26 febbraio 2009

'Nevrosi e Tendenze Latenti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Esiste un'intera sezione della psicologia deputata all'interpretazione del cosiddetto “linguaggio non verbale” secondo cui centrale per la comunicazione di un certo messaggio, al di là del contenuto espresso con le parole, diviene l'analisi dei tratti gestuali o morfologici che accompagnano tale messaggio. E' perciò importante nel rapportarsi agli altri e nel comprenderli, imparare a riconoscere i sentimenti dipinti sul viso, l’intonazione della voce, i movimenti delle mani, l’incedere, lo sguardo, l’inclinazione della bocca; anche ogni minimo dettaglio, se osservato con attenzione, è un segno che comunica, è un messaggio che descrive quella personalità e che possiamo leggere come un libro aperto. Il primo passo per l'osservazione di queste sottili forme comunicative risiede nell'implementazione di una buona attitudine all'ascolto e all'apprendimento grazie a chi è più saggio e più esperto di noi nello studio dell'essere umano. Degli insegnamenti appresi dovremmo ricercare riscontri in noi stessi e nelle persone che ci circondano, non perché se ne mette in dubbio l'autenticità, bensì per arricchirsi esperendone personalmente l'effettiva aderenza al reale. La capacità di entrare nelle dinamiche psicologiche proprie e altrui, di analizzarle e comprenderle alla luce di una conoscenza profonda dell'essere, è fondamentale e preziosa per superare i propri ed altrui condizionamenti, ma a tal fine occorrono grande maturità, competenza ed esperienza. Talvolta, infatti, in questo percorso dentro l’uomo, nel suo universo interiore, è possibile anche urtare contro una nevrosi o psicosi latente e ciò è molto pericoloso in quanto essa può risvegliarsi in tutta la sua potenza distruttiva ed auto-distruttiva. Quando una persona prova disagio, risentimento o malevolenza verso qualcuno e ciò oggettivamente appare inspiegabile, non pensiate che sia effettivamente tale: il karma è tutt'altro che incomprensibile, non è magari spiegabile con le nostre attuali conoscenze, ma esistono comunque ragioni profonde e remote per cui accadono le cose. Semi karmici nell'inconscio possono rimanere intatti anche per millenni, per secoli, che dire per decenni. Il karma è coperto dal tempo ma non è consumato da esso, poiché il tempo non ha influenza alcuna su ciò che non ha massa. A volte può sembrare di ricevere una reazione negativa esagerata rispetto al danno che abbiamo provocato; secondo le leggi della fisica, statica e dinamica, se si dà un pugno contro il muro dovrebbe esserci una reazione uguale ed in direzione opposta, ma spesso accade che la reazione sia 10, 20, 100 volte tanto ed è dunque palese che in questo caso si ha da fronteggiare un problema sedimentato nel tempo, anche se invisibile a prima vista. I testi della Psicologia indovedica insegnano che noi possiamo e dobbiamo trasformare il nostro karma! Dobbiamo trasformare le nostre energie, non rimuoverle né annullarle; non dobbiamo sopprimere i disagi come inducono a fare gli psicofarmaci o tutti quei comportamenti che nascondono ma non risolvono. Occorre operare una riconversione e sublimazione dei contenuti mentali ed emotivi, viceversa si creeranno e rimarranno nell'inconscio come delle mine sepolte, le quali prima o poi esploderanno nel corso dell'esistenza, o sotto forma di somatizzazioni o di patologie psichiche con ricorsi di grande sofferenza e spesso anche di depressione, anche apparentemente senza una specifica causa ma noi sappiamo che in realtà la causa c'è ed è inconscia. Non preoccupiamoci soltanto dei grossi fatti karmici della nostra vita; è infatti fuorviante pensare che, per non incorrere più in reazioni karmiche, sia sufficiente eliminare unicamente quegli aspetti più negativi del nostro comportamento e della nostra personalità, solo i più grossolani e visibili. In realtà, anche un piccolo seme può produrre nel tempo un grande albero, dunque anche le cose piccole, anche i minimi errori vanno notati e corretti, sanando l’impostazione mentale che ne è all’origine e che altrimenti tende a mettere radici profonde trascinando progressivamente il soggetto in dinamiche auto-distruttive. Se i comportamentisti studiassero i meccanismi inconsci relativi alle reazioni karmiche accumulate anche nelle vite precedenti, e non limitassero la loro analisi alle reazioni meccaniche stimolo-risposta che si possono osservare nel comportamento esplicito di un soggetto, i loro studi sarebbero di ancor più grande utilità. In psicologia si dovrebbe lavorare per far emergere gli oggetti psichici “nascosti”, celati nell’inconscio, così come in archeologia si scava per dissotterrare reperti che permettono di scoprire anche fatti eclatanti. Così come esistono psicosi o nevrosi latenti, esistono anche tendenze caratteriali latenti che possono emergere e diventare effettive nel momento in cui si creano le circostanze ad esse favorevoli. Ad esempio, se vi è una tendenza all’omosessualità, è sufficiente anche un piccolo breve episodio di avvicinamento e di contatto per far scatenare questa propensione che può diventare potente non soltanto come un’onda ma come una tzunami che travolge. Similmente, se in un soggetto è presente una tendenza al ladrocinio, avendo egli in passato già rubato, anche fosse mille vite fa, può essere sufficiente anche un ingenuo piccolo furto per rimettere nuovamente in moto quella tendenza, per riaccendere quell’antica abitudine e tornare ad essere da questa schiavizzati. Le tendenze latenti possono velocemente riaccendersi e facilmente diventare esplicite, non importa quanto antiche esse siano; sono come fuoco che brucia sotto la cenere: finché non è completamente estinto continua ad essere pericoloso. Come spiega la letteratura indovedica, ogni azione implica una coazione a ripetere ed è gravida di conseguenze. Questo è in sintesi il significato del concetto di karma che spesso purtroppo viene spiegato superficialmente, ma che rappresenta un meccanismo complesso costituito di dinamiche molto potenti e decisive per la nostra vita, anche se invisibili ai più. Considerando ciò, è fondamentale che ognuno di noi stia sempre molto attento a come desidera, a come pensa e soprattutto a come agisce (conseguenza naturale dei desideri e pensieri che coltiviamo), perché anche i più piccoli atti adharma, che infrangono l’ordine cosmo-etico che vige nell’universo, possono andare ad urtare delle mine nascoste nell’inconscio, disastrose proprio perché non ne abbiamo coscienza e perché hanno cariche esplosive potenti, per disinnescare le quali occorrono grandi sforzi e molta competenza. Come ci sono territori che sono stati teatro di guerre e che sono disseminati di mine antiuomo che ogni tanto esplodono provocando danni e feriti, così ci sono mine di altra natura nella mente ma non meno letali. Le nevrosi latenti sono tali perché sono coperte da altre tendenze e da altro karma, ma quando vengono urtate, come quando si urta una mina, è come se esplodesse d’un colpo tutto il karma, come se accendessimo all'interno di un magazzino (quello dell’inconscio) una bottiglietta di alcool che fa incendiare a catena tutto ciò che vi si trova dentro. Nevrosi latenti possono essere risvegliate anche partecipando a sedute spiritiche o simili; è dunque consigliabile evitare quanto più possibile esperimenti di ricerca nel campo dell’occulto fatti soltanto per morbosa curiosità e potenzialmente gravidi di conseguenze negative se non saputi gestire adeguatamente. In generale è assolutamente da evitare il “fai-da-te” quando vogliamo fare esperienze che implicano un viaggio introspettivo, un percorso all’interno delle profondità della psiche. Per questo motivo, ad esempio, la Visualizzazione meditativa psicodinamica, così come elaborata secondo la Psicologia indovedica, e che costituisce una tecnica molto importante e proficua per la purificazione dell’inconscio, per avere buon esito deve necessariamente essere guidata e condotta da chi ha sensibilità, competenza, esperienza, visione, da chi ha delle dinamiche psicologiche una conoscenza matura, consistente e compiuta. Per evitare il riaccendersi di nevrosi o addirittura di psicosi latenti, è fondamentale selezionare bene le compagnie con le quali condividiamo le nostre esperienze di vita, poiché le compagnie che si frequentano esercitano grande influenza su di noi. La mente è come una potente ricetrasmittente che continuamente riceve e trasmette segmenti di informazioni, energie, impulsi, umori, ed è doveroso da parte nostra scegliere la qualità delle energie con le quali vogliamo entrare in contatto. Occorre ad esempio prendere le distanze da persone degradate, false, bugiarde, ingannevoli, perché solo prendendo le distanze possiamo non farci condizionare; solo sottraendoci alla loro influenza contaminante possiamo anche sperare di offrire a queste persone un aiuto, nel caso si rendessero disponibili a riceverlo. La compassione, o la cosiddetta carità cristiana, è una qualità nobile da coltivare e tra l’altro essa è una protezione di per sé, infatti ciò di cui abbiamo compassione non ci attrae morbosamente. Uno psicoterapeuta non può aiutare e curare le persone se non ha sviluppato sentimenti di compassione; se vuole cercare di entrare in profondità nell’animo umano e stimolare trasformazioni migliorative nel carattere e nella personalità del paziente, affinché la sua opera sia davvero efficace, dovrebbe servirsi di strumenti essenziali quali l’esercizio delle qualità spirituali (la Caitanya Caritamrita ne descrive 26 fondamentali) che hanno come base yama e niyama, ovvero l’astensione da tutto ciò che contamina la mente, anche fossero soltanto gesti occasionali o la coltivazione di inclinazioni nocive, e simultaneamente la pratica di quelle azioni che servono ad elevare la coscienza, quali la meditazione e le opere dedicate al Divino, per il beneficio di tutti. Lo Yoga della Bhakti comprende in egual misura meditazione, azione, adorazione e contemplazione. Nella contemplazione e nell’azione tutta la nostra affettività dovrebbe essere diretta verso scopi e valori elevati, fino alla devozione e al servizio a Dio. Gli Acarya, i grandi Maestri della Tradizione, ci insegnano a far ciò con il loro stesso modello di vita; essi sono come gocce di amore racchiuse in corpi umani. Dovremmo imparare a guardare il mondo con i loro occhi e seguirne l'esempio, vedendo le persone che ci circondano nella loro essenza di anime spirituali, tutti individui potenzialmente sani, luminosi, solo temporaneamente offuscati dai condizionamenti della natura, ma è allo loro essenza spirituale che noi dobbiamo rivolgerci, è su di essa che dobbiamo basare le nostre relazioni e la nostra vita. Secondo il Bhaktirasamrita Sindhu ed altre opere della Bhakti, la meditazione è una pratica di grande efficacia, che può progressivamente sradicare qualsiasi seme karmico se compiuta nella maniera adeguata, con grande assorbimento di coscienza ed investimento di affettività, senza incorrere parallelamente e magari coscientemente in attività adharma, contrarie all’ordine cosmo-etico. L’umiltà e la gratitudine nei confronti dei Maestri e degli insegnamenti spirituali che ci orientano verso la reintegrazione della personalità e verso l’illuminazione divina, ci proteggono dal rischio di commettere pervicacemente errori ed offese, aiutandoci a mettere a frutto la grandezza della conoscenza e del tesoro di saggezza che abbiamo ricevuto dalle persone sante, la cui vita è completamente dedicata a Dio, al Bene di tutti gli esseri. Le opere della Tradizione indovedica ci ricordano che la forma umana di vita è una posizione molto rara e privilegiata. Per descrivere tale rarità i testi Buddhisti e i Purana utilizzano la metafora della testuggine cieca che vive per anni nei fondali marini e che risalendo alla superficie dell’oceano infila eccezionalmente la testa nel foro di una tavoletta di legno che galleggia sui flutti. Chi vive in un corpo umano deve sentire che ha avuto quella rara possibilità tra miliardi e migliaia di esseri viventi. Soltanto la forma umana, infatti, permette di interrogarsi sulla natura del sé, sullo scopo e senso della vita, e consente di esercitare appieno la facoltà del discernimento tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, tra la conoscenza e l’oblio. E' sufficiente un piccolo errore per innescare una lunga serie di altri errori; ogni deviazione dal retto sentiero all’inizio sembra piccola ed irrilevante, ma progressivamente porta sempre più distanti fino anche a perdere completamente l’orientamento e a smarrire la meta. Dunque la forma umana non è affatto assicurata, poiché un comportamento sbagliato, che nasce sempre da una sbagliata attitudine, può farci regredire anche di migliaia di gradini nella scala evolutiva. Come una manciata di paglia può incendiare una foresta intera con alberi secolari ed un seme può generare un albero gigantesco, allo stesso modo anche un apparentemente insignificante errore – se non corretto in tempo- può produrre conseguenze gravissime. Il principio che muove ciò è scientifico e lo si può riscontrare anche nelle leggi della natura fisica oltre che in quelle della psiche. Occorre dunque sempre ben valutare le conseguenze di quel che pensiamo, desideriamo e soprattutto di come agiamo. La nostra forza deve essere la consapevolezza che, per Grazia divina, le tendenze che abbiamo e il karma si possono modificare attraverso una scienza superiore come quella della Bhakti, che rende possibile una speciale alchimia in cui tutte le energie dell’essere vengono riconvertite su di un piano superiore, verso uno scopo elevato che culmina nella devozione e nell’amore verso Creatore, creato e creature; in questo modo anche le pulsioni più egoiche vengono sublimate e trascese. E’ questo supremo amore lo strumento per la nostra elevazione e al tempo stesso, nella sua perfetta integrità e purezza, è lo scopo più alto da raggiungere nella vita.

24 febbraio 2009

'Il primo incontro con il mio guru, Shrila Prabhupada' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Nell’estate del 1976 mi trovavo in India, nella zona dell’Himalaya. Ero seriamente interessato alla Scuola filosofica e psicologica del saggio Patanjali (rajayoga-sutra) e vivevo in un ashrama, dove studiavo dall’alba al tramonto. Là nessuno sapeva chi io fossi: avevo 31 anni, ero celibe e godevo di ottima salute. In Europa stavo vivendo un periodo di grande successo, in Italia venivo considerato come uno fra i maggiori designers internazionali nel campo dell’architettura d’interni. Tuttavia denaro, fama, vita di società e compagnie altolocate non mi procuravano più nessuna gioia, anzi, mi rattristavo nel sentirmi sempre più solo in mezzo ad una folla di “amici” anonimi. Percepivo di stare inutilmente consumando il mio tempo migliore poiché mi muovevo in direzione diametralmente opposta alle mie vere aspirazioni. Così, nel ‘74, con grande sorpresa di tutti, iniziai a dare una svolta alla mia vita: con grande cautela selezionai le amicizie, cancellai gran parte degli impegni mondani e indirizzai i miei interessi sempre più verso l’introspezione. Mi si era ingenerata, infatti, una specie di nausea per tutta la letteratura mondana, anche per quella degli autori più famosi, psicologi inclusi. Pur avendo partecipato ai movimenti studenteschi del ‘68, avevo perso ogni interesse per le loro istanze, ormai tradite, volgarizzate e banalmente politicizzate. La violenza verbale e politica, la droga e il sesso, avevano fagocitato quei deboli valori di libertà e di giustizia iniziali, facendoli degenerare in maniera definitiva e per me inaccettabile. Con questo stato d’animo, stavo perdendo interesse verso l’Occidente edonista-materialista e, grazie ad alcune nuove letture, stavo gradualmente guardando ad Oriente. Anche la rotta dei miei viaggi era cambiata e, anziché recarmi a Parigi e a New York, come prima facevo spesso, cominciai a visitare la Cina e l’India, finché finii per individuare il baricentro della mia ricerca: i miei interessi si concentravano sempre più attorno alla spiritualità. L’immenso corpus della letteratura vedica mi aveva attratto e, tra i vari testi che avevo potuto trovare e leggere, il testo sugli Yoga Sutra di Patanjali era stato quello che, per i suoi contenuti psicologici, più di ogni altro mi aveva stimolato, riaccendendo in me vivo interesse per quella scienza. Nel ‘76 mi recai in India per la terza volta, deciso a trovare una risposta soddisfacente alle mie domande esistenziali. Nel viaggio precedente avevo visitato molti ashrama e incontrato diversi yogi e guru, ma nessuno di loro mi aveva ispirato né era risultato convincente fino al punto da me desiderato. Allora cominciai a pensare di non essere ancora pronto, di non avere la “giusta visione” e che avrei dovuto purificarmi con lo studio e con una vita ascetica. Ero convinto che, così facendo, Dio mi avrebbe rivelato in maniera chiara il sentiero da percorrere. Così decisi di andare in un ashrama anonimo, per prepararmi a questa ricerca spirituale. A fine Agosto ‘76, in questo ashrama feci amicizia con un asceta errante, un brahmachari della mia età, dall’aria intelligente e onesta. Assieme seguivamo le lezioni, studiavamo e parlavamo delle nostre aspirazioni. Un giorno, presto al mattino, questi mi disse con aria grave: “Se vuoi essere felice devi dedicare la tua vita a Krishna e per fare questo devi incontrare personalmente un puro devoto del Signore. Devi incontrare Shrila Prabhupada, lui ti può presentare a Krishna. Lascia questo posto, vai a Vrindavan e parla con Prabhupada”. Io non avevo mai sentito parlare né di questo posto né di quello svami, e anche la figura di Krishna, per quel che avevo letto qualche tempo prima nella Bhagavad-Gita, non mi aveva particolarmente ispirato. Fui colpito dal modo di fare del mio compagno di studi e gli chiesi molte spiegazioni. Per tutta risposta lui mi spiegò di essere un Vaishnava (un devoto, dedicato a Dio) e di essere venuto lì per predicare. Cominciammo a parlare di Krishna e di Prabhupada e una delle prime cose che mi disse fu che la Bhagavad-Gita da me letta non aveva un commentario adeguato, che Krishna può essere rivelato solo da un Suo puro devoto e che, proprio per questo, io avrei dovuto andare subito ad incontrarlo a Vrindavan. Smettemmo di seguire le lezioni di Vedanta nell’ashrama e prendemmo ad incontrarci sulle rive del Gange. Cantavamo il Maha-Mantra Hare Krishna ed io ascoltavo da lui le narrazioni di Prabhupada e di Krishna. Il 27 agosto, dopo esserci salutati affettuosamente e scambiati dei regali, partii per Vrindavan alla ricerca di Prabhupada. Non sapevo dove fosse esattamente Vrindavan, né quanto fosse distante da dove mi trovavo. Sapevo solo di dover conoscere Prabhupada perché lui mi avrebbe presentato a Krishna. Così, pensando intensamente a Prabhupada, cominciò il mio viaggio da quell’ashrama a Hrishikesh fino ad Haridwara; da qui presi il treno per Delhi e poi un altro per Mathura, da dove proseguii in tanga (carro trainato da un cavallo) fino a Vrindavan. Arrivai a Vrindavan nelle prime ore del pomeriggio e, sotto un sole implacabile, cominciai subito la ricerca di Shrila Prabhupada. Sapevo solo che lui doveva essere a Vrindavan, in un tempio di Krishna, così chiesi candidamente al conducente di portarmi al tempio di Krishna. Costui ovviamente mi portò in un gran numero di templi dove io entravo e chiedevo di Prabhupada, però dalla prima impressione che ricevevo, ancora prima delle risposte, mi rendevo conto che non si trattava del posto giusto. Dopo ore passate entrando ed uscendo da vari templi l’uomo del tanga perse la proverbiale pazienza indiana, forse temendo di essere preso in giro e di non venir pagato così, dopo alcune minacce, scaricò i miei bagagli a terra nel mezzo della strada...Mi trovavo a Vrindavan: ora sapevo che esistevano migliaia di templi dedicati a Krishna e più di una persona che diceva di chiamarsi Prabhupada (titolo onorifico che significa: colui che si è affidato al Signore), ma non sapevo ancora in quale tempio si trovasse il “mio” Prabhupada. Ero in viaggio da tanto tempo, con un compagno ammalato, ero stanco, affamato, seduto sulle valige nel mezzo di una strada polverosa, con i passanti che si fermavano a guardarci incuriositi e muti; la mia non conoscenza della lingua locale (Hindi) non aiutava certo a rendere più allegra la situazione. Poiché mi trovavo a ridosso di un alto muro di cinta, dopo un po’ mi decisi a bussare ad un grande cancello di lamiera che subito si spalancò. Si presentò un devoto pulito e raggiante, al quale chiesi la stessa informazione già chiesta tante volte quel pomeriggio: “Cerco Prabhupada...”. Dal cancello aperto si intravedeva un tempio colorato ed un giardino ben curato. Prima ancora che il devoto mi rispondesse, avevo percepito di essere nel posto giusto. Il devoto era un italiano (Dvijavaradas) e mi invitò ad entrare. Mi assicurò che ero arrivato a destinazione ma, viste le mie condizioni, mi preparò una stanza perché mi potessi lavare e riposare; mi disse che una volta pronto avrei potuto mangiare e poi organizzarmi per incontrare Prabhupada. Ero estremamente felice, mi sentivo salvo e stava nascendo la mia fede nella protezione di Prabhupada e di Krishna. Una volta lavato e ristorato, alcuni devoti mi dissero che Prabhupada era partito per Delhi il giorno prima, così decisi di raggiungerlo là. Un responsabile del tempio di Vrindavan, su mia richiesta, scrisse una lettera di presentazione a Shrila Prabhupada da consegnare alle autorità del centro di Delhi. Quando vi giunsi era notte. Intravidi Srila Prabhupada in cima alla scala, i devoti presenti mi assicurarono che il mattino seguente avrei potuto parlarci. Erano le dieci del 30 agosto 1976 quando, per misericordia di Krishna, tutto fu pronto perché incontrassi Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada. Un devoto italo-australiano di nome Sajanashrayadas, cogliendo l’occasione di stare qualche minuto vicino a Prabhupada, si offrì di farmi da interprete nell’imminente incontro. Mi accompagnò nella stanza di Prabhupada, che si trovava al primo piano. Entrammo: l’interno era illuminato dalla luce del sole che entrava da un’ampia finestra e Shrila Prabhupada, attorniato da alcuni discepoli, sedeva sopra un grande cuscino, di fronte ad un piccolo scrittoio di poco rialzato da terra. Il pavimento era coperto da un lenzuolo bianco. Mi avvicinai, chinandomi di fronte a Prabhupada. Negli ashrama che avevo visitato mi era capitato molte volte di assistere a questo gesto rituale di rispetto, ma prima di allora non l’avevo mai fatto. Quella volta offrire gli omaggi mi venne spontaneo e gradito. Prabhupada era grave, ma luminoso; ci guardammo per qualche secondo negli occhi; poi Lui sorrise e mi domandò: “Ci siamo già incontrati?”. Io risposi: “No, non ci siamo mai visti in precedenza, ma negli ultimi giorni io ti ho pensato intensamente”. Prabhupada per tutta risposta mi chiese: “Credi in Dio?”. Gli risposi affermativamente e pensai in quel momento che per la prima volta ne ero veramente convinto. Prabhupada tornò serio e mi disse: “Sfortunatamente la società moderna non sta dalla parte di Dio; per questo non può essere vincente, anzi, è già sconfitta! Il falso progresso che la caratterizza la rende disgustosa; si tratta di una società di ignoranti, traboccante di bisogni artificiosi. La prima conquista di ogni uomo o donna è quella di realizzare che non siamo il caduco corpo materiale, ma anime spirituali immortali. Avere un corpo materiale significa soffrire, ma la maggior parte della gente oggi crede, per ignoranza, che le miserie della vita siano normali o addirittura piacevoli. La forma umana è però estremamente rara da ottenere e noi siamo molto fortunati ad avere questo corpo, perché la specie umana è l’unica, fra innumerevoli altre, che può permettere di ristabilire la relazione eterna che ci lega a Dio. Noi siamo eterni servitori di Krishna perciò, senza questa coscienza, non possiamo parlare di progresso o di felicità. Possiamo conoscere Krishna anche conducendo una vita semplice, basata sulla coltivazione della terra e sulla protezione della mucca. La coscienza di Krishna è vita semplice e pensiero elevato, in armonia con la natura. Molti, ritenendosi indipendenti dalla natura, cercano di sfruttarla come se ne fossero i padroni assoluti, ma poi finiscono per venire inevitabilmente sopraffatti dalle sue leggi. La tendenza a voler dominare la natura e gli esseri viventi produce una società permanentemente rissosa. Shrila Prabhupada mi invitò ad esprimere ciò che pensavo. Gli risposi che condividevo il Suo punto di vista. Mentre Lui parlava io pensavo che quella era l’occasione della mia vita e che se me la fossi lasciata sfuggire, per me non avrebbe più avuto nessun senso andare in giro per il mondo alla ricerca di Dio. Percepivo che Prabhupada era completamente affidabile e, per la prima volta nella mia vita, sentivo di potermi abbandonare con fiducia a qualcuno. Tutte le preoccupazioni che tanto mi avevano turbato stavano disperdendosi, spazzate via dalle Sue parole. Mi chiese sorridendo: “Allora, qual è il problema?” Gli risposi: “Se potessi vivere sempre insieme a Te, ai devoti, vestire con questi abiti, ci sarebbero pochi problemi. Mi preoccupa il pensiero di tornare a casa, dove ho dei doveri da compiere. Sono fidanzato e presto mi sposerò; ho la direzione progettistica di diverse aziende; ho soci e aziende. Come farò a condurre una vita spirituale con tutti questi impegni sociali?”. Prabhupada mi disse: “Non preoccuparti, diventa un devoto, canta Hare Krishna, leggi la Bhagavad-Gita e Krishna Si rivelerà. Nella Gita puoi trovare la soluzione a tutti i problemi materiali. Per interrompere una volta per tutte il samsara, questo penoso trasmigrare di corpo in corpo, di specie in specie: animale, vegetale, umana, dobbiamo conoscere Krishna. Non perdere tempo. Tu sei dotato di talenti, ma sai da dove provengono? Conosci la loro fonte? A chi appartengono? Sono proprietà di Dio, come tutto ciò che esiste, incluso il frutto del nostro lavoro. Perciò tu hai un solo compito da svolgere: mettere al servizio di Krishna tutti i tuoi talenti, poiché lo scopo della vita è conoscere Krishna e Lui è raggiungibile solo se Lo si serve con amore e devozione. Torna a casa, canta Hare Krishna, parla di Krishna alla gente che incontri, Lui si prenderà cura di te, non temere. Hare Krishna!”

Il giorno dopo l’incontro con Sua Divina Grazia Shrila Prabhupada, lasciai Nuova Delhi per ritornare in Italia. Ero determinato a seguire i Suoi insegnamenti; poi, pensavo, tra un po’ di tempo, sarei tornato a trovarLo per metterLo al corrente di come stesse procedendo la mia vita. Durante il viaggio ero preoccupato dell’impatto che avrei avuto sul mio ambiente e sulla mia famiglia: come avrebbero reagito amici, fidanzata, genitori e soci a questa mia conversione? Le parole di Prabhupada però mi echeggiavano ancora nella mente, infondendomi speranza: “Non ti preoccupare, canta Hare Krishna, studia la Bhagavad-Gita e Krishna Si prenderà cura di te”. Fu in questo stato d’animo che, durante il viaggio di ritorno, cominciai a leggere “La Bhagavad-Gita così com’è”, edita dalla Macmillan Company (la prima edizione integrale, stampata da Shrila Prabhupada in America), che avevo appena acquistato a Delhi, uscendo dall’incontro con Shrila Prabhupada. Avvenne qualcosa di straordinario. La mia conoscenza dell’inglese scritto allora era davvero scarsa e io mi aspettavo di non capire gran che dalla lettura di quel testo tradizionale, ciononostante non appena applicatomi ebbi la netta sensazione di comprenderne il significato! Dopo l’atterraggio a Fiumicino presi il treno per Livorno. Sul treno cominciai a pensare che avrei dovuto preparare un discorso per spiegare ai miei familiari, nel modo più chiaro e delicato possibile, come avevo deciso di organizzare la mia vita, ma Krishna e Prabhupada avevano un altro piano! Un controllore, forse incuriosito dagli strani abiti indiani che ancora indossavo, si avvicinò e cominciò a farmi domande. Io gli parlai di Krishna, di Prabhupada e di tematiche esistenziali per tutto il viaggio. Ero così felice di aver glorificato il Signore Supremo e il Suo puro devoto, che mi resi conto di essere a Livorno solo nell’attimo in cui entravamo in stazione. Non avevo avuto neanche un istante per pensare a come impostare il discorso da rivolgere a chi, di lì a poco, avrei incontrato! In stazione mi aspettavano mio padre e la mia fidanzata, Marisa. Salimmo in auto, diretti alla nostra casa di Perignano di Lari in provincia di Pisa. Alla guida c’era mio padre, io sedevo al suo fianco mentre Marisa occupava il sedile posteriore. Cominciai subito a parlare della coscienza di Krishna, dell’incontro con Shrila Prabhupada e della mia volontà di accettarLo come maestro spirituale. Dopo avermi ascoltato attentamente Marisa mi disse che quelli che avevo esposto erano i valori che lei aveva sempre apprezzato di più nella vita e che era sua ferma intenzione percorrere la via della coscienza di Krishna insieme a me. Mio padre invece ascoltò tutta la mia esposizione senza dire una parola. Nel frattempo giungemmo a casa, dove mia madre aveva preparato un ricco pranzo per festeggiare il mio ritorno. Come purtroppo accade nella maggior parte delle famiglie, anche quella tavola era imbandita con cibi inadatti alla vita spirituale. Chiamai mia madre in disparte e gentilmente le spiegai che ero determinato a cambiare vita perché volevo diventare un devoto del Signore, Shri Krishna. Per lei, che era sempre stata profondamente religiosa, ascoltare il messaggio di Krishna fu come riscoprire qualcosa che aveva solo temporaneamente dimenticato. Con le mani nei capelli, quasi disperata, esclamò: “Cosa abbiamo mai fatto in tutti questi anni? Abbiamo perso tanto tempo, abbiamo sprecato gran parte della nostra vita. Dobbiamo rimetterci sulla retta via e servire il Signore con amore e devozione, come dice Prabhupada”. Voglio seguirti! Mio padre non accettò immediatamente, come avevano fatto Marisa e mia madre; era una persona dal carattere forte, solida, concreta, non poteva pensare di cambiare vita così, dall’oggi al domani. Comunque, dopo qualche settimana di osservazioni, riflessioni e scambi tra di noi, su vari aspetti pratici e filosofici, anche lui intraprese il cammino indicato da Shrila Prabhupada, diventando gradualmente un ottimo devoto, generoso, leale e dinamico. Da allora, per il resto della sua vita, si è dedicato alacremente alla missione di Shrila Prabhupada. Tra i vari servizi, l’ultimo prima della sua dipartita è stato la realizzazione del bel tempio in marmi policromi per l’adorazione di Shri Shri Radha Vrajasundara, a Villa Vrindavana (Firenze). Shrila Prabhupada ancora una volta era stato profetico: la mia famiglia si era trasformata. Ora, per Sua grazia, tutti eravamo devoti e la mia casa era diventata un tempio. Nella primavera del ‘77 Shrila Prabhupada accettò me e mia moglie come discepoli, sposati e iniziati, con i nomi di Matsyavatara dasa e Manupatni devi dasi. L’estate successiva tornai a Vrindavan per stare tre settimane con Sua Divina Grazia e ringraziarLo dell’inestimabile dono che aveva elargito a me e alla mia famiglia.

22 febbraio 2009

'Riflessioni sul complesso d’inferiorità e sulla frustrazione che esso produce' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Shrila Prabhupada diceva: “practice is the mother of perfection”.
Tra tutti gli inganni e le trappole della mente, scambiare l’io per il sé costituisce il più formidabile. La identificazione con l’io attuale, porta alla disistima di sé stessi ed è uno tra i peggiori e tra i più difficili trabocchetti da superare perché è una fossa che scaviamo con le nostre mani e il cui portato si può così riassumere: “è inutile, non ci riesco, (Maya) è più forte di me!”. Le conseguenze sono pesanti, tanto per l’individuo che perde il gusto della vita tanto per la società che ne perde in partecipazione e progresso. Come studioso dei vissuti della coscienza, posso affermare che l’immedesimazione con l’io attuale conduce alla disistima di sé facendo perdere a chi ne soffre il bene più prezioso: la gioia di vivere. Non è proprio nei giorni in cui chi è soggetto a questo terribile scetticismo che dubita di sé stesso e non si sente preparato al raggiungimento dello scopo della sua vita? Non è allora che appare impossibile realizzarsi spiritualmente e ottenere felicità e Amore? Non è forse in questi momenti che sembra difficile perfino continuare a vivere? Dobbiamo seriamente convincerci che l’avere una bassa opinione di noi stessi non è una virtù ma un vizio. L’invidia, la gelosia e il risentimento, per esempio, che sono la rovina di molte relazioni, sono quasi sempre provocate dal dubitare di sé stessi. La persona che ha stima di sé stessa non si sente ostile verso il prossimo, vede i fatti con più chiarezza e non è tanto esigente nel pretendere dagli altri.
Il risentimento crea un’immagine scadente di sé stessi.
Il risentimento, anche se basato su torti e ingiustizie reali, non fa vivere bene e, come una droga, crea dipendenza e diventa presto un’abitudine emotiva. Sentendovi per abitudine vittime di un’ingiustizia, vi immedesimate nel ruolo della vittima; portate in voi un sentimento che cerca un appiglio cui attaccarsi. Di conseguenza è facile vedere la ‘prova’ dell’ingiustizia o immaginare che siete stati oggetti di un torto sia per una innocentissima osservazione o in una circostanza neutrale. Il risentimento abituale porta invariabilmente all’autocompassione che è uno dei sentimenti peggiori che si possano avere. Perché? Coloro che si lasciano prendere da questo sentimento disperdono tutte le loro energie nel trovare giustificazioni, incolpando altri per le loro carenze; così facendo non restano loro ulteriori energie da investire nella ricerca di soluzioni ai propri problemi. Quando queste abitudini sono state fermamente inculcate, una persona non si sente ‘a suo agio’ o ‘naturale’ quando sono assenti, e quindi comincia a cercare con ansia le ‘ingiustizie’. Qualcuno ha detto che questi individui si sentono bene solo quando sono oggetto di torti. Il risentimento e l’auto compassione vanno di pari passo con una immagine inferiore e inefficiente di sé stessi. Vi immaginate come una persona degna di compassione, come una vittima creata per essere infelice.

La vera causa del risentimento.

Ricordatevi che il risentimento non è provocato dalle altre persone, dagli eventi o dalle circostanze, ma dalla vostra stessa risposta emotiva, dalla vostra reazione. Voi solo avete potere su di esso, e potete controllarlo solo se vi convincete fermamente che il risentimento e l’auto compassione non conducono alla felicità e al successo ma alla sconfitta e all’infelicità. Finché vi nutrite di risentimento è letteralmente impossibile immaginarvi come un individuo fiducioso in sé, autonomo, capace di prendere le sue decisioni, come chi è ‘timoniere della propria vita, responsabile del proprio destino’. Questo individuo lascia le sue redini agli altri che gli detteranno come deve sentire e come deve agire. Egli dipende interamente dagli altri, proprio come un mendicante. Se qualcun altro vuole dedicarsi a farvi felice, vi sentirete pieni di rancore nel momento in cui questo non accade più. Se sentite che gli altri vi ‘devono’ eterna gratitudine, un’infinita stima o un continuo riconoscimento del vostro ego inflazionato, vi risentite immediatamente se questi ‘debiti’ non vengono pagati, e se la vita vi deve una determinata esistenza, proverete lo stesso ri-sentimento se la promessa non si avvera. Il risentimento è quindi incompatibile con la lotta creativa verso una meta, perché nella lotta voi siete l’attore, non lo spettatore passivo, siete voi a stabilire le vostre mète. Nessuno vi deve niente, siete voi che perseguite i vostri scopi, siete voi il responsabile del vostro successo e della vostra felicità. Il risentimento non fa parte di questo schema e per questo costituisce un ‘meccanismo per il fallimento’.

Senso di vuoto.
Forse avete pensato a qualcuno che ‘ha avuto successo’ nonostante le delusioni, l’aggressività mal riposta, il risentimento e così via, ma non siatene troppo sicuri. Molte persone acquistano i segni esteriori del successo, ma quando aprono lo scrigno del tesoro tanto a lungo agognato, lo trovano vuoto. E’ come se il denaro che si sono sforzati così strenuamente di possedere diventasse falso nelle loro mani. Essi hanno perso la capacità di gioire lungo la strada, e una volta persa nessuna immensa ricchezza può dare il successo o la felicità. Essi hanno ottenuto il frutto del successo, ma quando lo assaporano è senza gusto. Una persona che. ha ancora viva in sé la capacità di gioire gode delle molte ordinarie e semplici cose della vita, gode anche di qualsiasi successo che abbia raggiunto. L’individuo in cui la capacità di gioire non esiste più non è soddisfatto di niente, perché non vale la pena di raggiungere alcuno scopo, la vita è una noia terribile, niente merita niente. Potete vedere queste persone mentre si trascinano da una vacanza all’altra cercando di convincersi che ne provano gusto. Vanno da un posto all’altro impegnati in un mulinello di attività sperando di trovare una gioia e trovando sempre un guscio vuoto. La verità è che la gioia è compagna di un’azione creativa, di una lotta creativa verso la purezza. E’ possibile ottenere un ‘successo’ fatuo, ma allora lo scotto è una gioia altrettanto fatua.

La vita diventa degna di essere vissuta quando avete degli scopi degni di essere raggiunti.

Il senso di vuoto è un sintomo del fatto che non vivete creativamente. O non avete uno scopo che sia importante per voi, o non fate uso di tutta la vostra capacità e della vostra forza nella lotta per raggiungere uno scopo degno. La persona che non ha una mèta conclude pessimisticamente: « La vita non ha scopo ». La persona che non ha uno scopo per cui valga la pena combattere conclude: « Non vale la pena vivere ». La persona che non ha un servizio importante da fare si lamenta: « Non c’è niente da fare». L’individuo che è attivamente impegnato nel perseguimento della realizzazione spirituale, non arriva mai a filosofie pessimistiche riguardo alla vacuità e futilità della vita.

Il senso di vuoto non è un ‘modo per vincere.

Il meccanismo per il fallimento si perpetua a meno che noi non interveniamo interrompendo il circolo vizioso. Una volta provato, il senso di vuoto può diventare un ‘modo’ di evitare qualsiasi sforzo, e ogni lavoro e responsabilità; diventa una scusa o una giustificazione per una vita non costruttiva. Se tutto è vanità, se non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non si può trovar gioia in niente, perché disturbarsi? Perché tentare? Se la vita è solo lavoro monotono, se lavoriamo otto ore al giorno per avere una casa in cui dormire altre otto ore, in modo da riposarci per essere pronti ad un’al tra giornata di lavoro, perché eccitarsene? Tutte queste ‘ragioni’ intellettuali, tuttavia, svaniscono, e noi proviamo gioia e soddisfazione quando interrompiamo la monotonia, smettiamo di girare sempre in cerchio e scegliamo uno scopo per cui valga la pena lottare e che sia degno di essere raggiunto. Il senso di vuoto si accompagna sempre ad una inadeguata immagine dell’io. Il senso di vuoto può anche essere il sintomo di una inadeguata immagine dell’io. E’ impossibile accettare psicologicamente qualcosa che sentite che non vi appartiene, che non è coerente con il vostro io. La persona che ha un’immagine indegna e immeritevole di se stessa può tenere queste tendenze negative sotto controllo abbastanza a lungo per raggiungere un successo genuino, e poi essere incapace di accettarlo psicologicamente e di gioirne. Egli può anche sentirsi colpevole per questo, proprio come se lo avesse rubato. Un simile individuo può anche essere spronato dalla sua negativa immagine dell’io ad acquisire successo per mezzo del ben noto principio dell’auto-compensazione. Io, tuttavia, non sono del parere che si possa essere orgogliosi del proprio complesso di inferiorità o che si possa esserne grati poiché talvolta esso porta a quelli che sono solo i simboli esteriori del successo. Quando il ‘successo’ finalmente arriva, questa persona avverte un ben leggero senso di soddisfazione e di compimento. Essa è incapace nella sua mente ‘di attribuirsene il merito’. Per il mondo è un uomo di successo, ma egli si sente ancora inferiore come se fosse un ladro che ha rubato i ‘segni esteriori di una condizione sociale’, a cui aveva dato tanta importanza. « Se i miei amici e i miei sapessero che razza di impostore io sono! ‘, egli dirà. Questa reazione è tanto comune che gli psichiatri l’hanno de nominata la ‘sindrome del successo’ e cioè l’uomo che si sente colpevole, insicuro e ansioso quando si accorge di aver ‘avuto successo’. Per questa ragione il termine ‘successo’ è divenuto una cattiva parola. Il vero successo non danneggia nessuno. Lottare per degli scopi che sono importanti per voi non come simboli di una condizione, ma come realizzazione di profondi e intimi desideri, è salutare. Lottare per un vero successo, per il vostro successo, attraverso un perfezionamento creativo, produce una profondissima soddisfazione. Lottare per un successo fittizio per compiacere gli altri, produce una soddisfazione anch’essa fittizia. La frustrazione è un sentimento scolvolgente che nasce quando uno scopo di grande importanza si dimostra irrealizzabile, o allorché un grande desiderio viene ostacolato. Nella vita tutti noi dobbiamo necessariamente sopportare delusioni e umiliazioni proprio perché la nostra natura è umana, quindi imperfetta e incompleta. Crescendo e acquistando maturità dobbiamo imparare che non tutti i desideri possono essere immediatamente soddisfatti e che le nostre azioni non sempre possono rivelarsi buone come le intenzioni. Dobbiamo inoltre imparare ad accettare come dato di fatto che la perfezione non è necessaria e che ci si può accontentare dell’approssimazione per tutti quelli che sono i fini pratici. Impariamo anche a sopportare qualche delusione senza esserne sconvolti. Solo quando dà origine a sentimenti ed emozioni esagerate di insoddisfazione e delusione profonde, una esperienza deludente diviene simbolo di fallimento. Un senso di delusione cronico dimostra di solito che i fini che ci siamo prefissi sono irrealizzabili o che la nostra immagine dell’io non è esatta o, infine, l’una e l’altra cosa. Dunque dovremmo lavorare sulla maggiore cura e definizione dei fini pratici per meglio raggiungere quelli perfezionistici. La perfezione è conseguita non dai perfezionisti, bensì da coloro che praticano con fiducia e determinazione.

20 febbraio 2009

'Sulla Purezza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Numerosi problemi sorgono da contaminazioni del carattere e molte soluzioni stentano a sortire i loro effetti perché è carente la purezza. Se incrementiamo la purezza, i problemi svaniranno. I problemi hanno il loro terreno di coltura nei condizionamenti, e questi ruotano invariabilmente intorno all’ego. Molti di essi non sussisterebbero se trovassero, come in un organismo sano, difese immunitarie vigorose, ma quando la personalità, anziché essere centrata sulla propria essenza spirituale, orbita attorno all’ego, tali difese immunitarie sono carenti e si costituiscono delle problematiche. La loro soluzione consiste nel ricentrarsi attraverso la purezza. Per purezza si intendono quei desideri, quei pensieri, quelle parole e quelle azioni che sono volti a ristabilire la nostra relazione con Dio, Shri Krishna. Purezza è quando siamo consapevoli che quel che desideriamo, che pensiamo, che diciamo, che facciamo vogliamo offrirlo a Krishna e siamo coscienti che Krishna ci ascolta, che Lui è nel nostro cuore e in quello del nostro interlocutore(1). La consapevolezza di essere monitorati passo dopo passo è vivere sulla via della purezza; conseguire questo stato di coscienza è vivere in stato di purezza, la quale non è un bene astratto, ma concreto: vale più dell’oro, dei diamanti, perché produce benessere interiore nel soggetto e negli altri. Ansietà, paura, collera, astio sono esito della conflittualità interiore, la quale si origina per carenza di purezza. Desiderare in maniera pura significa desiderare di far piacere a Guru e Krishna e quando si presenta un desiderio che è opposto al loro piacere, dovremmo essere immediatamente preoccupati. Le parole che usiamo hanno un grande peso e una forte risonanza prima di tutto nel nostro ambiente psicologico, interiore, e di conseguenza sugli altri, poiché siamo tutti in rete anche se non tutti ne sono consapevoli e capaci di connettersi; gli artistici, ad esempio, sono incapaci di entrare in empatia con gli altri poiché imprigionati nella dura crisalide dell'ego, nelle loro difficoltà caratteriali cristallizzate a causa di una personalità eccessivamente ego-riferita, di errori e impurità accumulati attraverso azioni unilateralmente interessate. I quattro principi regolatori che la tradizione vaishnava insegna, sono i principi per riguadagnare la libertà interiore; poiché solo chi è libero interiormente ha davvero capacità di decidere, di scegliere, è indispensabile praticare questa disciplina, la sadhana bhakti, per evitare la contaminazione e tornare al nostro stato naturale e originario di purezza. Evitando di incorrere nelle seguenti quattro categorie di attività empie, la psiche si illumina e si rigenerano visione, gioia, fede e tutte le qualità dell’anima. I quattro princìpi sono:
  • Non mangiare né carne, né pesce, né uova, perché questa astensione ci allontana dalla violenza verso ogni creatura, da un'attitudine aggressiva verso gli altri.
  • Non avere rapporti sessuali illeciti, rapporti che non sono mirati alla procreazione, ma alla mera gratificazione dei sensi e della mente(2). Quando il sesso, originariamente messo a disposizione dalla Natura per la procreazione, diventa un giocattolo, un vizio o una perversione, consuma tempo, risorse e sopratutto ottunde l’intelletto, riducendo la sua capacità di comprensione e visione alla sola esperienza empirica.
  • Abbandonare ogni tipo di intossicante, poiché diventare tossicodipendenti è il colmo della stupidità. Dipendere da ciò che intossica è il massimo della perdita di senso e scopo esistenziale, perché la persona viene trascinata verso la sub-umanità. Ogni stimolante innecessario (sostanze psicoattive: alcol, tabacco, the, droghe di ogni genere) deve essere dunque abbandonato. Allo stesso modo, deve essere abbandonato ogni atteggiamento mentale che risulti nocivo allo sviluppo delle virtù e della conoscenza spirituale. L'intelletto, l’ego, la mente e i sensi devono essere rigorosamente impegnati con determinazione, equilibrio e concentrazione nella sadhana bhakti per lo sviluppo della salute fisica, psichica e spirituale(3).
  • Abbandonare il gioco d’azzardo, che non consiste solo nel giocare a dadi oppure alla roulette, ma anche nel puntare tutto su una professione, su una persona condizionata, su un’azienda, su un partito politico, sulla famiglia, perché lo scopo della vita è invece puntare sul conseguire la libertà dalla sofferenza e dalla morte e conseguire l’illuminazione, la gioia e l’Amore(4). E’ l’abbandono fidente e amoroso a Dio che, liberandoci dalla dolorosa coppia di opposti illusione-delusione, ci consente infine di accedere al rapporto d’amore con Lui e tutte le creature. Occorre dunque gradualmente rinunciare a tutto ciò che è azzardoso perché il gioco d'azzardo non consente di abbandonarsi, pratica invece di fondamentale importanza per l'avanzamento spirituale.
Innanzitutto è necessario rinunciare ad ogni scusa per abbandonarsi; dobbiamo liberare la mente dai condizionamenti senza rimandare. Purifichiamoci fin da adesso senza aspettare che le fantomatiche condizioni esteriori si manifestino. Le pessime relazioni, la sofferenza, sono conseguenze della mancanza di purezza. I problemi aumentano quando s’impostano male le cose a causa dei condizionamenti e delle distorsioni nella struttura psichica. Occorre dunque aderire ad una disciplina interiore rigorosa per fare purezza e pulizia, sia dentro che fuori di noi. All’esterno la purezza consiste nel parlare veritiero, senza duplicità, rivolgendosi agli altri con dolcezza e rispetto(5); è lavarsi, fare in modo che gli indumenti che indossiamo siano puliti. Non è necessario usare profumi: il profumo di pulito è il migliore. Permettete al corpo di esprimere l’aroma che gli è proprio, che è poi quello dei guna. Se siete in sattva guna profumate da sattva guna, se siete in tamas e in rajoguna ne sentirete gli odori. Occorre lavarsi con cura, fare pulizia dentro e intorno a noi, mettere in ordine, imparare a riconoscere le impurità interne ed esterne, eliminandole senza pigrizia. Purezza è imparare a comunicare con le persone intorno a noi, essere onesti, leali, chiari e trasparenti, far presente gentilmente i problemi che può avere il nostro interlocutore, ma anche essere pronti ad ascoltare ciò che ci dicono gli altri a nostro beneficio, a prendere sul serio chi ci fa presente ciò che non va in noi, riflettere seriamente e responsabilmente su ciò che ci viene fatto notare con sincerità e mettere prontamente mano ad eventuali modifiche al carattere. Uno dei più formidabili ostacoli alla purezza è lamentarsi di quel che non va senza fare il necessario per modificare la situazione. La critica negativa, l’attribuire la colpa agli altri dei nostri guai, l'autocommiserazione danneggiano il soggetto poiché sono forme giustificative perverse. Purezza non è solo chiedere perdono a seguito di un’offesa arrecata, ma soprattutto modificare l'atteggiamento offensivo. Non è sufficiente confessare un errore commesso, ma cessare l'attitudine perversa. Confessarsi senza modificare l'atteggiamento verso l’errore risulterà alquanto sterile(6). Purezza è ricercare la compagnia di persone sante per servirle, cosicché la nostra vicinanza non sia solo spaziale ma di intenti e fondata sul servizio. Questa compagnia purifica il carattere, la personalità(7). Purezza è parlare alle persone della scienza della realizzazione spirituale, senza fare discorsi di spiritualismo astratto; è presentare la disciplina della sadhana bhakti, indispensabile strumento per la destrutturazione dei condizionamenti e per l’avanzamento spirituale. La purezza non si costruisce ma si ripristina, perchè nella nostra essenza spirituale siamo puri e desideriamo gioia, libertà, salute, intelligenza, affetto e amore, tutti valori che abbondano solo in un clima di purezza. Quando invece la coscienza si contamina, tutte le qualità si annebbiano. Per essere autenticamente felici, dobbiamo considerare la purezza come obiettivo assolutamente necessario e urgente da raggiungere. La purezza è sattva guna, dobbiamo mettere dunque le radici in sattva guna. A questo proposito vi consiglio di ascoltare il seminario tenuto a Colle Val D'elsa nell'agosto del 2005 dal titolo: I sentieri dell'amore; in questa occasione ho commentato l'undicesimo canto dello Shrimad Bhagavatam, in particolar modo il capitolo in cui Krishna canta le glorie della purezza (sattva guna) ed esorta il Suo grande amico e devoto Uddhava a vivere puramente. Nella Bhagavadgita viene detto che se non si conquista il livello sattvico ogni progetto di realizzazione è utopico. L'avanzamento spirituale è possibile dunque solo attraverso il conseguimento (e il superamento) di sattva guna. In tamoguna e in rajoguna nessuno può diventare illuminato spiritualmente. Non è efficace meditare su Dio e allo stesso tempo compiere attività egoiche. Purezza è anche evitare radicalmente le dasha aparadha(8) nella meditazione sul Santo Nome, affinché gli effetti prodigiosi del canto si manifestino. Occorre fare purezza nel cuore se vogliamo che Krishna appaia, predisporsi per far funzionare il maha mantra come strumento di purificazione della coscienza. Fare purezza nel cuore è indispensabile, perché se la mente e il cuore non diventano puri, l’illuminazione non si manifesta e la gioia e l'ispirazione percepite a sprazzi non diventeranno mai uno stato stabile e continuo della coscienza. La purezza è una condicio sine qua non per realizzare il risveglio delle qualità spirituali; se ci realizziamo spiritualmente le qualità più elevate e i sentimenti più nobili dell'anima si manifesteranno in modo naturale. La purezza è tutto ciò che consapevolmente ci avvicina a Dio, è la volontà determinata di avvicinarsi a Krishna, di invocarLo, di percorrere il sentiero della realizzazione spirituale. La purezza è indispensabile e senza questa consapevolezza inganniamo noi stessi e gli altri. In ambiente di purezza la struttura psichica si sattvicizza e il soggetto inizia a sentire forte il desiderio di realizzazione spirituale e con questo altri doni si manifestano come esito di una maggiore sattvicità della coscienza. I primi due frutti maturi che si manifestano sono karuna e kripa, la compassione e la misericordia, ovvero due tra le principali funzioni archetipe che illuminano la personalità. Coloro che non giungono a sattva-guna soffrono e fanno soffrire, e proprio per queste loro caratteristiche sono agenti di discordia. Solo quando la coscienza diventa sattvica si trasforma la personalità e attraverso le funzioni di karuna e kripa il soggetto modifica la propria traiettoria gravitazionale e dall’orbita dell’ego si sposta all’orbita del Sé supremo: da peso e causa costante di conflitti e di sofferenze, diventa patrimonio per il genere umano.


(1) Cfr. Bg. XIII.23.
(2) I rapporti intimi tra coniugi meritano un discorso a parte. Per approfondire la questione si rimanda alla lettura dell’articolo di Marco Ferrini dal titolo “Relazioni familiari”.
(3) La mente deve esere utilizzata per elevarsi, non per degradarsi, ma chi non riesce a dominarla avrà serie difficoltà nel cammino della realizzazione spirituale. Cfr. Bg. VI.5-6.
(4) Cfr. Bg.XIII.8-12.
(5) Cfr. Bg. XVII.15.
(6) Cfr. Divina Commedia, Inferno XXVII.117-120: “Assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere assieme puossi, per la contraddizion che nol consente”.
(7) Sadhu-sanga, sadhu-sanga sarva-shastre kaya lava-matra sadhu-sange sarva-siddhi haya (Cc. Madhya 22.54). Tutte le Scritture rivelate affermano che grazie anche ad un solo attimo di compagnia dei sadhu, persone sante, è possibile ottenere ogni perfezione [il successo della vita umana].
(8) Vedi nel testo Guru-discepolo “le 10 offese” in appendice.

19 febbraio 2009

La Vita oltre la Morte.

Intervista a Shriman Matsyavatara Prabhu (NonsoloanimaTV).

18 febbraio 2009

'Guru seva: importanza di rendere servizio al Maestro Spirituale' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Guru seva, o la devozione al Maestro Spirituale, è parte essenziale della Bhakti. Il Guru non deve essere considerato come una persona ordinaria, bensì deve essere adorato nella stessa misura di Krishna (Bhagavata Purana 11.17.27). Il Guru fa da intermediario tra il bhakta e Bhagavan; non è possibile infatti per il jiva ancora legato a desideri mondani attraversare l’oceano di Maya e ottenere Bhagavan senza l’aiuto del Guru. La devozione al Guru può riscattare il jiva dagli anartha (ostacoli alla realizzazione spirituale) quali bramosia, collera, avidità, invidia, ciascuno dei quali è difficile da superare e richiede uno sforzo eccezionale per essere completamente sradicato (Bhagavata Purana 7.15.22-25). La devozione al Guru è perfino più importante della devozione a Krishna, perché il Guru può salvare il devoto quando incorre in errori che dispiacciono Krishna; non avviene il contrario, ovvero Krishna non può salvare il devoto che arreca dispiacere al proprio Maestro (Bhakti Samdharbha sec. 237). L’adorazione al Guru dovrebbe perciò precedere l’adorazione a Krishna. Krishna stesso afferma che il brahmacari, il grihastha, il vanaprastha e il sannyasi non lo soddisfano negli adempimenti dei propri doveri quanto lo soddisfa colui che serve il Guru (Bhagavata Purana 10.8.34). Ciò non significa che il Guru deve essere servito e adorato escludendo Krishna, ma entrambi Guru e Krishna dovrebbero essere adorati (Cc. Madhya 22.18). Il Guru inoltre deve soddisfare tutti i requisiti del suo status. Se devia dal sentiero della bhakti, se non sa discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, oppure se viene colto dal “complesso del Divino” e ritiene di essere Dio, deve essere abbandonato dal discepolo (Bhakti Sandharbha sec. 238).

'Sei modelli comportamentali per accrescere la volontà e garantire una rapida evoluzione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Come spiega Rupa Gosvami nell'Upadeshamrita, il sat-sanga (la compagnia di persone dedicate alla vita spirituale) è uno di quei sei principi fondamentali per accrescere la volontà e garantire una rapida evoluzione.
  1. Agire con entusiasmo.
  2. Agire con fiducia/fede.
  3. Tollerare con pazienza temporanei insuccessi od ostacoli, mantenendo ben in vista l'obiettivo finale e perseguendolo con fede.
  4. Seguire i principi etici, primo fra tutti ahimsa, ovvero: non ostacolare nessuno nel suo percorso evolutivo.
  5. Evitare la compagnia di persone frivole o distruttive, che consumano inutilmente le nostre energie.
  6. Seguire le orme di una persona illuminata, realizzata spiritualmente, e stare in compagnia di persone evolute al fine di apprendere da loro elevati modello di pensiero e di comportamento.

17 febbraio 2009

Vegetarianesimo (Articolo segnalato da Vijaya Murti devi dasi).


L'italia è il paese europeo, secondo gli esperti, con maggiore presenza di "veggie": 10% contro il 9% della Germania. Nel 2050 il 50% della popolazione potrebbe mangiare solo frutta e verdura. A Milano il "Veggie Pride".

Vegetariano un italiano su dieci. In aumento in tutto il mondo quelli che rifiutano la carne Sono soprattutto giovani e donne. Per alcuni scelta part-time.

I teenager americani lo fanno per gli animali, spinti, qualche volta, dalle crude immagini dei video di YouTube sulle stragi di polli e tacchini, vitelli e agnelli (e anche di altre specie non commestibili). Così, secondo alcune stime del governo, almeno un adolescente su duecento evita di mangiare carne. C'è chi lo fa per spirito animalista (non solo i più giovani, ma anche gli adulti, in Usa e in Europa), chi per rispetto dell' ambiente (i più informati sui temi dell' ecologia sulla scia dell' ex Beatle Paul McCartney), chi per motivi salutistici (i meno giovani che magari hanno qualche problema di colesterolo o di pressione) e intanto l' esercito dei vegetariani si ingrossa in tutto il mondo. In Italia, secondo l' Eurispes, sono oltre quota sei milioni (circa il 10 per cento della popolazione e l' Italia, secondo le stime dell' Unione vegetariana europea, è al primo posto, seguita dalla Germania con il 9 per cento), ma nel 2050 gli italiani potrebbero arrivare addirittura a 30 milioni, se anche da noi arriverà la nuova veggie generation. «La sensazione - commenta Luciana Baroni, medico all' ospedale Villa Salus di Mestre-Venezia e presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana - è che, proprio perché fanno una scelta ideologica, i più giovani sono più spesso vegani, escludono cioè dalla loro dieta anche uova e latte. Pensano al benessere globale degli animali e ritengono che il solo non mangiar carne non elimini completamente le loro sofferenze». Perché i vegetariani non sono tutti uguali: i «classici» non mangiano né carne né pesce, ma accettano latte e uova, i vegani invece escludono anche questi ultimi (e spesso evitano anche tutti gli altri prodotti di origine animale, come pelli o cuoio), mentre i più oltranzisti (come i crudisti o i fruttisti) ammettono soltanto particolari categorie di cibi (rispettivamente solo vegetali crudi o solo frutta e semi). Ecco il loro identikit: più spesso donne, con un livello di istruzione medio-alto che vivono (in Italia) prevalentemente al Nord o al Centro. «Il crescente interesse per il vegetarianesimo - aggiunge Luciana Baroni - è favorito anche dal fatto che quell' aura di paura nei confronti di queste abitudini alimentari si è piano piano dissolta alla luce delle evidenze scientifiche e in realtà non esiste nessun pericolo concreto nell' abbracciare questo tipo di alimentazione». Non tutti la pensano così, soprattutto quando si parla di adolescenti. «Certo, i giovani vegetariani sono in aumento - conferma Andrea Ghiselli, ricercatore all' Inran, l' Istituto italiano per la ricerca e la nutrizione, ed esperto di un forum sulla nutrizione del Corriere Online - e sono soprattutto ragazze che spesso lo fanno per moda. Ma devono fare attenzione: i maschi in particolare rischiano carenze soprattutto di calcio, le femmine di ferro. Se la dieta è vegetariana ma include prodotti animali ed è variata non ci sono particolari pericoli. Ma un vegano non può fare di testa sua: se decide di esserlo è bene che pianifichi la sua dieta con un nutrizionista». Le linee guida dell' American Dietetic Association dicono che le diete vegetariane e vegane sono appropriate per tutti i periodi della vita, comprese l' infanzia e l' adolescenza, a patto che siano well balanced e che eventuali deficit di vitamina B12, cui vanno incontro soprattutto i vegani, siano prevenuti con supplementi vitaminici. E il numero di febbraio della rivista Women' s Health Source della Mayo Clinic, uno dei più famosi ospedali americani che ha sede a Rochester, è rivolto alle donne ed è dedicato ai consigli per pianificare una corretta dieta vegetariana Anche Michele Carruba, direttore del Centro studi e ricerche sull' obesità all' Università di Milano, avverte che quanto più il vegetarianesimo è spinto tanto più richiede conoscenza degli alimenti e aggiunge: «L' importante è mescolare e combinare i cibi il più possibile». Gli esperti francesi dell' Istituto della nutrizione, per voce del vicepresidente Bernard Guy Grand, ricordano che una serie di studi epidemiologici dimostrano come i vegetariani siano meno soggetti a ipertensioni arteriosa e a problemi cardiaci e abbiano minori rischi di obesità e di diabete di tipo 2. Ecco giustificata la scelta salutista, ma in Francia, come in Italia, sta prendendo sempre più piede la motivazione di tipo ecologista quando si decide di seguire la strada verde a tavola, mentre è decisamente in calo, rispetto agli anni passati, quella di tipo filosofico-religioso. «La scelta vegetariana di tipo religioso oggi è legata soprattutto alla presenza di immigrati - commenta Carruba, che è anche presidente della società del Comune di Milano responsabile della ristorazione scolastica - e nelle scuole di Milano teniamo conto delle richieste in questo senso. Per contro si sta facendo strada il concetto di un' alimentazione ecosostenibile, che si svilupperà anche con l' Expo: un' alimentazione troppo sbilanciata sul consumo di carne animale provoca danni ambientali sia per quanto riguarda la deforestazione, sia per quanto riguarda l' inquinamento. Questo però non significa diventare tutti vegetariani». Qualcuno, soprattutto in America, ha già scelto la strada del vegetarianesimo part-time: si chiamano flexitarian, la loro Bibbia è il libro Flexitarian Diet della dietista Dawn Jackson Blatner, il precetto: mangiare carne o pesce non più di due volte alla settimana. Il sito di riferimento: www.almostvegetarian.blogspot.com. I puristi vegetariani dialogano invece su altri siti: dall' italiano www.vegetariani.it all' inglese www.veggievision.tv, una vera e propria televisione via Internet dedicata ai vegetariani. «Internet rimane il mezzo migliore per far circolare le nostre idee - commenta Luciana Baroni -. C' è infatti ancora un po' di diffidenza nei confronti dei vegetariani. Per esempio: quando un esperto di alimentazione vegetariana viene invitato a un talk show si invoca la par condicio: ci vuole anche chi parla bene della carne». Così i seguaci della dieta verde si sono persino inventati il Veggie pride, il giorno dell' orgoglio vegetariano: l' anno scorso è stato a Roma, quest' anno per la seconda edizione del 16 maggio si mobiliterà Milano, in contemporanea con il nono Veggie pride francese a Lione.

Adriana Bazzi (Focus Alimentazione & Salute).

16 febbraio 2009

'Sentire la Protezione e l’Amore di Krishna' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Shri Krishna nella Bhagavad-gita (IV.8) afferma che Egli discende di era in era per dare rifugio ai sadhu, alle persone che vivono in sattva guna, nella virtù, e che a Lui sono devote. Questa speciale protezione del Signore, i devoti la dovrebbero sentire sempre presente, come patrimonio inestimabile che li accompagna in ogni momento della loro vita: sentire la mano di Krishna sempre posata sulla propria testa. Ciò non significa intuire semplicemente la presenza di Krishna o, ancor più vagamente, percepire lo sfolgorio di energie e potenze del Brahman nella Sua onnipervadenza. Sentire la protezione divina è un qualcosa di molto più intimo e profondo: è sentire il sostegno, l'affetto, l'Amore del Signore, è sentirsi sollevati da ogni pericolo, protetti in ogni circostanza. Se questo dolce sentimento diventa costante in noi e ci accompagna ovunque, quando per qualche offuscamento della coscienza ne perdiamo la percezione, sembra che ci venga a mancare un bene vitale, essenziale, la vita stessa. Nel percorso evolutivo di ogni essere è una realizzazione importante quella che ci permette di diventare coscienti della speciale protezione di Dio. In alcune occasioni vi sarà capitato di sentirvi come tirati fuori da una situazione difficile, tratti in salvo da un pericolo; se riflettiamo profondamente, comprendiamo che ciò è stato possibile non tanto grazie alla nostra comprensione o intelligenza, non perché siamo stati previdenti o lungimiranti, ma perché dall'alto abbiamo ricevuto un aiuto, una misericordia speciale dal Signore che è amico dei Suoi devoti, Dio clemente e misericordioso. Per maturare la nostra visione spirituale, è fondamentale realizzare che non solo Krishna c’è, esiste, ma che è anche straordinariamente attento a quel che facciamo, presente nelle nostre vite, pronto ad intervenire – principalmente tramite i Suoi devoti - per sostenerci, aiutarci, ispirarci nel cammino che ci riporta a Lui. Dovremmo agire in ogni circostanza come se non fossimo mai soli, ed in effetti è proprio così: il Signore ci accompagna come Anima suprema nel nostro viaggio nel mondo; dovremmo sapere che siamo sempre sotto ai Suoi occhi, che Lui ci vede, che ci osserva intimamente. Siamo protetti e seguiti dal Signore con cura, con attenzione, amorevolmente, come una madre che segue e bada al proprio bambino, magari scrutandolo dalla finestra e osservandolo giocare con sguardo protettivo; è sufficiente che il bambino si volga, che alzi gli occhi al cielo, per poter scorgere la madre che lo sta osservando, per sentirsi protetto, al sicuro, a lei unito e collegato dall'affetto. Similmente i devoti si sentono sempre al sicuro, protetti da Dio, nei cui insegnamenti credono e vivono; essi sanno che Shri Krishna li osserva, che c'è, che tiene sempre una mano sulla loro testa, che protegge coloro che a Lui si abbandonano con fede, che hanno fatto della devozione a Dio l'essenza stessa della loro vita, non in termini astratti ma con le loro opere quotidiane. In tutte le tradizioni spirituali il gesto antico di porre una mano sul capo sta simbolicamente ad indicare l'elargizione di benedizioni. Nel cammino evolutivo, nel viaggio dell’anima verso Vaikuntha, un passaggio cruciale verso la perfezione, verso la realizzazione della propria essenza spirituale di bhakti, è quello che consiste nell'imparare a sentire la presenza di Krishna e la Sua protezione. Coltivando desideri contaminati e perciò rimanendo vittime dei condizionamenti della prakriti le persone commettono offese, diventano sleali, mancano alla parola data, talvolta persino ai voti presi; ciononostante la compassione e la misericordia del Signore non vengono mai meno: anche se in quel momento l'essere non è in grado di recepirle e di accoglierle, Krishna aspetta paziente lo spiraglio di un risveglio, dal cuore favorisce il rinnovarsi di una scelta deliberata verso il Bene, la Luce e l'Amore puro, il sentimento sovrano, il più prezioso, che può rinnovarsi e vivere solo in un clima di totale consapevolezza e libertà. Non si percepisce Dio, non si entra in rapporto con Lui se nel nostro cuore dominano ancora interessi egoici, scollegati dalla Realtà, ma questo non significa che il Signore non ci ami. E' l’essere condizionato a non percepire l’Amore di Krishna fintanto che gli anartha imperversano nella sua struttura psichica, ma Krishna comunque ama. Questo Amore lo si può sperimentare solo quando siamo riusciti a destrutturare i nostri condizionamenti, le nostre cattive abitudini o, per usare una terminologia di Shrila Rupa Goswami, quando i nodi del cuore si sono sciolti. Man mano che la persona comincia a fare un lavoro serio su se stessa per liberarsi dai propri limiti, l'amore intenso per Krishna progressivamente si manifesta nel suo cuore e la Sua presenza diventa visibile. Si realizza allora che il Suo corpo non è fatto di elementi materiali, ma è sat cit ananda vigraha, una forma spirituale perfetta fatta di eternità, consapevolezza e beatitudine, che non la si vede con gli occhi fisici ma solo con quelli dell'Amore.

15 febbraio 2009

'Proteggere la pianticella della devozione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Dopo il conseguimento di un successo spesso si verifica un fenomeno psicologico che in altre occasioni ho spiegato e definito “la crisi del giorno dopo”. Questa dinamica avviene anche a seguito del conseguimento di successi di natura spirituale, a seguito dei quali non raramente si scatenano forze titaniche oscure, dentro e fuori di noi, che ci mettono alla prova e attaccano la nostra stabilità, la maturazione avvenuta, il nostro accresciuto livello di consapevolezza. Shrila Prabhupada spiega questo fenomeno dicendo che è Maya che si ribella o che fa di tutto per mettere alla prova la nostra ascesa evolutiva. In queste occasioni, come del resto in ogni evento difficile o crisi della vita, se le forze interne sono sufficientemente salde e resistenti, niente che accade all’esterno potrà ostacolare o danneggiare il nostro sviluppo, le nostre certezze acquisite e consolidate. L’invidia, il possesso, la smania di potere, la volontà di sopraffazione, l’egoismo, la lussuria, l’avidità ed altri condizionamenti che caratterizzano l’esistenza incarnata sono cose ordinarie in questo mondo che vive sotto il dominio dei guna. Quando ci si adopera per liberarsi da queste catene si compie un’impresa sovraumana, come quella di eroi che cercano di conquistare un ordine di natura superiore. Quell’ordine etico-cosmico in cui l’anima desidera stabilmente vivere e dimorare. Chi si impegna in tale affascinante impresa attraverso la pratica della Bhakti, per riscoprire quell’Ordine supremo e anche ciò che lo trascende in quanto sua fonte od origine divina, deve fare molta attenzione a tenere ben saldo il “timone” della propria vita, perché certamente arriveranno ondate, tsunami, tempeste; ci saranno qua e là scogli contro i quali la nave si scontrerà se non si è vigili, perché chi è disattento finisce facilmente alla deriva. Questo insegnamento è particolarmente importante per coloro tra voi che hanno ricevuto da poco la sacra Diksha, ma per estensione per tutti coloro che sono iniziati o che comunque stanno impegnandosi in un percorso evolutivo. Maya ci attacca quando ci sono ancora semi negativi nell’inconscio frutto di esperienze compiute quando ancora non discernevamo tra ordine e disordine, tra sat e asat, tra realtà e illusione. Se avete riconquistato quell’Ordine divino con la sacra Diksha, adesso avete il dovere di proteggerlo con tutto il vostro essere per non ritornare nella posizione in cui eravate. I ladri non ci attaccano quando visibilmente non portiamo addosso nessun tesoro, ma quando possediamo oggetti preziosi allora diventiamo un interessante bersaglio e dobbiamo muoverci con cautela, attenzione, lungimiranza. Il tesoro che abbiamo da difendere è la pianticella della Bhakti (Bhakti-lata-bija), come spiega Shri Caitanya a Rupa Gosvami negli insegnamenti che gli elargisce a Prayag. Il seme della pianticella spirituale all’inizio è fragilissimo. Lata significa “virgulto” verde, giovane, tenero. Con la Diksha riceviamo dal Maestro spirituale il seme della pianticella della Bhakti e Shri Caitanya insegna che il devoto dovrebbe diventare un esperto giardiniere, attento a sradicare immediatamente erbacce che crescono attorno alla Bhakti-lata-bija e che – se attecchiscono - la fanno inaridire e morire. L’esperto giardiniere deve essere attento a strappare una ad una le erbacce appena nascono. Shri Caitanya spiega a Rupa Gosvami che il mostro del peccato tende continuamente a ripresentarsi nella nostra vita per insidiare e compromettere la nostra propensione alla Bhakti; in termini psicologici ciò avviene quando nell’inconscio non sono stati ancora completamente sradicati i condizionamenti, i semi delle “male piante”. Attraverso la Diksha tale processo di purificazione interiore viene attivato in maniera potente, ma affinché esso giunga a completamento occorre che sia sostenuto e continuamente alimentato da abhyasa, la pratica spirituale costante, e da vairagya, il distacco emotivo da tutto ciò che è mondano. La meditazione sui Nomi divini (Harinama japa), l’adorazione delle Divinità, il servizio devozionale, il rispetto dei principi del Dharma, lo studio delle Scritture, sono alcune delle componenti essenziali della disciplina spirituale della Sadhana Bhakti necessaria per sradicare le piante velenose che ancora persistono nel nostro cuore, per destrutturare i samskara ancora virulenti depositati nell’inconscio. Soprattutto quel che è fondamentale è ricercare rigorosamente la compagnia di devoti elevati che ci possano ispirare alla Bhakti con i loro insegnamenti, con il loro stesso comportamento e modello di vita. Diventate vaishnava accorti, attenti, responsabili, leali, onesti, fedeli, profondamente dedicati alle pratiche della Bhakti e come esperti giardinieri saprete curare la vostra pianticella della Devozione, che si svilupperà rapidamente e rapidamente diventerà capace di raggiungere la dimensione divina di Goloka Vrindavana. I frutti della vostra Bhakti-lata verranno colti direttamente da Krishna come frutti maturi e dolci: la dolcezza spirituale della Bhakti. Ora che avete ricevuto la sacra Diksha non pensate di essere arrivati, in verità siete appena partiti; evitate di fare subito un incidente e di distruggere in un attimo di disattenzione tutto quel che finora avete costruito. Diventate giardinieri esperti e non permettete alla rampicante del peccato di abbarbicarsi sul tenero virgulto della Bhakti-lata, perché la soffocherebbe fino ad ucciderla. La purezza è la forza e la purezza è possibile quando si coltivano lealtà, onestà, fedeltà, gratitudine. Senza questi principi da mettere in pratica nella nostra vita quotidiana non si può conseguire nessun tipo di successo, tantomeno nella vita spirituale. Adesso che attraverso il vostro Maestro spirituale avete ricevuto la misericordia di Shrila Prabhupada e degli Acarya precedenti sta a voi fare lo sforzo che vi compete per conseguire l’obiettivo cui aspirate. Io continuerò ad esserci, a sostenervi, a proteggervi, ma voi dovete fare la vostra parte e metterci tutto il vostro impegno.L’impresa che stiamo compiendo è miracolosa, ha valore inestimabile, non può essere valutata in termini materiali. Essa consiste nella trasformazione delle umane passioni, conduce all’elevazione della coscienza attraverso quel processo alchemico che trasforma la persona vile in persona nobile ed evoluta. I pericoli e le sfide che incontreremo lungo il cammino sono molti, ma l’impegno costante nella pratica della Bhakti ci permette di non sentirci agitati per le difficoltà incombenti: il devoto confida in Hari, Guru e Vaishnava, nella Loro speciale divina protezione. Le Scritture ci spiegano come modellare il nostro comportamento; il Maestro spirituale e i vaishnava ci aiutano e ci guidano con il loro stesso esempio e ci offrono tutti gli strumenti necessari per lavorare alla nostra rieducazione, per difenderci dai pericoli, per evitare atteggiamenti e comportamenti sbagliati che ancora la mente continuerà a proporci. Nell’inconscio covano samskara distruttivi e autodistruttivi che la Diksha può mandare in cenere ma quest’ultima rappresenta l’avvio di tale processo, non il suo completamento. Risulta perciò indispensabile l’impegno personale continuo e costante per alimentare la fiamma della passione dell’Amore per Dio che può rendere innocuo ogni ostacolo e mandare in fumo ogni condizionamento. Non illudetevi che le false concezioni che avete immagazzinato nel passato cessino di esercitare la loro influenza dal giorno dopo la Diksha: a voi il compito di resistervi, di predisporvi al 100% delle vostre possibilità per difendervi e dove voi non arrivate stiate sicuri che il contributo mancante lo forniranno Hari, Guru e Vaishnava.
Camminate con grande cautela su questo filo di rasoio che è la via iniziatica; se sbagliate un passo vi ferite: un errore, una risposta sbagliata, aprire la porta ad una pericolosa energia che prende e sovrasta. Se bevete anche solo una goccia di arsenico è finita. Siate responsabili, scegliete accuratamente desideri, pensieri, parole, compagnie, e quando vi accorgete di aver commesso un errore predisponetevi subito a correggervi, prima che sia troppo tardi e che da una piccola deviazione iniziale si perda la Via. Finalmente una vita di responsabilità! Come dice Dante nella Divina Commedia: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Gli animali vivono alla giornata, percepiscono il mondo ma non se stessi. Solo nella forma umana c’è la possibilità di capire chi siamo, dove siamo e dove vogliamo andare, qual è l’obiettivo del nostro vivere. Abbiamo strumenti di valutazione e orientamento per creare lo scenario che desideriamo e noi collocarci in esso. La vita iniziatica è meravigliosa, ma è anche di grande impegno e di responsabilità. Siate prudenti nella consapevolezza che in questo mondo la caduta, la deviazione dal retto sentiero è la normalità. Quando si è compreso il senso dell’esistenza come si fa ad agire incoerentemente? È l’inferno, è la lacerazione, è la schizofrenia. La Bhakti cura questa devastante malattia della coscienza, ma si deve fare sul serio, impegnandosi senza calcoli di natura egoistica per il raggiungimento del più alto fine che è il puro Amore per Dio e tutti gli esseri, e gradualmente l’anima riscoprirà il suo mondo, diventerà completamente appagata, soddisfatta con quel che ha, non cercherà più cose all’esterno perché avrà realizzato tutto in sé.

14 febbraio 2009

'La Volontà nella Bhakti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l'espressione più intima dell'Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l'intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell'anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l'essenza delle cose ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto. La pratica della Bhakti come via di realizzazione spirituale, per conseguire i suoi risultati non si avvale della suggestione, bensì della persuasione. Con la suggestione le persone rimangono bloccate, paralizzate nella loro potenziale capacità di crescita, poiché non vengono stimolate ad acquisire loro stesse e a far propri gli strumenti che servono per lavorare alla loro evoluzione e alla destrutturazione dei condizionamenti. Tramite la persuasione le persone vengono invece ispirate ad operare per conseguire i loro obiettivi evolutivi applicando un rigoroso processo di decontaminazione del campo psichico e d’integrazione della loro personalità; mettendosi in gioco loro stesse, beneficiando degli insostituibili insegnamenti e del modello ideale di chi le guida, esse imparano dalle Scritture e dai Maestri a come entrare in contatto con piani superiori di realtà. I sensi e la struttura psichica non danno possibilità di accesso diretto a tali superiori piani di realtà e all'esperienza del Divino, sorgente della Vita e dell'essenza del nostro stesso essere. Ciononostante, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che non si può vivere l'esperienza del Divino se prima non si sono predisposti adeguatamente sensi, mente ed intelletto, affinché non risultino barriere entro le quali il soggetto rimane prigioniero (a causa dei propri condizionamenti), ma pervengano ad essere filtri purificati, che lasciano passare senza ostacoli la luce fulgida del sé. Osservando noi stessi e gli altri possiamo cogliere così tanti esempi concreti di come effettivamente la psiche possa rovinare o salvare la vita di un soggetto, a seconda della natura dei contenuti mentali che questi coltiva, perché ogni nostra valutazione, scelta ed azione sono conseguenza di quell'immagine o forma mentis o concezione del mondo, di noi stessi e degli altri, che ci siamo costruiti come frutto del nostro karma e dunque delle nostre esperienze. E' per tale ragione che il percorso di realizzazione spirituale non può prescindere dalla purificazione dei contenuti psichici, dunque dal conseguimento di stabilità mentale, equilibrio emotivo, autonomia affettiva, corretta e lungimirante capacità di discernimento. Tali obiettivi sono essenziali da conseguirsi affinché il campo psichico - progressivamente decontaminato dai condizionamenti in precedenza strutturatisi - cessi di interferire con il campo del cuore, con la coscienza illuminata propria del sé spirituale. L'evoluzione interiore diventa effettiva e sostanziale nel momento in cui si fa esperienza della realtà privilegiando non la logica ma il sentimento puro dell'affetto, della devozione, dell'amore universale, nella consapevolezza realizzata che il bene dell'altro non è differente dal nostro stesso bene. La logica non va certamente sminuita o penalizzata, anzi essa è strumento che può aiutare l'evoluzione ma solo se è guidata dall'Amore. Quando la logica è al comando delle varie funzioni della personalità e sopprime la piena espressione dell'Amore le persone si inaridiscono, appaiono offuscate nella coscienza, con volti tristi, cinici, delusi, con sguardi solitari e fuggenti, magari con talenti sorprendenti nell'analisi ma di fatto incapaci di pervenire ad una visione di sintesi che è invece caratteristica intrinseca del sé spirituale, la cui essenza stessa è costituita dalla volontà e dal piacere di armonizzarsi al Tutto, di dare e ricevere Amore. Ecco perché la via dell'Amore, che ricollega all'essenza di ogni essere, ha grandi potenzialità nel curare gli individui dai loro condizionamenti: a volte è sufficiente una carezza o uno sguardo amorevole per far scomparire un'ombra nella mente, più che tante parole pronunciate soltanto con l'intelletto e non col cuore, che vengono poi spesso distorte dalla mente condizionata dell'interlocutore, mentre un'azione che viene dal cuore può con facilità trapassare le barriere pervicacemente poste dalla mente e dalla cosiddetta ragione. Dentro quelle barriere la persona muore prigioniera di ciò che lei stessa ha creato. La logica viene in genere utilizzata come strumento di difesa e di “conquista”, ma progressivamente, se non si coniuga all'Amore, finisce per diventare uno dei blocchi più grandi che ostacolano il percorso evolutivo. E così avviene che la paura e l'egoismo, in nome di ragioni di sopravvivenza, impediscono l’accesso all'Amore. La persona che ha paura blocca con la sua stessa attitudine le sue innate potenziali capacità di successo, mentre chi ricerca autenticamente l'esperienza dell'Amore non ha rimpianti per il passato e non ha aspettative per il futuro, non certo perché è incline ad una mentalità fatalistica: vive con fiducia e gioia il presente perché compie qui ed ora tutto quello che è nelle sue possibilità fare per armonizzarsi all'ordine cosmo-etico di Amore che regge il mondo e la vita di ogni essere. Ciò la apre naturalmente a visioni e soluzioni di ordine superiore che richiedono purezza, dedizione, devozione a valori ideali e che rinsaldano il senso forte di condivisione e di unità della persona con l'essenza spirituale di tutto ciò che esiste. L'azione che è invece mossa da egoismo e da altre manie di esclusività produce costrizione, riduzione della consapevolezza, frammentazione, conflitti e indicibile sofferenza. L'educazione al percorso di crescita interiore fondato sulla Bhakti avviene fornendo insegnamenti e in primo luogo offrendo un modello di vita, poiché sono soprattutto i comportamenti costruttivi ed evolutivi che testimoniamo negli altri che possono darci forza, volontà, entusiasmo e vigore per trasformare noi stessi e superare i nostri limiti. Se con le nostre parole e comportamenti veicoliamo verità che abbiamo realizzato nella nostra vita, allora saremo utili agli altri, viceversa - se parliamo senza esperienza – non faremo che dilapidare il tempo nostro e altrui. Non si è in grado di insegnare ciò che si è compreso soltanto teoricamente; siamo invece in grado di trasmettere agli altri unicamente ciò che abbiamo realizzato. Ogni tanto sarebbe opportuno raccogliersi, tenere bocca ed occhi chiusi per ricercarsi profondamente, nell'intimo del proprio sé, per ascoltare la voce del cuore e attingere insegnamenti da essa. In effetti, la Verità è una luce che non può illuminare gli altri se prima non ha illuminato noi stessi. Quando il cuore non è aperto alla realtà dell'universo, i tanti talenti che si possono avere - come la perspicacia e la cultura - riempiono soltanto di orgoglio e fanno diventare egoisti e superbi. Allo stesso tempo occorre tener presente che l'essenza della Devozione (Bhaktisara) può essere messa in pericolo dalla tendenza al fanatismo e alla fede cieca ed è per questo che la Devozione va condivisa ed espressa in opere concrete nel mondo tese al bene di ogni essere vivente, affinché essa sia usufruibile a tutti, per offrire a tutti una grande opportunità di evoluzione spirituale. Percorrendo il cammino della Bhakti, il praticante giunge a progressive affascinanti scoperte che lo conducono sempre più vicino all'essenza dell'Amore, e così - assieme alla disciplina - arrivano anche i frutti che da essa derivano ed alla pratica sempre più si unisce la dolcezza delle realizzazioni spirituali che liberano dalle costrizioni della dimensione egoica e aprono alla consapevolezza del Divino.

12 febbraio 2009

'Il Ruolo della Volontà nell’Armonizzazione e sviluppo della Personalità' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Sviluppo della determinazione e della perseveranza.

Analizzando il rapporto tra il sé e la volontà da una parte e le varie altre funzioni psichiche dall'altra, possiamo renderci conto di quanto sia stretto, convergente, quasi identificante, il legame tra la volontà e il sé, e quanto attraverso la volontà il sé agisca sulle altre funzioni psichiche, le governi e le orienti. Rimaniamo comunque aperti all'esistenza di altri due rapporti: il primo tra il sé spirituale e il suo riflesso distorto (l'ego) – quale somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica –; e il secondo tra il sé individuale (spirituale) e il Sé cosmico, l'Anima Suprema o Dio per i religiosi e i teologi. Mentre il primo rapporto è spesso conflittuale, perché l'anima interagisce con una distorsione (con l'ego, personalità storica e transitoria), il secondo invece, quello con il Sé cosmico, è beatifico, fonte di completa armonia, di estasi. Il problema della volontà, dunque, consiste in quale dei due rapporti privilegiare. Il processo inconscio non possiede una propria volontà, è piuttosto automatico; non possiamo vederlo in movimento con gli occhi né esaminarlo con la mente razionale, ma possiamo sperimentare che esiste una dinamica per la quale esso agisce spontaneamente rispondendo agli input che gli abbiamo fornito col pensiero cosciente, con o senza un deliberato atto volitivo. Il pensiero cosciente sceglie gli scopi, seleziona i dati, calcola, valuta e giunge a conclusioni e, generalmente senza saperlo, mette in moto il processo inconscio. Attraverso la volontà - che rappresenta la funzione più immediata e più diretta dell’io - si può produrre un’immagine mentale dello scopo che si vuole raggiungere, e questa mette in moto nell’inconscio un’attività diretta a realizzare tale scopo… anche se noi rimaniamo all’oscuro del modo in cui opera.

Il pensiero cosciente non è, perciò, l'esecutore materiale del risultato, ma colui che ne attiva i meccanismi(1). Dunque agire qui ed ora nel modo più eticamente corretto possibile (dharmya) permette poi al processo inconscio di raggiungere spontaneamente, senza eccessiva fatica, i migliori risultati. Ecco perché chi si occupa diligentemente e con fiducia del qui ed ora, non ha necessità di preoccuparsi per il futuro, perché gli obiettivi verranno conseguiti dal processo inconscio che avremo messo in moto. La volontà è ottimamente usata quando si limita a fornire l’impulso iniziale e lascia che l’elaborazione inconscia segua naturalmente e spontaneamente. Per avere pieno, soddisfacente e duraturo successo nell'utilizzo della volontà, dobbiamo dunque operare attraverso di essa, non direttamente applicata allo scopo finale, bensì alla gestione delle funzioni psichiche. Infatti, il miglior utilizzo della volontà lo si ottiene quando attraverso di essa si attivano e si dirigono tutte le forze del mondo psichico. Come nel mondo fisico prima di agire si deve tener conto del complesso sistema di leggi che lo governa, similmente, prima di dare corso ad un atto volitivo si debbono considerarare le forze psichiche che tale atto implica e le leggi che lo governano.

Fede, disciplina, coraggio, interesse, ottimismo, tendere ad uno scopo evolutivo e costruttivo, tutto ciò rafforza la volontà e la vitalità. Futilità, pessimismo, frustrazione, rancore, risentimento, invidia, gelosia, paure, nostalgie, attivano dinamiche distruttive che riducono la forza di volontà e la vitalità e di conseguenza anche la prospettiva della vita. Con questo tipo di attitudine si accelera anche il processo dell'invecchiamento. Nella vita ciascun individuo sente la necessità di soddisfare dei bisogni fondamentali, i quali, se perseguiti e realizzati in modo salutare ed eticamente corretto (dharmya) favoriscono lo sviluppo e il rafforzamento della volontà. Questi principalmente sono:
  • Dare e ricevere amore.
  • Trovare e dare sicurezza.
  • Poter esprimere la propria creatività e incoraggiare altri a farlo.
  • Sentire riconosciuto il proprio valore e riconoscere quello degli altri.
  • Vivere nuove esperienze e incoraggiare altri a rinnovarsi.
  • Sviluppare fiducia in sé stessi e coltivare la fiducia nella provvidenza e nell’uomo.
  • Vivere un senso di completezza, pienezza, soddisfazione, ispirando altri a fare altrettanto.

Esercizio della determinazione e della perseveranza.
La determinazione è uno stato mentale che può essere coltivato e sviluppato con la giusta predisposizione. Come tutti gli stati mentali, la determinazione scaturisce da fattori psicoemotivi e attitudinali ben precisi, tra questi:
1. Desiderio. In presenza di un desiderio intenso e ben definito è più facile sviluppare e mantenere la determinazione nel perseguire l'obiettivo che ci si è prefissi.
2. Definizione di scopo. Sapere ciò che si vuole è la prima cosa e, forse, la più importante, per sviluppare la determinazione. Una forte motivazione aiuta a superare difficoltà iniziali e imprevisti.
3. Fiducia in se stessi. II credere nella propria capacità di poter conseguire un risultato, incoraggia a seguire il piano con determinazione.
4. Definizione di programmi. Programmi organizzati, sebbene inizialmente non accurati e non ben centrati, incoraggiano la determinazione e rafforzano la perseveranza.
5. Conoscenza accurata. Sapere che i propri progetti sono saldamente fondati su di una conoscenza approfondita della realtà e su esperienze di natura evolutiva, favorisce la determinazione. La «presunzione», al contrario del «sapere», indebolisce la determinazione.
6. Cooperazione. L'empatia, la tolleranza, la comprensione e la cooperazione armonica tra i membri del gruppo rafforzano la determinazione di ciascun membro o componente di quest'ultimo.
7. Forza di volontà e progettualità. L'esercizio costante di coltivare la volontà e di concentrare i propri pensieri – in maniera proattiva - sulla definizione di un progetto, al fine di programmare l'ottenimento degli obiettivi che ci siamo prefissi, sviluppa la determinazione.
8. Abitudine. La determinazione è il diretto risultato della nostra impostazione mentale, di un’abitudine, ovvero di una deliberata impostazione all'azione adottata come criterio costante di comportamento consapevole. La nostra conformazione mentale si modifica a seconda delle azioni che compiamo e che, seppur inconsciamente, influenzano la struttura psichica con modelli comportamentali che vengono assorbiti e automaticamente riproposti secondo gli schemi adottati ed acquisiti. La paura, una delle più pericolose e peggiori emozioni distruttive, può essere ad esempio effettivamente curata dalla ripetizione volontaria e sistematica di atti di coraggio. Ciò è ben noto a tutti coloro che hanno fatto quest’esperienza.

(1) Cfr. BG. III.27: “Sviato dall'influenza dell'ego, il sé spirituale crede di essere l'autore delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dai guna, [le tre energie archetipe costituenti la Natura]”.

11 febbraio 2009

'I Veda e la salute olistica' di Shriman Matsyavatara Prabhu.


Etica nel lavoro e nel tempo libero

Lo stato di benessere è lo stato naturale cui tutti nell’intimo aspirano, anche se poi, quando si dà ascolto alla sola mente razionale, si tende a giudicare “normali” o “inesorabili” la sofferenza, la malattia ed altri mali che disseminano il cammino dell’esistenza umana. Questi mali sono menomazioni che risultano insopportabili ed inaccettabili per l’individuo, ma che vengono nella maggior parte dei casi considerate inevitabili. Questa contrapposizione che si erge tra il desiderio e il pensiero, tra il volere e lo sperimentare, determina una lacerazione interiore, una disarmonia grave che si ripercuote anche sul piano fisico. Il conflitto interiore tra le proprie aspirazioni più intime e la realtà contingente affatica, logora la persona, anche se quest’ultima generalmente soltanto in parte ne è cosciente. Il soggetto non ha infatti percezione di tutta l’energia che, a causa di conflittualità irrisolte, viene dispersa e dissipata a livello inconscio. Sul piano superficiale la persona ne percepisce e sperimenta i sintomi che però non riesce compiutamente a decifrare: si sente stanca, spossata, insoddisfatta, incapace di attingere alle proprie risorse interiori e quindi anche nervosa, agitata, vittima di stress e ansia, ma non è in grado di individuare effettivamente qual è la causa profonda di questo malessere. Il più delle volte l’individuo, non trovando adeguata assistenza o sostegno, finisce per operare una rimozione e le proprie problematiche, lasciate irrisolte, acquisiscono uno spessore ancora maggiore ed una sempre maggiore carica psichica negativa che non di rado dà origine a complessi e ad altri più o meno gravi disturbi della personalità. Lavorare su di sé non è facile: indagarsi nel profondo richiede esperienza e competenza e soprattutto l’aiuto di una guida che ci accompagni nella ricerca e nell’esplorazione di noi. Nella letteratura psicologica indovedica viene tracciata un’elaborata metodologia per l’analisi e il riequilibrio dei contenuti psichici e per una presa di consapevolezza della parte più profonda e vera di sé, oltre gli strumenti “corpo” e “mente”. E’ la persona che deve diventare protagonista e creare lei stessa i presupposti per avviare il processo di guarigione, senza affidarsi passivamente all’intervento di altri. La collaborazione partecipativa tra paziente e medico, come tra discepolo e Maestro, è infatti essenziale affinché la cura sia effettiva ed efficace. La sofferenza e la malattia non sono mali inevitabili: esistono stati di coscienza elevati in cui il soggetto può riuscire a vivere ogni esperienza distaccandosi emotivamente dagli eventi che colpiscono corpo e psiche ma che non scalfiscono in nessun modo l’essenza spirituale (atman) che costituisce l’originaria natura di ogni essere. Nella Bhagavad Gita (VI. 19) si dice che la mente del saggio è stabile come una fiamma al riparo dal vento, poiché continuamente ricondotta sotto il controllo del sé. Chi invece non esercita il dominio sulla mente viene scaraventato dai suoi flutti psichici come una pagliuzza tra le onde. Nella società attuale sono in molti a lamentarsi per lo stress cui sono continuamente sottoposti. In una certa misura lo stress è quasi inevitabile ed è anche positivo se saputo gestire come stimolo alla crescita e all’evoluzione. E’ invece patologico quando diventa eccessivo e va fuori controllo, quando sfocia cioè in ansietà ed emozioni negative che, invece di stimolare ad un progresso, inibiscono ed esauriscono le risorse energetiche dell’individuo. La Bhagavad Gita ed altri testi indovedici insegnano la via dell’equilibrio in ogni azione ed ambito dell’esistenza umana: nella vita relazionale ed affettiva, sul lavoro, nella famiglia, nelle attività più semplici e quotidiane come il mangiare e il dormire. La pratica dell’equilibrio tempra la mente, la rafforza, la educa, la sostiene e rende capace di affrontare ogni evento con ponderatezza, con una visione che trascende la contingenza e che tiene l’orientamento saldo verso lo scopo e il senso profondo di noi e del nostro esistere. I problemi in verità non esistono, se soltanto noi stiamo attenti a non crearceli. I problemi non sono determinati da cose o situazioni oggettive: indipendentemente dalla loro natura, queste ultime possono rivelarsi per noi positive o negative a seconda di come le viviamo. L’ambiente di lavoro, la famiglia, gli ambiti religiosi possono essere generatori di nevrosi ma non perché siano nocivi di per sé, ma perché sono spesso affrontati e vissuti con un’attitudine scorretta. La conoscenza di sé acquisita attraverso i testi sacri tradizionali, con la guida di chi ha già sperimentato con successo un percorso di ricerca interiore, ci aiuta a comprendere dov’è che sbagliamo e come possiamo correggerci e migliorarci. La spiritualità non è un qualcosa di astratto: è un viaggio per un ritorno a noi stessi, per ritrovarci e per imparare a pensare, ad agire, a vivere. Da bambini ci abituiamo a camminare, a mangiare, ad articolare parole, ma l’avventura non si ferma qui: vivere è apprendere l’arte dell’agire, del parlare, del mangiare, del relazionare con gli altri, per compiere ogni cosa con consapevolezza nitida, con il desiderio di fare il bene non solo per noi ma per tutti gli esseri e questo è possibile quando la persona si ricollega in armonia con l’ordine divino che regola e sostiene tutto ciò che esiste. I Veda descrivono tre dimensioni di esistenza: adhibhautika, il livello degli elementi psicofisici, adhidaivika, il piano delle energie cosmiche e adhyatmika, la dimensione spirituale che inerisce all’atman, il sé individuale, e a Paramatman, il Sé cosmico origine di tutto, Dio. La scopo della vita è sviluppare armonicamente questi tre piani: pensarli o viverli come dicotomici o separati l’uno dagli altri genera conflittualità e sofferenze e non permette di conseguire la piena realizzazione personale.

Come deve impostare le proprie relazioni il ricercatore spiritualista?
Uno spiritualista può intrattenere ogni tipo di relazione purché sappia come gestirla e come viverla rimanendo coerente ai propri principi etici e spirituali, non diventando mai complice di comportamenti impropri o scorretti. Come insegna la Bhagavad Gita, lo spiritualista non deve rinunciare all’azione ma trasformare ogni azione in qualcosa di sacro, di altamente benefico per sé e per gli altri, vivendo e trasmettendo quei nobili valori in cui crede e che ha fatto propri.

Che rapporto esiste tra i Veda e il Buddhismo?
Nel Buddhismo troviamo numerosi concetti, come quelli di manas e di prakriti, che sono stati attinti dalla tradizione vedica e che sono stati poi sviluppati dal Buddhismo in modo peculiare. Il sistema filosofico Samkhya presenta ad esempio similitudini molto strette con la tradizione buddhista. Nel 2500 a.C. Sakhyamuni (Buddha) iniziò la sua predicazione a Benares, nell’India nord-orientale. Egli prese le distanze dalla tradizione vedica intendendo denunciare il sistema sclerotizzato delle caste, deformazione dell’originario varna-ashrama dharma, organizzazione sociale tradizionale vedica. Il Buddha inoltre condannò il sacrificio vedico degli animali, perché in quel periodo storico veniva celebrato senza le originarie motivazioni di puro atto sacrificale ed era invece divenuto strumento dì sfruttamento e di guadagno economico. Sakhyamuni negò poi i Veda stessi, poiché la classe sacerdotale che ne deteneva il controllo era corrotta e manipolava a proprio vantaggio le affermazioni in essi contenute.

Come è possibile che si sviluppino nevrosi anche in ambito religioso?

Non sempre chi intraprende un percorso religioso lo fa adottando il giusto atteggiamento; in questi casi la religiosità, che di per sé non è affatto causa di nevrosi ma è anzi strumento per il loro superamento, perde il proprio effetto benefico a seguito delle distorsioni con le quali viene vissuta dal soggetto. Errori gravi possono venir compiuti da cosiddetti religiosi che mantengono atteggiamenti squilibrati. Non è indossando un abito che si compie il perfezionamento interiore: quest’ultimo è effettivo quando il processo di rimodellamento del comportamento e di riorientamento delle tendenze viene applicato in modo corretto, sotto la guida di un Maestro qualificato. Testi indovedici fondamentali quali il Vedanta, le Upanishad e la Bhagavadgita, spiegano come sviluppare in modo positivo le dinamiche intrapsichiche, come superare i condizionamenti, come resistere alle forze negative inconsce che dettano comportamenti non armonici con l’ordine cosmico. La pratica della disciplina spirituale, in particolar modo la meditazione sul mantra, svolta secondo gli insegnamenti e sotto la verifica attenta e competente del Guru, consente al discepolo di decontaminare l’ambiente mentale, arrivando anche a neutralizzare quei complessi che si sono strutturati a livello inconscio e che tanta influenza esercitano sul carattere e sulla vita della persona. L’individuo vive come combattuto tra diversi “centri di potere”, tra contrastanti componenti psichiche ed emotive, consce o inconsce, che lavorano l’una contro l’altra generando stati di tensione e di conflitto. La realizzazione del sé sul piano spirituale consente di risolvere anche questi squilibri, elevando la visione della persona oltre gli automatismi mentali e conducendola verso un superiore livello di armonia e di benessere.

Come situarsi sulla via della guarigione?
Tutti abbiamo potenzialmente la capacità di curare i nostri disturbi, ma non tutti sono in grado di trovare da soli la soluzione. Talvolta può succedere che si capisca cosa fare per guarire ma non si riesca a mettere in pratica quel che si sa essere giusto e corretto. L’essere umano è molto fragile e gli ostacoli che deve affrontare non si trovano soltanto nell’ambiente esterno ma anche e soprattutto a1l’interno di sé: “la personalità ombra” è un nemico pericolosissimo che costringe ad agire contro il proprio stesso bene; è quel nemico crudele che obbliga ad esempio il tabagista a fumare, anche quando questi sa già di avere un tumore ai polmoni. L’io cosciente rappresenta soltanto una piccola parte della personalità ed è ben poca cosa rispetto alle tendenze inconsce, simili a forze titaniche. Vincere questi mostri sommersi è possibile, ma occorre richiedere l’aiuto di un Maestro competente che ci aiuti a praticare con costanza, fede e coerenza una disciplina etica di vita fondata sull’amore e sull’abbandono a Dio, per riuscire a riprendere coscienza della no essenza spirituale e delle sue inesauribili e potenti risorse. Predisporsi con affetto e amore verso tutte le creature e il creato è parte essenziale della cura ed. è l’arte della vita; un’arte che culmina nel pieno sviluppo della bhakti o pura devozione per Dio.

Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi,
sacrifichi od offra in carità, come pure le ascesi che compi,
offri tutto a Me, o figli di Kunti.
In questo modo sarai libero dai legami dell’azione
e dai suoi risultati, propizi e non propizi.
Con la mente fissa in Me, e in questo spirito di rinuncia
sarai liberato e verrai a Me.
(Bhagavad Gita: IX.27-28)