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20 ottobre 2009

Il Viaggio di Dante e la Bhagavad-gita.

Esperienza psicologica di Inferno, Purgatorio e Paradiso per l'uomo contemporaneo.
Sabato 26 settembre in Palazzo Vecchio a Firenze la Bhagavad-gita della tradizione vedico-vaishnava, che Shrila Prabhupada ha diffuso in Occidente, e la Divina Commedia di Dante Alighieri, hanno dialogato in uno scenario suggestivo, ispirando e affascinando le circa seicento persone intervenute da tutta Italia per l'occasione. Il suggestivo contesto storico artistico ha ospitato egregiamente l'evento, condotto da Matsyavatara Prabhu. Esso ha avuto luogo nel Salone De' Cinquecento ed è stato videoproiettato in quello De' Dugento. Le scene di battaglia raffigurate nei dipinti del Vasari, il Genio della Vittoria di Michelangelo e le statue di Vincenzo De' Rossi rappresentanti Le Fatiche di Ercole sembravano rievocare i momenti cruciali del viaggio esistenziale di Arjuna nella Gita e di Dante nella Commedia. L'angosciante crisi che entrambi vivono, che pare a loro quasi peggiore della morte, li conduce in una difficile battaglia (‘la guerra sì del cammino e sì de la pietate’) dalla quale escono entrambi vittoriosi. Matsyavatara Prabhu ha dapprima tracciato una contestualizzazione culturale e socio-storico-politica delle due opere, descrivendo tratti peculiari dell'antica tradizione indovedica e della civiltà medioevale ai tempi di Dante con riferimento alle loro rispettive fonti. Sono state offerte prospettive culturali di ampio respiro in uno stimolante confronto-dialogo tra Oriente e Occidente, tracciando collegamenti tra culture solo apparentemente distanti: i grandi classici greci e latini, gli antichi rishi vedici, la tradizione alchemica medievale e il Dolce Stil Novo, la letteratura islamica e i mistici sufi, il cristianesimo e la tradizione della Bhakti vaishnava. Su due grandi schermi scorrevano immagini che rievocavano i contenuti delle due opere, mentre Matsyavatara Prabhu entrava nel vivo approfondendo i profili psicologici dei caratteri di Arjuna e Dante nelle loro sorprendenti convergenze: due eminenti figure politiche, un principe e un priore, che nel loro dramma esistenziale e sociale, appassionatamente intraprendono la ricerca di un sentiero evolutivo che dalla selva oscura li riconduce alla luce dell’alta consapevolezza, il ben dell'intelletto dantesco e il buddhi-yukta di Krishna nella Bhagavad-gita. Attraverso le spiegazioni offerte, le voci di Arjuna e di Dante parevano dialogare tra loro esprimendo le stesse problematiche esistenziali, di cui si è potuta toccare con mano la sorprendente attualità; a tali cruciali interrogativi rispondevano gli insegnamenti di Krishna nella Gita e di Virgilio e Beatrice nella Commedia, offrendo soluzioni e valori di riferimento per vari aspetti convergenti. In entrambi i casi l'esperienza della crisi si rivela essere lo stimolo più grande per la propria personale evoluzione, che passa attraverso il riconoscimento e il superamento dei propri limiti fino all'illuminazione e all'incontro con Dio. Dante riconquista la luce attraverso la discesa negli inferi, in cui riconosce i propri vizi e le umane bassezze, e Arjuna ritrova la pace combattendo nello spirito dell’offerta a Shri Krishna quella battaglia di Kurukshetra che ogni individuo è chiamato ad affrontare nella propria vita. Dando risposta alle domande poste dal pubblico sono emerse, in un coinvolgente e vivido affresco, le caratteristiche degli stati di coscienza di inferno, purgatorio e paradiso, corrispondenti alle dimensioni bhur, bhuvah, svahah della psico-cosmogonia indovedica. I protagonisti della Gita e della Commedia sono stati colti e rappresentati nei loro significati più profondi: uscendo dall'alone di un'interpretazione meramente letteraria e accademica, essi hanno espresso con forza e chiarezza le loro istanze. Chi ascoltava ha potuto rispecchiarsi nelle loro vicende, li ha incontrati nella propria vita, li ha scoperti presenti nel proprio animo poiché sorprendente espressione di debolezze e virtù proprie, di differenti tendenze e livelli di consapevolezza. Alcuni dei temi approfonditi nel confronto tra Bhagavad-gita e Divina Commedia: la figura archetipica del maestro spirituale, gli ostacoli lungo il cammino, il rapporto individuo-società, le vie alchemiche della purificazione del cuore, e soprattutto l'amore come culmine dell'esperienza realizzativa in entrambi i percorsi iniziatici. La Bhakti della tradizione indovedica e l'amor divino della Commedia rappresentano nelle due opere la méta comune da raggiungersi e al tempo stesso il comune mezzo che conduce a quella suprema méta. In essa è racchiuso il senso della vita prima della morte e oltre la morte. Il viaggio dalla terra al cielo, dalla morte all'immortalità, dalle tenebre alla luce, dall'uomo a Dio, dalle passioni egoiche all'amore immortale è l'avventuroso percorso che in parallelo compiono Dante ed Arjuna, e che ogni individuo ha la possibilità di intraprendere per ritrovare la propria collocazione armonica nell'universo e realizzare se stesso oltre i condizionamenti dell'ego, di tempo e spazio. La Gita e la Commedia – ha concluso Matsyavatara Prabhu – sono opere di intramontabile valore, le cui straordinarie convergenze fanno cadere le contrapposizioni tra Oriente e Occidente, abbattono fanatismi laici e religiosi; esse insegnano ad integrare l'umano con il Divino, a realizzare il Divino senza rinnegare l'umano. La Gita e la Commedia possono non solo proficuamente dialogare tra loro, ma far dialogare anche le genti di oggi, l'individuo e la società, creature, creato e Creatore, conducendo nelle loro espressioni più alte alla realizzazione della divina saggezza e dell'amore immortale. L'amor che move il sole e le altre stelle. La Bhakti come suprema forza purificatrice, che trascende i confini di tempo e spazio e che costituisce l'apice di ogni percorso spirituale autentico.
Per chi è interessato è disponibile un video dell'evento.

Per informazioni: secretary@c-s-b.org.

25 giugno 2009

'La Sadhana Bhakti: mezzo di purificazione della coscienza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che sostiene l’intero universo. Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto comportamento, le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi, neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico. Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno scienziato, il sadhaka può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’, che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più necessita. In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica. Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito. Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione. Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam. Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya) che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitore dei mondi, dell’infinitamente Affascinante, è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura. Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.

17 marzo 2009

'La Murti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Murti è un termine sanscrito che indica una manifestazione fisica, dimensionale e visiva di una Divinità. Nella realtà dell'esperienza quotidiana noi possiamo avere conoscenza solamente delle cose che cadono sotto la nostra percezione sensoriale, che possiedono cioè una forma (murta), ecco perché è più facile, per chi vive in questa dimensione, avere un approccio al Divino anche attraverso la Murti. Prima di parlare dell'iconografia di Vishnu, Krishna, o di altre Divinità è doveroso fare alcune precisazioni riguardo alla natura e alla funzione del simbolo, e più precisamente delineare le differenze che vi sono tra il simbolo come viene concepito nella psicologia o nella linguistica occidentali e il suo valore nell’ambito del Divino nella tradizione vaishnava. Nelle scienze psicologiche il simbolo ha una valenza abbastanza ampia, infatti l’analisi dell’attività onirica, considerata appunto simbolo rivelatore dell’inconscio, va sicuramente oltre il mero, immediato significato dell'oggetto, per sfociare in valori, concetti e sentimenti più ampi, sottili e remoti. L'inno nazionale o una bandiera simboleggiano una nazionalità; possono evocare sentimenti di appartenenza ad una nazione in tutti coloro che con essa si identificano, ma una volta espletata tale funzione questi simboli, non contenendo un senso ulteriore, esauriscono gran parte della loro importanzae funzione. Certo, una bandiera o un inno nazionale non possono dirsi semplicemente un pezzo di stoffa o un brano musicale, perché in essi c’è un valore aggiunto, ma tale valore è proprio di una simbologia che si esprime sul piano transiente, in ambito fenomenico o adhibhautika, per cui rientra nella dimensione storica, temporanea, non in quella sacra, metafisica, metastorica. Nella teologia vaishnava il simbolo è una realtà di per sé, un prolungamento della dialettica del Divino infatti, tutto ciò che non si può considerare direttamente connesso alla sfera spirituale, lo diventa perché partecipa ad un simbolo. La Murti, benché rappresentata da elementi fisici, trascende la realtà fenomenica, e tutti gli ornamenti, gli oggetti ad Essa relativi (il flauto, la mazza o il disco, gli abiti, la tiara o la piuma di pavone) partecipano alla Sua sacralità. In questo senso il simbolo è esso stesso una ierofania, in quanto rivela la realtà sacra, ontologica, suprema; è un riflesso (praticchaya) del Divino. Per questo motivo, proprio perché la Murti non si limita ad una certa conglomerazione di elementi, ma rappresenta qualcosa che va ben oltre, la Sua adorazione non può andare sotto il nome di idolatria. Come spiega Bhaktivedanta Svami Prabhupada, "Le Scritture vediche precisano che il culto di Dio può essere saguna (con attributi) o nirguna (senza attributi), ovvero rivolto alla manifestazione personalistica o impersonalistica di Dio. L'adorazione delle Murti nel tempio è saguna perché il Signore vi è rappresentato con l'aiuto di elementi materiali. Ma la forma del Signore non è materiale anche se rappresentata nel legno, nella pietra o nei quadri ad olio. La natura del Signore Supremo rimane assoluta. Facciamo un esempio un po' spiccio ma appropriato: una lettera impostata in una delle buche postali che sono collocate sulla via pubblica giungerà a destinazione senza difficoltà; la stessa cosa non accadrà ad una lettera gettata in una qualsiasi fessura o in una imitazione di buca da lettere non riconosciuta dall'ufficio postale. Così Dio, il Signore Supremo ha la Sua rappresentazione autorizzata nella Murti o arca-vigraha che è una Sua manifestazione; attraverso la Sua forma arca, Dio, onnipresente e onnipotente, può accettare le offerte del Suo devoto e facilitare così il servizio che Gli dedicano le anime incarnate”. Gli Shastra Vaishnava affermano che la qualità della fede religiosa, in un dinamico equilibrio con la purezza di cuore e di mente(1), “trasforma” gli oggetti in qualcosa di diverso da quel che sembrano nell’esperienza profana; e questi oggetti, attraverso un processo “simbolico”, assumendo il ruolo di simboli sacri, ovvero “indicatori” (nidarshana) di una realtà spirituale, trascendono i loro limiti materiali (marmo, legno, stoffa, metallo, suono, pensiero ed altro), cessando di essere frammenti isolati, grossolani o sottili, a seconda che siano costituiti di elementi fisici o psichici, per integrarsi in un sistema o, meglio ancora, per rappresentare la sfera del sacro e rivelarne la dimensione. Quel che vale per la Murti vale anche per il Nama (Nome divino), per i Lila (giochi divini), per il Dhama (luogo santificato da una manifestazione del Signore), per gli Shastra (Sacre Scritture); tutte queste rappresentazioni del Divino possono essere percepite attraverso il processo simbolico e contemporaneamente ciascuna di esse non solo rappresenta la realtà suprema, tattva, ma è tattva di per sé. Il simbolo può essere compreso a vari livelli: fisico-letterale(2), psichico-concettuale-immaginativo(3) o spirituale-rasika(4), a seconda della consapevolezza e delle capacità proprie dell'individuo. Poichè molto raramente chi intraprende un cammino spirituale è libero dal condizionamento degli opposti (dvandva)(5), tenderà a percepire la Murti, il Nama, gli Shastra e via dicendo nel modo fisico-letterale, non avendo quell'equilibrio sufficiente che fornisce la chiave di lettura per tutti i livelli. Questa iniziale percezione del Divino è comunque apprezzata da chi vive una coscienza elevata; il sadhaka evoluto infatti non svaluterà le percezioni immediate, sensoriali, perché consapevole che nella fase propria del kanishtha esse sono necessarie per potersi elevare e procedere oltre sul sentiero della realizzazione del sé. L’oggetto “simbolo sacro” ha valenza ontologica nel Vaishnavismo e, pur apparendo contestualizzato entro il paradigma spazio-temporale, a seconda della qualità della fede religiosa e delle intrinseche capacità e qualificazioni (adhikara) del ricercatore, può rivelare ben altri orizzonti. A differenza dell’asta per il salto in alto, che porta l’atleta oltre l’ostacolo ma subito dopo viene da questi abbandonata in quanto ha esaurito la sua funzione, il simbolo sacro proietta il devoto vaishnava oltre la dimensione fenomenica, sul piano della Realtà e, al contrario del simbolo profano, dopo aver espletato questo compito non si dissolve né si svaluta e, mantenendo immutata la propria funzione, continua ad evocare nel sadhaka emozioni e sentimenti spirituali (rasa).

(1) La fede autentica (shraddha), ingrediente primario per esperire il Divino, favorisce anche il processo di purificazione della mente e del cuore, ma è altrettanto vero che senza la purezza di cuore e di mente non si può giungere ad una fede salda e genuina.
(2) In questo caso il ricercatore spirituale (sadhaka) non riuscirà a percepire la Murti oltre l'aspetto di statua sacra; considererà gli Shastra come libri autorevoli, ma non riuscirà a superarne il senso letterale; per lui il Santo Nome sarà poco più di un suono e via dicendo.
(3) In questa fase il sadhaka non si limita più all’impatto pratyaksha con la realtà: lo ha superato per cominciare un cammino simbolico, interiore; riesce a concettualizzare, ad avere intuizioni e realizzazioni, a fare delle associazioni, comincia ad ampliare la propria cornice conoscitiva e a cogliere aspetti più sottili, dinamici, trascendenti della sfera del sensibile.
(4)‘Nell'ambito del rasa’. Rasa è tutto ciò che possiede gusto e sentimento; qui si allude al puro ambito spirituale. A questo stadio il sadhaka, ormai evoluto al massimo grado, ottiene la definitiva, nitida percezione della realtà assoluta: si ha dunque la completa attivazione dei sentimenti spirituali, che fluiscono continuamente e reciprocamente tra devoto e Divinità.
(5) Questo termine sanscrito designa la “coppia di opposti”, che possono essere di natura esteriore o interiore, ad esempio caldo-freddo oppure gioia-dolore. Rappresentano la dualità che caratterizza il mondo delle condizioni e il sadhaka, con l’aiuto del guru e della disciplina spirituale (sadhana), deve comprenderli a fondo ed armonizzarli per giungere al livello di nirdvandva, in cui non si è più soggetti alla continua, dolorosa oscillazione tra poli opposti. Cfr. Bhagavad-gita II.14-15; II.45; V.3 e VII.27-28.

09 marzo 2009

'Il dharma, sostegno dell’universo' di Shriman Matsyavatara Prabhu.


La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in senso puramente materiale, la sola che altresì non si fondi su alcun principio di ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da diversi secoli, è stato accompagnato da un regresso intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare.
René Guénon, 'La crisi del mondo moderno'.

L’uomo moderno è confuso, privo di punti di riferimento stabili e precisi che gli consentano di navigare quietamente fra le onde della vita, colmo di angosce e timori apparentemente insormontabili, fragile ed instabile nella psiche e pietosamente stremato da nevrosi di varia natura ed origine, che gli sottraggono, assorbendole occultamente, ingenti energie; e si ritrova anche tristemente isolato ed incessantemente sballottato e trascinato verso ignote direzioni da tragici ed incontrollabili eventi e da idee aberranti impostegli da individui più forti e prepotenti che, come una tempesta di venti impetuosi, lo travolgono e lo costringono a naufragare, spingendo inesorabilmente alla deriva gli irriconoscibili resti della sua fragile imbarcazione. L’uomo della Tradizione, che basa la propria vita su di un insieme di valori appunto tradizionali, aveva ed ha tuttora una visione cosmogonica: vede e comprende l’universo, ed è quindi in grado di individuare con precisione e certezza la propria posizione nella vastità della manifestazione cosmica. L’uomo moderno, al contrario, ha perso questi punti di riferimento e, paradossalmente, pur avendo fatto passi da gigante nel campo della tecnologia, in particolare nel settore delle comunicazioni, incontra serie, quasi insormontabili difficoltà nel comunicare con gli altri e con sé stesso. Perduta gradualmente la visione organica della realtà, la coscienza della sua inscindibile interezza, della connessione fra le parti e il tutto, si è immerso nello studio ostinato e reiterato dei frammenti, delle micro-realtà ma scisse dall’insieme. Pur essendo diventato capace d’inventare microscopi e altri potentissimi strumenti di indagine, deve alla fine riconoscere con stupore, sgomento e persino con una punta di amarezza, che la natura materiale, come prendendosi gioco di lui, esce sempre e comunque indenne da questa impari lotta per conoscere. La Natura è infatti paragonabile ad una scatola cinese: una volta scoperta una realtà se ne scorge subito un’altra, dalla prima racchiusa. L’uomo moderno rischia quindi di andare incontro ad uno smarrimento traboccante d’angoscia, un sottile ma diffuso “mal di vivere” che si radica sempre più profondamente ed acremente negli animi (soprattutto dei più giovani) e che si aggrava una volta scoperta la mancanza di risposte ad ampio respiro da parte delle varie religioni, le quali spesso impiegano le proprie enormi energie e risorse più nella ricerca di vasti consensi popolari, che nel dare risposte soddisfacenti ai tormentosi quesiti sul senso dell’intera vicenda cosmica, focalizzando al contrario la gran parte dei loro interessi, , sulla sola sfera antropologica, cioè sull’uomo e sulle sue problematiche. Con atteggiamento riduttivamente antropocentrico, si adoperano quanto più possono per elaborare fin nei minimi dettagli una politica per l’uomo, con intricati (e spesso irrealizzabili) piani economici e sociali, trascurando purtroppo una semplice verità di fondo: l’uomo, se non è in grado di individuare sé stesso nel suo contesto socio-cosmico e se non conosce sé stesso, non essendo in grado di percepirsi nell’essenza, nella realtà, non potrà fare nemmeno un progetto serio per il proprio divenire. Risulta quindi necessario delineare con la maggior precisione possibile la cosmogonia o disegno universale, e l’escatologiao fine dell’esistenza. Del progetto universale i Veda tracciano un disegno dai contorni estremamente ampi; cominciano infatti col descrivere i quattro obiettivi della vita umana evoluta ; dharma, artha, kama e moksha per raggiungere i quali la persona di buona qualità articola i propri sforzi e organizza le proprie risorse al meglio. L’arte della vita consiste nel conseguirli e viverli in maniera equilibrata, facendoli diventare tutti, uno dopo l’altro o contemporaneamente, una realizzazione di successo. Dharma è l’Ordine cosmico, la Legge di Dio, il volere del Signore, l’armonia, la sintonia con tutto ciò che vibra, la forza che tutto sostiene, il principio vitale e le leggi che lo mantengono. Senza dharma i pianeti non potrebbero mantenersi nelle loro orbite e noi non riusciremmo neanche a respirare se cessasse il nostro rapporto col dharma. Dharma è anche la religiosità, senza la quale non si potrebbe portare a compimento la benché minima azione, è l’acquisizione di quella pietà minima, di quei buoni sentimenti minimi che ci permettono di affrontare la vita e che andranno poi espansi fino al loro massimo; ne occorre comunque un minimo per vivere in mezzo alla gente, per vivere nel creato e fra le creature tutte. Col termine sanscrito bhuta, vogliamo in questo contesto indicare l’essere creato; la radice bhu infatti significa sia ‘essere’ che ‘divenire’ ma, se si aggiunge la desinenza ta, significa ‘creato’. Ma se l’anima è immortale , chi è ad esser creato? I corpi, mentre il principio vitale, l’atman, non viene creato: né nasce né muore. Tutte le creature nascono e muoiono solo apparentemente; in realtà ciò che nasce e che muore sono i corpi, quegli involucri costituiti di materia (prakriti) che l’essere immortale abita e che dall’essere rimangono sempre e comunque distinti e distanti. Nella Bhagavad-gita Krishna afferma che l’ottuplice materia , che noi percepiamo come forme e nomi, è separata da Lui ; e anche da noi, possiamo aggiungere. Organi, tessuti e cellule sono aggregati di materia separata dal nostro vero essere. Per fare chiarezza in questo ambiente alienato, in cui masse ottenebrate, colte da terribili crisi di identità, credono di essere il corpo, cioè si identificano totalmente con la prakriti, occorre il dharma. Il dharma fornisce alcune direttive fondamentali: yama e niyama , per vivere consapevolmente in qualunque luogo ma soprattutto in quelli la cui atmosfera sia stata resa “incandescente” dalla passione (rajo-guna) e tenebrosa dall’ignoranza (tamo-guna) . Quando la coscienza del sé si sviluppa nella maniera corretta, cioè nel dharma, per cui l’individuo diventa dharmya, portatore di dharma o sostegno del dharma, è anche ‘sostenuto’ dal dharma. In un passo del Mahabharata viene affermato con forza che chi sostiene il dharma è dal dharma sostenuto, mentre chi calpesta il dharma viene dal dharma schiacciato. Col sostegno del dharma si può conseguire il secondo obiettivo: artha, ossia la prosperità economica, che di per sé non ha nessun connotato negativo , a meno che non comporti un agire volgare che abbrutisce il suo autore fino a fargli dimenticare i doveri prescritti, quelli che conducono alla finale realizzazione spirituale. Gli shastra consigliano di conseguire questo scopo perché risulta indispensabile procurarsi lecitamente i mezzi per potersi incamminare sulla via della perfezione; quando invece il ricongiungimento col Divino sarà diventato stabile e definitivo, e solo allora, non ci sarà più bisogno di sforzi specifici per artha: il Signore provvede direttamente. Tutto dipende quindi dall’aver fondato la propria vita sui principi del dharma, la regola celeste, la legge divina, l’Ordine sovrano che tutto mantiene. Osservando con attenzione i cicli naturali, possiamo scorgere la presenza di quest’Ordine divino: gli alberi tornano a fiorire regolarmente nella stessa stagione; i giorni e le notti si avvicendano da millenni con ritmo inalterato; il sole non abbandona mai la sua orbita perché, se la mutasse allontanandosi seppur di poco, si verrebbero a formare ghiacci di dimensioni colossali che ricoprirebbero l’intera superficie terrestre; e se si avvicinasse, modificando la propria orbita anche solo di un impercettibile tratto, andrebbe tutto a fuoco, l’acqua evaporerebbe, facendo scomparire la vegetazione e tutto ciò la cui sopravvivenza deriva dall’acqua. E’ il dharma che mantiene il sole e tutti gli astri nella loro orbita e che permette la vita sui pianeti; e la fonte del dharma è l’Essere sovrano che, per mezzo del dharma, stipula un patto equo con tutte le creature senza favorire nessuno o penalizzare qualcuno. E’ solo in base al modo con cui ci rapportiamo al dharma, infatti, che dovremo fronteggiare le conseguenze delle azioni da noi compiute, sia in positivo che in negativo. E’ questo il principio fondamentale che regge la legge del karman, la rigorosa legge eterna della remunerazione delle azioni. Perciò l’uomo della Tradizione persegue lo sviluppo concreto e tangibile dei princìpi fondamentali del dharma, sforzandosi costantemente e alacremente di applicarne nella vita quotidiana gli assunti teorici, non riconoscendo nessuna reale importanza al filosofare fine a se stesso, avulso dalla realtà ed incapace di liberare l’essere dal problema di fondo dell’esistenza incarnata: la sofferenza. Ricerca quindi un’intima ed autentica interiorizzazione delle leggi del dharma e la loro espressione genuina sia nel pensare che nel parlare ad altri, sia nel commentare gli eventi e i mutamenti che si susseguono nella società e nella natura che nell’agire. Dopo il conseguimento di artha sulla base del dharma, si passa a kama, termine col quale vogliamo qui indicare la ricerca del piacere, del gioire. Se queste gioie vengono da artha, cioè se non sono state ricercate con i mezzi altrui ma con i propri, e se questi mezzi sono stati procurati sulla base di dharma, di regole morali, etiche e spirituali , allora sorge la gioia, il senso di soddisfazione che segue alla realizzazione del piacere. Per essere più precisi va detto in tal caso che la ricerca del piacere cessa di essere ossessiva e non condiziona più la mente dell’individuo al punto da indurlo a fare scelte sbagliate pur di ottenere stimoli meramente sensoriali. Quando conseguiti in armonia con l’Ordine divino i cosiddetti piaceri sono anch’essi potenzialmente in grado di condurre l’uomo alla riflessione e gradualmente al distacco, per poi consentirgli di dedicarsi unicamente, con quiete e lucidità, al perseguimento del quarto degli scopi che i Veda indicano tipici dell’uomo evoluto: moksha, la liberazione definitiva dalle illusioni, dall’identificazione con la materia e dagli attaccamenti mondani, cioè da quelle che sono le sorgenti del dolore. Pertanto, dare all’uomo una cornice ampia, universale, informazioni non solo sulla dimensione dello spirito ma anche sulla varietà della manifestazione cosmica e, come abbiamo spiegato poc’anzi, rivelargli il dharma e le sue regole fondamentali, tutto ciò significa fornirgli da subito gli strumenti essenziali per progettare, guidare e quindi determinare il proprio avvenire. La messa a disposizione di questi strumenti costituisce la più elevata attività umanitaria, che però arreca benefici non solo all’uomo, dato che il dharma va a beneficio di tutte le creature e dell’ambiente, inteso come micro e macro-atmosfera. Una visione dell’universo basata su di una concezione spiccatamente e dichiaratamente antropocentrica sarebbe una riduzione a dir poco inquietante, che implicherebbe una drastica (seppur non totale) riduzione delle migliori capacità e potenzialità di realizzazione spirituale. L’uomo, infatti, non ha una posizione così centrale. La concezione vedico-vaishnava dell’universo è teocentrica: è Dio il motore dell’universo. E’ il supremo, dolce desiderio del Signore che provvede a tutto. E se tutte le creature, in particolar modo l’uomo, ponessero il Signore al centro delle proprie attenzioni, della propria cura, dei propri pensieri, delle proprie parole, tutto ciò che vorrebbero ottenere si presenterebbe quasi spontaneamente, con difficoltà ridotte in proporzione a quanto si saranno concentrate nella contemplazione di Dio; e tutte le azioni così compiute andrebbero a beneficio non solo degli uomini ma, lo ripetiamo, di tutte le creature. Al contrario, se in una sorta di ossessione antropocentrica e quindi in un ennesimo feticismo di specie, l’uomo fosse portato a considerare degna di cure ed attenzioni soltanto la ‘propria’ specie, non sarebbe neanche in grado di mantenere in salute questo pianeta, divenendo causa di continue e gravi crisi ecologiche, dato che l’equilibrio ecologico si può mantenere solo a patto che ci si adoperi per il benessere di ‘tutte’ le creature, lasciando che ognuna di esse esprima in piena libertà la propria natura. Certo l’uomo viene considerato sovrano sulle creature, ma il Sovrano vero in realtà è Dio, sovrano anche sull’uomo. L’uomo ha il dovere di far da guida alle creature meno intelligenti ed evolute, ma ciò significa assegnare un ruolo a ciascuna di esse senza abusare di nessuna, altrimenti non più di guida si tratterebbe bensì di sfruttamento. E’ quindi urgentemente necessario rivedere con serietà i concetti stessi di storia, di progresso e di evoluzione, di sociologia, di benessere e di economia. Pensare che gli esseri umani siano gli unici cittadini a pieno diritto del pianeta è troppo riduttivo; dovremmo estendere il concetto di habeas corpus anche alle specie animali. Per quale ragione dovremmo limitare l’amore, di cui spesso si parla, alla sola umanità? Porre l’umanità al centro dell’universo è malattia tipica della filosofia moderna.

06 marzo 2009

'Il mondo fuori e il mondo dentro' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Secondo l’Ayurveda, l’aria (vayu) e lo spazio (akasha) sono due caratteristiche fondamentali della mente. Lo spazio (akasha) è necessario per l’apertura mentale, l’aria (vayu) per il movimento; la mente è infatti molto mobile, molto rapida. In questo senso potremmo paragonarla al cielo, un cielo spesso coperto di nubi, che in questa metafora rappresentano i dubbi, le incertezze, gli insuccessi accumulati dall’individuo. In una condizione di conflittualità interiore, di incoerenza tra le aspirazioni profonde dell’anima e le richieste perentorie dei sensi, la mente si muove rapidamente, bruscamente, oscillando di continuo da un oggetto all’altro, incapace di finalizzarsi in una direzione precisa; il movimento, realtà che ha un suo senso positivo, scade così al livello patologico di mera motilità, ed è di conseguenza causa di esperienze dolorose. Questo rimbalzare incontrollato, senza coerenza, senza progetto, è ben visibile negli attacchi di ansia, di panico, di angoscia. La perdita di speranza nella capacità di superare i propri limiti, lo scoraggiamento, sono esperienze che chiudono il cielo mentale. La persona che vive in un ambiente ristretto, fisico o psichico che sia, è infatti generalmente depressa. Sul piano clinico le depressioni sono modificazioni del campo mentale in senso restrittivo, causate da sbandamenti emotivi che legano sempre più ad identificazioni erronee ed effimere, principale motivo di incatenamento al ciclo di nascite e morti (samsara). La natura dell’anima invece è felicità, beatitudine, senza sbalzi né discontinuità, per questo non è soggetta né a depressioni né a eccitazioni, entrambi sintomi di inappagamento profondo e di mancanza di armonia nell’individuo. L’aria, l’acqua, il cibo, sono elementi a noi essenziali perché è di questi elementi che il nostro corpo è costituito. Siamo incapsulati negli elementi, dice la Bhagavad-gita, XV.7: L’essere vivente nel mondo della vita condizionata è un mio frammento eterno, ma lotta contro i sensi e la mente situati [generati] nella prakriti. Eppure esiste una via per liberarsi, per sfuggire ai condizionamenti di questa esistenza costretta, poiché anche gli elementi materiali, ben descritti nella filosofia Samkhya, originariamente non sono forza caotica, bensì energia di matrice divina. Ciò è ben spiegato nella letteratura upanishadica, che descrive in più passi, con un linguaggio simbolico e suggestivo, come nell’uomo e in ogni creatura siano presenti quegli stessi elementi che costituiscono l’universo, e come questi elementi siano di origine divina, ciascuno addirittura presieduto da una particolare manifestazione del Divino: "Le divinità, una volta generate, si precipitarono nel grande oceano [della vita] …[il Creatore] portò loro un uomo […] quindi disse loro: "Entrate ognuna nella sua dimora!". Il fuoco, fattosi parola, penetrò nella bocca; il vento, fattosi respiro, penetrò nelle narici, il sole, fattosi vista, penetrò negli occhi; i punti cardinali, fattisi udito, penetrarono nelle orecchie; le erbe e le piante, fattesi peli, penetrarono nella pelle; la luna, fattasi pensiero, penetrò nel cuore; la morte, fattasi apana, penetrò nell’ombelico; le acque, fattesi seme, penetrarono nel membro virile…". Nelle persone più dotate di visione, più libere dagli attaccamenti e dai condizionamenti, movimento e rapidità della mente si associano alla coerenza tra pensiero, parola e azione. C’è un piano, un progetto cui partecipano anche gli elementi di questa cosiddetta prigione, visibile nell’ordine che mantiene ogni componente di questa dimensione di realtà. L’evasione è a portata di mano se il disegno divino della realtà che ci circonda viene svelato; ciò può avvenire soltanto grazie allo sviluppo della consapevolezza e ad una visione elevata, che conducono verso la liberazione della Vita dalla crisalide della materia. Tale liberazione del sé spirituale, atman, viene tradizionalmente definita con il termine moksha, che corrisponde al kaivalya degli Yoga-sutra. La vista e il respiro sono entrambi collegati alla mente; esiste una visualizzazione interiore più elevata, ma c’è anche una visualizzazione esteriore che aiuta quella interiore. La visione di bei paesaggi naturali, ad esempio, aiuta ad espandere la mente, soprattutto se accompagnata da un impegno costante nella ricerca del sé e dalla compagnia di persone evolute. Simili visioni hanno da sempre costituito una componente importante nella vita di molti spiritualisti, soprattutto yogi, in quanto i luoghi di bellezza naturale agevolano l’ espandersi della mente e i moti lieti dell’animo. Visioni, attività e compagnie profondamente oneste e sincere portano alla guarigione, anche da gravi disturbi della personalità. I rimedi allopatici hanno effetti limitati e dovrebbero essere utilizzati solo in casi estremi, perché la cura funziona meglio se è attiva, vale a dire se la persona viene stimolata a lavorare su di sé, sugli atteggiamenti e sulle abitudini scorrette che hanno generato la malattia, a reimpostare consapevolmente la propria vita. Questo atteggiamento crea le giuste condizioni per dialogare, comprendere verità e trovare soluzioni ai problemi. Molte delle problematiche e delle cosiddette necessità di cui facciamo esperienza nella nostra società sono inesistenti, fantomatiche, ma le influenze della collettività, della magnetizzante comunicazione dei media, delle cattive compagnie, le rendono più reali di quanto non siano. E’ proprio per tentare di soddisfare bisogni irreali e quindi artificiali che gli individui affrontano molte frustrazioni e sofferenze. La fede (nella cura, in sé stessi, nel prossimo, nell’ordine naturale che assicura armonia al creato, nel Divino) rafforza la guarigione. Per sviluppare fede è necessario conoscere la scienza della vita, frequentare persone che siano ben indirizzate sul sentiero della guarigione ed ascoltare da loro esperienze di una differente dimensione di realtà. La guarigione dai disturbi della personalità può avvenire più facilmente in un’ottica olistica, che armonizzi i piani fisico, psicologico, sociale, economico e relazionale con la visione spirituale. La qualità fondamentale da sviluppare è l’equilibrio, strumento di superamento degli opposti, quindi di trascendenza. Nella Bhagavad-gita, Krishna parla dei condizionamenti provocati dalle tre influenze della natura materiale: ignoranza, passione e virtù. Le persone non vengono condizionate soltanto da tamas, che produce inerzia e paralizza la coscienza, né solo da rajas, che genera l’azione caotica e agitata ma, paradossalmente, anche da sattva; questa situazione si manifesta nell’attaccamento al senso di benessere che, se non trasceso e quindi portato al suo stato di effettiva purezza attraverso la bhakti , può anch’esso risultare un ostacolo sulla via della perfezione. Brutto e bello, attrazione (raga) e repulsione (dvesha) sono coppie di opposti (dvandva), cause di condizionamento e infine di dolore. L’obiettivo della realizzazione spirituale è quello di superare ogni coppia di opposti, per poter contemplare anche la bellezza e il benessere in maniera distaccata. Il piacere, se incanalato verso la realizzazione spirituale, non costituisce una diminuzione della disciplina (sadhana) o della rigorosa coerenza (tapas) anzi, contribuisce ad espandere la coscienza. Nel decimo capitolo della Bhagavad-gita il Divino viene descritto anche in termini di bellezze naturali; Krishna afferma, ad esempio, di essere lo splendore del sole e della luna, ed anche l’Himalaya, oppure il mare . Più che indicazioni geografico-culturali, si tratta di categorie della nostra esperienza nel mondo sensibile che si impongono per presenza e magnificenza, rappresentando dunque l’aspetto eccelso del fenomenico. Ecco allora che il Divino assume caratteristiche di onnipresenza, non in senso panteistico, quanto piuttosto come radice unica e spirituale di ogni manifestazione. Contemplare paesaggi naturali con un elevato livello di coscienza equivale ad ammirare ed apprezzare ovunque la potenza e la magnificenza di Dio, interno ed esterno ad ogni realtà oggettiva.

'Yoga: l’Uomo tra Cielo e Terra' (Lezione introduttiva del seminario) di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La vita è un viaggio, a prescindere dal fatto che uno se ne renda conto o meno. Il viaggio di cui vi sto parlando è verso una meta deliberatamente scelta, non è un vagare, un vagabondare, bensì un procedere veloci nella direzione giusta evitando inutili distrazioni, sempre frutto dell’illusione. Affronteremo la natura più intima dell’essere umano: i vizi, le paure, l’avidità, la collera, l’amor proprio, la superbia, e con gioia, scopriremo anche grandi risorse interiori, tesori nascosti, capacità enormi che però giacciono latenti, addormentate, sconosciute al soggetto stesso. Ci occuperemo anche di incidenti sul percorso; non solo di quei rallentamenti o di quelle paralisi creati da noi stessi, ma anche di quelli causati dagli altri, dall’eredità genetica, dalla cerchia familiare, dalle abitudini del luogo e dal luogo stesso, che una così grande influenza ha sulle persone. Uno studente mi chiedeva recentemente se un panorama ameno, un ambiente di bellezze naturali, può influire sul carattere. Certo. Ma le stesse bellezze possono costituire un ostacolo all’evoluzione, così come un ambiente angusto, brutto, deprimente, può accelerare la nostra realizzazione spirituale; tutto dipende dalla nostra motivazione e da come noi utilizziamo ciò con cui veniamo a contatto. Siamo noi che forgiamo il nostro destino con le nostre mani, noi abbiamo creato il presente, più o meno consapevolmente, e lo stesso succederà per il nostro futuro. L’organizzazione del viaggio cui mi sto riferendo richiede meticolosità, pazienza, estrema attenzione, expertise, sensibilità, tutte le nostre doti migliori. Siamo umani e subiamo i limiti e le costrizioni degli umani nella misura in cui noi stessi ce li creiamo. Ma se consideriamo a fondo la nostra natura, senza lasciarci influenzare dai condizionamenti culturali caratteristici di ogni epoca, se riconosciamo la nostra essenza più intima, allora capiamo che siamo fatti per vivere e sviluppare virtù e conoscenza, che non possiamo vivere in gabbia, rimanere in acque stagnanti e che mantenerci consapevolmente in viaggio è un dovere irrimandabile. Incontreremo certamente ostacoli, asprezze, difficoltà, ma potenzialmente abbiamo anche una forza immane, coraggio, naturale predisposizione per la bellezza, per l’amore, per libertà e immortalità. Da qui il tema: "L’Uomo tra Cielo e Terra". Quali sono gli incidenti sul percorso, le disgrazie che ci fanno abbassare di quota e ci fanno sentire sempre più di terra, grevi e opachi? Quand’è che invece mettiamo le ali e diventiamo leggeri e luminosi? In quali circostanze? Quand’è che abbiamo desiderato di più di volare, che ci siamo sentiti librare in alto nel cielo luminoso e abbiamo visto lontano, qualche volta anche oltre l’orizzonte? Questo sarà l’oggetto di ricerca del Seminario che sta per iniziare, questo il nostro viaggio.Tutti i grandi viaggiatori, prima di iniziare le loro esplorazioni, hanno studiato carte, mappe, percorsi. Per accingersi a fare qualcosa di grande, per mettersi in viaggio verso la meta desiderata, occorrono basi di conoscenza e di esperienza. E’ importante aver chiari i propri punti di riferimento per orientare la rotta, occorre aver fatto le dovute valutazioni, pur senza frenare coraggio e intraprendenza, altrimenti il viaggio non comincerà mai. Si è mai sentito dire che uno abbia imparato a nuotare senza entrare nell’acqua? No. Dunque bisogna metterci in cammino e continuare a correggerci durante il tragitto. La buona riuscita del viaggio dipende in gran parte anche dalle compagnie con le quali lo condividiamo. Alcuni tra quelli che incontreremo durante il percorso ci faranno andare molto avanti, ci aiuteranno a progredire; altri invece distoglieranno la nostra attenzione o addirittura ci ostacoleranno, ci faranno cambiare rotta o tornare indietro, anche se alla fine la responsabilità rimarrà nostra e saremo noi a fare la scelta ultima e definitiva. La predisposizione soggettiva è essenziale, infatti ci accorgeremo presto di come l’esito del viaggio sia perfettamente corrispondente alla nostra attitudine interiore. In ogni impresa l’atteggiamento che si assume all’inizio è determinante, perché darà un segno verso l’alto o verso il basso al nostro agire e quindi ai risultati dell’impresa stessa. Quel che succederà dopo la partenza sarà in gran parte la risposta alla nostra predisposizione interiore. Per questo è fondamentale verificare bene la nostra motivazione e il nostro sentire prima di dare inizio a qualcosa. Se vi sentite confusi, smarriti, distratti, non agite. Prima centratevi in voi stessi, siate lucidi nel vostro proposito. Non è solo una questione di volontà, ma soprattutto di aver ben considerato e scelto la meta, secondo gli insegnamenti universali propri di tutte le tradizioni spirituali che favoriscono l’evoluzione dell’essere verso le vette più alte e luminose della coscienza. Una volta scelta la meta e la guida che ci accompagna nel viaggio, quanto più riuscirete a visualizzare le tappe intermedie, tante meno sorprese ci saranno. Il viaggio procederà ed avrà successo nella misura in cui riuscirete e trasformarvi. E’ proprio questa trasfigurazione o trasformazione della coscienza che caratterizza il viaggio ben intrapreso e compiuto. Come un atleta deve aggiungere fibra su fibra ai propri muscoli guadagnandoli dal tessuto adiposo, così il nostro viaggiatore, il ricercatore del sé, l’entronauta, colui che compie il viaggio all’interno dell’universo interiore, raggiungerà l’obiettivo nella misura in cui accrescerà la consapevolezza del proprio sé profondo di natura spirituale e ridurrà il peso condizionante del proprio ego o io storico. Lo scopo è liberarsi dall’illusione di sperimentare un reale appagamento attraverso la mera gratificazione dei sensi, le comodità materiali o altre inutili distrazioni o ostacoli al proprio progresso. Solo su questi presupposti si sarà in grado di sviluppare una visione che oltrepassa le apparenze e arriva all’essenza, che non si limita alla percezione della realtà psicofisica ma che permette di visualizzare le dimensioni più profonde e più fondamentali dell’essere e della vita. Chi vive questa trasformazione interiore, sperimenta altri gusti e tendenze, altre emozioni, aneliti e percezioni rispetto al vivere mondano, fino alla modificazione stessa della struttura psicofisica della persona, sistema nervoso incluso. Se questa trasformazione non ha luogo, possiamo anche dire che il viaggio in realtà non è iniziato, forse perchè il navigante si è dimenticato di sciogliere gli ormeggi. Rema strenuamente ma con gli ormeggi ancora ben saldi e l’alba successiva lo coglierà, affaticato ed amareggiato, allo stesso punto del giorno prima. Nella nostra metafora del viaggio gli ormeggi sono i condizionamenti del carattere, le brutte abitudini, le illusioni e i vizi della coscienza. Come abbiamo spiegato all’inizio, la vita è un viaggio comunque: da naufraghi, sbattuti qua e là dalle onde del karma, oppure un viaggio consapevole con meta deliberatamente selezionata. A noi la scelta. Krishna nella Gita spiega che le motivazioni al viaggio verso l’elevazione della coscienza sono principalmente quattro: la ricerca di sollievo dalla sofferenza, la volontà di raggiungere un obiettivo, la curiosità e la coltivazione della conoscenza. Coloro che soffrono, che sono in ansietà, che vivono sensi di colpa, idee ossessive, paure, gelosie, invidie, conflittualità, lacerazioni e conflitti intrapsichici ed interpsichici di varia natura, desiderano intraprenderlo per modificare in meglio la propria situazione e liberarsi dalla sofferenza opprimente. Ci sono poi coloro che hanno desideri personali da soddisfare, ma che si prefiggono di realizzarli secondo il Progetto di evoluzione universale, in armonia con Dio e le Sue leggi. Vi sono inoltre coloro che si interrogano sulle origini dell’universo, sulla creazione, sul mistero della nascita e della morte, che si pongono numerosi interrogativi esistenziali e che intraprendono il viaggio per trovare risposte alla loro sete di conoscenza, e infine i jnani, coloro che già sanno, e proprio perché sanno hanno piacere di compiere quel viaggio che dalla conoscenza li porterà alla trascendenza. Durante il tragitto coloro che sono più egoicamente motivati debbono innalzare e purificare la loro motivazione per evolvere e raggiungere equilibri sempre superiori altrimenti, una volta raggiunti i loro obiettivi, si troveranno a scendere loro malgrado dal vascello credendo di essere giunti a destinazione e rimanendo invece ancorati ad un livello incompiuto di evoluzione, dunque vincolati ad illusione e sofferenza. Il compimento del viaggio per intero, fino alla meta, porta la persona in quella dimensione oltre lo spazio e il tempo che armonizza bisogni psicofisici e istanze ideali; in essa scompare anche la paura più grande, quella della morte, poiché si è realizzata la natura eterna e spirituale del proprio essere e dalla terra si è giunti al cielo.

20 febbraio 2009

'Sulla Purezza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Numerosi problemi sorgono da contaminazioni del carattere e molte soluzioni stentano a sortire i loro effetti perché è carente la purezza. Se incrementiamo la purezza, i problemi svaniranno. I problemi hanno il loro terreno di coltura nei condizionamenti, e questi ruotano invariabilmente intorno all’ego. Molti di essi non sussisterebbero se trovassero, come in un organismo sano, difese immunitarie vigorose, ma quando la personalità, anziché essere centrata sulla propria essenza spirituale, orbita attorno all’ego, tali difese immunitarie sono carenti e si costituiscono delle problematiche. La loro soluzione consiste nel ricentrarsi attraverso la purezza. Per purezza si intendono quei desideri, quei pensieri, quelle parole e quelle azioni che sono volti a ristabilire la nostra relazione con Dio, Shri Krishna. Purezza è quando siamo consapevoli che quel che desideriamo, che pensiamo, che diciamo, che facciamo vogliamo offrirlo a Krishna e siamo coscienti che Krishna ci ascolta, che Lui è nel nostro cuore e in quello del nostro interlocutore(1). La consapevolezza di essere monitorati passo dopo passo è vivere sulla via della purezza; conseguire questo stato di coscienza è vivere in stato di purezza, la quale non è un bene astratto, ma concreto: vale più dell’oro, dei diamanti, perché produce benessere interiore nel soggetto e negli altri. Ansietà, paura, collera, astio sono esito della conflittualità interiore, la quale si origina per carenza di purezza. Desiderare in maniera pura significa desiderare di far piacere a Guru e Krishna e quando si presenta un desiderio che è opposto al loro piacere, dovremmo essere immediatamente preoccupati. Le parole che usiamo hanno un grande peso e una forte risonanza prima di tutto nel nostro ambiente psicologico, interiore, e di conseguenza sugli altri, poiché siamo tutti in rete anche se non tutti ne sono consapevoli e capaci di connettersi; gli artistici, ad esempio, sono incapaci di entrare in empatia con gli altri poiché imprigionati nella dura crisalide dell'ego, nelle loro difficoltà caratteriali cristallizzate a causa di una personalità eccessivamente ego-riferita, di errori e impurità accumulati attraverso azioni unilateralmente interessate. I quattro principi regolatori che la tradizione vaishnava insegna, sono i principi per riguadagnare la libertà interiore; poiché solo chi è libero interiormente ha davvero capacità di decidere, di scegliere, è indispensabile praticare questa disciplina, la sadhana bhakti, per evitare la contaminazione e tornare al nostro stato naturale e originario di purezza. Evitando di incorrere nelle seguenti quattro categorie di attività empie, la psiche si illumina e si rigenerano visione, gioia, fede e tutte le qualità dell’anima. I quattro princìpi sono:
  • Non mangiare né carne, né pesce, né uova, perché questa astensione ci allontana dalla violenza verso ogni creatura, da un'attitudine aggressiva verso gli altri.
  • Non avere rapporti sessuali illeciti, rapporti che non sono mirati alla procreazione, ma alla mera gratificazione dei sensi e della mente(2). Quando il sesso, originariamente messo a disposizione dalla Natura per la procreazione, diventa un giocattolo, un vizio o una perversione, consuma tempo, risorse e sopratutto ottunde l’intelletto, riducendo la sua capacità di comprensione e visione alla sola esperienza empirica.
  • Abbandonare ogni tipo di intossicante, poiché diventare tossicodipendenti è il colmo della stupidità. Dipendere da ciò che intossica è il massimo della perdita di senso e scopo esistenziale, perché la persona viene trascinata verso la sub-umanità. Ogni stimolante innecessario (sostanze psicoattive: alcol, tabacco, the, droghe di ogni genere) deve essere dunque abbandonato. Allo stesso modo, deve essere abbandonato ogni atteggiamento mentale che risulti nocivo allo sviluppo delle virtù e della conoscenza spirituale. L'intelletto, l’ego, la mente e i sensi devono essere rigorosamente impegnati con determinazione, equilibrio e concentrazione nella sadhana bhakti per lo sviluppo della salute fisica, psichica e spirituale(3).
  • Abbandonare il gioco d’azzardo, che non consiste solo nel giocare a dadi oppure alla roulette, ma anche nel puntare tutto su una professione, su una persona condizionata, su un’azienda, su un partito politico, sulla famiglia, perché lo scopo della vita è invece puntare sul conseguire la libertà dalla sofferenza e dalla morte e conseguire l’illuminazione, la gioia e l’Amore(4). E’ l’abbandono fidente e amoroso a Dio che, liberandoci dalla dolorosa coppia di opposti illusione-delusione, ci consente infine di accedere al rapporto d’amore con Lui e tutte le creature. Occorre dunque gradualmente rinunciare a tutto ciò che è azzardoso perché il gioco d'azzardo non consente di abbandonarsi, pratica invece di fondamentale importanza per l'avanzamento spirituale.
Innanzitutto è necessario rinunciare ad ogni scusa per abbandonarsi; dobbiamo liberare la mente dai condizionamenti senza rimandare. Purifichiamoci fin da adesso senza aspettare che le fantomatiche condizioni esteriori si manifestino. Le pessime relazioni, la sofferenza, sono conseguenze della mancanza di purezza. I problemi aumentano quando s’impostano male le cose a causa dei condizionamenti e delle distorsioni nella struttura psichica. Occorre dunque aderire ad una disciplina interiore rigorosa per fare purezza e pulizia, sia dentro che fuori di noi. All’esterno la purezza consiste nel parlare veritiero, senza duplicità, rivolgendosi agli altri con dolcezza e rispetto(5); è lavarsi, fare in modo che gli indumenti che indossiamo siano puliti. Non è necessario usare profumi: il profumo di pulito è il migliore. Permettete al corpo di esprimere l’aroma che gli è proprio, che è poi quello dei guna. Se siete in sattva guna profumate da sattva guna, se siete in tamas e in rajoguna ne sentirete gli odori. Occorre lavarsi con cura, fare pulizia dentro e intorno a noi, mettere in ordine, imparare a riconoscere le impurità interne ed esterne, eliminandole senza pigrizia. Purezza è imparare a comunicare con le persone intorno a noi, essere onesti, leali, chiari e trasparenti, far presente gentilmente i problemi che può avere il nostro interlocutore, ma anche essere pronti ad ascoltare ciò che ci dicono gli altri a nostro beneficio, a prendere sul serio chi ci fa presente ciò che non va in noi, riflettere seriamente e responsabilmente su ciò che ci viene fatto notare con sincerità e mettere prontamente mano ad eventuali modifiche al carattere. Uno dei più formidabili ostacoli alla purezza è lamentarsi di quel che non va senza fare il necessario per modificare la situazione. La critica negativa, l’attribuire la colpa agli altri dei nostri guai, l'autocommiserazione danneggiano il soggetto poiché sono forme giustificative perverse. Purezza non è solo chiedere perdono a seguito di un’offesa arrecata, ma soprattutto modificare l'atteggiamento offensivo. Non è sufficiente confessare un errore commesso, ma cessare l'attitudine perversa. Confessarsi senza modificare l'atteggiamento verso l’errore risulterà alquanto sterile(6). Purezza è ricercare la compagnia di persone sante per servirle, cosicché la nostra vicinanza non sia solo spaziale ma di intenti e fondata sul servizio. Questa compagnia purifica il carattere, la personalità(7). Purezza è parlare alle persone della scienza della realizzazione spirituale, senza fare discorsi di spiritualismo astratto; è presentare la disciplina della sadhana bhakti, indispensabile strumento per la destrutturazione dei condizionamenti e per l’avanzamento spirituale. La purezza non si costruisce ma si ripristina, perchè nella nostra essenza spirituale siamo puri e desideriamo gioia, libertà, salute, intelligenza, affetto e amore, tutti valori che abbondano solo in un clima di purezza. Quando invece la coscienza si contamina, tutte le qualità si annebbiano. Per essere autenticamente felici, dobbiamo considerare la purezza come obiettivo assolutamente necessario e urgente da raggiungere. La purezza è sattva guna, dobbiamo mettere dunque le radici in sattva guna. A questo proposito vi consiglio di ascoltare il seminario tenuto a Colle Val D'elsa nell'agosto del 2005 dal titolo: I sentieri dell'amore; in questa occasione ho commentato l'undicesimo canto dello Shrimad Bhagavatam, in particolar modo il capitolo in cui Krishna canta le glorie della purezza (sattva guna) ed esorta il Suo grande amico e devoto Uddhava a vivere puramente. Nella Bhagavadgita viene detto che se non si conquista il livello sattvico ogni progetto di realizzazione è utopico. L'avanzamento spirituale è possibile dunque solo attraverso il conseguimento (e il superamento) di sattva guna. In tamoguna e in rajoguna nessuno può diventare illuminato spiritualmente. Non è efficace meditare su Dio e allo stesso tempo compiere attività egoiche. Purezza è anche evitare radicalmente le dasha aparadha(8) nella meditazione sul Santo Nome, affinché gli effetti prodigiosi del canto si manifestino. Occorre fare purezza nel cuore se vogliamo che Krishna appaia, predisporsi per far funzionare il maha mantra come strumento di purificazione della coscienza. Fare purezza nel cuore è indispensabile, perché se la mente e il cuore non diventano puri, l’illuminazione non si manifesta e la gioia e l'ispirazione percepite a sprazzi non diventeranno mai uno stato stabile e continuo della coscienza. La purezza è una condicio sine qua non per realizzare il risveglio delle qualità spirituali; se ci realizziamo spiritualmente le qualità più elevate e i sentimenti più nobili dell'anima si manifesteranno in modo naturale. La purezza è tutto ciò che consapevolmente ci avvicina a Dio, è la volontà determinata di avvicinarsi a Krishna, di invocarLo, di percorrere il sentiero della realizzazione spirituale. La purezza è indispensabile e senza questa consapevolezza inganniamo noi stessi e gli altri. In ambiente di purezza la struttura psichica si sattvicizza e il soggetto inizia a sentire forte il desiderio di realizzazione spirituale e con questo altri doni si manifestano come esito di una maggiore sattvicità della coscienza. I primi due frutti maturi che si manifestano sono karuna e kripa, la compassione e la misericordia, ovvero due tra le principali funzioni archetipe che illuminano la personalità. Coloro che non giungono a sattva-guna soffrono e fanno soffrire, e proprio per queste loro caratteristiche sono agenti di discordia. Solo quando la coscienza diventa sattvica si trasforma la personalità e attraverso le funzioni di karuna e kripa il soggetto modifica la propria traiettoria gravitazionale e dall’orbita dell’ego si sposta all’orbita del Sé supremo: da peso e causa costante di conflitti e di sofferenze, diventa patrimonio per il genere umano.


(1) Cfr. Bg. XIII.23.
(2) I rapporti intimi tra coniugi meritano un discorso a parte. Per approfondire la questione si rimanda alla lettura dell’articolo di Marco Ferrini dal titolo “Relazioni familiari”.
(3) La mente deve esere utilizzata per elevarsi, non per degradarsi, ma chi non riesce a dominarla avrà serie difficoltà nel cammino della realizzazione spirituale. Cfr. Bg. VI.5-6.
(4) Cfr. Bg.XIII.8-12.
(5) Cfr. Bg. XVII.15.
(6) Cfr. Divina Commedia, Inferno XXVII.117-120: “Assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere assieme puossi, per la contraddizion che nol consente”.
(7) Sadhu-sanga, sadhu-sanga sarva-shastre kaya lava-matra sadhu-sange sarva-siddhi haya (Cc. Madhya 22.54). Tutte le Scritture rivelate affermano che grazie anche ad un solo attimo di compagnia dei sadhu, persone sante, è possibile ottenere ogni perfezione [il successo della vita umana].
(8) Vedi nel testo Guru-discepolo “le 10 offese” in appendice.

16 febbraio 2009

'Sentire la Protezione e l’Amore di Krishna' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Shri Krishna nella Bhagavad-gita (IV.8) afferma che Egli discende di era in era per dare rifugio ai sadhu, alle persone che vivono in sattva guna, nella virtù, e che a Lui sono devote. Questa speciale protezione del Signore, i devoti la dovrebbero sentire sempre presente, come patrimonio inestimabile che li accompagna in ogni momento della loro vita: sentire la mano di Krishna sempre posata sulla propria testa. Ciò non significa intuire semplicemente la presenza di Krishna o, ancor più vagamente, percepire lo sfolgorio di energie e potenze del Brahman nella Sua onnipervadenza. Sentire la protezione divina è un qualcosa di molto più intimo e profondo: è sentire il sostegno, l'affetto, l'Amore del Signore, è sentirsi sollevati da ogni pericolo, protetti in ogni circostanza. Se questo dolce sentimento diventa costante in noi e ci accompagna ovunque, quando per qualche offuscamento della coscienza ne perdiamo la percezione, sembra che ci venga a mancare un bene vitale, essenziale, la vita stessa. Nel percorso evolutivo di ogni essere è una realizzazione importante quella che ci permette di diventare coscienti della speciale protezione di Dio. In alcune occasioni vi sarà capitato di sentirvi come tirati fuori da una situazione difficile, tratti in salvo da un pericolo; se riflettiamo profondamente, comprendiamo che ciò è stato possibile non tanto grazie alla nostra comprensione o intelligenza, non perché siamo stati previdenti o lungimiranti, ma perché dall'alto abbiamo ricevuto un aiuto, una misericordia speciale dal Signore che è amico dei Suoi devoti, Dio clemente e misericordioso. Per maturare la nostra visione spirituale, è fondamentale realizzare che non solo Krishna c’è, esiste, ma che è anche straordinariamente attento a quel che facciamo, presente nelle nostre vite, pronto ad intervenire – principalmente tramite i Suoi devoti - per sostenerci, aiutarci, ispirarci nel cammino che ci riporta a Lui. Dovremmo agire in ogni circostanza come se non fossimo mai soli, ed in effetti è proprio così: il Signore ci accompagna come Anima suprema nel nostro viaggio nel mondo; dovremmo sapere che siamo sempre sotto ai Suoi occhi, che Lui ci vede, che ci osserva intimamente. Siamo protetti e seguiti dal Signore con cura, con attenzione, amorevolmente, come una madre che segue e bada al proprio bambino, magari scrutandolo dalla finestra e osservandolo giocare con sguardo protettivo; è sufficiente che il bambino si volga, che alzi gli occhi al cielo, per poter scorgere la madre che lo sta osservando, per sentirsi protetto, al sicuro, a lei unito e collegato dall'affetto. Similmente i devoti si sentono sempre al sicuro, protetti da Dio, nei cui insegnamenti credono e vivono; essi sanno che Shri Krishna li osserva, che c'è, che tiene sempre una mano sulla loro testa, che protegge coloro che a Lui si abbandonano con fede, che hanno fatto della devozione a Dio l'essenza stessa della loro vita, non in termini astratti ma con le loro opere quotidiane. In tutte le tradizioni spirituali il gesto antico di porre una mano sul capo sta simbolicamente ad indicare l'elargizione di benedizioni. Nel cammino evolutivo, nel viaggio dell’anima verso Vaikuntha, un passaggio cruciale verso la perfezione, verso la realizzazione della propria essenza spirituale di bhakti, è quello che consiste nell'imparare a sentire la presenza di Krishna e la Sua protezione. Coltivando desideri contaminati e perciò rimanendo vittime dei condizionamenti della prakriti le persone commettono offese, diventano sleali, mancano alla parola data, talvolta persino ai voti presi; ciononostante la compassione e la misericordia del Signore non vengono mai meno: anche se in quel momento l'essere non è in grado di recepirle e di accoglierle, Krishna aspetta paziente lo spiraglio di un risveglio, dal cuore favorisce il rinnovarsi di una scelta deliberata verso il Bene, la Luce e l'Amore puro, il sentimento sovrano, il più prezioso, che può rinnovarsi e vivere solo in un clima di totale consapevolezza e libertà. Non si percepisce Dio, non si entra in rapporto con Lui se nel nostro cuore dominano ancora interessi egoici, scollegati dalla Realtà, ma questo non significa che il Signore non ci ami. E' l’essere condizionato a non percepire l’Amore di Krishna fintanto che gli anartha imperversano nella sua struttura psichica, ma Krishna comunque ama. Questo Amore lo si può sperimentare solo quando siamo riusciti a destrutturare i nostri condizionamenti, le nostre cattive abitudini o, per usare una terminologia di Shrila Rupa Goswami, quando i nodi del cuore si sono sciolti. Man mano che la persona comincia a fare un lavoro serio su se stessa per liberarsi dai propri limiti, l'amore intenso per Krishna progressivamente si manifesta nel suo cuore e la Sua presenza diventa visibile. Si realizza allora che il Suo corpo non è fatto di elementi materiali, ma è sat cit ananda vigraha, una forma spirituale perfetta fatta di eternità, consapevolezza e beatitudine, che non la si vede con gli occhi fisici ma solo con quelli dell'Amore.

11 febbraio 2009

'I Veda e la salute olistica' di Shriman Matsyavatara Prabhu.


Etica nel lavoro e nel tempo libero

Lo stato di benessere è lo stato naturale cui tutti nell’intimo aspirano, anche se poi, quando si dà ascolto alla sola mente razionale, si tende a giudicare “normali” o “inesorabili” la sofferenza, la malattia ed altri mali che disseminano il cammino dell’esistenza umana. Questi mali sono menomazioni che risultano insopportabili ed inaccettabili per l’individuo, ma che vengono nella maggior parte dei casi considerate inevitabili. Questa contrapposizione che si erge tra il desiderio e il pensiero, tra il volere e lo sperimentare, determina una lacerazione interiore, una disarmonia grave che si ripercuote anche sul piano fisico. Il conflitto interiore tra le proprie aspirazioni più intime e la realtà contingente affatica, logora la persona, anche se quest’ultima generalmente soltanto in parte ne è cosciente. Il soggetto non ha infatti percezione di tutta l’energia che, a causa di conflittualità irrisolte, viene dispersa e dissipata a livello inconscio. Sul piano superficiale la persona ne percepisce e sperimenta i sintomi che però non riesce compiutamente a decifrare: si sente stanca, spossata, insoddisfatta, incapace di attingere alle proprie risorse interiori e quindi anche nervosa, agitata, vittima di stress e ansia, ma non è in grado di individuare effettivamente qual è la causa profonda di questo malessere. Il più delle volte l’individuo, non trovando adeguata assistenza o sostegno, finisce per operare una rimozione e le proprie problematiche, lasciate irrisolte, acquisiscono uno spessore ancora maggiore ed una sempre maggiore carica psichica negativa che non di rado dà origine a complessi e ad altri più o meno gravi disturbi della personalità. Lavorare su di sé non è facile: indagarsi nel profondo richiede esperienza e competenza e soprattutto l’aiuto di una guida che ci accompagni nella ricerca e nell’esplorazione di noi. Nella letteratura psicologica indovedica viene tracciata un’elaborata metodologia per l’analisi e il riequilibrio dei contenuti psichici e per una presa di consapevolezza della parte più profonda e vera di sé, oltre gli strumenti “corpo” e “mente”. E’ la persona che deve diventare protagonista e creare lei stessa i presupposti per avviare il processo di guarigione, senza affidarsi passivamente all’intervento di altri. La collaborazione partecipativa tra paziente e medico, come tra discepolo e Maestro, è infatti essenziale affinché la cura sia effettiva ed efficace. La sofferenza e la malattia non sono mali inevitabili: esistono stati di coscienza elevati in cui il soggetto può riuscire a vivere ogni esperienza distaccandosi emotivamente dagli eventi che colpiscono corpo e psiche ma che non scalfiscono in nessun modo l’essenza spirituale (atman) che costituisce l’originaria natura di ogni essere. Nella Bhagavad Gita (VI. 19) si dice che la mente del saggio è stabile come una fiamma al riparo dal vento, poiché continuamente ricondotta sotto il controllo del sé. Chi invece non esercita il dominio sulla mente viene scaraventato dai suoi flutti psichici come una pagliuzza tra le onde. Nella società attuale sono in molti a lamentarsi per lo stress cui sono continuamente sottoposti. In una certa misura lo stress è quasi inevitabile ed è anche positivo se saputo gestire come stimolo alla crescita e all’evoluzione. E’ invece patologico quando diventa eccessivo e va fuori controllo, quando sfocia cioè in ansietà ed emozioni negative che, invece di stimolare ad un progresso, inibiscono ed esauriscono le risorse energetiche dell’individuo. La Bhagavad Gita ed altri testi indovedici insegnano la via dell’equilibrio in ogni azione ed ambito dell’esistenza umana: nella vita relazionale ed affettiva, sul lavoro, nella famiglia, nelle attività più semplici e quotidiane come il mangiare e il dormire. La pratica dell’equilibrio tempra la mente, la rafforza, la educa, la sostiene e rende capace di affrontare ogni evento con ponderatezza, con una visione che trascende la contingenza e che tiene l’orientamento saldo verso lo scopo e il senso profondo di noi e del nostro esistere. I problemi in verità non esistono, se soltanto noi stiamo attenti a non crearceli. I problemi non sono determinati da cose o situazioni oggettive: indipendentemente dalla loro natura, queste ultime possono rivelarsi per noi positive o negative a seconda di come le viviamo. L’ambiente di lavoro, la famiglia, gli ambiti religiosi possono essere generatori di nevrosi ma non perché siano nocivi di per sé, ma perché sono spesso affrontati e vissuti con un’attitudine scorretta. La conoscenza di sé acquisita attraverso i testi sacri tradizionali, con la guida di chi ha già sperimentato con successo un percorso di ricerca interiore, ci aiuta a comprendere dov’è che sbagliamo e come possiamo correggerci e migliorarci. La spiritualità non è un qualcosa di astratto: è un viaggio per un ritorno a noi stessi, per ritrovarci e per imparare a pensare, ad agire, a vivere. Da bambini ci abituiamo a camminare, a mangiare, ad articolare parole, ma l’avventura non si ferma qui: vivere è apprendere l’arte dell’agire, del parlare, del mangiare, del relazionare con gli altri, per compiere ogni cosa con consapevolezza nitida, con il desiderio di fare il bene non solo per noi ma per tutti gli esseri e questo è possibile quando la persona si ricollega in armonia con l’ordine divino che regola e sostiene tutto ciò che esiste. I Veda descrivono tre dimensioni di esistenza: adhibhautika, il livello degli elementi psicofisici, adhidaivika, il piano delle energie cosmiche e adhyatmika, la dimensione spirituale che inerisce all’atman, il sé individuale, e a Paramatman, il Sé cosmico origine di tutto, Dio. La scopo della vita è sviluppare armonicamente questi tre piani: pensarli o viverli come dicotomici o separati l’uno dagli altri genera conflittualità e sofferenze e non permette di conseguire la piena realizzazione personale.

Come deve impostare le proprie relazioni il ricercatore spiritualista?
Uno spiritualista può intrattenere ogni tipo di relazione purché sappia come gestirla e come viverla rimanendo coerente ai propri principi etici e spirituali, non diventando mai complice di comportamenti impropri o scorretti. Come insegna la Bhagavad Gita, lo spiritualista non deve rinunciare all’azione ma trasformare ogni azione in qualcosa di sacro, di altamente benefico per sé e per gli altri, vivendo e trasmettendo quei nobili valori in cui crede e che ha fatto propri.

Che rapporto esiste tra i Veda e il Buddhismo?
Nel Buddhismo troviamo numerosi concetti, come quelli di manas e di prakriti, che sono stati attinti dalla tradizione vedica e che sono stati poi sviluppati dal Buddhismo in modo peculiare. Il sistema filosofico Samkhya presenta ad esempio similitudini molto strette con la tradizione buddhista. Nel 2500 a.C. Sakhyamuni (Buddha) iniziò la sua predicazione a Benares, nell’India nord-orientale. Egli prese le distanze dalla tradizione vedica intendendo denunciare il sistema sclerotizzato delle caste, deformazione dell’originario varna-ashrama dharma, organizzazione sociale tradizionale vedica. Il Buddha inoltre condannò il sacrificio vedico degli animali, perché in quel periodo storico veniva celebrato senza le originarie motivazioni di puro atto sacrificale ed era invece divenuto strumento dì sfruttamento e di guadagno economico. Sakhyamuni negò poi i Veda stessi, poiché la classe sacerdotale che ne deteneva il controllo era corrotta e manipolava a proprio vantaggio le affermazioni in essi contenute.

Come è possibile che si sviluppino nevrosi anche in ambito religioso?

Non sempre chi intraprende un percorso religioso lo fa adottando il giusto atteggiamento; in questi casi la religiosità, che di per sé non è affatto causa di nevrosi ma è anzi strumento per il loro superamento, perde il proprio effetto benefico a seguito delle distorsioni con le quali viene vissuta dal soggetto. Errori gravi possono venir compiuti da cosiddetti religiosi che mantengono atteggiamenti squilibrati. Non è indossando un abito che si compie il perfezionamento interiore: quest’ultimo è effettivo quando il processo di rimodellamento del comportamento e di riorientamento delle tendenze viene applicato in modo corretto, sotto la guida di un Maestro qualificato. Testi indovedici fondamentali quali il Vedanta, le Upanishad e la Bhagavadgita, spiegano come sviluppare in modo positivo le dinamiche intrapsichiche, come superare i condizionamenti, come resistere alle forze negative inconsce che dettano comportamenti non armonici con l’ordine cosmico. La pratica della disciplina spirituale, in particolar modo la meditazione sul mantra, svolta secondo gli insegnamenti e sotto la verifica attenta e competente del Guru, consente al discepolo di decontaminare l’ambiente mentale, arrivando anche a neutralizzare quei complessi che si sono strutturati a livello inconscio e che tanta influenza esercitano sul carattere e sulla vita della persona. L’individuo vive come combattuto tra diversi “centri di potere”, tra contrastanti componenti psichiche ed emotive, consce o inconsce, che lavorano l’una contro l’altra generando stati di tensione e di conflitto. La realizzazione del sé sul piano spirituale consente di risolvere anche questi squilibri, elevando la visione della persona oltre gli automatismi mentali e conducendola verso un superiore livello di armonia e di benessere.

Come situarsi sulla via della guarigione?
Tutti abbiamo potenzialmente la capacità di curare i nostri disturbi, ma non tutti sono in grado di trovare da soli la soluzione. Talvolta può succedere che si capisca cosa fare per guarire ma non si riesca a mettere in pratica quel che si sa essere giusto e corretto. L’essere umano è molto fragile e gli ostacoli che deve affrontare non si trovano soltanto nell’ambiente esterno ma anche e soprattutto a1l’interno di sé: “la personalità ombra” è un nemico pericolosissimo che costringe ad agire contro il proprio stesso bene; è quel nemico crudele che obbliga ad esempio il tabagista a fumare, anche quando questi sa già di avere un tumore ai polmoni. L’io cosciente rappresenta soltanto una piccola parte della personalità ed è ben poca cosa rispetto alle tendenze inconsce, simili a forze titaniche. Vincere questi mostri sommersi è possibile, ma occorre richiedere l’aiuto di un Maestro competente che ci aiuti a praticare con costanza, fede e coerenza una disciplina etica di vita fondata sull’amore e sull’abbandono a Dio, per riuscire a riprendere coscienza della no essenza spirituale e delle sue inesauribili e potenti risorse. Predisporsi con affetto e amore verso tutte le creature e il creato è parte essenziale della cura ed. è l’arte della vita; un’arte che culmina nel pieno sviluppo della bhakti o pura devozione per Dio.

Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi,
sacrifichi od offra in carità, come pure le ascesi che compi,
offri tutto a Me, o figli di Kunti.
In questo modo sarai libero dai legami dell’azione
e dai suoi risultati, propizi e non propizi.
Con la mente fissa in Me, e in questo spirito di rinuncia
sarai liberato e verrai a Me.
(Bhagavad Gita: IX.27-28)

07 febbraio 2009

'Centro Studi Bhaktivedanta: una via accademica verso la spiritualità' di Paramatma dasi.

L'incontro con il Maestro.
New Delhi, India, Agosto 1976. Marco Ferrini, giovane designer di arredamento di successo internazionale, entra nella stanza di Shrila Prabhupada nel tempio ISKCON che dà sulla Mahatma Gandhi Road, per l'incontro della sua vita. 'Sfortunatamente la società moderna non è dalla parte di Dio' - gli dice Prabhupada, - ecco perché non può andare verso la felicità, ma anzi, si sta dirigendo verso la sconfitta!…Non sprecare il tuo tempo. Sei una persona di talento. Sai da dove viene il talento? Qual è la sua sorgente, a chi appartiene? E' proprietà di Dio, proprio come tutto ciò che esiste, inclusi i frutti del tuo lavoro. Hai un'unica responsabilità: servire Krishna con i tuoi talenti; lo scopo della vita è conoscere Krishna e ciò si può ottenere solo servendoLo con amore e devozione. Quando torni a casa canta Hare Krishna, studia la Bhagavad-gita e parla di Krishna a chiunque incontri; Krishna ti proteggerà, non temere'. Marco prende a cuore queste esortazioni. Racconta alla propria famiglia dell'incontro con Shrila Prabhupada e sia la fidanzata che i genitori accettano la via della coscienza di Krishna. Ben presto comincia a servire la Missione di Shrila Prabhupada prendendosi cura di aspetti legali ed economici nel Movimento ISKCON in Italia ed organizza numerosi programmi mirati alla diffusione nella società dei valori vaishnava. Nel Maggio del 1977, per Nrsimha-Caturdashi, Marco e sua moglie Marisa ricevono la prima iniziazione da Shrila Prabhupada, con i nomi di Matsyavatara das e Manupatni devi dasi. Dopo tanti anni di servizio dedicato in una gran varietà di settori, Matsyavatara Prabhu realizza su che cosa deve concentrarsi nel proprio servizio a Shrila Prabhupada: 'Sono passati quindici anni da quando ho incontrato Prabhupada per la prima volta - scrive Matsyavatara Prabhu. Ho meditato profondamente sui Suoi insegnamenti e mi convinco sempre più che il canale culturale e l'insegnamento sono mezzi importanti per la diffusione della filosofia di Shri Caitanya e della tradizione vedica e Gaudiya Vaishnava in Occidente. Il mio obiettivo è quello di introdurre la letteratura Vedica nelle Università e in altre importanti istituzioni culturali'.

Entrate nelle Università.
Shrila Prabhupada desiderava fortemente che i valori eterni del Vaishnavismo giungessero nelle istituzioni culturali:
Krishna afferma nella Bhagavad-gita: 'Qualsiasi azione compia una persona importante, gli altri la seguono'. Shrila Prabhupada era consapevole che se le persone che occupano posti di rilievo nella società avessero accettato e praticato il bhakti-yoga, molti altri avrebbero seguito il loro esempio. Prabhupada incontrava personalmente professori e studenti e ad alcuni dei suoi discepoli insegnava come sviluppare programmi accademici: 'Mi sta particolarmente a cuore il vostro programma per gli studenti universitari. Sono intelligenti e desiderosi di cogliere la conoscenza più elevata, quindi cercate di prendervene cura e di stimolarli gradualmente verso la Coscienza di Dio'. Prabhupada sottolineava spesso l'importanza di accedere agli ambienti colti per introdurvi i contenuti di portata universale delle opere vedico-vaishnava; conosceva il potenziale degli studenti e desiderava che alcuni dei Suoi discepoli andassero nelle Università e nelle scuole ovunque fosse possibile e facessero del loro meglio per trasmettere la saggezza vedica e la devozione vaishnava a persone pronte a riceverle.

Centro Studi Bhaktivedanta.
Il Centro Studi Bhaktivedanta di Storia e Filosofia Vaishnava è uno strumento appositamente creato per presentare la letteratura vedico-vaishnava in ambito accademico. Ufficialmente fondato nel 1996 da Matsyavatara Prabhu, grazie anche all'incoraggiamento di S.S. Hridayananda Gosvami ed altri confratelli, è infatti un'Istituzione dedita allo studio e all'insegnamento della cultura antico-indiana. Associazione non-profit riconosciuta, tramite il proprio Dipartimento Accademico delle Scienze Tradizionali dell'India, opera prevalentemente in Istituzioni culturali ed è presente in numerose Università. Il sapere dell'India antica, che ha ispirato civiltà e studiosi di ogni tempo, con valori e contenuti di pratico utilizzo nella vita di tutti i giorni, è più che mai attuale. La Filosofia, la Psicologia, la Medicina Ayurvedica e le discipline Yoga della tradizione antico-indiana, integrano le conoscenze provenienti dalla moderna ricerca scientifica. Scopo del Centro Studi è quello di rendere disponibile al vasto pubblico questa eredità culturale, che trascende epoche storiche e limiti geografici, utilizzando anche le più recenti modalità pedagogiche. Il CSB collabora con Istituti, Università e singoli ricercatori, in Italia e all'estero. Organizza Conferenze, Seminari residenziali a tema e Seminari E.C.M. (Educazione Continua in Medicina) accreditati dal Ministero della Salute. Corsi del CSB tenuti presso Università sono stati riconosciuti dal Provveditorato agli Studi per l'aggiornamento di docenti di ogni ordine e grado. Le Conferenze sono eventi pubblici ad ingresso gratuito. Si svolgono in varie città d'Italia e offrono a centinaia di persone l'opportunità di un primo contatto con la saggezza dell'India. I Seminari residenziali, della durata variabile da 1 a 7 giorni, sono a numero chiuso e consentono di approfondire le tematiche introdotte dalle Conferenze. Durante questo tipo di esperienza, i partecipanti condividono, in un'atmosfera raccolta e stimolante, insegnamenti, pratiche e riflessioni personali. I Seminari rivolti a medici e operatori sanitari sono aperti anche alla partecipazione di pubblico non specialistico e affrontano tematiche varie alla luce della Tradizione antico-indiana, ricca di principi per mantenere e ripristinare la salute fisica, psichica e spirituale. Ha ricevuto notevole riscontro nell'ambito di questi programmi, la Psicologia dell'Assistenza ai Malati Terminali e ai loro familiari, che prevede un'analisi approfondita dell'evento morte nel percorso di ogni esistenza individuale. Il CSB produce materiale didattico: Dispense, Libri di testo, Audiocassette, CD, saggi ed articoli, che trattano tematiche inerenti Filosofia, Scienza, Arte e Religione dell'India antica. Il Dipartimento Accademico del CSB mette a disposizione Corsi a vari livelli, per approfondire la conoscenza e l'utilizzo pratico del sapere vedico e conseguire qualifiche e titoli universitari, quali Master e Dr. Ph.D.. Coniugando la sapienza millenaria della tradizione indiana con un linguaggio e una metodologia adatti alle persone e alle problematiche di oggi, il CSB si interfaccia con varie realtà socio-culturali, aprendo un dialogo tra discipline occidentali ed orientali, con l'obiettivo di offrire un approccio olistico alla conoscenza e sviluppare il potenziale umano. 'Sin dall'inizio persone sincere e volonterose hanno offerto il loro contributo per portare avanti le varie responsabilità - spiega Matsyavatara Prabhu. Impegnando questi devoti in numerosi servizi, li ho gradualmente educati, sostenendoli anche in momenti decisivi in cui facevano scelte importanti nella loro vita. Molti di loro, colti e ben situati nella società, hanno dato un valido aiuto. Questi collaboratori, alcuni oggi discepoli, altri studenti, vivono nelle proprie case e mi assistono in questo progetto culturale. Questi giovani, verso i quali mi sento molto grato, sono la nostra grande speranza'. Scopo del Centro Studi Bhaktivedanta (CSB) è anche quello di aiutare i devoti ad acquisire le qualifiche accademiche per diventare, a loro volta, ricercatori ed educatori in rispettabili istituzioni. "La mia speranza - dice Matsyavatara Prabhu - è che questi ragazzi diventino punti di riferimento per coloro che desiderano acquisire e sviluppare una conoscenza profonda della tradizione Vedico-Vaishnava. I tempi sono maturi per un'integrazione culturale fra Oriente e Occidente. Per circa due secoli - continua Matsyavatara Prabhu - e soprattutto in Occidente, i Veda sono stati commentati da una categoria di eruditi la cui formazione, intrisa di pregiudizi tipicamente eurocentrici, portava ad interpretazioni poco parziali di questi testi. Oggi, a seguito di mutamenti politici e socio-culturali mondiali, i ricercatori e gli studiosi sono più aperti, più pronti ad accettare un dialogo e a riconsiderare i contenuti della cultura vedica, che in molti casi anticipano di millenni le scoperte della più recente ricerca scientifica.

Testimonianze.
Sono molte le persone, fra le migliaia che frequentano i programmi del Centro Studi, a ringraziare in modo autentico, con lettere e parole, per quello che ricevono da Matsyavatara Prabhu e dal suo staff e per come insegnamenti e pratiche influiscono positivamente nella loro vita. Anche a livello pubblico ed istituzionale sono giunte e giungono testimonianze che denotano stima e apprezzamento per l'opera che il CSB porta avanti. Matsyavatara Prabhu ha tenuto Corsi sul pensiero filosofico indovedico nella Facoltà senese di Lettere e Filosofia ininterrottamente per un quinquennio. Tiene conferenze e Corsi in Atenei ed Istituti culturali di prestigio, quali La Sapienza di Roma, La Statale di Milano, le Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa e Trento, la Facoltà di Medicina dell'Università di Bologna, l'Istituto di Cultura Germanica di Bologna, l'Istituto superiore di Scienze Sociali Rezzara di Vicenza, l'Istituto superiore di Teologia di Verona e numerosi altri. I Corsi tenuti da Matsyavatara Prabhu nella prestigiosa Università di Siena presso la Facoltà di Lettere e Filosofia hanno avuto notevole successo, sia fra gli studenti che fra i docenti, i quali ad ogni appuntamento affollavano l'aula magna e faticavano ad andarsene anche quando le due ore di lezione si erano ormai esaurite da un pezzo. Il Preside della Facoltà, riferendosi al ciclo di lezioni sulle Upanishad vediche, ha ringraziato personalmente con una lettera significativa, che si conclude così: 'Frutto della collaborazione tra la Facoltà e il Centro Studi Bhaktivedanta di Storia e Filosofia Vaishnava, tale Corso ha dato ottimi risultati, con piena soddisfazione della Facoltà'. Con parole del tutto simili si esprime sempre in una lettera il docente di Filosofia delle Religioni: 'Il Corso si è rivelato di notevole suggestione ed ha riscosso un grande successo presso i partecipanti, suscitando intense e coinvolgenti discussioni, richieste di approfondimento e qualificati interventi'. Un'altra importante collaborazione del CSB è quella con il Ministero della Salute, per il quale il Centro Studi ha già tenuto diversi seminari ECM sul tema Psicologia per l'assistenza ai malati terminali e ai loro familiari. L'ultimo evento di questa serie si è svolto lo scorso 13 dicembre a Milano ed ha avuto particolare rilevanza, in quanto ha ottenuto il patrocinio dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia e si è tenuto presso la loro sede. Oltre a numerosi psicologi, hanno preso parte all'evento psico-oncologi, tanatologi, fisioterapisti, infermieri, insegnanti e persone che hanno comunque sentito l'esigenza di acquisire una preparazione in tale ambito, per loro e per il contesto sociale e professionale in cui operano. Ecco cosa scrive in proposito Barbara Volpi, giornalista che ha partecipato al seminario: C'e un'enorme differenza tra dogmatismo e Conoscenza, come esiste un abisso tra il sermoneggiare e il Comunicare. La prima sensazione avuta nell'ascoltare il Prof. Marco Ferrini (premetto che era la prima volta che l'incontravo) è stata quella di trovarmi davanti a qualcuno la cui Conoscenza viene molto da lontano e la cui capacità di Comunicare non si esplica in mere parole, quanto nella capacità di toccare profondamente l'Anima di chi gli sta di fronte. Le tematiche trattate (la malattia terminale, il trapasso) sono di per sé delicate e presuppongono apertura di cuore e libertà di pensiero, poiché riguardano tabù ancora culturalmente radicati nella nostra civiltà. Essendo da più di quindici anni insegnante di Yoga ed essendomi imbattuta personalmente in alcune delle esperienze sopra citate, molte delle argomentazioni prese in considerazione non erano per me nuove ma, devo ammettere, mai in vita mia le avevo sentite esposte in modo così completo, sentito, esaustivo. Mi ha stupito la perfetta armonizzazione tra visione Occidentale e Orientale, integrazione che mai avevo trovato nel mio breve viaggio di ricerca. Ringrazio ancora il Prof. Ferrini per aver risvegliato in me la voglia di rimettermi in cammino in un momento in cui non riuscivo più a trovare l'attitudine giusta. Personalmente non credo alla definitività delle risposte ma la definitività della ricerca è, come il moto, il sapore della vita. Così, gli insegnamenti di Shrila Prabhupada e la visione di Shri Caitanya approdano con successo in alcuni degli odierni 'templi del sapere' e soprattutto fanno breccia nel cuore di molte persone, sinceramente alla ricerca dell'antica sapienza, le quali trasformano le loro vite e nei casi più fortunati, già numerosi, fanno propri i valori della tradizione vedico-vaishnava. 'Oggi - dice Matsyavatara Prabhu - c'è la possibilità di operare una sintesi tra saggezza ed esperienza orientali ed occidentali. Pubblicazioni scientifico-accademiche e Facoltà universitarie sono ormai i naturali interlocutori di chi ricerca la conoscenza. Storia, filosofia, psicologia, scienza, sociologia, arte e religione sono fondamentali per la diffusione della cultura, in quanto contribuiscono a fornire nozioni basilari e dati concreti per esaminare e comprendere i fenomeni della vita. Una solida base culturale è importante e necessaria, non solo per le persone in generale, ma anche e soprattutto per chi intraprende una via di ricerca spirituale, in particolar modo se vive in Occidente e desidera operare all'interno della società. Sebbene le funzioni logico-razionali abbiano i loro limiti, possiamo trarne il massimo vantaggio per comprendere più a fondo ciò che facciamo e perché, e strutturare così una base solida su cui la sfera emotiva può trovare fondamento e supporto e cui la persona può fare appello per superare i momenti di crisi'.

Bhaktiseva ai Vaishnava.
Il CSB nasce dall'esigenza di sviluppare una relazione costruttiva tra l'esperienza Gaudiya Vaishnava e la società nella quale viviamo, desiderando ricucire lo strappo creatosi tra le spiegazioni scientifiche e quelle teologiche sulla vita e sull'universo. 'Questo progetto accademico vuole prima di tutto essere un servizio ai Vaishnava - spiega Matsyavatara Prabhu. E' particolarmente importante guidare e sostenere i giovani devoti con empatia in tutti gli eventi cruciali che la loro conversione comporta e durante i loro sforzi nella sadhana e per l'integrazione sociale. Ciò significa offrire loro, per un periodo di tempo sufficientemente lungo, l'orientamento globale che il trasferimento da una cultura all'altra richiede, finché hanno completato una rinascita culturale su nuove basi spirituali'.

Le persone del Progetto.
Alcuni di noi sono spiritualmente nati e cresciuti con il CSB. Specialmente quelli fra noi che hanno incontrato Shrila Gurudeva Matsyavatara Prabhu come giovani studenti, avrebbero potuto avvicinare il Vaishnavismo solo grazie alla prospettiva culturale con la quale egli ce lo ha presentato. Per la nostra impostazione, infatti, ci sarebbe risultato alquanto difficile accettare i valori e i princìpi della scienza della bhakti vaishnava in un modo diverso. La spiegazione di verità fisiche, metafisiche e spirituali attraverso un linguaggio scientifico, ha soddisfatto il nostro taglio intellettuale ed è arrivata fino al cuore. E' in particolare per persone come eravamo noi, altrimenti senza speranza, che il CSB è stato fondato, persone per le quali risulta necessaria una serie di preliminari socio-culturali, grazie ai quali possano essere gradualmente preparate ed educate alla comprensione prima e all'accettazione poi di certe realtà. Tali preliminari debbono necessariamente affondare le loro radici nel contesto in cui si parla e nel background dei nostri interlocutori, i quali per non perdersi o per non rifiutare a priori quello che desideriamo offrire loro, necessitano canali, linguaggi e modalità che si confacciano alla loro realtà. I devoti del CSB provengono da esperienze diverse, sia accademiche che professionali. La maggior parte di loro, sostenendosi con i frutti della propria professione, contribuisce alle attività del Centro Studi in uno spirito di volontariato, presupposto indispensabile per lo sviluppo della bhakti. Collaborando sulla base di 'love and trust', mettono a disposizione del progetto competenze peculiari e risorse, contribuendo alla diffusione della Coscienza di Krishna nella società, anche attraverso il loro personale esempio di vita.

Seminari.
I seminari del CSB sono eventi stimolanti sia culturalmente che spiritualmente. Oltre a quelli residenziali, molto frequenti e della durata massima di due giorni, quattro volte all'anno il Centro Studi Bhaktivedanta offre seminari di più ampio respiro: un'intensa settimana di sat-sanga a beneficio dei vaishnava e di tutti quei ricercatori spirituali interessati alla cultura dell'India antica. I partecipanti hanno la possibilità di apprezzare gli aspetti principali della sadhana-bhakti: mangala-arati, meditazione sui sacri mantra (Harinama-japa), lezioni sugli shastra, prasadam, teatro, musica, canti, ed altre espressioni della spiritualità vaishnava. Questi seminari, generalmente frequentati da un centinaio di persone, includono passeggiate e lezioni all'aperto in ambienti suggestivi e stimolanti per la ricerca spirituale, in montagna, al mare o comunque in luoghi caratterizzati da bellezze naturali. Per molti l'opportunità più ambita è quella degli incontri personali con Matsyavatara Prabhu, per esprimere, analizzare e risolvere problematiche anche contingenti ma inquadrate nella prospettiva spirituale. Le persone si sentono a loro agio; sentono che ci si prende cura di loro, e in un'atmosfera sattvica e gioiosa aprono cuore e mente, trasformando blocchi ed ansietà in luce, ispirazione e speranza. I devoti colgono l'occasione per rafforzare la sadhana e rinnovare le proprie motivazioni. Nell'arco di una sola settimana accade spesso che alcuni tra i nuovi partecipanti facciano loro principi, valori e pratiche della Coscienza di Krishna, e il commiato è per tutti sempre emozionalmente difficile.

Il Progetto nel Progetto.
Nell'anno 2000 il CSB ha fondato il Dipartimento Accademico delle Scienze Tradizionali dell'India, per consentire un approfondimento organico della cultura antico-indiana attraverso tre principali indirizzi di studio: Psicologia (con possibilità di un approfondimento in Ayurveda); Filosofia e Letteratura; Archeologia, Storia e Storia dell'Arte. Nella formulazione personalizzata del Piano di Studi, ogni Corsista può scegliere tra 57 materie attivate dal Dipartimento Accademico, che consentono di esplorare l'immenso campo di conoscenza offerto dalla civiltà dei Veda: un sapere pratico a vantaggio della crescita individuale e della vita sociale. Le materie riguardano temi di: psicologia, filosofia, etica, sociologia, religione, arte, storia, archeologia, e si basano sul pensiero delle scuole tradizionali indovediche, trattato con linguaggi, esempi e contesti della nostra attualità. Il Dipartimento Accademico opera in tutta Italia e i Corsisti provengono da differenti realtà sociali e professionali; i Corsi infatti sono utili per chiunque in quanto i loro contenuti permettono di:
- ampliare ed integrare la propria cultura;
- conseguire un titolo universitario in tempi brevi;
- apprendere in buona compagnia;
- recuperare e sviluppare le proprie risorse;
- ottimizzare il proprio riconoscimento sociale e professionale;
- migliorare la capacità di comunicare e di conseguenza le relazioni;
- accedere a livelli superiori di consapevolezza;
- innalzare la qualità della vita.
Questo sapere viene riconosciuto e valorizzato fino al più alto livello con qualifiche effettive: con i Corsi Base, Avanzato e Master, si riceve un Attestato dal Dipartimento Accademico del CSB, che certifica le competenze acquisite; i Corsi di Bachelor, Master e Doctorate si concludono con un Attestato rilasciato da College e Università non traditional statunitensi, con cui il Centro Studi Bhaktivedanta collabora. Bachelor, Master e Doctorate certificano il raggiungimento di traguardi di studio in una specifica area culturale. Si tratta di titoli accademici di diritto statunitense e i loro effetti sono da questo definiti; non sono equipollenti a titoli di studio di diritto italiano, ma consentono, a chi li consegue, di riconoscersi e di essere riconosciuto esperto in un preciso ambito del sapere (ad es. Ph.D., Dr. in Ayurvedic Psychology). Tali titoli confermano di fronte a tutti il possesso di una cultura che conferisce alto valore d'immagine, e di cui ogni datore di lavoro privato è impensabile non tenga conto, quindi anche praticamente utile. I Corsi, comodi e flessibili, sono pensati soprattutto per chi è professionalmente e socialmente impegnato; prevedono infatti uno studio autonomo, da casa propria, seppur assistito dai Docenti del Dipartimento Accademico. La partecipazione ai Seminari è facoltativa. Il numero delle materie varia secondo il livello di Corso: due nel Corso Base, pensato per chi desidera avvicinarsi allo studio della cultura antico-indiana; tre più un seminario nel Corso Avanzato, per acquisirne i fondamenti; sei più un seminario nel Corso Master, che consente un primo approfondimento di un'area specifica, con indirizzi in Psicologia dello Yoga; Psicologia dell'Ayurveda; Filosofia e Scienza; Letteratura; Lingue Tradizionali; Archeologia e Architettura ecologica (Vastu); Arte e Storia. Il Bachelor, primo dei tre livelli che consentono il conseguimento di un titolo universitario, prevede nove materie e due seminari. Il Master, corso di perfezionamento, prevede dodici materie e tre seminari. Il Doctorate infine consente di completare la conoscenza nell'ambito di studio prescelto e di ottenere il massimo riconoscimento accademico: l'Attestato di Doctorate e il titolo di Dr., Ph.D.; prevede quindici materie e quattro seminari. Si può partire da qualsiasi livello di Corso e le iscrizioni sono aperte tutto l'anno. Il materiale didattico fornito dal CSB, è principalmente costituito da Libri di testo e Audiocassette, caratterizzati da un linguaggio scorrevole e contenuti essenziali, che permettono di accedere con facilità e soddisfazione al cuore di ogni materia. I Testi, per la maggior parte frutto della lunga esperienza di Matsyavatara Prabhu, contestualizzano lo studio delle opere originali in una prospettiva culturale ampia, con riferimento al sapere d'Occidente. Le Audiocassette, supporto fondamentale per un apprendimento rapido ed integrato, sono registrazioni digitali di lezioni tenute da Matsyavatara Prabhu presso varie Università ed Istituti culturali, e dai vaishnava Docenti del Dipartimento Accademico. L'ascolto, da sempre mezzo tradizionale per l'acquisizione della conoscenza, consente di interiorizzare meglio i contenuti dei Libri di testo, oltre ad offrire ulteriori spunti di riflessione e di approfondimento. Altro strumento piacevole ed efficace è l'e-forum, un'area internet riservata ai Corsisti, cui si accede con una password e dove, oltre a poter visionare e scaricare materiale didattico integrativo, si possono porre domande relative alle materie di studio e ricevere risposte entro 48 ore. Si crea una vera e propria rete, per cui lo studio avviene davvero in compagnia, perché ci si trova a condividere, sia con i Docenti che con altri Corsisti, riflessioni, commenti e soluzioni ad eventuali incomprensioni sorte durante lo studio. Entrando nell'Aula magna virtuale si possono leggere non solo le domande e le risposte personali ma anche quelle di tutti gli altri Corsisti, cosa che costituisce un significativo arricchimento culturale. Numero e tipologia degli esami, previsti ogni 3 mesi, variano a discrezione del Corsista, secondo le sue disponibilità di tempo e d'impegno. Le Sessioni d'esame sono occasione di incontro e di scambio tra i Corsisti, provenienti da ogni parte d'Italia, e i Docenti, la cui funzione non è quella di cogliere in fallo, bensì di orientare ed aiutare il corsista ad esprimere ed applicare al miglior livello la conoscenza acquisita. Tramite un test scritto e un colloquio orale si ha infatti la possibilità di verificare, ma soprattutto di valorizzare, ciò che si è studiato. I Corsisti scrivono o chiamano giornalmente in sede esprimendo soddisfazione e grande apprezzamento per gli strumenti didattici, la buona compagnia e per i risultati concreti che sperimentano in prima persona. Si dicono grati per il fatto che lo studio intrapreso li guida su un percorso di conoscenza che li aiuta a guardare alla vita da prospettive più alte e più ampie. Parlando del Centro Studi Bhaktivedanta, Matsyavatara Prabhu afferma: 'Se in questa vita posso essere in qualche modo utile nello sviluppo di questo progetto per offrirlo a Shrila Prabhupada e a tutti i Vaishnava, sarò soddisfatto'. Rivelando la natura spirituale del progetto e ciò che considera come l'essenza del proprio impegno personale, continua: 'desidero prendermi cura spirituale dei devoti che Shrila Prabhupada e Shri Krishna mi hanno inviato e mi invieranno in futuro. Desidero farlo con un approccio olistico, aiutando discepoli e studenti, attraverso la misericordia divina, ad integrare la loro personalità e a fare del servizio devozionale il fulcro della loro vita, affinché possano gradualmente accedere al livello più elevato della bhakti'.