20 ottobre 2009

Il Viaggio di Dante e la Bhagavad-gita.

Esperienza psicologica di Inferno, Purgatorio e Paradiso per l'uomo contemporaneo.
Sabato 26 settembre in Palazzo Vecchio a Firenze la Bhagavad-gita della tradizione vedico-vaishnava, che Shrila Prabhupada ha diffuso in Occidente, e la Divina Commedia di Dante Alighieri, hanno dialogato in uno scenario suggestivo, ispirando e affascinando le circa seicento persone intervenute da tutta Italia per l'occasione. Il suggestivo contesto storico artistico ha ospitato egregiamente l'evento, condotto da Matsyavatara Prabhu. Esso ha avuto luogo nel Salone De' Cinquecento ed è stato videoproiettato in quello De' Dugento. Le scene di battaglia raffigurate nei dipinti del Vasari, il Genio della Vittoria di Michelangelo e le statue di Vincenzo De' Rossi rappresentanti Le Fatiche di Ercole sembravano rievocare i momenti cruciali del viaggio esistenziale di Arjuna nella Gita e di Dante nella Commedia. L'angosciante crisi che entrambi vivono, che pare a loro quasi peggiore della morte, li conduce in una difficile battaglia (‘la guerra sì del cammino e sì de la pietate’) dalla quale escono entrambi vittoriosi. Matsyavatara Prabhu ha dapprima tracciato una contestualizzazione culturale e socio-storico-politica delle due opere, descrivendo tratti peculiari dell'antica tradizione indovedica e della civiltà medioevale ai tempi di Dante con riferimento alle loro rispettive fonti. Sono state offerte prospettive culturali di ampio respiro in uno stimolante confronto-dialogo tra Oriente e Occidente, tracciando collegamenti tra culture solo apparentemente distanti: i grandi classici greci e latini, gli antichi rishi vedici, la tradizione alchemica medievale e il Dolce Stil Novo, la letteratura islamica e i mistici sufi, il cristianesimo e la tradizione della Bhakti vaishnava. Su due grandi schermi scorrevano immagini che rievocavano i contenuti delle due opere, mentre Matsyavatara Prabhu entrava nel vivo approfondendo i profili psicologici dei caratteri di Arjuna e Dante nelle loro sorprendenti convergenze: due eminenti figure politiche, un principe e un priore, che nel loro dramma esistenziale e sociale, appassionatamente intraprendono la ricerca di un sentiero evolutivo che dalla selva oscura li riconduce alla luce dell’alta consapevolezza, il ben dell'intelletto dantesco e il buddhi-yukta di Krishna nella Bhagavad-gita. Attraverso le spiegazioni offerte, le voci di Arjuna e di Dante parevano dialogare tra loro esprimendo le stesse problematiche esistenziali, di cui si è potuta toccare con mano la sorprendente attualità; a tali cruciali interrogativi rispondevano gli insegnamenti di Krishna nella Gita e di Virgilio e Beatrice nella Commedia, offrendo soluzioni e valori di riferimento per vari aspetti convergenti. In entrambi i casi l'esperienza della crisi si rivela essere lo stimolo più grande per la propria personale evoluzione, che passa attraverso il riconoscimento e il superamento dei propri limiti fino all'illuminazione e all'incontro con Dio. Dante riconquista la luce attraverso la discesa negli inferi, in cui riconosce i propri vizi e le umane bassezze, e Arjuna ritrova la pace combattendo nello spirito dell’offerta a Shri Krishna quella battaglia di Kurukshetra che ogni individuo è chiamato ad affrontare nella propria vita. Dando risposta alle domande poste dal pubblico sono emerse, in un coinvolgente e vivido affresco, le caratteristiche degli stati di coscienza di inferno, purgatorio e paradiso, corrispondenti alle dimensioni bhur, bhuvah, svahah della psico-cosmogonia indovedica. I protagonisti della Gita e della Commedia sono stati colti e rappresentati nei loro significati più profondi: uscendo dall'alone di un'interpretazione meramente letteraria e accademica, essi hanno espresso con forza e chiarezza le loro istanze. Chi ascoltava ha potuto rispecchiarsi nelle loro vicende, li ha incontrati nella propria vita, li ha scoperti presenti nel proprio animo poiché sorprendente espressione di debolezze e virtù proprie, di differenti tendenze e livelli di consapevolezza. Alcuni dei temi approfonditi nel confronto tra Bhagavad-gita e Divina Commedia: la figura archetipica del maestro spirituale, gli ostacoli lungo il cammino, il rapporto individuo-società, le vie alchemiche della purificazione del cuore, e soprattutto l'amore come culmine dell'esperienza realizzativa in entrambi i percorsi iniziatici. La Bhakti della tradizione indovedica e l'amor divino della Commedia rappresentano nelle due opere la méta comune da raggiungersi e al tempo stesso il comune mezzo che conduce a quella suprema méta. In essa è racchiuso il senso della vita prima della morte e oltre la morte. Il viaggio dalla terra al cielo, dalla morte all'immortalità, dalle tenebre alla luce, dall'uomo a Dio, dalle passioni egoiche all'amore immortale è l'avventuroso percorso che in parallelo compiono Dante ed Arjuna, e che ogni individuo ha la possibilità di intraprendere per ritrovare la propria collocazione armonica nell'universo e realizzare se stesso oltre i condizionamenti dell'ego, di tempo e spazio. La Gita e la Commedia – ha concluso Matsyavatara Prabhu – sono opere di intramontabile valore, le cui straordinarie convergenze fanno cadere le contrapposizioni tra Oriente e Occidente, abbattono fanatismi laici e religiosi; esse insegnano ad integrare l'umano con il Divino, a realizzare il Divino senza rinnegare l'umano. La Gita e la Commedia possono non solo proficuamente dialogare tra loro, ma far dialogare anche le genti di oggi, l'individuo e la società, creature, creato e Creatore, conducendo nelle loro espressioni più alte alla realizzazione della divina saggezza e dell'amore immortale. L'amor che move il sole e le altre stelle. La Bhakti come suprema forza purificatrice, che trascende i confini di tempo e spazio e che costituisce l'apice di ogni percorso spirituale autentico.
Per chi è interessato è disponibile un video dell'evento.

Per informazioni: secretary@c-s-b.org.

01 ottobre 2009

'Il valore delle relazioni' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La qualità delle relazioni è garantita solo se sappiamo apprezzare il valore e le qualità degli altri e della relazione in sé. La carenza o addirittura la mancanza di tale apprezzamento produce un deserto relazionale. Per ovviare a ciò, primo passo indispensabile è imparare a riconoscere i pregi a chi li ha. Cosa dire, quando, quanto e a chi non è sempre facile da capire o da intuire: le relazioni umane sono un universo complesso. A volte mettiamo il cuore in una relazione, cerchiamo di svilupparla al meglio delle nostre possibilità, eppure non riusciamo a costruire con l'altro quel che era nelle nostre intenzioni. A noi spetta impegnarci e fare il massimo, con intento evolutivo, con gioia e desiderio di crescere assieme ma senza aspettative, sempre aperti alla risposta dell'altro, rispettando l'altrui libertà. Se davvero desideriamo imparare ad amare gli altri, non ci adageremo passivamente sulle persone sviluppando con loro relazioni morbose, di dipendenza, caricandole delle nostre aspettative e pretese egoiche e con queste soffocando la possibilità di interagire ed operare favorevolmente per il bene comune. Chi non riesce a mettere in pratica questo basilare principio, crolla con il crollare della relazione: perde quota e cade al suolo senza neanche aver avuto il tempo di accorgersene. Investiamo nelle relazioni le nostre migliori energie, tutta l'intelligenza e il cuore, ma facciamolo senza ammalarci di perfezionismo, essendo umilmente consapevoli degli umani limiti, nostri e altrui. Anche ciò ci aiuterà ad apprezzare il valore di ciò che stiamo costruendo. Per edificare una relazione, che sia di coppia, amicale, parentale o di Guru-discepolo, tenete di conto dei tre principi fondamentali che Vitruvio stabilì come prioritari per l'edificazione delle costruzioni:

1) Stabilità
2) Funzionalità
3) Bellezza

Un edificio deve essere stabile, solido, capace di reggere agli urti del tempo e degli elementi della natura, e così una relazione. Non si può costruire su di un terreno fragile che non regge: si debbono necessariamente scegliere terreni solidi. Se abbiamo a che fare con un terreno fragile, occorre prima di tutto iniziare un lavoro di consolidamento del terreno stesso, prima di cominciarvi a costruire. Non si può consolidare il terreno e nel frattempo iniziare a costruirvi sopra: non funzionerà, per certo l'edificio non potrà reggere, così come una relazione non potrà reggere agli urti del tempo e alle sfide della vita se non è stata ben impostata, ben preparata, coltivata, rafforzata, maturata. Affinché si manifestino i propri ed altrui talenti e qualità, affinché si sviluppino le siddhi, ovvero le perfezioni nella relazione, e diventino sempre più fulgenti, in tutta la loro potenzialità espressa, occorre costruire su basi solide e per far ciò occorre operare con continuità, senza intermittenza, senza distrazioni o dispersioni di energie, viceversa le nostre possibilità di sviluppo e di realizzazione rimarranno incompiute, flebili come piccole lucciole che si accendono e spengono nel buio della notte. La discontinuità, e i conseguenti sbalzi di umore, rovinano le relazioni e ogni cosa che si fa: sono il minotauro che si deve prendere per le corna e vincere, se vogliamo portare a compimento le nostre imprese. Oltre ad operare con continuità per favorire il vigore, la tenuta e la stabilità delle relazioni, occorre impostare i nostri rapporti in base a ciò che è più funzionale. Funzionale a cosa? Alla nostra e altrui evoluzione. Una relazione può essere di per sé stabile e bella, ma se non è funzionale all'alto scopo che ci siamo prefissi, quale sarà il suo valore? Per imparare ad impostare le relazioni secondo il principio della funzionalità, è importante sviluppare le qualità della flessibilità, della duttilità, dell'elasticità, che ci permettono di scegliere a seconda della situazione in cui ci troviamo il comportamento più idoneo – per quel tempo (kala), luogo (desha) e circostanza (patra) - rispetto ai valori che ci siamo dati o che intendiamo perseguire. Infine, oltre ad essere stabile e funzionale, una costruzione secondo Vitruvio deve essere anche bella, e così ugualmente una relazione. Per quanto gli umani si siano sforzati di stabilire dei canoni estetici, il senso del bello è sempre sfuggito a rigidi schemi o a preimpostate categorizzazioni. La bellezza è proporzione, armonia, perfezione delle forme, ma anche quel certo “non so che” che rappresenta il fascino di una certa cosa, persona o relazione: la sua unicità. E così, se affiniamo lo sguardo, se eleviamo la coscienza, se purifichiamo il sentire, possiamo scoprire fascino e bellezza in ogni essere, in ogni relazione, realizzando che la bellezza è oltre la mera parvenza delle forme: corrisponde all'intima essenza di ciò che è. Nella tradizione il bello era infatti inscindibile dal buono, dalle qualità dell'anima. Avviare relazioni affettive basandosi su criteri di estetica superficiale, quella ingannevole delle forme, vuol dire condannarsi a fallimenti sicuri. “Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare”, dice Minosse a Dante, e continua: “Bada di chi te fide”. Ciò è importante per non intraprendere relazioni frutto di scelte avventate, il cui esito non può essere che frustrazione, sofferenza, tante volte depressione e disperazione. Impegniamoci ad interagire con gli altri con il costante ed unico desiderio di beneficarli, di perseguire il loro successo, quello vero, che è di natura puramente spirituale: ciò rappresenterà la migliore protezione per la nostra vita, per noi stessi, per le nostre relazioni. Sarà il principio potente, seppur invisibile, che guiderà in senso evolutivo ogni nostra scelta e ci orienterà sempre nella giusta direzione ad ogni cruciale bivio della vita. Impariamo a relazionarci sempre lasciando la possibilità agli altri di accogliere o rifiutare la nostra offerta di amore, perché l'amore vive di libertà. Ascoltiamo la nostra voce interiore quando agiamo, quando operiamo nel mondo, quando ci relazioniamo; se ci dà degli avvisi, se ci esorta ad essere cauti, prestiamole attenzione ed agiamo con prudenza, senza lanciarci in situazioni o in relazioni che potrebbero essere pericolose e che potrebbero danneggiarci e danneggiare più di quanto il nostro piccolo intelletto possa capire. La gradualità nello stabilire relazioni e nello stringere rapporti è essenziale per avere successo nella vita, così come è essenziale, una volta fatta una scelta con ponderatezza e lungimiranza, non cambiare improvvisamente i piani, seguendo acriticamente gli impulsi di mente e sensi, lasciandosi sopraffare dalla vita istintuale e venendo meno ai principi basilari della stabilità e della coerenza. Purtroppo l'impostazione prevalente della società moderna induce ad agire in maniera superficiale ed avventata, bruciando i tempi ed anche le relazioni, ma se vogliamo costruire rapporti di valore occorre investimento di tempo e di attenzione, sensibilità, maturità, cura, preoccupazione, senso di responsabilità, accoglienza, tolleranza, capacità di aprirsi all'altro per comunicare e per ascoltare profondamente. Evitiamo di coltivare quelle relazioni o azioni che non sono coerenti al progetto di vita che intendiamo realizzare, perché senza un progetto e senza seguire con continuità il metodo che ci porta a realizzarlo, non faremmo altro che ripartire ogni volta daccapo, consumando tempo ed energie e mostrando a noi stessi e agli altri la peggiore versione della nostra personalità. Elaboriamo un progetto dei nostri prossimi anni di vita come una sorta di carta nautica su cui meditare. Le cose grandi che si fanno sono tutte frutto di una visualizzazione interiore; per realizzare occorre saper visualizzare e anche saper correggere in corso d'opera le nostre visualizzazioni. Impegnarci a fare un progetto della nostra vita e a seguirlo coerentemente, significa fondare noi stessi e la nostra esistenza su basi solide, resistenti alle tante crisi che comunque tutti noi dovremo affrontare e che solo in questo modo potranno essere trasformate in occasioni di elevazione attraverso il riconoscimento e il superamento dei nostri limiti, accelerando sempre più il nostro cammino verso gli obiettivi che danno valore al nostro percorso nel mondo. Abbiamo un anno, una vita, un'eternità di fronte. Fare un progetto di vita e lavorarci con continuità ci stimola a conoscerci profondamente, a discernere tra il nostro io storico e il vero sé, tra obiettivi illusori e scopi di valore, tra relazioni effimere e relazioni propedeutiche al risveglio della coscienza, il tutto per favorire il grande viaggio di ogni essere umano verso la più elevata consapevolezza e la realizzazione del Divino dentro e fuori di sé. In ogni pensiero, desiderio, parola ed azione possiamo esprimere con intensità e ogni giorno con rinnovata freschezza la nostra istanza profonda di conoscere e amare noi stessi, gli altri e Dio, amando Dio in ogni essere e ogni essere in Dio. In questo modo dentro noi e in ogni persona che incontriamo getteremo semi di amore vero, quel sentimento puro e universale che può appagare completamente l'anima. Per sviluppare questo supremo amore occorre sviluppare le qualità dell'anima come fedeltà, lealtà, castità, trasparenza, pulizia, veridicità, senso di responsabilità, affidabilità, compassione, coraggio, amicizia, determinazione, perseveranza, imprimendole nella mente e soprattutto nel cuore, non con sterile forza di volontà e freddo raziocinio, che rischiano di sfociare in caparbietà e durezza, ma con l'impeto vitale dell'anima che rende interiormente forti ma flessibili, determinati ma dolci, entusiasti e pazienti allo stesso tempo, per la fede realizzata nelle infinite potenzialità del sé e per quella sviluppata capacità di equilibrio dinamico che ci tiene in piedi anche quando siamo urtati, anche se qualcuno ci provoca o ci disturba con un comportamento offensivo. Se seguissimo gli impulsi della mente reagiremmo con collera, con stizza, tirando fuori il peggio di noi, ma grazie alla pratica di una disciplina di vita, possiamo riuscire a trasformare queste pulsioni, canalizzando in modo costruttivo il loro potenziale energetico. La collera viene allora trasformata in parole che scrollano le persone dall'illusione senza ferirle, senza far perdere la speranza, ridando loro visione. Questo equilibrio dinamico è indispensabile da svilupparsi, e per raggiungere tale scopo fino alla più elevata realizzazione spirituale la tradizione indovedica raccomanda il metodo della sadhana-bhakti, collaudato da millenni, con efficacia sperimentata da innumerevoli persone. Una disciplina interiore di grande spessore per compiere la più grande delle imprese nella vita umana, quella dell'auto-realizzazione, che necessita di tutto il nostro impegno e di un orientamento sicuro, poiché ogni grande impresa è soggetta a grandi sfide. Se desideriamo relazioni di valore, tanti ci metteranno alla prova, con tentazioni e provocazioni. Ma se manteniamo salda la rotta, i piaceri fugaci gradualmente perdono di attrazione, le offese ricevute ci appaiono come grandi occasioni per superare i nostri limiti, e sempre più il Signore del cuore, che dal cuore parla al nostro cuore, Shri Kamadeva, soddisferà ogni nostro più intimo desiderio dell'anima, ogni aspirazione, ogni gioia che si desidera offrire al servizio di Dio. Chi desidera diventare un asceta diventerà un vero asceta, chi aspira ad essere un buon capofamiglia lo sarà, chi vuole produrre ricchezze a beneficio di tutti svilupperà l'intelligenza e l'intraprendenza per farlo se si comporta secondo l'ordine cosmo-etico di origine divina che sostiene ogni essere e l'universo intero, mentre chi arraffa per sé non produrrà mai nulla, né per sé né per gli altri. Nessuno può essere felice se non è in un trend evolutivo stabile. Per immetterci in questo trend evolutivo dobbiamo impegnarci a superare i nostri limiti: quelli strutturatisi geneticamente, quelli che sono conseguenza dell'ambiente in cui si è vissuto e quelli che sono il risultato di errori compiuti. Possiamo riuscirci se investiamo fiducia in noi stessi, nelle nostre qualità intrinseche, e in quelle altrui, riscoprendo quel tesoro che giace celato in ciascuno e che corrisponde alla nostra essenza profonda. I difetti, i condizionamenti, i limiti per i quali soffriamo sono superfetazioni che coprono la nostra vera identità. Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell'energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire - dopo la prima curva - che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s'impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività, e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l'amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l'apprezzamento e l'affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos'altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l'utilità è il principio, e se l'utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

16 agosto 2009

'La valorizzazione degli altri' (Lecce, 27 Aprile 2009) di Shriman Matsyavatara Prabhu.

La sorgente di ogni qualità.
La Caitanya Caritamrita spiega che la compagnia dei sadhu è la sorgente di tutte le qualità spirituali. Attraverso il sat-sanga l'anima si risveglia e comincia a percepire direttamente, non più attraverso l'ego o la mente. Ciascuno di noi può sperimentare ciò, ma ogni esperienza che si acquisisce poi deve essere anche profondamente compresa, elaborata, interiorizzata, affinché diventi patrimonio stabile della persona.

L'importanza degli altri.
Nel nostro percorso spirituale dovremmo sentire forte l'esigenza non solo di profondamente comprendere ed elaborare noi per primi le intuizioni che per grazia di Shri Shri Guru e Krishna abbiamo, ma anche di operare affinché altri le comprendano, in modo da condividere con chi lo desidera la ricchezza che ci è stata data in dono. Ogni sentiero di realizzazione spirituale lo si percorre con successo nella misura in cui noi teniamo conto degli altri e li favoriamo nel loro progredire. Nella nostra vita gli altri non ci sono come comparse ma come coo-protagonisti, che assieme a noi fanno il viaggio dell'esistenza verso la meta che è l'amore. Anche l'importanza della compagnia dei sapienti illuminati è usufruibile nella misura in cui noi apprezziamo e valorizziamo la loro presenza. Attraverso i loro insegnamenti e modello di vita, il nostro impegno dovrebbe essere sempre volto a correggere e a migliorare i nostri comportamenti, per svincolarci da ciò che ostacola, rallenta o addirittura rovina il nostro e altrui progresso spirituale.

Favorire stati di serenità.
Dobbiamo sempre impegnarci in qualsiasi circostanza della vita a ricostituire con gli altri condizioni di serenità (shanti), anche quando siamo stati offesi o umiliati. Favorire questo stato di serenità e di benessere interiore (ben diverso dalla effimera gratificazione dei sensi) è ciò che contraddistingue un sadhu. A volte non è un'operazione semplice, specialmente quando abbiamo a che fare con persone che reagiscono con rancore, con risentimento, poiché mancano di elasticità e vivono rinchiuse in schemi rigidi, ma ogni nostro sforzo in questa direzione garantisce il nostro vero successo nella vita spirituale.

La capacità adattiva.
Una delle facoltà più grandi dell'intelligenza è quella adattiva, che spesso è carente anche nelle persone cosiddette colte che però non conoscono la vera sapienza né la saggezza. I sapienti hanno la capacità di espandere la visione degli altri, i quali possono così acquisire la capacità di accogliere più diversità in quello che era il loro ridotto panorama causato dalla loro miopia mentale. Oltre a ciò le persone sante, ancor più dei sapienti, vedono le qualità, le potenzialità, le facoltà dell'anima in chiunque, anche se represse e incatenate, e sanno come fare per rievocarle, per suscitare il loro risveglio.

Vivere giocando.
Si deve vivere da devoti giocando, ma giocando seriamente, rispettando tutte le regole del gioco, con conoscenza, rispetto e lealtà nei confronti del gioco stesso e di chi gioca con noi. Questo gioco è accompagnato da un'ondosa ed entusiasmante felicità. La vita spirituale non è una nenia ripetitiva: vivere spiritualmente è molto più dinamico che vivere materialmente. Inoltre, la coscienza spirituale include anche la conoscenza della materia; la trascendenza, infatti, include ciò che trascende: non è una fuga da, ma è un superamento di.

Modulare il rapporto con gli altri.
Quando ci troviamo di fronte a persone che non hanno desiderio di approfondire e giudicano con schemi rigidi, dobbiamo tenere di conto di ciò e cercare di individuare una scala valoriale condivisa per poter comunicare sulla base di tali valori comuni. Laddove non si dovessero identificare tali valori comuni, è bene mantenere le giuste distanze, ma sempre con grande rispetto, secondo il comune detto “buoni confini, buoni vicini”. Come prenderci cura degli altri, come valorizzarli, come rapportarsi a coloro che sono da noi coscienzialmente più distanti, è il primo insegnamento da acquisire nella vita spirituale.

La critica costruttiva.
La critica è negativa quando è tesa a sminuire e a disprezzare gli altri, ma esiste anche una critica costruttiva, animata dal desiderio di fare il bene altrui. La spiritualità non è scollegata da un rigoroso comportamento etico-morale. L'etica e la morale sono fondamentali per la realizzazione spirituale. Yama e niyama sono le prime lezioni da acquisire: ciò che deve essere fatto e ciò che non si deve fare. L'aderenza a tali principi permette di procedere rapidamente e con gioia sul sentiero della Bhakti.

Apprezzare le qualità degli altri.
Maya generalmente non entra nella nostra vita in maniera imponente, ma sottilmente. Dobbiamo stare attenti a non concederle neanche un minimo spazio, e la prima raccomandazione da seguire è quella di non reagire alle provocazioni. Se ci poniamo nella posizione di apprezzare le qualità degli altri (e negli altri possiamo sempre trovare qualche buona qualità, anche quelle che noi non abbiamo), possiamo intessere relazioni buone e di valore con tutti. Dobbiamo fare di tutto per risvegliare buoni sentimenti in chiunque incontriamo, comportandoci sempre a partire dalla base imprescindibile di sattva-guna, conquistando gli altri con l'amore. Non dobbiamo spintonare ma attrarre; questo è lo stile di Krishna: suona il flauto e ci attrae. Per rassicurare gli altri ed entrare nel loro cuore dobbiamo dare loro garanzie, e la migliore garanzia è la nostra purezza. Senza la forza della purezza non si può trasmettere il messaggio divino; non è la potenza dell'eloquenza che convince ma la nostra purezza. Anche se qualcosa vi viene detto in maniera arrogante, ma voi lo prendete candidamente, voi siete vittoriosi. Pensate all'opposto: prendere tutto quel che ci dicono gli altri come un'offesa. La vita diventa un inferno. Nella Bhagavad-gita Shri Krishna spiega che gli è molto caro colui che è benevolo con tutte le creature. Vaikuntha non è un altrove: è un qui ed ora nelle relazioni. Vaikuntha è una modalità relazionale: quella della Bhakti.

La creatività nelle relazioni.
Siamo esseri creativi e valiamo nella misura in cui siamo creativi per cercare di creare ottime relazioni, affinché la diversità non ci separi ma ci arricchisca. Guardiamo alle persone come ad esseri spirituali, a prescindere dal corpo che portano: giovane e avvenente, vecchio e malandato. A prescindere dalle loro caratteristiche esteriori, diamo a tutti occasioni per risvegliarsi spiritualmente. Non dobbiamo fare distinzioni tra colti e incolti: chiunque si avvicina, che sia seduto al vertice della piramide sociale o che sia sdraiato alla sua base, è un'anima da curare. Per aiutare le persone occorre capire quali sono gli attaccamenti che le legano e, quasi senza farsi notare, aiutarle a sciogliere quei nodi, sempre con il massimo rispetto. L'opposto a ciò è l'abuso, che ci fa cadere schiacciati dalle offese. Quel che Krishna ci invia è per offrirlo a Lui; così dobbiamo rapportarci agli altri nel gioco della vita.

19 luglio 2009

'La libertà dal senso di possesso' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Commento a Bhagavata Purana XI.9.1-10, Bhaktivedanta Ashrama 21 Aprile 2009.
La libertà dagli attaccamenti egoici e dal senso di possesso permette di superare ogni forma di ansietà, di mantenere una mente calma, di fissarla su Dio e sullo scopo supremo della vita, realizzando la gioia senza limiti dell'anima. Non ci possiamo liberare dal possesso in senso radicale, a volte per dovere prescritti o per doveri ascritti o per natura intrinseca delle cose; ad esempio non possiamo liberarci dal corpo che ci è stato dato. L'importante è non attaccarsi ad esso e a tutto quel che temporaneamente abbiamo come se fosse di nostra proprietà. É l'attaccamento al possesso che genera la sofferenza. Niente è di nostra proprietà: occorre fare buon uso di quel che ci è stato affidato. Occorre rinunciare all'effimero, non a ciò che può esserci utile per la realizzazione spirituale. Ad esempio l'abbandono del servizio devozionale è un atto distruttivo. L'intelligenza e la nostra capacità di dedizione vanno utilizzate tutte per favorire il nostro percorso evolutivo. Dobbiamo rinunciare al piacere effimero, ma non a quello connesso allo svolgimento della sacra seva. Il servizio devozionale riempie di gioia, anche laddove si incontrano delle difficoltà. La vera soddisfazione proviene dal servizio devozionale, dalla nostra relazione con il Signore e dal nostro impegno nell'avvicinare le persone a Shri Shri Guru e Krishna. Per vivere in stato di serenità occorre liberarci da tutto ciò che è superfluo per concentrarci solo su ciò che è utile alla nostra e altrui crescita spirituale. Non è quel che succede che ha effetto su di noi, ma come noi leggiamo o interpretiamo quel che succede. Solo chi guarda a quel che accade con una buona predisposizione interiore, può trarne beneficio. La vita ci riserva sempre grandi arricchenti insegnamenti, se noi preghiamo Shri Shri Guru e Krishna di permetterci di vedere il mondo con gli occhi dell'Amore.

25 giugno 2009

'La Sadhana Bhakti: mezzo di purificazione della coscienza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che sostiene l’intero universo. Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto comportamento, le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi, neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico. Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno scienziato, il sadhaka può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’, che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più necessita. In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica. Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito. Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione. Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam. Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya) che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitore dei mondi, dell’infinitamente Affascinante, è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura. Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.

20 giugno 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Terza)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: È giusto suggerire ad una donna di risposarsi anche se ha già figli? Inoltre: il suo rifugio è solo il marito, o anche il maestro spirituale?

Partendo dall’ultima domanda: la figura del marito e quella del guru non dovrebbero mai essere sovrapposte, a parte nei rari casi in cui una donna ha per marito un guru o una persona illuminata - com’era ad esempio il caso di Maitreyi nei confronti di Yajnavalkya. Il maestro spirituale può offrire un certo tipo di riferimento, ma certi bisogni di tipo sociale una donna con figli può decidere di assolverli da sola, oppure in compagnia di un marito. Certe volte per una donna sola è difficile educare i figli, specialmente i figli maschi che, giunti all’adolescenza, hanno un terribile bisogno del padre. Una donna particolarmente forte, e anche rara, può farcela anche da sola, con l’aiuto di una famiglia molto solidale. Nella società tradizionale c’erano i nonni, gli zii, i cognati, tante persone che costituivano una sorta di piattaforma di sostegno. La società moderna ha prodotto una famiglia molto debole. Lui e lei che vanno a vivere in un appartamentino, poi a causa di conflitti uno dei due rimane solo e la famiglia non c’è più, è disgregata. Molte famiglie di oggi sono costituite da individui fragili, che non hanno la capacità di sopportare le onde ripetute delle difficoltà. Venendo al punto io non vedo una grande soluzione nel ri-sposarsi; soprattutto quando ci sono figli a carico. Ma non si può porre un veto assoluto perché, come dicevo poc’anzi, esistono molte categorie umane, e tra queste ve ne sono molte fragili psicologicamente, che se non hanno la possibilità di ricevere un sostegno e un nuovo affetto crollano definitivamente, diventando pesi insostenibili per la società. Non possiamo emettere sentenze unilaterali assolute; la società di oggi non ce lo permette, in quanto si è frammentata a dismisura, creando tutta una serie di diritti-doveri che costituiscono una matassa inestricabile. Nella società tradizionale le persone vivevano per la maggior parte in campagna. In campagna spesso è sufficiente avere un orto per sopravvivere. A Milano centro, o nel cuore di qualsiasi altra città è difficile vivere con un orto. Al di là poi della sopravvivenza fisica dobbiamo anche sottolineare l’importanza della solidarietà e delle relazioni umane che nelle megalopoli, nelle metropoli superabitate e trafitte dalla solitudine, sono veramente rare. Dunque, quel che prima era inauspicabile, oggi può essere una dolorosa necessità, quasi da raccomandare, seppur non sempre e non senza avere conosciuto precisamente il caso in questione. Sul Maestro spirituale a volte si proiettano aspettative esagerate. Il Maestro spirituale ha una funzione metafisica, e deve aiutare nel mondo fisico per dirigere il viaggio verso la dimensione spirituale. Non è un consulente del lavoro, non è un consulente familiare, non è un consulente per i disturbi dell’infanzia. Tutto questo può essere sottoposto al guru, e questi può avere un’apertura mentale e una cultura eclettica tali da poter aiutare in numerose occasioni; ma deve essere compreso che quell’aiuto non è per accomodarsi nel mondo materiale, è per superarlo e trascenderlo. Dunque, non si dovrebbe appesantire inutilmente il Maestro spirituale, quando altri possono risolvere problemi di loro specifica competenza. Spesso i problemi delle persone sono generati da loro stessi, soprattutto da pretese che nessun uomo o donna potrebbe mai soddisfare; i modelli messi in circolazione dai media sono artificiali. Programmi spazzatura come “Beautiful” propongono dei non valori, modelli di vita totalmente artificiali che entrano profondamente nella psiche profonda, anche in forma subliminale, e quando poi vengono applicati, anche inconsciamente, si creano impossibilità di convivenza, impossibilità di cooperazione, perché magari si pretende che il coniuge corrisponda a certi pesudo-modelli di uomo e di donna. L’interesse delle industrie, gli interessi economici, gli interessi della politica bombardano pesantemente e contribuiscono alla formazione di modelli che rendono la convivenza e in generale il mondo delle relazioni molto difficile. Comunque, come dico spesso, la massa è solo un concetto astratto, esistono gli individui e la società, che è costituita dall’interazione di individui. Dunque dobbiamo sempre partire da noi stessi, migliorando la nostra attitudine e il nostro personale comportamento. Agire bene rende anche sani e mantiene la persona più longeva possibile. Circa venti anni fa, feci una trasmissione radio il cui titolo era: “Essere onesti conviene”. Detti volutamente alla trasmissione un titolo provocatorio, perché volevo collegare il punto di vista economico a quello sociologico, a quello medico, a quello psicologico, sociologico e spirituale. Una persona che agisce in maniera scorretta crea una serie di conflitti prima di tutto intrapersonali, poi anche sul piano interpersonale e dunque sociale. Perciò, aiutando le persone a seguire con rettitudine i princìpi attraverso i quali ci si può armonizzare con l’ordine cosmico e quindi con la volontà divina, significa sicuramente aiutarle anche in ogni ambito dell’esistenza secolare. Se analizziamo in maniera approfondita i principi di yama e niyama, che si trovano riassunti nei quattro principi regolatori della tradizione Vaishnava, possiamo constatare come implichino ed aiutino a sviluppare un alto livello di igiene psicofisica, e di riflesso anche sociale. Gli strumenti per migliorare la nostra esistenza anche in quest’era e in questa società ci sono tutti, basta applicarli con rigore ed elasticità al tempo stesso.

31 maggio 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Seconda)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Nelle Scritture vedico-vaishnava si legge di personalità che avevano grandi responsabilità, non solo della propria famiglia, ma addirittura di interi regni, di milioni di persone. Mi sembra, però, che il loro esempio non sia immediatamente spendibile nella nostra vita quotidiana, ma forse semplicemente perché loro erano loro e io sono io.
No, anche per ragioni molto più pratiche. Allora la società era organizzata in un modo, oggi è organizzata in un altro. I profeti della Bibbia convivevano in maniera pacifica con una società che accettava la schiavitù come norma comune. Oggi la schiavitù non viene accettata, per cui certi discorsi di allora, se tu li facessi oggi saresti profondamente criticato, e magari anche accusato e condannato. Dunque, dobbiamo sempre tenere in grande considerazione il tempo, il luogo e la circostanza in cui ci troviamo, non possiamo applicare fatti e norme di milioni di anni fa, o di decine di milioni di anni fa, o anche solo di alcuni secoli fa, in un contesto sociale profondamente mutato. Questo è un principio fondamentale: molti errori sono stati fatti nella storia e nella società e nelle singole istituzioni da chi non ha saputo rinnovarsi, da chi ha preteso di applicare in maniera cristallizzata, senza il minimo discernimento e mostrando scarsa lungimiranza, principi, valori, ideali che evidentemente non erano più adatti alla situazione storico-culturale del presente. La società arya, la civiltà dei Veda, era fondata su una concezione sociale straordinariamente aperta e, contrariamente a quanto dicano gli studiosi occidentali, che hanno frainteso molto, l’organizzazione sociale di allora era veramente avanzata, straordinariamente flessibile, non irrigidita nelle caste dell’India odierna. Due dispositivi sociali che permettevano tale flessibilità erano quelli di dharma e svadharma. Dharma era l’ordine universale, l’ordine cosmico, ritam, un ordine immutabile, riconosciuto e rispettato da tutti. Regole fondamentali cui tutti sono soggetti, dal re allo scudiero. Ma assieme al dharma, c’era lo svadharma, l’ordine individuale. Sva vuol dire “suo proprio”, quindi indica il dharma proprio di ciascun individuo. Per tornare all’esempio del re e dello scudiero, essi avevano in comune un dharma universale, il sanatana dharma; poi, per il loro ruolo specifico, seguivano un dharma individuale, lo sva-dharma. Anche a livello giuridico, la legge uguale per tutti è un principio che può suonare bene ma non funziona. E’ un prodotto della rivoluzione francese, un prodotto di tempi molto recenti, frutto di un’interpretazione molto entusiasta della democrazia, che comunque, come sistema di organizzazione sociale, ovvero di gestione politica della società, è probabilmente la soluzione che negli ultimi tempi ha fatto i danni minori. Diciamo che attualmente è il meno peggio. Dunque, questa divisione di ruoli e di doveri giustificava tutta una serie di comportamenti; c’erano valori assoluti, e c’erano valori relativi. Quelli relativi erano valori mobili, flessibili. Per fare un esempio: chi oggi ha un dovere da figlio, può essere che domani possa assumere quello di padre, quindi dovrà passare da un set di principi ad un altro. Allora il punto qual è? Che se facciamo nostra una visione ad ampio spettro, vediamo che la differenziazione è qualcosa di vantaggioso. Ammesso, però, che ci sia un polo che unisce tutte le tendenze e che obbliga tutti a dei doveri comuni, universali, perché troppa differenziazione senza un elemento unificatore genera una società schizofrenica, anarchica, sbandata, un po’ come quella di oggi. E d’altra parte una società troppo centralizzata, che differenzia troppo poco, è soffocante e genera disastri; pensate, ad esempio, al tracollo di sistemi come l’Unione Sovietica. Dobbiamo infine considerare l’organizzazione dei sottogruppi, visto che esiste un ordine ma anche un sub-ordine. Tradizionalmente, ad esempio, il matrimonio riguardava un determinato comparto sociale, comparto che ovviamente aveva regole diverse rispetto ad un altro. L’attuale organizzazione sociale è vittima di estremismi: in alcuni casi - pensiamo al fenomeno delle caste - questi comparti si sono sclerotizzati e sono diventati compartimenti stagni che non aiutano certo l’evoluzione individuale e sociale; in altri casi, probabilmente più frequenti, tutto si mescola e si sovrappone, in una confusione pressoché totale di ruoli, di doveri e funzioni. La storia upanishadica di Satyakama Jabala, è autorevole testimonianza di come siano le qualità individuali, quelle derivanti da guna e karma, “tendenza ed esperienza” a porre una persona in una situazione sociale piuttosto che in un'altra. Il bimbo, figlio di una shudra, una donna che aveva lavorato in molte case ed era rimasta incinta da un padre sconosciuto, aveva qualità luminose. Attratto alla realizzazione spirituale si recò di sua spontanea volontà presso la gurukula di un guru famoso, e chiese di ricevere l’iniziazione, che al tempo veniva concessa soltanto ai membri delle tre classi superiori (vaishya, kshatriya e brahmana). Quando il guru chiese al bimbo chi fosse suo padre, egli rispose che non lo sapeva, perché la madre aveva frequentato molti uomini. In questo modo Satyakama - il cui nome significa infatti ‘amore per la verità’ - mostrò di avere una fondamentale qualità tipicamente brahmanica, la veridicità; per questo motivo il Maestro ben volentieri gli concesse l’iniziazione, impartendogli insegnamenti che lo avrebbero portato a diventare guru a sua volta. Questo a dimostrazione che il principio delle caste non pertiene all’India della tradizione e che le qualifiche esteriori degli individui, i cognomi, le casate, il livello culturale, ci dicono fino ad un certo punto; poi dobbiamo andare a vedere dentro che cosa c’è. Per tornare ad oggi, chi sono i rappresentanti della famiglia reale? Sono persone che sono nate in una famiglia reale, ma evidentemente non hanno le qualità per guidare una nazione e per farsi carico delle responsabilità che scaturiscono da un ruolo simile. Assistiamo infatti ai loro numerosi disastri, alle loro mancanze, alle loro debolezze di carattere. La nobiltà non si eredita, o c’è o non c’è. Nel Mahabharata molto ci dice l’analisi dei caratteri di Yudhisthira e di Duryodhana. Il primo aveva un carettere ideale, da monarca perfetto; il secondo si ritrova a governare solo per ambizione propria e per debolezza del padre, ma la sua malvagità e la sua sete di onori e di ricchezze personali sfoceranno nella famosa guerra di Kurukshetra. Quindi non c’è discrepanza, non c’è sconnessione tra struttura sociale e impostazione caratteriale. Quando questa frattura c’è si sviluppano molti problemi, sia a livello individuale che a livello di corpo sociale. Per risolvere le nostre debolezze e le nostre lacune caratteriali dobbiamo lavorare sui punti di forza ed applicare una sadhana, una disciplina, che ci consenta di sviluppare le nostre facoltà latenti. Questo è stato il tema di due seminari che ho tenuto di recente. Il carattere può essere modificato e migliorato: lo si fa con impegno e costanza, e soprattutto lo si può fare con la guida di chi certe lacune le ha già colmate o non le ha mai avute. I singoli individui vanno sviluppati secondo le linee-guida della loro personalità. Questo è un punto centrale. Una persona incline al canto va fatta cantare. Una persona incline allo studio deve essere incoraggiata a studiare. Una persona incline a coltivare e a curare le piante, va incoraggiata a procedere in quella direzione. Tutti devono essere favoriti nelle loro inclinazioni, e mentre si favorisce si deve anche correggere ciò che è sbagliato, anche in quella stessa inclinazione. Facciamo un esempio: una persona vuole educare i bambini, ma assieme a questa inclinazione soffre di un grave difetto del carattere: è autoritaria. L’autoritarismo è una vera e propria nevrosi, per cui il lavoro che si deve fare consiste nel recuperare, nel bonificare la tendenza positiva ad educare, e nel contempo guarire la nevrosi dell’autoritarismo. Questo si fa contemporaneamente, senza creare scissioni nella personalità dell’individuo, che si può curare solo mantenendo l’integrazione di tutte le sue parti della personalità e soprattutto trattandolo con rispetto ed affetto autentici. Colgo l’occasione per dire un’altra cosa che ritengo importante. Anche quando dobbiamo redarguire qualcuno, non dovremmo mai farlo con collera o risentimento, perché una simile attitudine genera inimicizia. Se lo si fa in maniera insensibile, senza tener conto delle circostanze non solo esterne ma anche interiori all’individuo, ciò che si ha è una sostanziale non accettazione della correzione. Se invece, in maniera lucida ed obiettiva, con affetto, con rispetto, vengono fatte notare parti difettose del carattere o dell’azione, salvaguardando tutto quello che di positivo c’è, di solito, prima o dopo, la correzione viene accettata con conseguente rafforzamento della relazione tra i due individui.

DOMANDA: Qual è influenza dei guna sul carattere e nelle relazioni?
Determinante. Esistono innumerevoli categorie di tipi psicologici. Jung ne ha individuati quattro che poi diventano otto, ma potremmo andare avanti in una progressione geometrica fino ad arrivare alle famose quattrocentomila specie umane di cui parla il Vishnu Purana. Nella Bhagavad-gita Krishna spiega che a seconda di come le persone si predispongono nei confronti delle influenze della natura, sviluppano un particolare carattere piuttosto che un altro. Ci sono diversi shloka che potremmo citare per fare una ricerca approfondita. Uno è quello cui mi riferivo prima: catur varnyam maya shrishtam guna karma vibhagashah(1): guna e karma, come già detto, sono i fondamenti per la definizione dello status e del ruolo sociale. Particolarmente significativo è comunque il XIII.22: karanam guna sangasya sad-asad yoni janmasu. A seconda di come un soggetto si predispone nei confronti della prakriti, della materia, del mondo, delle cose, delle relazioni, sviluppa un guna piuttosto che un altro, e a causa di questo contatto con i guna rinasce in un modo o in un altro, raccogliendo sat e asat, il bene e il male conseguentemente a come si è posto di fronte alla vita. Uno dei punti più controversi, che ha contribuito non poco a rendere deludente la tecnologia della psicanalisi, soprattutto quella di origine freudiana, è che si sono volute ricercare tutte le cause dei disturbi della personalità all’interno di una stessa vita, cosa inaccettabile da tutti i punti di vista. Così si sono creati ed acuiti rapporti conflittuali con i genitori, con i fratelli, con l’educazione di origine, con i giochi di infanzia, perché a tutti i costi la genesi di un disturbo mentale doveva essere trovata in quella vita. Ma la conoscenza vedica ci insegna ben altro, ovvero che le nostre condizioni attuali sono un’eredità del nostro passato, che può essere recente ma anche molto remoto. La causa a monte è, come spiega lo shloka appena citato, la modalità con cui l’essere si pone di fronte alla materia, dovuto all’influenza dei guna che subisce. Questo va a determinare la gioia o il dolore, la fortuna o la disgrazia. Dove? Janma, nella vita successiva. Per cui la persona nasce con tutto un imprinting che è già il suo. Ci può essere comunque sempre una trasformazione, un’evoluzione: cambiare, dirigersi verso l’alto è facoltà dell’umana persona; come Dante fa dire al suo Ulisse: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

(1) B.g. IV.13

DOMANDA: È giusto suggerire ad una donna di risposarsi anche se ha già figli? Inoltre: il suo rifugio è solo il marito, o anche il maestro spirituale?
Partendo dall’ultima domanda: la figura del marito e quella del guru non dovrebbero mai essere sovrapposte, a parte nei rari casi in cui una donna ha per marito un guru o una persona illuminata - com’era ad esempio il caso di Maitreyi nei confronti di Yajnavalkya. Il maestro spirituale può offrire un certo tipo di riferimento, ma certi bisogni di tipo sociale una donna con figli può decidere di assolverli da sola, oppure in compagnia di un marito. Certe volte per una donna sola è difficile educare i figli, specialmente i figli maschi che, giunti all’adolescenza, hanno un terribile bisogno del padre. Una donna particolarmente forte, e anche rara, può farcela anche da sola, con l’aiuto di una famiglia molto solidale. Nella società tradizionale c’erano i nonni, gli zii, i cognati, tante persone che costituivano una sorta di piattaforma di sostegno.La società moderna ha prodotto una famiglia molto debole. Lui e lei che vanno a vivere in un appartamentino, poi a causa di conflitti uno dei due rimane solo e la famiglia non c’è più, è disgregata. Molte famiglie di oggi sono costituite da individui fragili, che non hanno la capacità di sopportare le onde ripetute delle difficoltà. Venendo al punto io non vedo una grande soluzione nel ri-sposarsi; soprattutto quando ci sono figli a carico. Ma non si può porre un veto assoluto perché, come dicevo poc’anzi, esistono molte categorie umane, e tra queste ve ne sono molte fragili psicologicamente, che se non hanno la possibilità di ricevere un sostegno e un nuovo affetto crollano definitivamente, diventando pesi insostenibili per la società. Non possiamo emettere sentenze unilaterali assolute; la società di oggi non ce lo permette, in quanto si è frammentata a dismisura, creando tutta una serie di diritti-doveri che costituiscono una matassa inestricabile. Nella società tradizionale le persone vivevano per la maggior parte in campagna. In campagna spesso è sufficiente avere un orto per sopravvivere. A Milano centro, o nel cuore di qualsiasi altra città è difficile vivere con un orto. Al di là poi della sopravvivenza fisica dobbiamo anche sottolineare l’importanza della solidarietà e delle relazioni umane che nelle megalopoli, nelle metropoli superabitate e trafitte dalla solitudine, sono veramente rare. Dunque, quel che prima era inauspicabile, oggi può essere una dolorosa necessità, quasi da raccomandare, seppur non sempre e non senza avere conosciuto precisamente il caso in questione. Sul Maestro spirituale a volte si proiettano aspettative esagerate. Il Maestro spirituale ha una funzione metafisica, e deve aiutare nel mondo fisico per dirigere il viaggio verso la dimensione spirituale. Non è un consulente del lavoro, non è un consulente familiare, non è un consulente per i disturbi dell’infanzia. Tutto questo può essere sottoposto al guru, e questi può avere un’apertura mentale e una cultura eclettica tali da poter aiutare in numerose occasioni; ma deve essere compreso che quell’aiuto non è per accomodarsi nel mondo materiale, è per superarlo e trascenderlo. Dunque, non si dovrebbe appesantire inutilmente il Maestro spirituale, quando altri possono risolvere problemi di loro specifica competenza. Spesso i problemi delle persone sono generati da loro stessi, soprattutto da pretese che nessun uomo o donna potrebbe mai soddisfare; i modelli messi in circolazione dai media sono artificiali. Programmi spazzatura come “Beautiful” propongono dei non valori, modelli di vita totalmente artificiali che entrano profondamente nella psiche profonda, anche in forma subliminale, e quando poi vengono applicati, anche inconsciamente, si creano impossibilità di convivenza, impossibilità di cooperazione, perché magari si pretende che il coniuge corrisponda a certi pesudo-modelli di uomo e di donna. L’interesse delle industrie, gli interessi economici, gli interessi della politica bombardano pesantemente e contribuiscono alla formazione di modelli che rendono la convivenza e in generale il mondo delle relazioni molto difficile. Comunque, come dico spesso, la massa è solo un concetto astratto, esistono gli individui e la società, che è costituita dall’interazione di individui. Dunque dobbiamo sempre partire da noi stessi, migliorando la nostra attitudine e il nostro personale comportamento. Agire bene rende anche sani e mantiene la persona più longeva possibile. Circa venti anni fa, feci una trasmissione radio il cui titolo era: “Essere onesti conviene”. Detti volutamente alla trasmissione un titolo provocatorio, perché volevo collegare il punto di vista economico a quello sociologico, a quello medico, a quello psicologico, sociologico e spirituale. Una persona che agisce in maniera scorretta crea una serie di conflitti prima di tutto intrapersonali, poi anche sul piano interpersonale e dunque sociale. Perciò, aiutando le persone a seguire con rettitudine i princìpi attraverso i quali ci si può armonizzare con l’ordine cosmico e quindi con la volontà divina, significa sicuramente aiutarle anche in ogni ambito dell’esistenza secolare. Se analizziamo in maniera approfondita i principi di yama e niyama, che si trovano riassunti nei quattro principi regolatori della tradizione Vaishnava, possiamo constatare come implichino ed aiutino a sviluppare un alto livello di igiene psicofisica, e di riflesso anche sociale. Gli strumenti per migliorare la nostra esistenza anche in quest’era e in questa società ci sono tutti, basta applicarli con rigore ed elasticità al tempo stesso.

08 maggio 2009

'Introduzione alla Sociologia e ai Rapporti Interpersonali (Parte Prima)' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il tema che ci accingiamo ad affrontare, con un programma di domande e risposte, è di natura specificamente sociologica: in che modo una persona che adotta i principi etici della Scuola vaishnava di Caitanya può vivere nella società del terzo millennio. Questi antichi insegnamenti si possono ancora vivere nel mondo, in mezzo a persone che lavorano, che concepiscono la vita e le relazioni in un modo che è piuttosto lontano dai valori della tradizione? In questa società dove la comunicazione ha raggiunto livelli di velocità sorprendente, ma altrettanto sorprendenti livelli di scadente qualità, quali sono le condizioni ideali o gli adattamenti da fare per applicare nella società odierna la scala di valori fornita dalla civiltà dei Veda?

DOMANDA: Il mio problema è appunto comunicare con l’esterno, addirittura comunicare con la famiglia.
Comunicazione implica due parti che entrano in contatto. A trasmette, B riceve; B trasmette, A riceve. Spesso, quando da una parte c’è comunicazione, c’è anche dall’altra e, ugualmente, quando da una parte c’è difficoltà nel comunicare, c’è anche dall’altra. Probabilmente le difficoltà che tu incontri nel comunicare con la famiglia sono altrettanto forti da parte della famiglia nel comunicare con te. C’è sempre da capire, quando trasmettiamo, come mai il messaggio non venga ricevuto, oppure perché viene ricevuto in maniera distorta. A volte dobbiamo aggiustare la modulazione di frequenza, a volte il linguaggio, a volte i tempi o le circostanze, a volte i temi da comunicare. In alcuni casi può succedere che partiamo troppo dall’alto. Io mi sono trovato, ad esempio, insegnando all’Università, ad iniziare una lezione e rendermi conto dopo pochi minuti che le persone di fronte a me non erano preparate per gli argomenti che stavo presentando, quindi ho dovuto applicare una strategia di adattamento. La comunicazione è una vera e propria scienza, richiede sensibilità, attenzione, una buona dose di rispetto per gli altri. Non credo che tu non abbia questo rispetto, ma dico che spesso manchiamo di sufficiente attenzione nel valutare i bisogni e gli interessi degli altri. Se noi siamo consapevoli di tutto questo, generalmente miglioriamo la nostra comunicazione. Magari non è possibile al livello che vogliamo noi, dobbiamo magari abbassarci un po’ di quota ed aspettare pazientemente che i nostri interlocutori siano pronti per tornare alla specificità del messaggio.

DOMANDA: Ho conosciuto individui che hanno operato una certa scelta di vita dopo che ne avevano già fatte altre decisive, come quella del matrimonio, ritrovandosi quindi ad incamminarsi sul nuovo percorso con i presenti compagni di vita. Sapendo quanto determinate scelte modifichino aspirazioni, ambizioni ed obiettivi, e sapendo che una coppia si lega tanto di più se ha obiettivi in comune, desidererei ascoltare una tua considerazione su questo. In un ambiente sociale dove i valori religiosi sono ampiamente condivisi, problemi simili non ve ne sono, ma in una società multiculturale e multireligiosa come la nostra, queste sono tematiche che possibilmente dovrebbero essere prese in considerazione prima del matrimonio. Quando si parla di conflitto, più che di conflitto tra individui dovremmo parlare di conflitto tra visioni della vita. Tale visione determina tutto: la scelta del cibo, la scelta delle amicizie, la scelta dei luoghi da frequentare, del vestiario, degli orari, per cui accade spesso che le due vie si divaricano, e se non c’è un aggiustamento tempestivo, prima che le due posizioni si radicalizzino, non può avvenire altro che una separazione, cosa peraltro non auspicabile. Allora, quando le persone incontrano un nuovo credo, una nuova visione della vita, dovrebbero quanto prima preoccuparsi di farne partecipe il partner che non sa, perché se questi ama veramente, di solito il problema non si pone anzi, generalmente la nuova scelta risolve anche vecchi problemi rimasti insoluti. Uno stile di vita che ha alla base l’accettazione di una scala valoriale è molto stimolante: significa rinascere, ringiovanire, riscoprire il gusto della vita. Se però il partner non ne vuol sapere, allora è una cartina di tornasole. In questo caso è infatti una riprova che la relazione di fatto era già finita. Ciò significa che una vera relazione non c’era mai stata, oppure si era sempre mossa su di una base selvaggiamente individuale, dove ognuno faceva sempre quel che voleva, per cui comunque nemmeno prima era stato possibile impostare una vita fondata su valori comuni. Dove, invece, c’è autentico interesse fra i due membri della coppia, se c’è una buona relazione, normalmente viene fatto uno sforzo per soddisfare l’interesse del partner. Così come quando i genitori amano davvero i figli, se questi prendono una decisione i genitori cercano di favorirli. Una relazione salda, si dimostra per quello che è nel momento del bisogno, nelle necessità, negli entusiasmi… tra persone senzienti ed equilibrate, si valutano la ragione e le motivazioni dell’interlocutore; se nel tempo si è stabilita una relazione di stima, di fiducia, di rispetto, di apprezzamento, se il partner è stato destinatario di così tanta fiducia da parte nostra, noi abbiamo una fiducia implicita nella persona e quindi anche nella sua scelta. Oppure questa fiducia non c’era, ma allora se non c’era, non dipende dal fatto che noi abbiamo adottato una diversa scala di valori. È che non c’era e non c’è. Non pensate che il rapporto di coppia sia un rapporto rigido, strutturato, ingessato. Quando lo fosse deve essere modificato, perché in ogni caso, indipendentemente dalle scelte che si fanno, un rapporto del genere è inaccettabile e certamente poco duraturo. Spesso una certa scelta del coniuge diventa un alibi, una scusa per troncare definitivamente il rapporto. Se facciamo un’analisi approfondita scopriamo infatti che c’erano anche altri principi, altri ideali che non venivano fatti passare. Uno magari dà la colpa alla moglie, poi cambia moglie e i problemi rimangono gli stessi. Una dà la colpa al marito, poi cambia marito e i problemi non cambiano. Questo perché dobbiamo capire che in molti casi il problema siamo noi, o meglio, il problema è situato dentro di noi. Allora dobbiamo guardare realisticamente al quadro nella sua completezza, sforzarci soprattutto di ascoltare la persona che ci sta di fronte, di capire le sue motivazioni e le sue necessità più profonde, e vedere se ci sono ancora delle possibilità per rinsaldare il rapporto di coppia su una base di valori condivisi. Mai prendere una posizione unilaterale, si possono commettere errori molto gravi e poi se ne pagano le conseguenze. Il punto è che le persone oggi si sposano molto frettolosamente, e lo fanno su basi a dir poco discutibili. Questo è probabilmente il vero problema, che sta alla base di ciò che eventualmente accade dopo. Ci si sposa senza conoscersi, ci si sposa fra estranei, quando si fanno, si fanno patti che nessuno dei due è poi in grado di mantenere, perché non ci si conosce profondamente, perché il livello di conoscenza è suggestionato, deviato, defletto, disturbato da molti stereotipi, principalmente culturali, diffusi dai mass-media. Per la stragrande maggioranza delle persone la realtà dell’individuo si ferma al corpo, per cui il carattere, le motivazioni, le tendenze profonde (vasana e samskara) non vengono nemmeno prese in considerazione, e quando poi le persone vanno oltre la vernice e si trovano di fronte ad aspetti profondi della personalità dell’altro, spesso debbono amaramente constatare che non hanno fatto una buona scelta.

DOMANDA: Quando sono nati anche dei bambini frettolosamente, è giusto mantenere unita la coppia fino a che i figli non sono cresciuti? Alle volte ho sentito questa scelta giustificata dalla responsabilità di genitore.
Nel corso della vita ho avuto modo di testimoniare molte situazioni. Ho testimoniato grande sofferenza, ho ascoltato storie molto dolorose, ho visto commettere numerosi errori e ritrovarsi in situazioni drammatiche. In alcuni casi sono stato testimone già nel periodo intermedio della frattura o separazione; a volte ho visto invece nascere le prime fasi di questo allontanamento, e in certi casi ho potuto intervenire in maniera benefica. Ogni caso va studiato a sé, singolarmente, perché anche se rientra al cento per cento nella casistica generale, ha le proprie peculiarità. Premesso questo, io non sono un sostenitore del divorzio, ma debbo dire con rammarico che qualche volta la situazione è così tragica che le persone non si possono più tenere assieme, sarebbe una violenza. Talvolta si sprigionano forze così distruttive, che i bambini sono i primi a farne le spese, magari in maniera irreparabile. Allora, per il bene dei bambini e anche per quello dei coniugi, dovremmo in tempo utile, quando la situazione non ha ancora raggiunto livelli di non ritorno, proporre qualche sana pausa nella relazione, senza però lasciare che il vuoto sia riempito da una terza persona, che in molti casi peggiora il disastro. Questa pausa per essere benefica deve essere una pausa di riflessione profonda; possibilmente, se queste persone hanno un Maestro spirituale, dovrebbero stare con lui o strettamente in contatto, in maniera che possano rafforzare lo studio, la meditazione, il servizio devozionale, in modo da favorire una possibilità effettiva di un recupero di coscienza a livello più alto, dal quale si possa smontare la causa della conflittualità. Se neanche questo è possibile, e se il conflitto diventa violento, la separazione è sicuramente migliore di una ottusa insistenza nel voler mantenere insieme due persone che si ledono vicendevolmente.

27 aprile 2009

'Sesso Illecito' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

DOMANDA: Nell’ISKCON ci viene insegnato di seguire i quattro principi regolatori, tra i quali l’astensione dal sesso illecito, che spesso è il più critico di tutti. Comunque ci sono situazioni dove un membro della coppia non è d’accordo nella messa in pratica della restrizione sessuale, e questo può portare ad una drastica rottura del matrimonio. Cosa si può fare in questi casi?

E’ una questione scottante, che richiede una chiarificazione onesta ed urgente. Non è la prima volta che ne parlo, ma fin’ora l’ho fatto con studenti molto intimi. Secondo ciò che ho imparato dagli insegnamenti di Shrila Prabhupada, sono solito distinguere tra due categorie di sesso illecito: la prima riguarda l’attività sessuale nel periodo pre-matrimoniale o fuori dall’ambito matrimoniale; la seconda riguarda invece la stessa attività all’interno del vincolo matrimoniale, tra una coppia regolarmente unita di fronte a Dio, con l’autorizzazione e la benedizione del Maestro Spirituale, che santifica il matrimonio. Entrambe le categorie vanno sotto il nome di sesso illecito – per usare un’espressione familiare ai devoti – tuttavia credo che non ci sia paragone tra le conseguenze del sesso illecito extra-coniugale, e quelle generate dal sesso illecito all’interno di una coppia religiosamente costituita. Il termine “sesso illecito” è usato per sottolineare che gli organi sessuali non sono giocattoli e, sia per gli uomini che per le donne, la loro funzione specifica, oltre a quella diuretica, è quella della procreazione. Così come qualsiasi altro strumento, non solo corporeo, anche gli organi sessuali esistono ad uno scopo ben preciso; qualsiasi altra funzione per la quale vangano impiegati è detta perciò impropria o “illecita”. Ricordiamo che l’essere incarnato subisce molti condizionamenti, poiché assieme ad un certo corpo eredita un enorme bagaglio karmico di samskara1 e vasana2. Per alcune persone quindi l’impulso può essere così forte che, nonostante tutte le buone intenzioni, possono verificarsi alcuni errori. Ma una cosa è l’errore che si verifica all’interno della coppia sposata, ben altro è l’errore fuori dal matrimonio. Fuori dall’ambito della coppia regolarmente sposata, l’errore è disastroso, sia a livello personale che sociale, mentre all’interno di quello stesso ambito il danno è contenuto - comunque sto ancora parlando di danno, quindi non fraintendete. Per Grazia divina, ho sempre sottolineato vivamente l’importanza di seguire i principi regolatori, e non sto affermando ciò che avete appena sentito per promuovere un comportamento differente, uno standard diverso. Credo che coloro che si sono posti come obiettivo la realizzazione spirituale e aspirano a sviluppare il puro amore per Dio, dovrebbero seguire rigorosamente i principi della libertà, ed evitare quindi di dedicarsi ad attività sessuali illecite. Allo stesso tempo, in molti anni di esperienza nel consigliare persone di varia età, ceto e cultura, ho testimoniato molte sofferenze causate dall’applicazione acritica e intransigente della legge. Le persone vivono su differenti piani di coscienza: è un’eccezione trovare due persone allo stesso livello, anche se entrambi desiderano sinceramente diventare devoti insieme. In una coppia c’è spesso un partner che compie un avanzamento più veloce, mentre l’altro potrebbe rimanere ad un livello stazionario per un po’ di tempo. Questo generalmente genera un divario. Sto consigliando da decenni ai coniugi di aiutarsi l’un l’altro, di essere pazienti e tolleranti. Se uno dei due ha bisogno di aiuto, l’altro dovrebbe offrirglielo generosamente. Forse non ho sottolineato abbastanza questo fatto … ritengo che una persona dovrebbe seguire rigorosamente i principi regolatori, ma ora sto parlando di casi che potrebbero portare a serie agitazioni in una famiglia, e spesso anche al tradimento. Non sto sostenendo che qualcuno dovrebbe abbandonare il principio della purezza, ma bisogna capire che le persone possono essere curate solo con amore ed affetto costanti. Se tra marito e moglie ci sono effettiva sincerità e amicizia, in qualche misura ci saranno anche amore ed affetto reali; se c’è la volontà di aiutare l’altro a superare i propri limiti, allora si possono fare, con accortezza, alcune concessioni, evitando così grossi disastri, seri e irreparabili. Ho visto persone che con rigidità hanno represso a lungo i loro impulsi e infine hanno abbandonato i loro voti religiosi.
Considerando allo stesso modo il sesso illecito extra-coniugale e le occasionali debolezze che possono insorgere nella vita coniugale, mostreremmo carenza di maturità culturale e di comprensione spirituale. Per correggere il carattere di una persona o per curare una malattia, dobbiamo favorire la guarigione attraverso un metodo progressivo e non usando proibizioni unilaterali. Un dottore esperto sa sempre come e quando somministrare le medicine. Non mi sorprenderei se una giovane coppia tra i miei studenti una volta ogni tanto cedesse in effusioni che vanno oltre il limite. Certamente è cosa che non incoraggio, perché in tal modo si accresce l’identificazione col corpo, si disperdono preziose risorse psichiche e ci si distrae dal vero obiettivo della vita: la Krishna-bhakti.

Repressione e sublimazione.
Chiunque reprima gli impulsi sessuali senza essere in grado di sublimarli - il che comporta un incremento della sadhana e attaccamento a guru e Krishna - non sarà in grado di resistere abbastanza a lungo, e si dirigerà inevitabilmente verso una caduta. Queste cadute potrebbero essere così serie che l’individuo moralmente e spiritualmente prostrato, potrebbe non essere più in grado di riprendersi, almeno nel corso di quella vita. Come insegnano le scritture Vedico-vaishnava, solo poche persone, in quest’era, sono già così evolute da potersi astenere completamente e immediatamente dall’attività sessuale. La maggior parte degli individui ha bisogno di un distacco graduale, protetto dall’istituzione del matrimonio, e regolato dai quattro principi - fondamento necessario per la conduzione di vita etica e il perseguimento della realizzazione spirituale. La gestione delle emozioni richiede grande competenza e maturità, sia culturale che spirituale. Gli insegnamenti delle Scritture e la guida del Maestro Spirituale è quindi imprescindibile, specialmente nei momenti cruciali della vita, quando una persona deve fare scelte fondamentali - ad esempio quella riguardante l’ashrama- che, se mal condotte, potrebbero mettere a repentaglio o bloccare l’avanzamento spirituale. Sia la repressione degli impulsi che l’indulgenza priva di controllo possono produrre nevrosi e seri disturbi della personalità. La psicologia vedica spiega che le energie psicofisiche, indispensabili per il viaggio verso la trascendenza, non dovrebbero essere mai negate o represse, né disperse indiscriminatamente; dovrebbero invece essere usate correttamente, in maniera vantaggiosa e propedeutica allo sviluppo della personalità. In altre parole, dovrebbero essere impiegate nella procreazione o sublimate attraverso l’impegno nel servizio devozionale. Harinama japa e nama sankirtana, l’adorazione delle Divinità e le compagnie spirituali sono gli strumenti migliori per superare i problemi legati alla lussuria. L’esperienza ci insegna che attraverso la disciplina del bhakti-yoga, non solo è possibile sublimare gli impulsi - con l’eliminazione della loro carica inconscia distruttiva - ma anche reintegrarli su un piano di coscienza pura, come rasa divino. Viceversa, quando si cede indiscriminatamente a tali impulsi, questi annebbiano, oscurano la coscienza, provocando confusione, frustrazione e sofferenza; sopraffanno il soggetto con concezioni effimere e identificazioni con il corpo, lo predispongono a tendenze ed istinti distruttivi. La scienza della bhakti mira all’esatto opposto: rendere le persone pienamente coscienti delle loro natura divina e della loro relazione d’amore con Dio, per il benessere di tutti, e primariamente di sé stessi. Il secondo e il terzo capitolo della Bhagavadgita ci insegna che chiunque reprime certi impulsi ma nella mente continua a covare attaccamento per gli oggetti del piacere - persistendo nella loro contemplazione e desiderandoli interiormente - non avrà successo sul sentiero dello yoga. Dobbiamo imparare a distaccarci dagli oggetti dei sensi non solo fisicamente (tyaga) ma anche psicologicamente (vairagya), trascendendo il desiderio; e per questo c’è una disciplina, un percorso da seguire, con metodi e tempi che differiscono parzialmente da persona a persona, secondo i vari livelli di coscienza e le condizioni psicologiche dell’individuo in questione. Questi metodi sono ovviamente tutti finalizzati al raggiungimento del medesimo obiettivo: superare l’identificazione col corpo e la tendenza alla effimera gratificazione sensoriale per sviluppare la pura bhakti. Krishna dice che per abbandonare il gusto inferiore, condizionato e condizionante, fonte di molteplici sofferenze, e per riorientare le dinamiche fisiche e mentali, è necessario provare un gusto superiore: “L’anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale”. (Bg. II.59).

Decisioni giuste e decisioni sbagliate.
Chi si assume l’alto magistero di insegnante spirituale dovrebbe possedere una chiara visione delle reali potenzialità di un aspirante discepolo e non accettare da parte sua, soprattutto se in giovane età e se non ha mostrato segni tangibili di maturità e dominio sui sensi, un voto di celibato che impegna per tutta la vita. Questa maturità dovrebbe essere distribuita sui piani cognitivo, emotivo e comportamentale. Una scelta che in termini assoluti è la migliore, per mancanza di adeguata preparazione e se effettuata nel periodo sbagliato, può produrre seri danni. Se non aiutata, la persona che incorre in queste difficoltà generalmente sviluppa un senso di fallimento personale e un pesante senso di colpa che col tempo causano inibizione, depressione, blocchi emotivi e ostacoli nel progresso spirituale. Il senso di colpa appena descritto può essere definito patologico, contrariamente a quello salutare e benefico che sorge quando il soggetto, consapevole dei propri errori, se ne pente profondamente e trova in sé stesso, in guru e in Krishna, la forza per superarli. Nell’ambito del grihastha ashrama, in tanti anni ho potuto testimoniare una vasta sintomatologia e numerosi danni causati da decisioni affrettate e mentalità rigida. Molti matrimoni sono falliti perché il coniuge che trovava difficoltà nel controllo dei sensi, di fronte ad un partner rigido è andato a cercare gratificazione fuori dal matrimonio, avviando storie extraconiugali, quindi tradendo il coniuge e producendo così una condizione infernale per tutte le persone coinvolte. Queste situazioni generano grande imbarazzo e dolore; condannano i figli a sperimentare angoscia e modelli di vita negativi, e il consorte ad angosciarsi e a soffrire profondamente. Affetto vero significa andare incontro ai bisogni degli altri, prendere in seria considerazione ogni effettiva necessità che nasce all’interno della famiglia. Se una persona ritiene di non potersi o di non volersi concedere certi compromessi, allora non dovrebbe sposarsi, perché se lo fa se ne pentirà amaramente per il resto della vita. Coppia significa due persone, due persone che promettono di aiutarsi reciprocamente per la vita. Se una delle due si trova nel bisogno e l’altra non aiuta, tale rifiuto ostacolerà l’avanzamento spirituale di entrambe, rifiuto che non può essere sostenuto in nome della devozione a Krishna. Potrà magari esserci imbarazzo, o qualche altro tipo di sentimento simile, ma in alcune occasioni si deve fare uno sforzo per aiutare, in questo caso per aiutare colui o colei che abbiamo scelto come compagno/a di viaggio. Ho testimoniato molte situazioni conflittuali ed ho raggiunto la profonda convinzione della necessità di una mediazione, di affetto reciproco, di reciproca attenzione. Quando il desiderio di avere rapporti assume una proporzione psicologica pericolosa - dando vita ad un’idea fissa, ad una vera e propria nevrosi - si dovrebbe agire come con qualsiasi altra malattia, cercando un rimedio e una cura. Per esperienza posso affermare che quando le persone vengono dirette e consigliate con affetto e comprensione, oltre che con fermezza, risolvono bene i loro problemi, trovando gradualmente un equilibrio, sviluppando distacco e serenità, scoprendo un tipo di affetto che non si basa sul rapporto sessuale. Il vero affetto, quello spirituale, non richiede rapporti sessuali o contatto fisico. Questo tipo di affetto è obiettivo e risultato finale della bhakti, e si ottiene dopo lunga e costante pratica; non è quindi il punto di partenza. All’inizio la coppia deve sforzarsi di superare una serie di ostacoli, ma per avere successo in questo, lo sforzo deve essere unito a capacità ed esperienza sufficienti, oltre a maturità culturale e spirituale in coscienza di Krishna.

Condizionamenti culturali.
Ho parlato di doveri religiosi, ma dovremmo spendere qualche parola anche sull’ambiente culturale in cui ciascuno di noi - consapevolmente o meno - vive. Nell’ultimo secolo, la cultura occidentale si è lasciata affascinare in maniera crescente dal razionalismo e dal materialismo, inquinandosi ed inquinando progressivamente con una letteratura pseudo-scientifica, che ha contribuito considerevolmente allo sviluppo di un comportamento sessuale pericolosamente permissivo. Questa letteratura ha indotto le persone a pensare all’erotismo e agli atti sessuali come qualcosa di strettamente necessario, di inevitabile, vitale, paragonando il desiderio sessuale al bisogno di cibo, di acqua e di aria. Non solo la soddisfazione di questo impulso è stata presentata come imprescindibile; si è anche dichiarato che chiunque lo trascura, svilupperà disturbi psicologici. E’ difficile calcolare l’ampiezza del danno che tale mentalità ha causato e sta causando. Si tratta veramente di una piaga sociale e psicologica, sia a livello collettivo che a livello individuale.

Affetto spirituale.
Sul piano della realizzazione spirituale, dell’affetto spirituale e dell’amicizia, il rapporto sessuale diventa totalmente inutile, estraneo e artificiale. Ma, come sappiamo, le persone raggiungono la perfezione dopo molto sforzo. Secondo gli shastra una coppia sposata che riesce a non incorrere nel sesso illecito si trova sul sentiero diretto verso la perfezione. Fino a quel momento ci sono numerose distrazioni e la realizzazione spirituale è qualcosa di ancora vago, velato. I risultati di una ricerca scientifica fatta da alcuni universitari americani (Wisconsin, 1968), ha confermato le autorevoli affermazioni degli shastra dimostrando che numerose coppie possono ben vivere senza avere rapporti sessuali, posto che coltivino interessi elevati e valori etici. L’astensione dal sesso extra-coniugale, che genera condizioni infernali nella coppia e nella relazione tra genitori e figli, quindi nella società, dovrebbe essere perseguita con determinazione. Il sesso illecito nell’ambito della coppia sposata può essere paragonato al metadone dell’eroinomane. Il metadone è meglio dell’eroina (rapporto extra-coniugale), ma ancora meglio del metadone è superare il problema. Anche il metadone infatti crea dipendenza, seppur non così forte e devastante come quella causata dall’eroina. Come ho detto in numerose occasioni, in definitiva, per risolvere ogni tipo di problema, economico, sociale o emotivo, la vera soluzione è sviluppare una mentalità cosciente di Krishna. Vista l’ampiezza e la complessità della tematica, questa risposta non si propone ovviamente di esaurire in maniera soddisfacente i vari argomenti toccati, ma vuol servire da orientamento per uno studio e una meditazione più profondi sulla tematica(1). Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali(2). Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.

(1) Tracce o engrammi nella memoria che determinano la conformazione della psiche profonda o dell’inconscio, e che sono l’origine delle tendenze (vasana) e dei meccanismi mentali.

(2) Tendenze latenti che condizionano il carattere e il comportamento dell’individuo.