlio Icaro, servendosi di ali di cera. Giunto sull'acropoli di Cuma, successivamente alla perdita di Icaro, le cui ali, avvicinandosi troppo al sole, si erano sciolte facendolo precipitare in mare, Dedalo eresse qui un tempio ad Apollo, simbolo del Sole e della potenza del Divino imparagonabile rispetto a quella dell'uomo. Qui Dedalo consegnò e consacrò ad Apollo le sue ali di cera. E' la storia dell'uomo che si abbandona di fronte all'incommensurabile Potenza divina.

“Dall'alba dei tempi, in ogni latitudine e longitudine e in qualsiasi epoca, gli uomini hanno sempre sentito forte il richiamo verso il mondo spirituale invisibile, oltre quella visione materialistica che tende a soccombere agli impulsi dell'ego. Quando le persone sono ottenebrate vedono solo ciò che hanno davanti agli occhi, ma nei momenti d'ispirazione si rendono conto che c'è tutto un altro mondo da scoprire, altre dimensioni del vivere molto più elevate di quella che con i sensi percepiamo”.

Proseguiamo il percorso e arriviamo al tempio di Giove sulla collina più alta. Qui l'unica voce è quella del mare. Siamo tra terra e cielo. I cristiani vollero demolire questo tempio per costruirvi una chiesa. Ritornano alla memoria le parole di Shrila Gurudeva quando in più occasioni ci ha spiegato i danni che si producono volendo costruire sulle macerie di altri. Sentiamo forte il profumo delle erbe mediterranee. Ci fermiamo a contemplare il mare mentre respiriamo l'aria di quel luogo sacrale. Scopriamo di essere a 108 metri di altezza (!) e sorridiamo pensando alla meraviglia delle verità divine universali. Nel tempio di Giove cantiamo il sacro Gayatri mantra. Dopo questa suggestiva esperienza, ritorniamo a casa dei cari devoti che ci ospitano. Nel pomeriggio Shrila Gurudeva incontra varie persone in colloqui individuali.

Napoli - Lecce, 9 Giugno 2010.
Al mattino ci svegliamo con una bellissima strofa tratta da una poesia di Kabir che risuona nella mente e nel cuore: “Il Guru è grande al di là delle parole e grande è la fortuna del discepolo”. Anche la giornata di oggi è dedicata a colloqui individuali per soddisfare le richieste di persone che in questi giorni hanno conosciuto Shrila Gurudeva e che desiderano approfondire la relazione ed avere consigli personali su come proseguire il Viaggio. Shrila Gurudeva ci fa notare ancora una volta che nessuna trasformazione è possibile se non c'è una forte consapevolezza e volontà di superare i propri limiti. Nel primo pomeriggio partiamo per Lecce. Le quattro ore in auto passano come quattro minuti. Arriviamo. Ci accolgono con gioia i devoti che vivono a Lecce ed altri cari confratelli venuti per l'occasione. Sono le 21. Nonostante la stanchezza e l'ora tarda Shrila Gurudeva fa un breve bhajan e offre subito ai devoti presenti insegnamenti vitali per la nostra evoluzione.

“Prima che il canto dei Nomi divini diventi privo di qualsiasi contaminazione può passare anche un'intera vita. In tempi brevi possiamo sperimentare qualche goccia di quel gusto spirituale che ci fa sentire un'irrefrenabile gioia che sgorga dal cuore, ma per dimorare sempre a quel livello è necessaria una grande dedizione, un lavoro profondo su noi stessi. Occorre lasciare andare tutto quel che è collegato all'illusorio. Fintanto che questo lavoro non è completato, mentre cantiamo il santo Nome nel desiderio di entrare in rapporto con Krishna, le cose cui siamo attaccati richiamano la nostra attenzione e così la nostra mente, invece di librarsi verso il Signore, vola sul nido degli attaccamenti. Occorre purificare la coscienza, altrimenti gli attaccamenti si accumulano e noi rimaniamo schiacciati sotto ad essi. Il Signore, Dio, l'Onnipotente, l'Onnipresente, il più grande Amico del cuore si manifesta nella forma di Nama. Il Nome divino è la più grande benedizione per ogni essere. Se sappiamo cogliere questa grande opportunità che ci dà la vita nella forma umana, beneficiando della compagnia dei devoti, dello studio delle Scritture e dell'adorazione delle Divinità, possiamo tornare a percepirci nella nostra reale dimensione e riscoprire il gusto dell'Amore puro”.

11 maggio 2010

Racconti in diretta: Realizzazioni, esperienze, riflessioni spirituali.

Appunti di viaggio, 1 Maggio 2010, Shri Govardhana.

Il primo maggio con Shrila Gurudeva e tanti devoti (eravamo 130!) ci siamo riuniti a Shri Govardhana, così è stato ribattezzato il luogo in campagna a Castelnuovo della Misericordia, in provincia di Livorno, che già ci accolse due anni fa per un altro indimenticabile programma di Sat-Sanga ospiti dei genitori di Madhavipriya. Anche questa volta con un kirtana gioioso salutavamo i devoti man mano che arrivavano. Ad accoglierli c'era anche il profumo dei fiori e dell'erba di campo, il verde dei prati, la luce e il tiepido calore del sole primaverile, gli alberi con i frutti in boccio e il soffiare del vento tra le foglie: il saluto e l'abbraccio della Natura che ristora, che dà pace, che con la sua bellezza rende onore al Suo Creatore. Seduti nel prato, ammirando un bellissimo paesaggio, di fronte all'immagine di Shrila Prabhupada e ad un bellissimo dipinto di Shri Shri Krishna e Balarama che corrono e giocano nei prati con le mucche e i pastorelli, Shrila Gurudeva ci ha offerto insegnamenti di valore straordinario per la nostra vita spirituale, che sono arrivati fino al cuore. Un'esperienza unica che ricorderemo per sempre. Ecco alcune gocce di questo nettare.

“La più grande conflittualità che si possa sperimentare non è quella interpersonale ma quella intrapersonale, che consiste in una lotta titanica tra differenti funzioni o tendenze della stessa personalità. Lungo il percorso della realizzazione spirituale questi conflitti intrapsichici sono i più difficili da superare, sono quelli che più di altri ci mettono alla prova. Per superare tali ostacoli, dobbiamo imparare a distinguere tra le voci dell'io e la voce del sé. A volte la lucidità viene meno e si compiono azioni contrarie alla nostra evoluzione, ma se ricerchiamo la voce del sé e rimediamo subito agli errori commessi, possiamo riprendere il sentiero senza smarrirci, arricchiti da un'importante lezione di vita. Un uomo può avere avuto tanti fallimenti nella sua esistenza, ma fino a che non considera gli altri la causa dei suoi mali non sarà un fallito. Ascoltare la voce del sé significa imparare a conoscersi. Conoscersi significa essersi esplorati profondamente. Non conoscersi significa vivere da persone superficiali, come se fossimo alieni a noi stessi. Chiedetevi: “Sono soddisfatto? Sto vivendo una vita felice?” Se non state vivendo felicemente significa che quel che sapete di voi non è sufficiente, a prescindere da quel che pensavate di sapere. Dovete intraprendere il viaggio verso una conoscenza più profonda di voi stessi. Spesso nei grandi testi dell'antichità il viaggio della realizzazione spirituale è paragonato ad un'impresa eroica. Il mondo è il palcoscenico di questo viaggio e gli ostacoli sono simbolicamente rappresentati dai mostri, dai malvagi che imperversano in ogni storia ed impresa eroica e che sono la proiezione dei nostri mali. Solo riconoscendo l'ostacolo possiamo impegnarci a superarlo. Conoscersi equivale ad esistere in maniera cento volte più intensa e consapevole rispetto a chi non conosce se stesso. Ma infine dobbiamo conoscere non solo noi stessi ma anche Dio. E Dio lo si può conoscere solo attraverso di Lui. È solo Dio che ci può aprire la strada che ci conduce a Lui, perché la saggezza umana non basta. E' per questo che Arjuna ha bisogno di Krishna e che Dante ha bisogno di Virgilio. Occorre porci in ascolto della Voce divina che ci aiuta a liberarci dalle nostre identificazioni con il corpo e con la psiche, dalle nostre brame egoiche che rappresentano le mura del nostro carcere. É Dio che apre le porte della nostra prigione, che ci rivela la strada che conduce a Lui, che ci fa vedere la realtà. “O saggezza umana, sai proferire quanto può dire un bimbo attaccato alla mammella! Tu non puoi descrivere la grandiosità dell'infinito, la sua maestà, quella felicità spirituale completamente appagante che tutti noi ricerchiamo”. Quella beatitudine è della natura di Dio, spirituale e infinita. Perché relegare la nostra vita ad una bellezza effimera, la cui ricerca ci sfianca e ci priva di forza morale e d'intelletto? Ricerchiamo piuttosto l'origine divina di ogni bellezza del mondo e colleghiamo ogni cosa al suo Creatore, affinché possiamo contemplarla nella sua autentica essenza, liberandoci dai condizionamenti dell'ego che imperterrito grida: io e mio! Solo se ci rivolgiamo a Dio possono cadere tutti gli ostacoli lungo il nostro sentiero. Li vediamo cadere come birilli centrati da un colpo maestro che consiste nell'abbandono al Supremo. Dobbiamo porci in cammino verso Dio, ma mai nessun uomo ne ha scorto le tracce. Dio non lascia tracce percepibili con i sensi. Le Upanishad ci rimandano a questo concetto con espressioni arcane: canta di Colui che è indicibile, pensa a Colui che è impensabile, cerca Colui che è invisibile. Ma allora a chi canto, a chi penso, chi cerco? Nella Bhagavad-gita XVIII.66 Shri Krishna spiega come è possibile trovare e seguire le Sue tracce: abbandonandosi a Lui. È l'abbandono che ci permette di sviluppare quello stato d'animo indispensabile per unirci a Dio, per vedere ciò che è invisibile agli occhi umani. La scienza e la tecnica potranno produrre microscopi sofisticatissimi, ma Colui che è il più grande del più grande e il più piccolo del più piccolo sarà sempre celato dal Suo velo di Maya. Questo velo scompare solo per coloro che si abbandonano a Lui. Abbandonatevi a Lui: questa è la perfezione! Rinunciate al vostro ego, perché questo è il pegno per abbandonarsi a Lui. Liberatevi da tutte le maschere che vi vincolano al tempo e allo spazio. Esse producono le deformazioni che si manifestano nella psiche e tutti gli ostacoli lungo il sentiero della realizzazione spirituale. Sono queste maschere che ci impediscono di vedere Dio. Ricercate Dio, perdetevi in Lui e troverete voi stessi. La scoperta di Dio coincide con la scoperta di se stessi. Abbandonatevi a Lui e penetrate il Suo mistero. Pensate alle tante sfide che hanno dovuto affrontare i grandi devoti di tutte le tradizioni: Prahlada è stato perseguitato dal padre; i Pandava dai parenti che complottarono per ucciderli; Bilva Mangala Thakur fu perseguitato dalla sua lussuria; Haridas Thakur fu torturato dalle autorità religiose hindu; i profeti furono sgozzati, decapitati, scaraventati nelle fosse dei leoni; Cristo fu accusato dal sinedrio, vilipeso dal pubblico e crocifisso; Francesco fu diseredato dal padre; Al-Haji fu decapitato e mentre la sua testa rotolava per terra, la sua bocca continuava a cantare i nomi divini. Credete che sia facile giungere alla realizzazione spirituale? È molto più facile uccidersi, rinunciare alla vita. La realizzazione spirituale richiede tutta la nostra dedizione, ma è indubbiamente l'unica cosa di valore che c'è da fare nella vita, anche se rare sono le persone che lo capiscono. Anche se avete commesso degli errori e la vostra coscienza si è intorbidata, chiedetevi e dite a voi stessi: “Ma io voglio rinunciare alla limpidezza, alla luce, all'illuminazione? Al momento ci sono forze dentro me che creano degli ostacoli ma io voglio superarli. Non voglio sopportare la contaminazione, non voglio rinunciare alla bellezza, non voglio giocarmi la possibilità di vivere con purezza, nella chiarezza totale. Ho fiducia nella Misericordia divina, che è poi anche la divina Provvidenza e l'Intelligenza cosmica, che sa molto meglio di me cosa mi occorre: io ho solo da abbandonarmi ad essa, il che vuol dire abbandonarmi a Dio. Io non temo Dio, io temo me stesso. Da Dio non può venire altro che Bene, e l'ho già sperimentato numerose volte. E' da me che può venire il male, soprattutto quando perdo il dominio delle mie passioni, delle mie brame o quando mi identifico con le mie debolezze in nome di quella pseudo-libertà che non è altro che un capriccio della mente e dei sensi”. Andiamo alla ricerca della nostra dimensione originaria che è la para-prakriti, la natura spirituale che si realizza soltanto attraverso la Misericordia divina. Nella Bhagavad-gita XVIII.56 Shri Krishna dice: “Sebbene impegnato in varie attività nel mondo, il mio devoto raggiunge per la mia Grazia l'eterna e immortale dimora”. Non pensiate che questa dimora sia raggiungibile solo dopo la morte e che sia un altrove fisico. È qui per chi la vuole qui ed è altrove per chi la vuole altrove, per coloro che qui ed ora non desiderano abbandonarsi a Dio. E' la stessa cosa che avviene a chi pensa che l'erba del vicino sia sempre più verde della sua: dovrà rinascere numerose volte fino a che scoprirà che anche la sua erba può diventare verde se solo lo desidera. E' necessario modificare la propria attitudine e il proprio comportamento. Shri Krishna esorta Arjuna con queste parole: “Dedica ogni tua azione a Me e agisci sempre sotto la mia protezione. Mentre agisci,sii pienamente cosciente di Me.” (Bhagavad-gita XVIII.57). Possiamo diventare coscienti di Krishna servendoLo. “Se diventi coscienti di Me, supererai per Mia Grazia, tutti gli ostacoli dell'esistenza condizionata. Se invece non agisci con questa coscienza ma con falso ego, non ascoltandomi, sarei perduto” (Bhagavad-gita XVIII.58). La Misericordia divina distrugge ogni avversità, mentre l'ego falso crea ostacoli insormontabili. Esso produce bolle d'illusione in cui le persone possono rimanere intrappolate per esistenze intere. Nella Bhagavad-gita XV.7 viene spiegato che Dio accompagna il migrare di ogni essere. Dio ci accompagna sempre, ovunque, ed è questa Sua presenza che dobbiamo realizzare. Se a qualcuno di voi chiedessero: “Ma tu sei solo?”, potreste rispondere: “No, non sono solo”. “Chi c'è con te?”.“Con me c'è Dio”. “E dov'è Dio?”. “ É dentro di me”. L'esperienza della presenza del Divino cambia la vita, ci pone su di un altro piano di esistenza che non può essere spiegato a parole perché è ineffabile, travalica le possibilità di comprensione della logica umana. La Misericordia divina ci fa realizzare che il Signore supremo è situato nel cuore di ognuno. “Io sono nel cuore di ogni essere. Da Me vengono la conoscenza, il ricordo e l'oblio” (Bhagavad-gita XV.15). Il Signore supremo è situato nel cuore di ognuno e dirige l'errare di ogni essere in ogni struttura della materia. Abbandonatevi completamente a Lui, il Signore di tutti i mondi, di tutte le creature. Con una scintilla del Suo splendore, Egli crea e sostiene gli universi. Dio è Tutto. Abbandonatevi a Lui e per la Sua Grazia raggiungerete la pace spirituale e l'eterna immortale dimora. Poiché i Suoi passi non lasciano tracce, è attraverso l'abbandono che noi riceviamo indicazioni chiare e indiscutibili per raggiungerLo. E' attraverso la fede che raggiungerLo diventa possibile. Quella fede che resta salda anche se ci trovassimo di fronte al patibolo. Senza quella fede vi sentirete insicuri anche in un fortino sorvegliato da guardie scelte. Shri Krishna dice ad Arjuna: “Poiché tu sei mio carissimo amico e sei privo di invidia, ti rivelo la conoscenza più segreta. Ascolta la mia parola, pronunciata per il tuo bene” (Bhagavad-gita IX.1). “Signore, Colui che ha avuto la fortuna di entrare nella Tua via, si è dimenticato di sé e si è immerso in Te”. Anche solo un piccolo passo su questa via offre benefici eterni, poiché avvicina alla libertà, all'immortalità, all'Amore. Ci avvicina alla libertà di amare e di sentirsi amati dall'Anima suprema, dalla Coscienza dell'umanità, dall'Uno che diventa molteplice, dall'Infinito che largisce il bene dell'immortalità. “Pensa sempre a Me e diventa Mio devoto. Adorami e offriMi le tue opere. Così certamente verrai a Me, perché sei un amico a Me infinitamente caro. Lascia ogni credo e abbandonati a Me. Io ti libererò dalle reazioni dei tuoi peccati. Non temere” (Bhagavad-gita XVIII.65-66). L'abbandono a Dio è il più grande strumento di salvezza. L'abbandono a Dio spazza via ogni ostacolo dal sentiero spirituale”.

Dopo un dolce bhajan e dopo la festa di prasada, rispettato nel verde tra fiori profumati, il Viaggio continua.

“Quando non vediamo la soluzione ai nostri problemi, dobbiamo guardare in alto, non in basso. Dobbiamo concentrarci sugli insegnamenti spirituali e mettere in moto le nostre migliori qualità, anche quelle che non ci ricordiamo più di possedere. E' il nostro ego che pone limiti alle nostre infinite possibilità di evoluzione, di gioia e amore. Ognuno di noi ha la grande opportunità di evolvere, di avvicinarsi a Dio. Perché bloccare la marcia verso la perfezione? Perché non predisporci con il giusto stato d'animo, quello che ci permette di abbandonarci al Signore e di ricevere la Sua misericordia? Se non apriamo il cuore, la Misericordia non entra. Aprire il cuore vuol dire ricercare l'abbandono a Dio, e questo è possibile solo se abbandoniamo le illusioni e se ci predisponiamo con spirito di servizio nei confronti di Shri Vaishnava, Guru e Krishna. La predisposizione all'abbandono ci apre la via ma è Dio soltanto che ci può aprire la porta per farci entrare nel Suo Amore. Preghiamo il Signore affinché ci permetta di servirLo e di realizzare così il gusto del Suo Amore. La realizzazione di questo gusto, che è la pura Bhakti, ci ripaga da solo da qualsiasi fatica abbiamo sostenuto lungo il percorso. Il gusto della Bhakti è la Vita”.

Shrila Gurudeva ki, jay!
Shrila Prabhupada ki, jay!
Bhaktiseva, ki jay!