
29 marzo 2009
'Genitori e Figli' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

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23 marzo 2009
'Dio, l’universo e le creature' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

(1) I sociologi affermano che una setta è costituita da un insieme di persone che tentano di fuggire dalla realtà per cercare una loro dimensione astratta. Per realtà generalmente essi intendono la società espressa dal mondo fisico; concordiamo sul fatto che nel tentativo di sfuggire a quella pseudo-realtà (procedendo nel saggio, risulterà chiaro per quale ragione definiamo pseudo-realtà il mondo fisico) molta gente crea altre pseudo-realtà, ma, come avremo modo di vedere, l’uomo dovrebbe prendere in seria considerazione un aspetto che è di primaria importanza per la vita di ciascuno: l’aldilà.
(2) Ci riferiamo, qui, non solo al riduzionismo, ma anche agli “specialismi” che tanto caratterizzano la vita culturale dell’Occidente moderno.
(3) Con ciò non intendiamo disconoscere l’insieme dei valori etici e spirituali conservati e promossi dalle religioni storiche (il che sarebbe in contraddizione con la necessità di riferirsi a un sapere tradizionale, di cui prima dicevamo), né sminuire l’importanza delle loro azioni sul piano sociale; semplicemente sentiamo la necessità di un’integrazione, di un completamento e rifinimento dei campi d’azione.
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22 marzo 2009
'La via iniziatica' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

om ajnana-timirandhasya jnananjana-salakaya
caksur unmilitam yena tasmai sri-gurave namah(8).
caksur unmilitam yena tasmai sri-gurave namah(8).
"Offro i miei rispettosi omaggi al mio maestro spirituale, che ha aperto i miei occhi, accecati dalle tenebre dell’ignoranza, con la torcia della conoscenza trascendente."
Colui che, dopo aver superato la densa foresta dell’illusione, si sente ormai giunto al termine dell'esperienza umana, può intraprendere la via iniziatica. In alcuni passi della letteratura vedica viene persino affermato che una persona che non abbia un maestro spirituale non dev'essere nemmeno considerata civile. Diksha (l’iniziazione) non è facoltativa, ma è una tappa inevitabile dell'esistenza, necessaria per giungere alla piena maturità. Per compiere l'evoluzione umana, per trasferirsi dal piano umano a quello divino, diksa è indispensabile. L’iniziazione equivale ad una simbolica morte nella vita profana e ad una reale rinascita nella vita spirituale. L'iniziazione spirituale (Diksha) di fatto è un ricollegamento alla Realtà superiore(9). Ben triste è il destino di colui che lascia il corpo senza aver ricevuto dik.sa; così dice il Garuda Purana, così dice il Rig-veda, così dicono il Mahabharata e lo Shrimad Bhagavatam. Nel Garuda Purana si arriva persino a distinguere le persone in due categorie: coloro che hanno ricevuto diksha e coloro che non l’hanno ricevuta. Quella tracciata dalle Upanishad e dalla B.G è una via iniziatica; Krishna in più occasioni parla di raja-guhyam (segreto regale) e raja-vidyam (conoscenza regale). Una delle accezioni più forti della parola Upanishad è "insegnamento segreto", ovvero che si può dare solo a persone iniziate. Che senso può avere dunque - ci si chiederà - pubblicare scritti che verranno letti da innumerevoli persone che non sono iniziate? La risposta è che intendiamo offrire al grande pubblico un panorama dell'insegnamento vedico-vaishnava, restando tuttavia pienamente coscienti del fatto che soltanto coloro che sono autenticamente ricollegati alla Realtà superiore otterranno effettivo beneficio dalla lettura, mentre coloro che non lo sono avranno come una pre-visione, una visione vaga di ciò che in essi viene esposto; la capitalizzazione del patrimonio più concreto, l’effettiva realizzazione spirituale, non avverrà per questi ultimi, perchè la loro comprensione si limita al piano psichico, che è completamente inadeguato ed insufficiente per accedere alla realizzazione spirituale, allo stato in cui l’essere si risveglia in senso spirituale. Come abbiamo accennato, esistono diversi piani di comprensione della Realtà: adhibautika, adhidaivika e adhiatmika; solo chi vede dal piano adhiatmika riuscirà a comprendere veramente ciò che è propriamente divino, spirituale. Per questa ragione alcuni, che sembra abbiano capito tutto, all’atto pratico commettono un errore dopo l’altro; di fatto non hanno capito niente, perchè la loro comprensione è a livello superficiale, a livello psichico, intellettuale, non spirituale. Per chi è situato a livello spirituale non c'è più nessuna discrepanza fra quello che si è compreso, quello che si pensa, quello che si dice e quello che si fa. Il sapere iniziatico, dunque, può essere trasmesso avvertendo in anticipo che ognuno comprenderà in proporzione al proprio livello di coscienza. Come ciascun uccello in volo raggiunge l’altezza che gli permettono le proprie ali, così chi legge raggiungerà il livello di comprensione che gli permette la propria coscienza. Di fatto è per questo che i Veda insistono così fortemente sulla necessità delle pratiche di purificazione, o di decontaminazione del carattere. Per questa stessa ragione è richiesta una vita di purezza; non perché la purezza abbia valore di per sè, ma perché permette di raggiungere livelli di comprensione che sarebbero irraggiungibili senza di essa. Ciò non avviene per la forza di un volere superiore, perché non c'è niente di dogmatico o di artificialmente imposto in tutto questo. Con grande rispetto, dunque, dovremmo introdurci in questo dominio che spesso non è padroneggiato neanche dagli esseri celesti, gli dei, le grandi personalità che vivono nei pianeti Svarga o in genere in Svargaloka(10) La via iniziatica è aperta a tutti, ma come sempre ci saranno coloro che nutriranno un sano, intenso desiderio di immortalità (icchami Brahman o icchami amritam) e coloro che parteciperanno in maniera passiva. Così è fatto il mondo. Per la legge del karman, le comprensioni delle due categorie di persone non potranno essere identiche.
(1) Nella Civiltà dei Veda sono tre le vie (traya mårga) per il raggiungimento della liberazione (moksha): il karma-marga (via dell’azione), il jnana-marga (via della conoscenza e della meditazione) e il bhakti marga (via della devozione amorosa a Dio). Ne parleremo più diffusamente nella Terza Parte, in cui illustreremo in particolare il bhakti-marga.
(2) Oggigiorno, al contrario, è frequente inventare teorie che andranno poi a costituire una “nuova” religione, assolutamente inventata e senza nessuna reale radice nella Tradizione (vedi l’intero, o quasi, filone New Age).
(3) Anitya, "ciò che non è permanente".
(4) L’individuo, se non viene educato, guidato, aiutato, corretto e costantemente incoraggiato, si trova ben presto in una situazione difficile, perché il sentiero si presenta irto di ostacoli di vario genere.
(5) Gli acarya, come A.C. Bhaktivedanta Svaami Prabhupada, sono grandi maestri e pensatori che, attinto il sapere a un livello sovrumano, lo trasmettono poi ai propri discepoli, i quali, una volta acquisite le qualità necessarie, lo trasmetteranno a loro volta ai propri discepoli. Ciò costituisce il sistema di conservazione e trasmissione della Rivelazione denominato parampara, che letteralmente significa “dall’uno all’altro”; poi vuol dire molto di più, naturalmente: un sistema di conoscenza, un sistema, un insieme di valori, tramandati di maestro in discepolo, ma il significato più immediato è ‘dall’uno all’altro’. Perciò, quando incontriamo persone che, anziché andare al mare o in montagna o dietro la gratificazione dei sensi in qualche forma, si riuniscono per cercare il sé, come nelle Upanishad (‘Tutti seduti ai piedi del maestro’ è la traduzione letterale di Upanishad), per ricevere gli insegnamenti più esoterici che permettono di proseguire sulla strada della realizzazione spirituale, dovremmo esser capaci di cogliere quell’occasione benedetta, sacra, per trasmettere un messaggio così prezioso, che non è solo patrimonio degli indiani, ma di tutta l’umanità. Ecco il significato di sacrificio: rendere sacro tutto quel che facciamo.
(6) Guru è una parola sanscrita che significa ‘insegnante’; qui ne ripudiamo gli abusi e gli usi a sproposito da parte di persone che non sono consapevoli della sua reale portata, pronunciando tale termine in relazione a personaggi e situazioni che con la scienza sacra e con la Tradizione non hanno niente a che fare.
(7) Nella letteratura vedica sono indicati i tre livelli di comprensione della Realtà: 1. adhibhautika: il piano terrestre, quello degli elementi fisici primari, più facilmente accessibile agli esseri incarnati. 2. adhidaivika: riguarda i deva, il cosmo e la cosmogonia, l'influenza dell'atmosfera, i pianeti e la creazione dell'universo. 3. adhyatmika: attiene al piano più elevato, quello spirituale, alla nitya-svarupa dell'åtman e all’ontologia dell’Essere Supremo.
(8) Questo è un mantra del (Gautamiya-tantra).
(9) Affinchè un individuo possa ricollegare altri alla coscienza del Divino, adempiendo così al sommo dovere del Guru, deve essere egli stesso di fatto ricollegato, avendo a sua volta ricevuto l’iniziazione da un altro individuo autenticamente risvegliato in senso spirituale. Chi non è collegato a quella coscienza non può collegare nessuno, a prescindere dai timbri rotondi, dalle carte bollate, dalle autorizzazioni rilasciate dalle gerarchie. Solo una persona risvegliata può risvegliare. Quindi, in essenza, iniziazione vuol dire essere ricollegati. E quando una persona è ricollegata lo sente. Certo, per rendere visibile questo ricollegamento si usa una cerimonia, ma non è la cerimonia che ricollega: è il ricollegamento in sè. La cerimonia è la celebrazione di questo collegamento, che però deve essere esistente.
(10) Uno dei pianeti della cosmogonia puranica.
17 marzo 2009
'La Murti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

(1) La fede autentica (shraddha), ingrediente primario per esperire il Divino, favorisce anche il processo di purificazione della mente e del cuore, ma è altrettanto vero che senza la purezza di cuore e di mente non si può giungere ad una fede salda e genuina.
(2) In questo caso il ricercatore spirituale (sadhaka) non riuscirà a percepire la Murti oltre l'aspetto di statua sacra; considererà gli Shastra come libri autorevoli, ma non riuscirà a superarne il senso letterale; per lui il Santo Nome sarà poco più di un suono e via dicendo.
(3) In questa fase il sadhaka non si limita più all’impatto pratyaksha con la realtà: lo ha superato per cominciare un cammino simbolico, interiore; riesce a concettualizzare, ad avere intuizioni e realizzazioni, a fare delle associazioni, comincia ad ampliare la propria cornice conoscitiva e a cogliere aspetti più sottili, dinamici, trascendenti della sfera del sensibile.
(4)‘Nell'ambito del rasa’. Rasa è tutto ciò che possiede gusto e sentimento; qui si allude al puro ambito spirituale. A questo stadio il sadhaka, ormai evoluto al massimo grado, ottiene la definitiva, nitida percezione della realtà assoluta: si ha dunque la completa attivazione dei sentimenti spirituali, che fluiscono continuamente e reciprocamente tra devoto e Divinità.
(5) Questo termine sanscrito designa la “coppia di opposti”, che possono essere di natura esteriore o interiore, ad esempio caldo-freddo oppure gioia-dolore. Rappresentano la dualità che caratterizza il mondo delle condizioni e il sadhaka, con l’aiuto del guru e della disciplina spirituale (sadhana), deve comprenderli a fondo ed armonizzarli per giungere al livello di nirdvandva, in cui non si è più soggetti alla continua, dolorosa oscillazione tra poli opposti. Cfr. Bhagavad-gita II.14-15; II.45; V.3 e VII.27-28.
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14 marzo 2009
Paradiso e Inferno.

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12 marzo 2009
'La Condivisione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

09 marzo 2009
'Il dharma, sostegno dell’universo' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in senso puramente materiale, la sola che altresì non si fondi su alcun principio di ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da diversi secoli, è stato accompagnato da un regresso intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare.
René Guénon, 'La crisi del mondo moderno'.
L’uomo moderno è confuso, privo di punti di riferimento stabili e precisi che gli consentano di navigare quietamente fra le onde della vita, colmo di angosce e timori apparentemente insormontabili, fragile ed instabile nella psiche e pietosamente stremato da nevrosi di varia natura ed origine, che gli sottraggono, assorbendole occultamente, ingenti energie; e si ritrova anche tristemente isolato ed incessantemente sballottato e trascinato verso ignote direzioni da tragici ed incontrollabili eventi e da idee aberranti impostegli da individui più forti e prepotenti che, come una tempesta di venti impetuosi, lo travolgono e lo costringono a naufragare, spingendo inesorabilmente alla deriva gli irriconoscibili resti della sua fragile imbarcazione. L’uomo della Tradizione, che basa la propria vita su di un insieme di valori appunto tradizionali, aveva ed ha tuttora una visione cosmogonica: vede e comprende l’universo, ed è quindi in grado di individuare con precisione e certezza la propria posizione nella vastità della manifestazione cosmica. L’uomo moderno, al contrario, ha perso questi punti di riferimento e, paradossalmente, pur avendo fatto passi da gigante nel campo della tecnologia, in particolare nel settore delle comunicazioni, incontra serie, quasi insormontabili difficoltà nel comunicare con gli altri e con sé stesso. Perduta gradualmente la visione organica della realtà, la coscienza della sua inscindibile interezza, della connessione fra le parti e il tutto, si è immerso nello studio ostinato e reiterato dei frammenti, delle micro-realtà ma scisse dall’insieme. Pur essendo diventato capace d’inventare microscopi e altri potentissimi strumenti di indagine, deve alla fine riconoscere con stupore, sgomento e persino con una punta di amarezza, che la natura materiale, come prendendosi gioco di lui, esce sempre e comunque indenne da questa impari lotta per conoscere. La Natura è infatti paragonabile ad una scatola cinese: una volta scoperta una realtà se ne scorge subito un’altra, dalla prima racchiusa. L’uomo moderno rischia quindi di andare incontro ad uno smarrimento traboccante d’angoscia, un sottile ma diffuso “mal di vivere” che si radica sempre più profondamente ed acremente negli animi (soprattutto dei più giovani) e che si aggrava una volta scoperta la mancanza di risposte ad ampio respiro da parte delle varie religioni, le quali spesso impiegano le proprie enormi energie e risorse più nella ricerca di vasti consensi popolari, che nel dare risposte soddisfacenti ai tormentosi quesiti sul senso dell’intera vicenda cosmica, focalizzando al contrario la gran parte dei loro interessi, , sulla sola sfera antropologica, cioè sull’uomo e sulle sue problematiche. Con atteggiamento riduttivamente antropocentrico, si adoperano quanto più possono per elaborare fin nei minimi dettagli una politica per l’uomo, con intricati (e spesso irrealizzabili) piani economici e sociali, trascurando purtroppo una semplice verità di fondo: l’uomo, se non è in grado di individuare sé stesso nel suo contesto socio-cosmico e se non conosce sé stesso, non essendo in grado di percepirsi nell’essenza, nella realtà, non potrà fare nemmeno un progetto serio per il proprio divenire. Risulta quindi necessario delineare con la maggior precisione possibile la cosmogonia o disegno universale, e l’escatologiao fine dell’esistenza. Del progetto universale i Veda tracciano un disegno dai contorni estremamente ampi; cominciano infatti col descrivere i quattro obiettivi della vita umana evoluta ; dharma, artha, kama e moksha per raggiungere i quali la persona di buona qualità articola i propri sforzi e organizza le proprie risorse al meglio. L’arte della vita consiste nel conseguirli e viverli in maniera equilibrata, facendoli diventare tutti, uno dopo l’altro o contemporaneamente, una realizzazione di successo. Dharma è l’Ordine cosmico, la Legge di Dio, il volere del Signore, l’armonia, la sintonia con tutto ciò che vibra, la forza che tutto sostiene, il principio vitale e le leggi che lo mantengono. Senza dharma i pianeti non potrebbero mantenersi nelle loro orbite e noi non riusciremmo neanche a respirare se cessasse il nostro rapporto col dharma. Dharma è anche la religiosità, senza la quale non si potrebbe portare a compimento la benché minima azione, è l’acquisizione di quella pietà minima, di quei buoni sentimenti minimi che ci permettono di affrontare la vita e che andranno poi espansi fino al loro massimo; ne occorre comunque un minimo per vivere in mezzo alla gente, per vivere nel creato e fra le creature tutte. Col termine sanscrito bhuta, vogliamo in questo contesto indicare l’essere creato; la radice bhu infatti significa sia ‘essere’ che ‘divenire’ ma, se si aggiunge la desinenza ta, significa ‘creato’. Ma se l’anima è immortale , chi è ad esser creato? I corpi, mentre il principio vitale, l’atman, non viene creato: né nasce né muore. Tutte le creature nascono e muoiono solo apparentemente; in realtà ciò che nasce e che muore sono i corpi, quegli involucri costituiti di materia (prakriti) che l’essere immortale abita e che dall’essere rimangono sempre e comunque distinti e distanti. Nella Bhagavad-gita Krishna afferma che l’ottuplice materia , che noi percepiamo come forme e nomi, è separata da Lui ; e anche da noi, possiamo aggiungere. Organi, tessuti e cellule sono aggregati di materia separata dal nostro vero essere. Per fare chiarezza in questo ambiente alienato, in cui masse ottenebrate, colte da terribili crisi di identità, credono di essere il corpo, cioè si identificano totalmente con la prakriti, occorre il dharma. Il dharma fornisce alcune direttive fondamentali: yama e niyama , per vivere consapevolmente in qualunque luogo ma soprattutto in quelli la cui atmosfera sia stata resa “incandescente” dalla passione (rajo-guna) e tenebrosa dall’ignoranza (tamo-guna) . Quando la coscienza del sé si sviluppa nella maniera corretta, cioè nel dharma, per cui l’individuo diventa dharmya, portatore di dharma o sostegno del dharma, è anche ‘sostenuto’ dal dharma. In un passo del Mahabharata viene affermato con forza che chi sostiene il dharma è dal dharma sostenuto, mentre chi calpesta il dharma viene dal dharma schiacciato. Col sostegno del dharma si può conseguire il secondo obiettivo: artha, ossia la prosperità economica, che di per sé non ha nessun connotato negativo , a meno che non comporti un agire volgare che abbrutisce il suo autore fino a fargli dimenticare i doveri prescritti, quelli che conducono alla finale realizzazione spirituale. Gli shastra consigliano di conseguire questo scopo perché risulta indispensabile procurarsi lecitamente i mezzi per potersi incamminare sulla via della perfezione; quando invece il ricongiungimento col Divino sarà diventato stabile e definitivo, e solo allora, non ci sarà più bisogno di sforzi specifici per artha: il Signore provvede direttamente. Tutto dipende quindi dall’aver fondato la propria vita sui principi del dharma, la regola celeste, la legge divina, l’Ordine sovrano che tutto mantiene. Osservando con attenzione i cicli naturali, possiamo scorgere la presenza di quest’Ordine divino: gli alberi tornano a fiorire regolarmente nella stessa stagione; i giorni e le notti si avvicendano da millenni con ritmo inalterato; il sole non abbandona mai la sua orbita perché, se la mutasse allontanandosi seppur di poco, si verrebbero a formare ghiacci di dimensioni colossali che ricoprirebbero l’intera superficie terrestre; e se si avvicinasse, modificando la propria orbita anche solo di un impercettibile tratto, andrebbe tutto a fuoco, l’acqua evaporerebbe, facendo scomparire la vegetazione e tutto ciò la cui sopravvivenza deriva dall’acqua. E’ il dharma che mantiene il sole e tutti gli astri nella loro orbita e che permette la vita sui pianeti; e la fonte del dharma è l’Essere sovrano che, per mezzo del dharma, stipula un patto equo con tutte le creature senza favorire nessuno o penalizzare qualcuno. E’ solo in base al modo con cui ci rapportiamo al dharma, infatti, che dovremo fronteggiare le conseguenze delle azioni da noi compiute, sia in positivo che in negativo. E’ questo il principio fondamentale che regge la legge del karman, la rigorosa legge eterna della remunerazione delle azioni. Perciò l’uomo della Tradizione persegue lo sviluppo concreto e tangibile dei princìpi fondamentali del dharma, sforzandosi costantemente e alacremente di applicarne nella vita quotidiana gli assunti teorici, non riconoscendo nessuna reale importanza al filosofare fine a se stesso, avulso dalla realtà ed incapace di liberare l’essere dal problema di fondo dell’esistenza incarnata: la sofferenza. Ricerca quindi un’intima ed autentica interiorizzazione delle leggi del dharma e la loro espressione genuina sia nel pensare che nel parlare ad altri, sia nel commentare gli eventi e i mutamenti che si susseguono nella società e nella natura che nell’agire. Dopo il conseguimento di artha sulla base del dharma, si passa a kama, termine col quale vogliamo qui indicare la ricerca del piacere, del gioire. Se queste gioie vengono da artha, cioè se non sono state ricercate con i mezzi altrui ma con i propri, e se questi mezzi sono stati procurati sulla base di dharma, di regole morali, etiche e spirituali , allora sorge la gioia, il senso di soddisfazione che segue alla realizzazione del piacere. Per essere più precisi va detto in tal caso che la ricerca del piacere cessa di essere ossessiva e non condiziona più la mente dell’individuo al punto da indurlo a fare scelte sbagliate pur di ottenere stimoli meramente sensoriali. Quando conseguiti in armonia con l’Ordine divino i cosiddetti piaceri sono anch’essi potenzialmente in grado di condurre l’uomo alla riflessione e gradualmente al distacco, per poi consentirgli di dedicarsi unicamente, con quiete e lucidità, al perseguimento del quarto degli scopi che i Veda indicano tipici dell’uomo evoluto: moksha, la liberazione definitiva dalle illusioni, dall’identificazione con la materia e dagli attaccamenti mondani, cioè da quelle che sono le sorgenti del dolore. Pertanto, dare all’uomo una cornice ampia, universale, informazioni non solo sulla dimensione dello spirito ma anche sulla varietà della manifestazione cosmica e, come abbiamo spiegato poc’anzi, rivelargli il dharma e le sue regole fondamentali, tutto ciò significa fornirgli da subito gli strumenti essenziali per progettare, guidare e quindi determinare il proprio avvenire. La messa a disposizione di questi strumenti costituisce la più elevata attività umanitaria, che però arreca benefici non solo all’uomo, dato che il dharma va a beneficio di tutte le creature e dell’ambiente, inteso come micro e macro-atmosfera. Una visione dell’universo basata su di una concezione spiccatamente e dichiaratamente antropocentrica sarebbe una riduzione a dir poco inquietante, che implicherebbe una drastica (seppur non totale) riduzione delle migliori capacità e potenzialità di realizzazione spirituale. L’uomo, infatti, non ha una posizione così centrale. La concezione vedico-vaishnava dell’universo è teocentrica: è Dio il motore dell’universo. E’ il supremo, dolce desiderio del Signore che provvede a tutto. E se tutte le creature, in particolar modo l’uomo, ponessero il Signore al centro delle proprie attenzioni, della propria cura, dei propri pensieri, delle proprie parole, tutto ciò che vorrebbero ottenere si presenterebbe quasi spontaneamente, con difficoltà ridotte in proporzione a quanto si saranno concentrate nella contemplazione di Dio; e tutte le azioni così compiute andrebbero a beneficio non solo degli uomini ma, lo ripetiamo, di tutte le creature. Al contrario, se in una sorta di ossessione antropocentrica e quindi in un ennesimo feticismo di specie, l’uomo fosse portato a considerare degna di cure ed attenzioni soltanto la ‘propria’ specie, non sarebbe neanche in grado di mantenere in salute questo pianeta, divenendo causa di continue e gravi crisi ecologiche, dato che l’equilibrio ecologico si può mantenere solo a patto che ci si adoperi per il benessere di ‘tutte’ le creature, lasciando che ognuna di esse esprima in piena libertà la propria natura. Certo l’uomo viene considerato sovrano sulle creature, ma il Sovrano vero in realtà è Dio, sovrano anche sull’uomo. L’uomo ha il dovere di far da guida alle creature meno intelligenti ed evolute, ma ciò significa assegnare un ruolo a ciascuna di esse senza abusare di nessuna, altrimenti non più di guida si tratterebbe bensì di sfruttamento. E’ quindi urgentemente necessario rivedere con serietà i concetti stessi di storia, di progresso e di evoluzione, di sociologia, di benessere e di economia. Pensare che gli esseri umani siano gli unici cittadini a pieno diritto del pianeta è troppo riduttivo; dovremmo estendere il concetto di habeas corpus anche alle specie animali. Per quale ragione dovremmo limitare l’amore, di cui spesso si parla, alla sola umanità? Porre l’umanità al centro dell’universo è malattia tipica della filosofia moderna.
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06 marzo 2009
'Il mondo fuori e il mondo dentro' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

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'Yoga: l’Uomo tra Cielo e Terra' (Lezione introduttiva del seminario) di Shriman Matsyavatara Prabhu.

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05 marzo 2009
'Entusiasmo e Paura' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
L'entusiasmo è una delle espressioni più significative e visibili della volontà, nonché lo stato d’animo antitetico a quello generato dalle depressioni e dalle fobie. L'entusiasmo di cui parlo non consiste in uno stato euforico, frutto di acritica aderenza al mutevole mondo delle apparenze, ma si basa su strutture di realtà e dunque, con il mutare delle circostanze esteriori, non è destinato a trasformarsi nel suo opposto: la sfiducia, paralisi energetica, confusione mentale e depressione. L'alternanza di depressione ed eccitazione-agitazione sono segni di una personalità sofferente e problematica, mentre la gioia e la fiducia stabili, persistenti, durature, che si nutrono di una visione di noi stessi e della realtà che sa penetrare l'essenza della nostra natura e che si accompagnano alle virtù della determinazione e della pazienza perché la persona vede con fede e lungimiranza, sono il sintomo e il segno di una coscienza illuminata, che progredisce in un ascendente percorso di autorealizzazione. Il problema che si pone consiste dunque nel passare da un paralizzante stato di scoraggiamento da paura (potenzialmente distruttivo) ad un fiducioso stato d’entusiasmo (potenzialmente costruttivo). Secondo la Tradizione, tale trasformazione si ottiene ricercando la compagnia e la guida di persone genuinamente devote a Dio, illuminate e dedite alla pratica dell’amore divino (Bg IV, 38 e XI, 13-20), benevole verso tutte le creature e il Creato. La devozione a Dio (bhakti) agisce sulla stabilità psichica con un effetto benefico infinitamente più grande di quello apportato dalle varie forme di psicoterapia e da tutti gli psicofarmaci. La bhakti permette di ridirigere verso la Divinità tutte le emozioni, e queste confluiscono in un'unica corrente, si intensificano, si affinano, si dirigono verso idealità sempre più alte e appaganti. Il bhakta (colui che è impegnato nella pratica della bhakti) sviluppa allora progressivamente stabilità mentale, serenità, l’intima ineffabile soddisfazione di tutti i desideri e gioia profonda, esprimendo tale stato d’animo attraverso un linguaggio e un comportamento pieni di tenerezza e compassione, anche nella quotidianità.
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04 marzo 2009
'Il matrimonio e la famiglia' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Famiglia, matrimonio, figli rappresentano un'unica realtà, costituita da elementi da considerarsi nel loro complesso come inscindibili, se non a costo di gravi errori e conseguenti significativi disagi e sofferenze. Intendiamo spiegare questa complessa realtà secondo gli Shastra o testi del pensiero psicologico e filosofico indovedico e secondo gli insegnamenti e le realizzazioni di vita dei Maestri di tale Tradizione, tenendo di conto che viviamo in un’epoca purtroppo molto inquinata da condizionamenti culturali, sociologici e psicologici. Non è facile sottrarsi alla pressione che essi esercitano, permeando ogni sfera del nostro vivere quotidiano e rafforzando a volte nostre tendenze antiche e malsane abitudini contratte a seguito di errori e di cattive impostazioni nel rapportarci a noi stessi e agli altri. Intendendo valutare alcune caratteristiche determinanti che si consiglia di ben valutare per chi desidera intraprendere la vita matrimoniale, il primo elemento fondamentale da prendere in considerazione è il grado di responsabilità della persona che si pensa come futuro coniuge; una responsabilità ovviamente da misurarsi non soltanto a parole ma soprattutto nella realtà dei fatti e nella storia della vita personale del soggetto. Il livello e la qualità della responsabilità che si è in grado di assumere e mantenere nel tempo sono essenziali per ritenersi idonei al matrimonio. Matrimonio significa prole e prole implica educazione, dunque un intenso, complesso e lungo impegno, che nella società di oggi dura come minimo 30 anni di cure assidue dedicate ai figli. Prendere decisioni impulsive, sulla spinta di passioni non sufficientemente elaborate, e indulgere nella cattiva abitudine di accettare e rifiutare – senza opportuna previa valutazione - la persona del coniuge, non è certa una mentalità che si confà a chi desidera vivere nel benessere, il che implica necessariamente "essere – bene". Il matrimonio richiede fedeltà, che non è una qualità secondaria ma fondamentale, sia nell’uomo che nella donna. La scelta dello sposo o della sposa dovrebbe essere per la vita. Certo si deve prevedere anche il caso di una donna o di un uomo che si separino dal proprio coniuge e si risposino con un'altra persona, ma ciò non dovrebbe essere un fenomeno diffuso - come invece purtroppo avviene oggi - quanto piuttosto un episodio raro, un'eccezione sulla base di motivazioni veramente serie, non certo per superficialità, instabilità di carattere, vulnerabilità o fragilità affettiva, o per una colpevole negligenza nella fase di valutazione e scelta del coniuge. Fintanto infatti che la mente non viene educata ad un'approfondita analisi e continua ad essere trasportata dagli impulsi che s'impongono alla coscienza, non farà altro che perpetrare l'errore muovendosi acriticamente da un oggetto del desiderio ad un altro e ad un altro ancora. Coloro che hanno tali tendenze e conformazioni caratteriali certo non hanno la maturità sufficiente per intraprendere una vita matrimoniale. La castità è un valore essenziale per il matrimonio, ed è un dovere sia per la moglie che per il marito, ma la castità viene ridicolizzata da coloro che credono che questa dimensione sensibile sia l’unica esistente. Tanti oggi pensano che chi crede ancora nella castità sia vittima di inibizioni o che abbia subito un lavaggio del cervello. Ma chi davvero avrà subito questo lavaggio del cervello? Chi pensa che la vita sia limitata ai bisogni del corpo e che difende il motto: "chi può se la goda", oppure chi crede in una vita dedicata allo sviluppo della persona nel suo complesso, sul piano fisico, psichico e spirituale? Chi sceglie quest'ultima via s'impegna in una disciplina che non è repressiva, che non nega la soddisfazione dei desideri primari assurgendo a castigo paranoico, ma li trasforma e li sublima fino a renderli propedeutici a tappe evolutive ulteriori. Il bisogno di affetto deve essere assolutamente soddisfatto, così come il bisogno di amare ed essere amati, ma per soddisfarli veramente occorre capire qual è la modalità migliore, più idonea e benefica. Se uno mi parlasse di una disciplina di vita che include la rinuncia all’amare e all’amore, definirei quella cosiddetta disciplina una sorta di attacco terroristico, poiché uccide l'essenza stessa della persona; essa sarebbe di fatto insostenibile, come se ci obbligassero ad una dieta che prevede la completa astensione dal cibo. Scambiare affetto è essenziale sul piano psicologico, così come amare è prerogativa irrinunciabile sul piano spirituale. Ma per riuscire davvero ad amare occorre scoprire l'autentico significato di Amore, che non può essere disgiunto dalla consapevolezza dell'esistenza di un Ordine cosmo-etico che regola la vita di tutte le creature, e per il quale vige la legge psicologica della reciprocità, per cui ogni azione che compiamo influenza la nostra coscienza e quel che facciamo agli altri ritorna inesorabilmente su di noi, nel bene e nel male, poiché l’inconscio – come un grande ed infallibile orecchio interno - registra ogni nostro movimento, fisico e mentale. Per questo le Upanishad affermano che comportandosi male si diventa male e si diventa bene se si agisce nel bene. Chi vive in modo frivolo le relazioni affettive e sentimentali danneggia prima di tutto se stesso e di conseguenza anche gli altri, poiché rovina ai suoi occhi e a quelli altrui i concetti di fedeltà, di lealtà e amore. Quando da tali relazioni nascono figli, si riversano su di loro confusione, instabilità emotiva e incapacità di amare e così il danno si estende e si moltiplica. Una famiglia dovrebbe formarsi non in maniera casuale, magari per rimediare al guaio di una gravidanza inaspettata o soltanto perché uno ha paura di rimanere solo. La famiglia dovrebbe essere una Missione che – se si sceglie di compierla – necessita di tutte le nostre migliori energie e di dedicarvi una parte consistente della nostra vita, considerando il matrimonio come strumento per migliorarsi, maturare ed evolvere affettivamente, psicologicamente e spiritualmente. Naturalmente non tutti hanno bisogno di vivere l'esperienza della famiglia per giungere alla realizzazione di se stessi: sposarsi non è un obbligo, bensì una scelta che va ben ponderata in base alle proprie esigenze interiori e caratteristiche caratteriali. Ripercorrendo la storia incontriamo vite luminose di spiritualisti che – avendo già maturato determinate comprensioni ed esperienze - hanno potuto percorrere con soddisfazione la via della rinuncia e che in quella via si sono realizzati. Viviamo in un mondo dove prevalgono comportamenti altamente scorretti, disecologici e patologici, dove si compiono oltraggi e nefandezze che purtroppo sono considerati legali, ma scuole e tradizioni nel corso della storia - che rappresentano vette di saggezza del pensiero e dell'animo umano – ci indicano orientamenti nobili da seguire per trasformare il nostro percorso nel mondo in un viaggio evolutivo verso la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo di Conoscenza autentica e autentico Amore. Gli insegnamenti psicologici e spirituali dei Maestri della tradizione Indo-vedica veicolano non soltanto concetti e modelli di pensiero sani, ma anche e soprattutto esempi concreti di comportamenti evolutivi, che sono come fari in grado di illuminare l'agire dell'uomo nel mondo, nella vita affettiva-sentimentale, in quella professionale e in ogni altra sfera dell'esistenza. Come purtroppo confermano innumerevoli esperienze cliniche, ci sono famiglie patologiche, psicotiche, distruttrici di ideali e valori. Un padre padrone, ad esempio, può bloccare con la sua violenza l’evoluzione di un figlio per decenni, così come un genitore perditempo, irresponsabile e neghittoso può ingenerare questa stessa mentalità negativa nella prole, producendo effetti rovinosi che potranno essere smaltiti a costo di tanti sforzi, tempo e sofferenze. Dunque è indispensabile un'accurata educazione prima di lanciarsi in un’impresa familiare. Oggi sposarsi e divorziare è diventato assai frequente, ma non per questo dovete sottovalutarne la pericolosità. In realtà ciò è il segno di una società votata al degrado. Della società moderna possiamo certamente apprezzare alcuni aspetti, ma è altresì indispensabile rilevarne le macchie, le incongruenze, i paradossi, gli abusi, come quello di considerare l'aborto un diritto civile quando assolutamente non lo è, soprattutto per il bambino che viene privato del diritto di vivere. Occorre un'educazione per potersi sposare e vivere una vita matrimoniale, e soprattutto per poterlo fare con successo, quello vero, duraturo e propedeutico all'armonizzazione e allo sviluppo della personalità, propria e altrui. Una donna dovrebbe essere accuratamente educata per diventare sposa e madre e così un uomo per diventare un marito, responsabile e capace di espletare bene il suo ruolo nel dare sostegno e guida alla moglie e ai figli. Oggi non ci sono o sono alquanto rare le scuole che insegnano a far ciò. Non c'è sufficiente cultura su questo tema e soprattutto non ci sono modelli o esempi viventi che sappiano ispirare ad un corretto modo di pensare e agire nella scelta e nella cura delle relazioni affettive, o perlomeno questi modelli sono purtroppo tremendamente rari. Come si è detto in precedenza, il matrimonio non è semplicemente la scelta di un compagno o di una compagna; è la scelta di uno sposo e di una sposa per la formazione di un nucleo familiare. Matrimonio implica procreare e procreare implica educare nella consapevolezza delle leggi psico-spirituali che permeano l'universo e la vita di ogni essere. Educare significa amare continuamente, affinché i figli possano conseguire nella loro esistenza risultati costruttivi ed evolutivi, contribuendo a loro volta nella società alla diffusione di un messaggio di Luce e di Amore. Mai nessun gesto dei genitori dovrebbe essere avulso dall’amore, dal desiderio di correggere e attrarre verso la perfezione. Il ceffone dato in stato di collera è fortemente diseducativo, tanto che chi subisce tali modalità viene danneggiato a sua volta nella capacità di essere un futuro buon educatore. I figli sono parte integrante del matrimonio; sposarsi con l'intenzione di non averne non è assolutamente consigliabile. Canakya Pandita spiegava che un matrimonio senza figli è un deserto. I figli infatti sono essenziali per rafforzare l'unione della coppia attorno ad un fine nobile che è appunto quello di dare educazione e valori alla prole, e ciò permette di portare il bisogno di amare ed essere amati su di un piano più elevato rispetto a quello dell'attrazione meramente sensuale o passionale che, se non superata e sublimata per accedere ad un sentimento più profondo, diventa causa di ansietà, contrasti e instabilità nella relazione. Una madre con un figlio stretto al petto soddisfa quasi completamente la sua affettività, in modo assai costruttivo ed evolutivo, e lo stesso vale per un padre che si prende cura dei figli, cercando di assicurare protezione, rifugio e affetto a tutta la famiglia. L'educazione da provvedere ai figli dovrebbe essere per aiutarli a difendersi nella vita dalle trappole dei tanti ingannatori e soprattutto per favorire la loro evoluzione etica e spirituale. In ogni caso la più grande educazione è quella che si dà non a parole ma con l’esempio personale. Non è necessario che i figli sappiamo teoricamente che i genitori hanno studiato insegnamenti di valore, ma li devono vedere applicati nelle loro vite. Un vero genitore non deve essere soltanto un generatore del corpo del figlio ma anche un generatore della sua coscienza: dovrebbe ispirare, educare, proteggere. Come spiega Rishabhadeva ai suoi figli: che non si diventi padre, madre o maestro spirituale se non si è in grado di liberare dalla sofferenza dell'esistenza condizionata le persone cui si deve provvedere. Non si può imporre la nostra volontà sugli altri, ma si può e si deve offrire un modello di cui essere fieri. Naturalmente la famiglia richiede anche la capacità di fare un progetto economico che sia valido e capace di assolvere a tutti i bisogni di ordine materiale, che non sono gli unici né i più importanti ma che altresì non possono essere disattesi. Se uno vive da solo, quando ha provveduto a se stesso non ha nessun obbligo nei confronti della società, ma quando una persona ha famiglia e procrea non può operare con la stessa logica, ed è importante tenere in considerazione che chi ha vissuto per tanti anni in quel modo non così facilmente è in grado di accedere ad un altro tipo di mentalità. Per capire se si veramente adatti l’uno per l’altra occorre una verifica e valutazione di anni, ovviamente non da sposati ma nell'ambito di un necessario periodo di osservazione e prova. E' fondamentale realizzare la differenza sostanziale tra complementarietà e affinità elettiva. Il coniuge non è una soltanto una spalla o un rimedio alla solitudine, e ovviamente non è una delle tante amicizie. E' una persona con la quale dovremmo intessere una vita di comunione, fondata sulla condivisione seria e profonda di valori ideali. Oggi la società premia un modo irresponsabile di costituire coppie e famiglie, ma quale società troveranno i nostri figli? Quale mondo stiamo costruendo? Viene esaltato il principio edonistico della mera gratificazione egoistica e di pari passo vengono penalizzati quello della giustizia e della vera libertà. Vengono così legalizzati abusi e oltraggi, ma quel che è legale non sempre è anche giusto. Se pensate ad una persona ritenendo che potrebbe essere il vostro coniuge, studiatela e osservatela attentamente, e soprattutto provate a vederla come il padre o la madre dei vostri figli. La vedete attiva, proattiva, responsabile, capace di impartire educazione con buoni insegnamenti e soprattutto con un buon esempio? Ritenete che con l'aiuto di questa persona possiate risolvere le crisi della vita come ad esempio difficoltà economiche o problemi di salute, o invece la considerate poco adatta, poco consapevole, tendente a sfuggire alle responsabilità piuttosto che ad affrontarle con coraggio e maturità? Siate ben consapevoli delle difficoltà che provengono da un coniuge autoritario, da un padre padrone, o da un marito o da una moglie morbosamente gelosi che vedono rivali e pericoli ovunque. È pur vero che pericoli ci sono per uno sposo o una sposa giovani, ma occorre sviluppare un certo livello di maturità che ci permetta di evitare i pericoli senza diventare paranoici. Donne e uomini che hanno vissuto con modalità etiche dubbie o con uno scarso livello di responsabilità debbono modificare tali attitudini e aspetti del carattere migliorandosi con un congruo anticipo, non certo quando la decisione del matrimonio è già stata presa. L’educazione alla formazione di una famiglia deve necessariamente includere considerazioni di questa natura, e molte altre che potremmo fare in un'analisi più accurata. La famiglia può essere un ottimo strumento per la nostra evoluzione, ma deve essere una famiglia fondata su princìpi sani, che tengano di conto delle istanze più profonde e spirituali dell'essere e dello scopo della vita umana oltre i bisogni di ordine mondano. Se poi una persona non si pone un fine evolutivo, trascendente, allora in privato può fare quello che vuole, può anche cambiare partners ogni sei mesi se tutto quello che desidera ottenere dalla vita è una soddisfazione egoica temporanea, ma ricordate che il numero dei suicidi sta aumentando a dismisura in chi coltiva questo tipo di mentalità. Sono le battaglie che abbiamo vinto per il vero bene nostro e altrui che ci danno forza, fiducia in noi stessi, profonda e duratura soddisfazione, non quelle a cui abbiamo rinunciato per egoismo o avidità. Dobbiamo tener fede a valori elevati e con tenacia e lungimiranza superare ogni difficoltà. Se invece uno cede alle debolezze proprie e altrui rinforza la malsana opinione: "non ce la posso fare... lo sapevo di non valere niente" e così - dopo essere stato un pessimo profeta – quel soggetto avvera la sua profezia disastrosa. La famiglia non è un obbligo, l'essere padri o madri non è indispensabile per evolvere; può essere infatti che una persona abbia già fatto questa esperienza nelle vite precedenti e sia giunta ad una consapevolezza che le permetta di impostare la sua vita e di crescere senza l'obbligo di assolvere a questo dovere sociale. Ma chi invece decide di farsi una famiglia dovrebbe prendersi questa responsabilità avendo bene in mente lo scopo per cui la famiglia esiste, che a dire il vero consiste proprio nell'esaurire il bisogno di famiglia. Lo scopo è infatti quello di liberarci progressivamente da dipendenze e bisogni esteriori, per sviluppare autonomia affettiva e spirituale, e perciò marito e moglie dovrebbero aiutarsi vicendevolmente affinché il loro legame si fondi sempre di più sulla gratitudine e stima reciproca, piuttosto che sulla dipendenza emotiva e psicologica. Questo non per reprimere l'amore, ma per far evolvere la nostra capacità di amare ed essere amati, estendendola progressivamente e rendendola sempre più universale. In effetti il bisogno di scambiare affetto e sentimenti appaganti non è garantito automaticamente sposando, ma sarà in proporzione a quanto saremo stati in grado di trasporlo e viverlo su di un piano sempre più consapevole ed evoluto. Una famiglia va consumata, e lo dico non in modo irrispettoso o svalutante per l'istituzione familiare in sé, ma intendendo con ciò che la sua funzione è di condurre a tappe ulteriori di maturità e realizzazione, come se fosse un vero e proprio sacrificio che porti crescenti saggezza, benessere e giovamento a tutti i membri del nucleo familiare. Pensate invece ai danni del tradimento e dell’infedeltà che riaccendono il fuoco della passione torbida e alimentano la dipendenza da nuovi partners e da fantasie che bloccano la propria ascesa etica e spirituale, e purtroppo anche quella dei propri figli. L'aspirazione a formarsi una famiglia - se si hanno le giuste motivazioni - è un desiderio nobile ed è una scelta che comporta responsabilità, così come del resto quella di percorrere una via di rinuncia: anche in questo caso occorre infatti assumersi responsabilità di coerenza, impegnandosi a maturare la capacità di dare e ricevere affettività e amore. La via della rinuncia non implica infatti una rinuncia ad amare, anzi: è una scelta che richiede imparare ad amare tutti nella consapevolezza della comune radice spirituale di ogni essere. Per concludere, gettiamo uno sguardo alla storia: prima delle ultime due o tre generazioni non c’era mai stato un momento in cui l’umanità non avesse modelli di valore cui riferirsi: l’eroe, il mistico, il gentiluomo, ecc. Adesso invece si opera per cancellare ogni riferimento eticamente nobile: impera il self-made man, l'uomo che si è fatto da solo e che poi si ritrova drogato, depresso, agitato da disistima, conflitti e insoddisfazioni e che a volte purtroppo finisce anche suicida. Chi è l’eroe della televisione? Il calciatore, la velina, il cantante che ha avuto successo, lo stilista imbottito di denaro, che ormai non può più sopravvivere senza alcool o perversioni sessuali. I giovani purtroppo vengono irretiti da questi falsi modelli, la cui vita sembra facile, ma quanta sofferenza, autocommiserazione e disperazione si nascondono dietro queste vite! L’apparenza inganna. Il vero successo è fatto di sforzi continui e seri tesi al raggiungimento di obiettivi costruttivi ed evolutivi. Chi vive con questa consapevolezza rimane attivo, produttivo e geniale anche con l'avanzare degli anni. Nella storia abbiamo casi emblematici, come quello di Goethe che scrisse o il Faust ad oltre ottant’anni o Jung che in tarda età compose la sua autobiografia "Ricordi, Sogni e Riflessioni", o anche saggi e maestri come Bhaktivedanta Svami Prabhupada che negli ultimi anni della loro vita hanno compiuto imprese meravigliose per il bene dell'umanità. Essere giovani o vecchi non dipende dalla nostra data di nascita: dipende dall’impostazione che diamo alla nostra vita, dalle priorità che scegliamo, dalla qualità delle nostre motivazioni e dalla dedizione con cui portiamo avanti gli obiettivi che ci siamo prefissi. Se si vive per sviluppare Saggezza e Amore, più passa il tempo più si ringiovanisce. Che ciascuno rifletta bene sulla natura e scopo del matrimonio e sulla scelta personale di sposarsi o meno, valutando le proprie attitudini e tendenze, perché quello che è bene per uno potrebbe essere per un altro un male o una complicazione dannosa. Entrambe le scelte, sia quella di sposarsi, sia quella di non sposarsi, sono in sé valide; sta a noi comprendere quale dovrebbe essere il nostro percorso e viverlo con coerenza.
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