
26 febbraio 2009
'Nevrosi e Tendenze Latenti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Etichette:
bhakti,
karma,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
mente,
nevrosi,
psicologia,
tendenze
24 febbraio 2009
'Il primo incontro con il mio guru, Shrila Prabhupada' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Il giorno dopo l’incontro con Sua Divina Grazia Shrila Prabhupada, lasciai Nuova Delhi per ritornare in Italia. Ero determinato a seguire i Suoi insegnamenti; poi, pensavo, tra un po’ di tempo, sarei tornato a trovarLo per metterLo al corrente di come stesse procedendo la mia vita. Durante il viaggio ero preoccupato dell’impatto che avrei avuto sul mio ambiente e sulla mia famiglia: come avrebbero reagito amici, fidanzata, genitori e soci a questa mia conversione? Le parole di Prabhupada però mi echeggiavano ancora nella mente, infondendomi speranza: “Non ti preoccupare, canta Hare Krishna, studia la Bhagavad-Gita e Krishna Si prenderà cura di te”. Fu in questo stato d’animo che, durante il viaggio di ritorno, cominciai a leggere “La Bhagavad-Gita così com’è”, edita dalla Macmillan Company (la prima edizione integrale, stampata da Shrila Prabhupada in America), che avevo appena acquistato a Delhi, uscendo dall’incontro con Shrila Prabhupada. Avvenne qualcosa di straordinario. La mia conoscenza dell’inglese scritto allora era davvero scarsa e io mi aspettavo di non capire gran che dalla lettura di quel testo tradizionale, ciononostante non appena applicatomi ebbi la netta sensazione di comprenderne il significato! Dopo l’atterraggio a Fiumicino presi il treno per Livorno. Sul treno cominciai a pensare che avrei dovuto preparare un discorso per spiegare ai miei familiari, nel modo più chiaro e delicato possibile, come avevo deciso di organizzare la mia vita, ma Krishna e Prabhupada avevano un altro piano! Un controllore, forse incuriosito dagli strani abiti indiani che ancora indossavo, si avvicinò e cominciò a farmi domande. Io gli parlai di Krishna, di Prabhupada e di tematiche esistenziali per tutto il viaggio. Ero così felice di aver glorificato il Signore Supremo e il Suo puro devoto, che mi resi conto di essere a Livorno solo nell’attimo in cui entravamo in stazione. Non avevo avuto neanche un istante per pensare a come impostare il discorso da rivolgere a chi, di lì a poco, avrei incontrato! In stazione mi aspettavano mio padre e la mia fidanzata, Marisa. Salimmo in auto, diretti alla nostra casa di Perignano di Lari in provincia di Pisa. Alla guida c’era mio padre, io sedevo al suo fianco mentre Marisa occupava il sedile posteriore. Cominciai subito a parlare della coscienza di Krishna, dell’incontro con Shrila Prabhupada e della mia volontà di accettarLo come maestro spirituale. Dopo avermi ascoltato attentamente Marisa mi disse che quelli che avevo esposto erano i valori che lei aveva sempre apprezzato di più nella vita e che era sua ferma intenzione percorrere la via della coscienza di Krishna insieme a me. Mio padre invece ascoltò tutta la mia esposizione senza dire una parola. Nel frattempo giungemmo a casa, dove mia madre aveva preparato un ricco pranzo per festeggiare il mio ritorno. Come purtroppo accade nella maggior parte delle famiglie, anche quella tavola era imbandita con cibi inadatti alla vita spirituale. Chiamai mia madre in disparte e gentilmente le spiegai che ero determinato a cambiare vita perché volevo diventare un devoto del Signore, Shri Krishna. Per lei, che era sempre stata profondamente religiosa, ascoltare il messaggio di Krishna fu come riscoprire qualcosa che aveva solo temporaneamente dimenticato. Con le mani nei capelli, quasi disperata, esclamò: “Cosa abbiamo mai fatto in tutti questi anni? Abbiamo perso tanto tempo, abbiamo sprecato gran parte della nostra vita. Dobbiamo rimetterci sulla retta via e servire il Signore con amore e devozione, come dice Prabhupada”. Voglio seguirti! Mio padre non accettò immediatamente, come avevano fatto Marisa e mia madre; era una persona dal carattere forte, solida, concreta, non poteva pensare di cambiare vita così, dall’oggi al domani. Comunque, dopo qualche settimana di osservazioni, riflessioni e scambi tra di noi, su vari aspetti pratici e filosofici, anche lui intraprese il cammino indicato da Shrila Prabhupada, diventando gradualmente un ottimo devoto, generoso, leale e dinamico. Da allora, per il resto della sua vita, si è dedicato alacremente alla missione di Shrila Prabhupada. Tra i vari servizi, l’ultimo prima della sua dipartita è stato la realizzazione del bel tempio in marmi policromi per l’adorazione di Shri Shri Radha Vrajasundara, a Villa Vrindavana (Firenze). Shrila Prabhupada ancora una volta era stato profetico: la mia famiglia si era trasformata. Ora, per Sua grazia, tutti eravamo devoti e la mia casa era diventata un tempio. Nella primavera del ‘77 Shrila Prabhupada accettò me e mia moglie come discepoli, sposati e iniziati, con i nomi di Matsyavatara dasa e Manupatni devi dasi. L’estate successiva tornai a Vrindavan per stare tre settimane con Sua Divina Grazia e ringraziarLo dell’inestimabile dono che aveva elargito a me e alla mia famiglia.
22 febbraio 2009
'Riflessioni sul complesso d’inferiorità e sulla frustrazione che esso produce' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Shrila Prabhupada diceva: “practice is the mother of perfection”.
Tra tutti gli inganni e le trappole della mente, scambiare l’io per il sé costituisce il più formidabile. La identificazione con l’io attuale, porta alla disistima di sé stessi ed è uno tra i peggiori e tra i più difficili trabocchetti da superare perché è una fossa che scaviamo con le nostre mani e il cui portato si può così riassumere: “è inutile, non ci riesco, (Maya) è più forte di me!”. Le conseguenze sono pesanti, tanto per l’individuo che perde il gusto della vita tanto per la società che ne perde in partecipazione e progresso. Come studioso dei vissuti della coscienza, posso affermare che l’immedesimazione con l’io attuale conduce alla disistima di sé facendo perdere a chi ne soffre il bene più prezioso: la gioia di vivere. Non è proprio nei giorni in cui chi è soggetto a questo terribile scetticismo che dubita di sé stesso e non si sente preparato al raggiungimento dello scopo della sua vita? Non è allora che appare impossibile realizzarsi spiritualmente e ottenere felicità e Amore? Non è forse in questi momenti che sembra difficile perfino continuare a vivere? Dobbiamo seriamente convincerci che l’avere una bassa opinione di noi stessi non è una virtù ma un vizio. L’invidia, la gelosia e il risentimento, per esempio, che sono la rovina di molte relazioni, sono quasi sempre provocate dal dubitare di sé stessi. La persona che ha stima di sé stessa non si sente ostile verso il prossimo, vede i fatti con più chiarezza e non è tanto esigente nel pretendere dagli altri.
Il risentimento crea un’immagine scadente di sé stessi.
Il risentimento, anche se basato su torti e ingiustizie reali, non fa vivere bene e, come una droga, crea dipendenza e diventa presto un’abitudine emotiva. Sentendovi per abitudine vittime di un’ingiustizia, vi immedesimate nel ruolo della vittima; portate in voi un sentimento che cerca un appiglio cui attaccarsi. Di conseguenza è facile vedere la ‘prova’ dell’ingiustizia o immaginare che siete stati oggetti di un torto sia per una innocentissima osservazione o in una circostanza neutrale. Il risentimento abituale porta invariabilmente all’autocompassione che è uno dei sentimenti peggiori che si possano avere. Perché? Coloro che si lasciano prendere da questo sentimento disperdono tutte le loro energie nel trovare giustificazioni, incolpando altri per le loro carenze; così facendo non restano loro ulteriori energie da investire nella ricerca di soluzioni ai propri problemi. Quando queste abitudini sono state fermamente inculcate, una persona non si sente ‘a suo agio’ o ‘naturale’ quando sono assenti, e quindi comincia a cercare con ansia le ‘ingiustizie’. Qualcuno ha detto che questi individui si sentono bene solo quando sono oggetto di torti. Il risentimento e l’auto compassione vanno di pari passo con una immagine inferiore e inefficiente di sé stessi. Vi immaginate come una persona degna di compassione, come una vittima creata per essere infelice.
La vera causa del risentimento.
Ricordatevi che il risentimento non è provocato dalle altre persone, dagli eventi o dalle circostanze, ma dalla vostra stessa risposta emotiva, dalla vostra reazione. Voi solo avete potere su di esso, e potete controllarlo solo se vi convincete fermamente che il risentimento e l’auto compassione non conducono alla felicità e al successo ma alla sconfitta e all’infelicità. Finché vi nutrite di risentimento è letteralmente impossibile immaginarvi come un individuo fiducioso in sé, autonomo, capace di prendere le sue decisioni, come chi è ‘timoniere della propria vita, responsabile del proprio destino’. Questo individuo lascia le sue redini agli altri che gli detteranno come deve sentire e come deve agire. Egli dipende interamente dagli altri, proprio come un mendicante. Se qualcun altro vuole dedicarsi a farvi felice, vi sentirete pieni di rancore nel momento in cui questo non accade più. Se sentite che gli altri vi ‘devono’ eterna gratitudine, un’infinita stima o un continuo riconoscimento del vostro ego inflazionato, vi risentite immediatamente se questi ‘debiti’ non vengono pagati, e se la vita vi deve una determinata esistenza, proverete lo stesso ri-sentimento se la promessa non si avvera. Il risentimento è quindi incompatibile con la lotta creativa verso una meta, perché nella lotta voi siete l’attore, non lo spettatore passivo, siete voi a stabilire le vostre mète. Nessuno vi deve niente, siete voi che perseguite i vostri scopi, siete voi il responsabile del vostro successo e della vostra felicità. Il risentimento non fa parte di questo schema e per questo costituisce un ‘meccanismo per il fallimento’.
Senso di vuoto.
Forse avete pensato a qualcuno che ‘ha avuto successo’ nonostante le delusioni, l’aggressività mal riposta, il risentimento e così via, ma non siatene troppo sicuri. Molte persone acquistano i segni esteriori del successo, ma quando aprono lo scrigno del tesoro tanto a lungo agognato, lo trovano vuoto. E’ come se il denaro che si sono sforzati così strenuamente di possedere diventasse falso nelle loro mani. Essi hanno perso la capacità di gioire lungo la strada, e una volta persa nessuna immensa ricchezza può dare il successo o la felicità. Essi hanno ottenuto il frutto del successo, ma quando lo assaporano è senza gusto. Una persona che. ha ancora viva in sé la capacità di gioire gode delle molte ordinarie e semplici cose della vita, gode anche di qualsiasi successo che abbia raggiunto. L’individuo in cui la capacità di gioire non esiste più non è soddisfatto di niente, perché non vale la pena di raggiungere alcuno scopo, la vita è una noia terribile, niente merita niente. Potete vedere queste persone mentre si trascinano da una vacanza all’altra cercando di convincersi che ne provano gusto. Vanno da un posto all’altro impegnati in un mulinello di attività sperando di trovare una gioia e trovando sempre un guscio vuoto. La verità è che la gioia è compagna di un’azione creativa, di una lotta creativa verso la purezza. E’ possibile ottenere un ‘successo’ fatuo, ma allora lo scotto è una gioia altrettanto fatua.
La vita diventa degna di essere vissuta quando avete degli scopi degni di essere raggiunti.
Il senso di vuoto è un sintomo del fatto che non vivete creativamente. O non avete uno scopo che sia importante per voi, o non fate uso di tutta la vostra capacità e della vostra forza nella lotta per raggiungere uno scopo degno. La persona che non ha una mèta conclude pessimisticamente: « La vita non ha scopo ». La persona che non ha uno scopo per cui valga la pena combattere conclude: « Non vale la pena vivere ». La persona che non ha un servizio importante da fare si lamenta: « Non c’è niente da fare». L’individuo che è attivamente impegnato nel perseguimento della realizzazione spirituale, non arriva mai a filosofie pessimistiche riguardo alla vacuità e futilità della vita.
Il senso di vuoto non è un ‘modo per vincere.
Il meccanismo per il fallimento si perpetua a meno che noi non interveniamo interrompendo il circolo vizioso. Una volta provato, il senso di vuoto può diventare un ‘modo’ di evitare qualsiasi sforzo, e ogni lavoro e responsabilità; diventa una scusa o una giustificazione per una vita non costruttiva. Se tutto è vanità, se non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non si può trovar gioia in niente, perché disturbarsi? Perché tentare? Se la vita è solo lavoro monotono, se lavoriamo otto ore al giorno per avere una casa in cui dormire altre otto ore, in modo da riposarci per essere pronti ad un’al tra giornata di lavoro, perché eccitarsene? Tutte queste ‘ragioni’ intellettuali, tuttavia, svaniscono, e noi proviamo gioia e soddisfazione quando interrompiamo la monotonia, smettiamo di girare sempre in cerchio e scegliamo uno scopo per cui valga la pena lottare e che sia degno di essere raggiunto. Il senso di vuoto si accompagna sempre ad una inadeguata immagine dell’io. Il senso di vuoto può anche essere il sintomo di una inadeguata immagine dell’io. E’ impossibile accettare psicologicamente qualcosa che sentite che non vi appartiene, che non è coerente con il vostro io. La persona che ha un’immagine indegna e immeritevole di se stessa può tenere queste tendenze negative sotto controllo abbastanza a lungo per raggiungere un successo genuino, e poi essere incapace di accettarlo psicologicamente e di gioirne. Egli può anche sentirsi colpevole per questo, proprio come se lo avesse rubato. Un simile individuo può anche essere spronato dalla sua negativa immagine dell’io ad acquisire successo per mezzo del ben noto principio dell’auto-compensazione. Io, tuttavia, non sono del parere che si possa essere orgogliosi del proprio complesso di inferiorità o che si possa esserne grati poiché talvolta esso porta a quelli che sono solo i simboli esteriori del successo. Quando il ‘successo’ finalmente arriva, questa persona avverte un ben leggero senso di soddisfazione e di compimento. Essa è incapace nella sua mente ‘di attribuirsene il merito’. Per il mondo è un uomo di successo, ma egli si sente ancora inferiore come se fosse un ladro che ha rubato i ‘segni esteriori di una condizione sociale’, a cui aveva dato tanta importanza. « Se i miei amici e i miei sapessero che razza di impostore io sono! ‘, egli dirà. Questa reazione è tanto comune che gli psichiatri l’hanno de nominata la ‘sindrome del successo’ e cioè l’uomo che si sente colpevole, insicuro e ansioso quando si accorge di aver ‘avuto successo’. Per questa ragione il termine ‘successo’ è divenuto una cattiva parola. Il vero successo non danneggia nessuno. Lottare per degli scopi che sono importanti per voi non come simboli di una condizione, ma come realizzazione di profondi e intimi desideri, è salutare. Lottare per un vero successo, per il vostro successo, attraverso un perfezionamento creativo, produce una profondissima soddisfazione. Lottare per un successo fittizio per compiacere gli altri, produce una soddisfazione anch’essa fittizia. La frustrazione è un sentimento scolvolgente che nasce quando uno scopo di grande importanza si dimostra irrealizzabile, o allorché un grande desiderio viene ostacolato. Nella vita tutti noi dobbiamo necessariamente sopportare delusioni e umiliazioni proprio perché la nostra natura è umana, quindi imperfetta e incompleta. Crescendo e acquistando maturità dobbiamo imparare che non tutti i desideri possono essere immediatamente soddisfatti e che le nostre azioni non sempre possono rivelarsi buone come le intenzioni. Dobbiamo inoltre imparare ad accettare come dato di fatto che la perfezione non è necessaria e che ci si può accontentare dell’approssimazione per tutti quelli che sono i fini pratici. Impariamo anche a sopportare qualche delusione senza esserne sconvolti. Solo quando dà origine a sentimenti ed emozioni esagerate di insoddisfazione e delusione profonde, una esperienza deludente diviene simbolo di fallimento. Un senso di delusione cronico dimostra di solito che i fini che ci siamo prefissi sono irrealizzabili o che la nostra immagine dell’io non è esatta o, infine, l’una e l’altra cosa. Dunque dovremmo lavorare sulla maggiore cura e definizione dei fini pratici per meglio raggiungere quelli perfezionistici. La perfezione è conseguita non dai perfezionisti, bensì da coloro che praticano con fiducia e determinazione.
Tra tutti gli inganni e le trappole della mente, scambiare l’io per il sé costituisce il più formidabile. La identificazione con l’io attuale, porta alla disistima di sé stessi ed è uno tra i peggiori e tra i più difficili trabocchetti da superare perché è una fossa che scaviamo con le nostre mani e il cui portato si può così riassumere: “è inutile, non ci riesco, (Maya) è più forte di me!”. Le conseguenze sono pesanti, tanto per l’individuo che perde il gusto della vita tanto per la società che ne perde in partecipazione e progresso. Come studioso dei vissuti della coscienza, posso affermare che l’immedesimazione con l’io attuale conduce alla disistima di sé facendo perdere a chi ne soffre il bene più prezioso: la gioia di vivere. Non è proprio nei giorni in cui chi è soggetto a questo terribile scetticismo che dubita di sé stesso e non si sente preparato al raggiungimento dello scopo della sua vita? Non è allora che appare impossibile realizzarsi spiritualmente e ottenere felicità e Amore? Non è forse in questi momenti che sembra difficile perfino continuare a vivere? Dobbiamo seriamente convincerci che l’avere una bassa opinione di noi stessi non è una virtù ma un vizio. L’invidia, la gelosia e il risentimento, per esempio, che sono la rovina di molte relazioni, sono quasi sempre provocate dal dubitare di sé stessi. La persona che ha stima di sé stessa non si sente ostile verso il prossimo, vede i fatti con più chiarezza e non è tanto esigente nel pretendere dagli altri.
Il risentimento crea un’immagine scadente di sé stessi.
Il risentimento, anche se basato su torti e ingiustizie reali, non fa vivere bene e, come una droga, crea dipendenza e diventa presto un’abitudine emotiva. Sentendovi per abitudine vittime di un’ingiustizia, vi immedesimate nel ruolo della vittima; portate in voi un sentimento che cerca un appiglio cui attaccarsi. Di conseguenza è facile vedere la ‘prova’ dell’ingiustizia o immaginare che siete stati oggetti di un torto sia per una innocentissima osservazione o in una circostanza neutrale. Il risentimento abituale porta invariabilmente all’autocompassione che è uno dei sentimenti peggiori che si possano avere. Perché? Coloro che si lasciano prendere da questo sentimento disperdono tutte le loro energie nel trovare giustificazioni, incolpando altri per le loro carenze; così facendo non restano loro ulteriori energie da investire nella ricerca di soluzioni ai propri problemi. Quando queste abitudini sono state fermamente inculcate, una persona non si sente ‘a suo agio’ o ‘naturale’ quando sono assenti, e quindi comincia a cercare con ansia le ‘ingiustizie’. Qualcuno ha detto che questi individui si sentono bene solo quando sono oggetto di torti. Il risentimento e l’auto compassione vanno di pari passo con una immagine inferiore e inefficiente di sé stessi. Vi immaginate come una persona degna di compassione, come una vittima creata per essere infelice.
La vera causa del risentimento.
Ricordatevi che il risentimento non è provocato dalle altre persone, dagli eventi o dalle circostanze, ma dalla vostra stessa risposta emotiva, dalla vostra reazione. Voi solo avete potere su di esso, e potete controllarlo solo se vi convincete fermamente che il risentimento e l’auto compassione non conducono alla felicità e al successo ma alla sconfitta e all’infelicità. Finché vi nutrite di risentimento è letteralmente impossibile immaginarvi come un individuo fiducioso in sé, autonomo, capace di prendere le sue decisioni, come chi è ‘timoniere della propria vita, responsabile del proprio destino’. Questo individuo lascia le sue redini agli altri che gli detteranno come deve sentire e come deve agire. Egli dipende interamente dagli altri, proprio come un mendicante. Se qualcun altro vuole dedicarsi a farvi felice, vi sentirete pieni di rancore nel momento in cui questo non accade più. Se sentite che gli altri vi ‘devono’ eterna gratitudine, un’infinita stima o un continuo riconoscimento del vostro ego inflazionato, vi risentite immediatamente se questi ‘debiti’ non vengono pagati, e se la vita vi deve una determinata esistenza, proverete lo stesso ri-sentimento se la promessa non si avvera. Il risentimento è quindi incompatibile con la lotta creativa verso una meta, perché nella lotta voi siete l’attore, non lo spettatore passivo, siete voi a stabilire le vostre mète. Nessuno vi deve niente, siete voi che perseguite i vostri scopi, siete voi il responsabile del vostro successo e della vostra felicità. Il risentimento non fa parte di questo schema e per questo costituisce un ‘meccanismo per il fallimento’.
Senso di vuoto.
Forse avete pensato a qualcuno che ‘ha avuto successo’ nonostante le delusioni, l’aggressività mal riposta, il risentimento e così via, ma non siatene troppo sicuri. Molte persone acquistano i segni esteriori del successo, ma quando aprono lo scrigno del tesoro tanto a lungo agognato, lo trovano vuoto. E’ come se il denaro che si sono sforzati così strenuamente di possedere diventasse falso nelle loro mani. Essi hanno perso la capacità di gioire lungo la strada, e una volta persa nessuna immensa ricchezza può dare il successo o la felicità. Essi hanno ottenuto il frutto del successo, ma quando lo assaporano è senza gusto. Una persona che. ha ancora viva in sé la capacità di gioire gode delle molte ordinarie e semplici cose della vita, gode anche di qualsiasi successo che abbia raggiunto. L’individuo in cui la capacità di gioire non esiste più non è soddisfatto di niente, perché non vale la pena di raggiungere alcuno scopo, la vita è una noia terribile, niente merita niente. Potete vedere queste persone mentre si trascinano da una vacanza all’altra cercando di convincersi che ne provano gusto. Vanno da un posto all’altro impegnati in un mulinello di attività sperando di trovare una gioia e trovando sempre un guscio vuoto. La verità è che la gioia è compagna di un’azione creativa, di una lotta creativa verso la purezza. E’ possibile ottenere un ‘successo’ fatuo, ma allora lo scotto è una gioia altrettanto fatua.
La vita diventa degna di essere vissuta quando avete degli scopi degni di essere raggiunti.
Il senso di vuoto è un sintomo del fatto che non vivete creativamente. O non avete uno scopo che sia importante per voi, o non fate uso di tutta la vostra capacità e della vostra forza nella lotta per raggiungere uno scopo degno. La persona che non ha una mèta conclude pessimisticamente: « La vita non ha scopo ». La persona che non ha uno scopo per cui valga la pena combattere conclude: « Non vale la pena vivere ». La persona che non ha un servizio importante da fare si lamenta: « Non c’è niente da fare». L’individuo che è attivamente impegnato nel perseguimento della realizzazione spirituale, non arriva mai a filosofie pessimistiche riguardo alla vacuità e futilità della vita.
Il senso di vuoto non è un ‘modo per vincere.
Il meccanismo per il fallimento si perpetua a meno che noi non interveniamo interrompendo il circolo vizioso. Una volta provato, il senso di vuoto può diventare un ‘modo’ di evitare qualsiasi sforzo, e ogni lavoro e responsabilità; diventa una scusa o una giustificazione per una vita non costruttiva. Se tutto è vanità, se non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non si può trovar gioia in niente, perché disturbarsi? Perché tentare? Se la vita è solo lavoro monotono, se lavoriamo otto ore al giorno per avere una casa in cui dormire altre otto ore, in modo da riposarci per essere pronti ad un’al tra giornata di lavoro, perché eccitarsene? Tutte queste ‘ragioni’ intellettuali, tuttavia, svaniscono, e noi proviamo gioia e soddisfazione quando interrompiamo la monotonia, smettiamo di girare sempre in cerchio e scegliamo uno scopo per cui valga la pena lottare e che sia degno di essere raggiunto. Il senso di vuoto si accompagna sempre ad una inadeguata immagine dell’io. Il senso di vuoto può anche essere il sintomo di una inadeguata immagine dell’io. E’ impossibile accettare psicologicamente qualcosa che sentite che non vi appartiene, che non è coerente con il vostro io. La persona che ha un’immagine indegna e immeritevole di se stessa può tenere queste tendenze negative sotto controllo abbastanza a lungo per raggiungere un successo genuino, e poi essere incapace di accettarlo psicologicamente e di gioirne. Egli può anche sentirsi colpevole per questo, proprio come se lo avesse rubato. Un simile individuo può anche essere spronato dalla sua negativa immagine dell’io ad acquisire successo per mezzo del ben noto principio dell’auto-compensazione. Io, tuttavia, non sono del parere che si possa essere orgogliosi del proprio complesso di inferiorità o che si possa esserne grati poiché talvolta esso porta a quelli che sono solo i simboli esteriori del successo. Quando il ‘successo’ finalmente arriva, questa persona avverte un ben leggero senso di soddisfazione e di compimento. Essa è incapace nella sua mente ‘di attribuirsene il merito’. Per il mondo è un uomo di successo, ma egli si sente ancora inferiore come se fosse un ladro che ha rubato i ‘segni esteriori di una condizione sociale’, a cui aveva dato tanta importanza. « Se i miei amici e i miei sapessero che razza di impostore io sono! ‘, egli dirà. Questa reazione è tanto comune che gli psichiatri l’hanno de nominata la ‘sindrome del successo’ e cioè l’uomo che si sente colpevole, insicuro e ansioso quando si accorge di aver ‘avuto successo’. Per questa ragione il termine ‘successo’ è divenuto una cattiva parola. Il vero successo non danneggia nessuno. Lottare per degli scopi che sono importanti per voi non come simboli di una condizione, ma come realizzazione di profondi e intimi desideri, è salutare. Lottare per un vero successo, per il vostro successo, attraverso un perfezionamento creativo, produce una profondissima soddisfazione. Lottare per un successo fittizio per compiacere gli altri, produce una soddisfazione anch’essa fittizia. La frustrazione è un sentimento scolvolgente che nasce quando uno scopo di grande importanza si dimostra irrealizzabile, o allorché un grande desiderio viene ostacolato. Nella vita tutti noi dobbiamo necessariamente sopportare delusioni e umiliazioni proprio perché la nostra natura è umana, quindi imperfetta e incompleta. Crescendo e acquistando maturità dobbiamo imparare che non tutti i desideri possono essere immediatamente soddisfatti e che le nostre azioni non sempre possono rivelarsi buone come le intenzioni. Dobbiamo inoltre imparare ad accettare come dato di fatto che la perfezione non è necessaria e che ci si può accontentare dell’approssimazione per tutti quelli che sono i fini pratici. Impariamo anche a sopportare qualche delusione senza esserne sconvolti. Solo quando dà origine a sentimenti ed emozioni esagerate di insoddisfazione e delusione profonde, una esperienza deludente diviene simbolo di fallimento. Un senso di delusione cronico dimostra di solito che i fini che ci siamo prefissi sono irrealizzabili o che la nostra immagine dell’io non è esatta o, infine, l’una e l’altra cosa. Dunque dovremmo lavorare sulla maggiore cura e definizione dei fini pratici per meglio raggiungere quelli perfezionistici. La perfezione è conseguita non dai perfezionisti, bensì da coloro che praticano con fiducia e determinazione.
Etichette:
emozione,
fallimento,
frustrazione,
inferiorità,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
risentimento,
scopo,
vuoto
20 febbraio 2009
'Sulla Purezza' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Numerosi problemi sorgono da contaminazioni del carattere e molte soluzioni stentano a sortire i loro effetti perché è carente la purezza. Se incrementiamo la purezza, i problemi svaniranno. I problemi hanno il loro terreno di coltura nei condizionamenti, e questi ruotano invariabilmente intorno all’ego. Molti di essi non sussisterebbero se trovassero, come in un organismo sano, difese immunitarie vigorose, ma quando la personalità, anziché essere centrata sulla propria essenza spirituale, orbita attorno all’ego, tali difese immunitarie sono carenti e si costituiscono delle problematiche. La loro soluzione consiste nel ricentrarsi attraverso la purezza. Per purezza si intendono quei desideri, quei pensieri, quelle parole e quelle azioni che sono volti a ristabilire la nostra relazione con Dio, Shri Krishna. Purezza è quando siamo consapevoli che quel che desideriamo, che pensiamo, che diciamo, che facciamo vogliamo offrirlo a Krishna e siamo coscienti che Krishna ci ascolta, che Lui è nel nostro cuore e in quello del nostro interlocutore(1). La consapevolezza di essere monitorati passo dopo passo è vivere sulla via della purezza; conseguire questo stato di coscienza è vivere in stato di purezza, la quale non è un bene astratto, ma concreto: vale più dell’oro, dei diamanti, perché produce benessere interiore nel soggetto e negli altri. Ansietà, paura, collera, astio sono esito della conflittualità interiore, la quale si origina per carenza di purezza. Desiderare in maniera pura significa desiderare di far piacere a Guru e Krishna e quando si presenta un desiderio che è opposto al loro piacere, dovremmo essere immediatamente preoccupati. Le parole che usiamo hanno un grande peso e una forte risonanza prima di tutto nel nostro ambiente psicologico, interiore, e di conseguenza sugli altri, poiché siamo tutti in rete anche se non tutti ne sono consapevoli e capaci di connettersi; gli artistici, ad esempio, sono incapaci di entrare in empatia con gli altri poiché imprigionati nella dura crisalide dell'ego, nelle loro difficoltà caratteriali cristallizzate a causa di una personalità eccessivamente ego-riferita, di errori e impurità accumulati attraverso azioni unilateralmente interessate. I quattro principi regolatori che la tradizione vaishnava insegna, sono i principi per riguadagnare la libertà interiore; poiché solo chi è libero interiormente ha davvero capacità di decidere, di scegliere, è indispensabile praticare questa disciplina, la sadhana bhakti, per evitare la contaminazione e tornare al nostro stato naturale e originario di purezza. Evitando di incorrere nelle seguenti quattro categorie di attività empie, la psiche si illumina e si rigenerano visione, gioia, fede e tutte le qualità dell’anima. I quattro princìpi sono:
- Non mangiare né carne, né pesce, né uova, perché questa astensione ci allontana dalla violenza verso ogni creatura, da un'attitudine aggressiva verso gli altri.
- Non avere rapporti sessuali illeciti, rapporti che non sono mirati alla procreazione, ma alla mera gratificazione dei sensi e della mente(2). Quando il sesso, originariamente messo a disposizione dalla Natura per la procreazione, diventa un giocattolo, un vizio o una perversione, consuma tempo, risorse e sopratutto ottunde l’intelletto, riducendo la sua capacità di comprensione e visione alla sola esperienza empirica.
- Abbandonare ogni tipo di intossicante, poiché diventare tossicodipendenti è il colmo della stupidità. Dipendere da ciò che intossica è il massimo della perdita di senso e scopo esistenziale, perché la persona viene trascinata verso la sub-umanità. Ogni stimolante innecessario (sostanze psicoattive: alcol, tabacco, the, droghe di ogni genere) deve essere dunque abbandonato. Allo stesso modo, deve essere abbandonato ogni atteggiamento mentale che risulti nocivo allo sviluppo delle virtù e della conoscenza spirituale. L'intelletto, l’ego, la mente e i sensi devono essere rigorosamente impegnati con determinazione, equilibrio e concentrazione nella sadhana bhakti per lo sviluppo della salute fisica, psichica e spirituale(3).
- Abbandonare il gioco d’azzardo, che non consiste solo nel giocare a dadi oppure alla roulette, ma anche nel puntare tutto su una professione, su una persona condizionata, su un’azienda, su un partito politico, sulla famiglia, perché lo scopo della vita è invece puntare sul conseguire la libertà dalla sofferenza e dalla morte e conseguire l’illuminazione, la gioia e l’Amore(4). E’ l’abbandono fidente e amoroso a Dio che, liberandoci dalla dolorosa coppia di opposti illusione-delusione, ci consente infine di accedere al rapporto d’amore con Lui e tutte le creature. Occorre dunque gradualmente rinunciare a tutto ciò che è azzardoso perché il gioco d'azzardo non consente di abbandonarsi, pratica invece di fondamentale importanza per l'avanzamento spirituale.
Innanzitutto è necessario rinunciare ad ogni scusa per abbandonarsi; dobbiamo liberare la mente dai condizionamenti senza rimandare. Purifichiamoci fin da adesso senza aspettare che le fantomatiche condizioni esteriori si manifestino. Le pessime relazioni, la sofferenza, sono conseguenze della mancanza di purezza. I problemi aumentano quando s’impostano male le cose a causa dei condizionamenti e delle distorsioni nella struttura psichica. Occorre dunque aderire ad una disciplina interiore rigorosa per fare purezza e pulizia, sia dentro che fuori di noi. All’esterno la purezza consiste nel parlare veritiero, senza duplicità, rivolgendosi agli altri con dolcezza e rispetto(5); è lavarsi, fare in modo che gli indumenti che indossiamo siano puliti. Non è necessario usare profumi: il profumo di pulito è il migliore. Permettete al corpo di esprimere l’aroma che gli è proprio, che è poi quello dei guna. Se siete in sattva guna profumate da sattva guna, se siete in tamas e in rajoguna ne sentirete gli odori. Occorre lavarsi con cura, fare pulizia dentro e intorno a noi, mettere in ordine, imparare a riconoscere le impurità interne ed esterne, eliminandole senza pigrizia. Purezza è imparare a comunicare con le persone intorno a noi, essere onesti, leali, chiari e trasparenti, far presente gentilmente i problemi che può avere il nostro interlocutore, ma anche essere pronti ad ascoltare ciò che ci dicono gli altri a nostro beneficio, a prendere sul serio chi ci fa presente ciò che non va in noi, riflettere seriamente e responsabilmente su ciò che ci viene fatto notare con sincerità e mettere prontamente mano ad eventuali modifiche al carattere. Uno dei più formidabili ostacoli alla purezza è lamentarsi di quel che non va senza fare il necessario per modificare la situazione. La critica negativa, l’attribuire la colpa agli altri dei nostri guai, l'autocommiserazione danneggiano il soggetto poiché sono forme giustificative perverse. Purezza non è solo chiedere perdono a seguito di un’offesa arrecata, ma soprattutto modificare l'atteggiamento offensivo. Non è sufficiente confessare un errore commesso, ma cessare l'attitudine perversa. Confessarsi senza modificare l'atteggiamento verso l’errore risulterà alquanto sterile(6). Purezza è ricercare la compagnia di persone sante per servirle, cosicché la nostra vicinanza non sia solo spaziale ma di intenti e fondata sul servizio. Questa compagnia purifica il carattere, la personalità(7). Purezza è parlare alle persone della scienza della realizzazione spirituale, senza fare discorsi di spiritualismo astratto; è presentare la disciplina della sadhana bhakti, indispensabile strumento per la destrutturazione dei condizionamenti e per l’avanzamento spirituale. La purezza non si costruisce ma si ripristina, perchè nella nostra essenza spirituale siamo puri e desideriamo gioia, libertà, salute, intelligenza, affetto e amore, tutti valori che abbondano solo in un clima di purezza. Quando invece la coscienza si contamina, tutte le qualità si annebbiano. Per essere autenticamente felici, dobbiamo considerare la purezza come obiettivo assolutamente necessario e urgente da raggiungere. La purezza è sattva guna, dobbiamo mettere dunque le radici in sattva guna. A questo proposito vi consiglio di ascoltare il seminario tenuto a Colle Val D'elsa nell'agosto del 2005 dal titolo: I sentieri dell'amore; in questa occasione ho commentato l'undicesimo canto dello Shrimad Bhagavatam, in particolar modo il capitolo in cui Krishna canta le glorie della purezza (sattva guna) ed esorta il Suo grande amico e devoto Uddhava a vivere puramente. Nella Bhagavadgita viene detto che se non si conquista il livello sattvico ogni progetto di realizzazione è utopico. L'avanzamento spirituale è possibile dunque solo attraverso il conseguimento (e il superamento) di sattva guna. In tamoguna e in rajoguna nessuno può diventare illuminato spiritualmente. Non è efficace meditare su Dio e allo stesso tempo compiere attività egoiche. Purezza è anche evitare radicalmente le dasha aparadha(8) nella meditazione sul Santo Nome, affinché gli effetti prodigiosi del canto si manifestino. Occorre fare purezza nel cuore se vogliamo che Krishna appaia, predisporsi per far funzionare il maha mantra come strumento di purificazione della coscienza. Fare purezza nel cuore è indispensabile, perché se la mente e il cuore non diventano puri, l’illuminazione non si manifesta e la gioia e l'ispirazione percepite a sprazzi non diventeranno mai uno stato stabile e continuo della coscienza. La purezza è una condicio sine qua non per realizzare il risveglio delle qualità spirituali; se ci realizziamo spiritualmente le qualità più elevate e i sentimenti più nobili dell'anima si manifesteranno in modo naturale. La purezza è tutto ciò che consapevolmente ci avvicina a Dio, è la volontà determinata di avvicinarsi a Krishna, di invocarLo, di percorrere il sentiero della realizzazione spirituale. La purezza è indispensabile e senza questa consapevolezza inganniamo noi stessi e gli altri. In ambiente di purezza la struttura psichica si sattvicizza e il soggetto inizia a sentire forte il desiderio di realizzazione spirituale e con questo altri doni si manifestano come esito di una maggiore sattvicità della coscienza. I primi due frutti maturi che si manifestano sono karuna e kripa, la compassione e la misericordia, ovvero due tra le principali funzioni archetipe che illuminano la personalità. Coloro che non giungono a sattva-guna soffrono e fanno soffrire, e proprio per queste loro caratteristiche sono agenti di discordia. Solo quando la coscienza diventa sattvica si trasforma la personalità e attraverso le funzioni di karuna e kripa il soggetto modifica la propria traiettoria gravitazionale e dall’orbita dell’ego si sposta all’orbita del Sé supremo: da peso e causa costante di conflitti e di sofferenze, diventa patrimonio per il genere umano.
(1) Cfr. Bg. XIII.23.
(2) I rapporti intimi tra coniugi meritano un discorso a parte. Per approfondire la questione si rimanda alla lettura dell’articolo di Marco Ferrini dal titolo “Relazioni familiari”.
(3) La mente deve esere utilizzata per elevarsi, non per degradarsi, ma chi non riesce a dominarla avrà serie difficoltà nel cammino della realizzazione spirituale. Cfr. Bg. VI.5-6.
(4) Cfr. Bg.XIII.8-12.
(5) Cfr. Bg. XVII.15.
(6) Cfr. Divina Commedia, Inferno XXVII.117-120: “Assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere assieme puossi, per la contraddizion che nol consente”.
(7) Sadhu-sanga, sadhu-sanga sarva-shastre kaya lava-matra sadhu-sange sarva-siddhi haya (Cc. Madhya 22.54). Tutte le Scritture rivelate affermano che grazie anche ad un solo attimo di compagnia dei sadhu, persone sante, è possibile ottenere ogni perfezione [il successo della vita umana].
(8) Vedi nel testo Guru-discepolo “le 10 offese” in appendice.
(1) Cfr. Bg. XIII.23.
(2) I rapporti intimi tra coniugi meritano un discorso a parte. Per approfondire la questione si rimanda alla lettura dell’articolo di Marco Ferrini dal titolo “Relazioni familiari”.
(3) La mente deve esere utilizzata per elevarsi, non per degradarsi, ma chi non riesce a dominarla avrà serie difficoltà nel cammino della realizzazione spirituale. Cfr. Bg. VI.5-6.
(4) Cfr. Bg.XIII.8-12.
(5) Cfr. Bg. XVII.15.
(6) Cfr. Divina Commedia, Inferno XXVII.117-120: “Assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere assieme puossi, per la contraddizion che nol consente”.
(7) Sadhu-sanga, sadhu-sanga sarva-shastre kaya lava-matra sadhu-sange sarva-siddhi haya (Cc. Madhya 22.54). Tutte le Scritture rivelate affermano che grazie anche ad un solo attimo di compagnia dei sadhu, persone sante, è possibile ottenere ogni perfezione [il successo della vita umana].
(8) Vedi nel testo Guru-discepolo “le 10 offese” in appendice.
19 febbraio 2009
La Vita oltre la Morte.
Intervista a Shriman Matsyavatara Prabhu (NonsoloanimaTV).
Etichette:
malattia,
malessere,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
morte
18 febbraio 2009
'Guru seva: importanza di rendere servizio al Maestro Spirituale' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Guru seva, o la devozione al Maestro Spirituale, è parte essenziale della Bhakti. Il Guru non deve essere considerato come una persona ordinaria, bensì deve essere adorato nella stessa misura di Krishna (Bhagavata Purana 11.17.27). Il Guru fa da intermediario tra il bhakta e Bhagavan; non è possibile infatti per il jiva ancora legato a desideri mondani attraversare l’oceano di Maya e ottenere Bhagavan senza l’aiuto del Guru. La devozione al Guru può riscattare il jiva dagli anartha (ostacoli alla realizzazione spirituale) quali bramosia, collera, avidità, invidia, ciascuno dei quali è difficile da superare e richiede uno sforzo eccezionale per essere completamente sradicato (Bhagavata Purana 7.15.22-25). La devozione al Guru è perfino più importante della devozione a Krishna, perché il Guru può salvare il devoto quando incorre in errori che dispiacciono Krishna; non avviene il contrario, ovvero Krishna non può salvare il devoto che arreca dispiacere al proprio Maestro (Bhakti Samdharbha sec. 237). L’adorazione al Guru dovrebbe perciò precedere l’adorazione a Krishna. Krishna stesso afferma che il brahmacari, il grihastha, il vanaprastha e il sannyasi non lo soddisfano negli adempimenti dei propri doveri quanto lo soddisfa colui che serve il Guru (Bhagavata Purana 10.8.34). Ciò non significa che il Guru deve essere servito e adorato escludendo Krishna, ma entrambi Guru e Krishna dovrebbero essere adorati (Cc. Madhya 22.18). Il Guru inoltre deve soddisfare tutti i requisiti del suo status. Se devia dal sentiero della bhakti, se non sa discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, oppure se viene colto dal “complesso del Divino” e ritiene di essere Dio, deve essere abbandonato dal discepolo (Bhakti Sandharbha sec. 238).
Etichette:
bhakti,
guru,
maestro,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
servizio,
seva
'Sei modelli comportamentali per accrescere la volontà e garantire una rapida evoluzione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Come spiega Rupa Gosvami nell'Upadeshamrita, il sat-sanga (la compagnia di persone dedicate alla vita spirituale) è uno di quei sei principi fondamentali per accrescere la volontà e garantire una rapida evoluzione.
- Agire con entusiasmo.
- Agire con fiducia/fede.
- Tollerare con pazienza temporanei insuccessi od ostacoli, mantenendo ben in vista l'obiettivo finale e perseguendolo con fede.
- Seguire i principi etici, primo fra tutti ahimsa, ovvero: non ostacolare nessuno nel suo percorso evolutivo.
- Evitare la compagnia di persone frivole o distruttive, che consumano inutilmente le nostre energie.
- Seguire le orme di una persona illuminata, realizzata spiritualmente, e stare in compagnia di persone evolute al fine di apprendere da loro elevati modello di pensiero e di comportamento.
Etichette:
evoluzione,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
principi,
sat-sanga,
Upadeshamrita
17 febbraio 2009
Vegetarianesimo (Articolo segnalato da Vijaya Murti devi dasi).

L'italia è il paese europeo, secondo gli esperti, con maggiore presenza di "veggie": 10% contro il 9% della Germania. Nel 2050 il 50% della popolazione potrebbe mangiare solo frutta e verdura. A Milano il "Veggie Pride".
Vegetariano un italiano su dieci. In aumento in tutto il mondo quelli che rifiutano la carne Sono soprattutto giovani e donne. Per alcuni scelta part-time.
I teenager americani lo fanno per gli animali, spinti, qualche volta, dalle crude immagini dei video di YouTube sulle stragi di polli e tacchini, vitelli e agnelli (e anche di altre specie non commestibili). Così, secondo alcune stime del governo, almeno un adolescente su duecento evita di mangiare carne. C'è chi lo fa per spirito animalista (non solo i più giovani, ma anche gli adulti, in Usa e in Europa), chi per rispetto dell' ambiente (i più informati sui temi dell' ecologia sulla scia dell' ex Beatle Paul McCartney), chi per motivi salutistici (i meno giovani che magari hanno qualche problema di colesterolo o di pressione) e intanto l' esercito dei vegetariani si ingrossa in tutto il mondo. In Italia, secondo l' Eurispes, sono oltre quota sei milioni (circa il 10 per cento della popolazione e l' Italia, secondo le stime dell' Unione vegetariana europea, è al primo posto, seguita dalla Germania con il 9 per cento), ma nel 2050 gli italiani potrebbero arrivare addirittura a 30 milioni, se anche da noi arriverà la nuova veggie generation. «La sensazione - commenta Luciana Baroni, medico all' ospedale Villa Salus di Mestre-Venezia e presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana - è che, proprio perché fanno una scelta ideologica, i più giovani sono più spesso vegani, escludono cioè dalla loro dieta anche uova e latte. Pensano al benessere globale degli animali e ritengono che il solo non mangiar carne non elimini completamente le loro sofferenze». Perché i vegetariani non sono tutti uguali: i «classici» non mangiano né carne né pesce, ma accettano latte e uova, i vegani invece escludono anche questi ultimi (e spesso evitano anche tutti gli altri prodotti di origine animale, come pelli o cuoio), mentre i più oltranzisti (come i crudisti o i fruttisti) ammettono soltanto particolari categorie di cibi (rispettivamente solo vegetali crudi o solo frutta e semi). Ecco il loro identikit: più spesso donne, con un livello di istruzione medio-alto che vivono (in Italia) prevalentemente al Nord o al Centro. «Il crescente interesse per il vegetarianesimo - aggiunge Luciana Baroni - è favorito anche dal fatto che quell' aura di paura nei confronti di queste abitudini alimentari si è piano piano dissolta alla luce delle evidenze scientifiche e in realtà non esiste nessun pericolo concreto nell' abbracciare questo tipo di alimentazione». Non tutti la pensano così, soprattutto quando si parla di adolescenti. «Certo, i giovani vegetariani sono in aumento - conferma Andrea Ghiselli, ricercatore all' Inran, l' Istituto italiano per la ricerca e la nutrizione, ed esperto di un forum sulla nutrizione del Corriere Online - e sono soprattutto ragazze che spesso lo fanno per moda. Ma devono fare attenzione: i maschi in particolare rischiano carenze soprattutto di calcio, le femmine di ferro. Se la dieta è vegetariana ma include prodotti animali ed è variata non ci sono particolari pericoli. Ma un vegano non può fare di testa sua: se decide di esserlo è bene che pianifichi la sua dieta con un nutrizionista». Le linee guida dell' American Dietetic Association dicono che le diete vegetariane e vegane sono appropriate per tutti i periodi della vita, comprese l' infanzia e l' adolescenza, a patto che siano well balanced e che eventuali deficit di vitamina B12, cui vanno incontro soprattutto i vegani, siano prevenuti con supplementi vitaminici. E il numero di febbraio della rivista Women' s Health Source della Mayo Clinic, uno dei più famosi ospedali americani che ha sede a Rochester, è rivolto alle donne ed è dedicato ai consigli per pianificare una corretta dieta vegetariana Anche Michele Carruba, direttore del Centro studi e ricerche sull' obesità all' Università di Milano, avverte che quanto più il vegetarianesimo è spinto tanto più richiede conoscenza degli alimenti e aggiunge: «L' importante è mescolare e combinare i cibi il più possibile». Gli esperti francesi dell' Istituto della nutrizione, per voce del vicepresidente Bernard Guy Grand, ricordano che una serie di studi epidemiologici dimostrano come i vegetariani siano meno soggetti a ipertensioni arteriosa e a problemi cardiaci e abbiano minori rischi di obesità e di diabete di tipo 2. Ecco giustificata la scelta salutista, ma in Francia, come in Italia, sta prendendo sempre più piede la motivazione di tipo ecologista quando si decide di seguire la strada verde a tavola, mentre è decisamente in calo, rispetto agli anni passati, quella di tipo filosofico-religioso. «La scelta vegetariana di tipo religioso oggi è legata soprattutto alla presenza di immigrati - commenta Carruba, che è anche presidente della società del Comune di Milano responsabile della ristorazione scolastica - e nelle scuole di Milano teniamo conto delle richieste in questo senso. Per contro si sta facendo strada il concetto di un' alimentazione ecosostenibile, che si svilupperà anche con l' Expo: un' alimentazione troppo sbilanciata sul consumo di carne animale provoca danni ambientali sia per quanto riguarda la deforestazione, sia per quanto riguarda l' inquinamento. Questo però non significa diventare tutti vegetariani». Qualcuno, soprattutto in America, ha già scelto la strada del vegetarianesimo part-time: si chiamano flexitarian, la loro Bibbia è il libro Flexitarian Diet della dietista Dawn Jackson Blatner, il precetto: mangiare carne o pesce non più di due volte alla settimana. Il sito di riferimento: www.almostvegetarian.blogspot.com. I puristi vegetariani dialogano invece su altri siti: dall' italiano www.vegetariani.it all' inglese www.veggievision.tv, una vera e propria televisione via Internet dedicata ai vegetariani. «Internet rimane il mezzo migliore per far circolare le nostre idee - commenta Luciana Baroni -. C' è infatti ancora un po' di diffidenza nei confronti dei vegetariani. Per esempio: quando un esperto di alimentazione vegetariana viene invitato a un talk show si invoca la par condicio: ci vuole anche chi parla bene della carne». Così i seguaci della dieta verde si sono persino inventati il Veggie pride, il giorno dell' orgoglio vegetariano: l' anno scorso è stato a Roma, quest' anno per la seconda edizione del 16 maggio si mobiliterà Milano, in contemporanea con il nono Veggie pride francese a Lione.
Adriana Bazzi (Focus Alimentazione & Salute).
Etichette:
alimentazione,
carne,
mangiare,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
salute,
vegetarianesimo
16 febbraio 2009
'Sentire la Protezione e l’Amore di Krishna' di Shriman Matsyavatara Prabhu.
Shri Krishna nella Bhagavad-gita (IV.8) afferma che Egli discende di era in era per dare rifugio ai sadhu, alle persone che vivono in sattva guna, nella virtù, e che a Lui sono devote. Questa speciale protezione del Signore, i devoti la dovrebbero sentire sempre presente, come patrimonio inestimabile che li accompagna in ogni momento della loro vita: sentire la mano di Krishna sempre posata sulla propria testa. Ciò non significa intuire semplicemente la presenza di Krishna o, ancor più vagamente, percepire lo sfolgorio di energie e potenze del Brahman nella Sua onnipervadenza. Sentire la protezione divina è un qualcosa di molto più intimo e profondo: è sentire il sostegno, l'affetto, l'Amore del Signore, è sentirsi sollevati da ogni pericolo, protetti in ogni circostanza. Se questo dolce sentimento diventa costante in noi e ci accompagna ovunque, quando per qualche offuscamento della coscienza ne perdiamo la percezione, sembra che ci venga a mancare un bene vitale, essenziale, la vita stessa. Nel percorso evolutivo di ogni essere è una realizzazione importante quella che ci permette di diventare coscienti della speciale protezione di Dio. In alcune occasioni vi sarà capitato di sentirvi come tirati fuori da una situazione difficile, tratti in salvo da un pericolo; se riflettiamo profondamente, comprendiamo che ciò è stato possibile non tanto grazie alla nostra comprensione o intelligenza, non perché siamo stati previdenti o lungimiranti, ma perché dall'alto abbiamo ricevuto un aiuto, una misericordia speciale dal Signore che è amico dei Suoi devoti, Dio clemente e misericordioso. Per maturare la nostra visione spirituale, è fondamentale realizzare che non solo Krishna c’è, esiste, ma che è anche straordinariamente attento a quel che facciamo, presente nelle nostre vite, pronto ad intervenire – principalmente tramite i Suoi devoti - per sostenerci, aiutarci, ispirarci nel cammino che ci riporta a Lui. Dovremmo agire in ogni circostanza come se non fossimo mai soli, ed in effetti è proprio così: il Signore ci accompagna come Anima suprema nel nostro viaggio nel mondo; dovremmo sapere che siamo sempre sotto ai Suoi occhi, che Lui ci vede, che ci osserva intimamente. Siamo protetti e seguiti dal Signore con cura, con attenzione, amorevolmente, come una madre che segue e bada al proprio bambino, magari scrutandolo dalla finestra e osservandolo giocare con sguardo protettivo; è sufficiente che il bambino si volga, che alzi gli occhi al cielo, per poter scorgere la madre che lo sta osservando, per sentirsi protetto, al sicuro, a lei unito e collegato dall'affetto. Similmente i devoti si sentono sempre al sicuro, protetti da Dio, nei cui insegnamenti credono e vivono; essi sanno che Shri Krishna li osserva, che c'è, che tiene sempre una mano sulla loro testa, che protegge coloro che a Lui si abbandonano con fede, che hanno fatto della devozione a Dio l'essenza stessa della loro vita, non in termini astratti ma con le loro opere quotidiane. In tutte le tradizioni spirituali il gesto antico di porre una mano sul capo sta simbolicamente ad indicare l'elargizione di benedizioni. Nel cammino evolutivo, nel viaggio dell’anima verso Vaikuntha, un passaggio cruciale verso la perfezione, verso la realizzazione della propria essenza spirituale di bhakti, è quello che consiste nell'imparare a sentire la presenza di Krishna e la Sua protezione. Coltivando desideri contaminati e perciò rimanendo vittime dei condizionamenti della prakriti le persone commettono offese, diventano sleali, mancano alla parola data, talvolta persino ai voti presi; ciononostante la compassione e la misericordia del Signore non vengono mai meno: anche se in quel momento l'essere non è in grado di recepirle e di accoglierle, Krishna aspetta paziente lo spiraglio di un risveglio, dal cuore favorisce il rinnovarsi di una scelta deliberata verso il Bene, la Luce e l'Amore puro, il sentimento sovrano, il più prezioso, che può rinnovarsi e vivere solo in un clima di totale consapevolezza e libertà. Non si percepisce Dio, non si entra in rapporto con Lui se nel nostro cuore dominano ancora interessi egoici, scollegati dalla Realtà, ma questo non significa che il Signore non ci ami. E' l’essere condizionato a non percepire l’Amore di Krishna fintanto che gli anartha imperversano nella sua struttura psichica, ma Krishna comunque ama. Questo Amore lo si può sperimentare solo quando siamo riusciti a destrutturare i nostri condizionamenti, le nostre cattive abitudini o, per usare una terminologia di Shrila Rupa Goswami, quando i nodi del cuore si sono sciolti. Man mano che la persona comincia a fare un lavoro serio su se stessa per liberarsi dai propri limiti, l'amore intenso per Krishna progressivamente si manifesta nel suo cuore e la Sua presenza diventa visibile. Si realizza allora che il Suo corpo non è fatto di elementi materiali, ma è sat cit ananda vigraha, una forma spirituale perfetta fatta di eternità, consapevolezza e beatitudine, che non la si vede con gli occhi fisici ma solo con quelli dell'Amore.
Etichette:
amore,
Bhagavad-gita,
krishna,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
protezione
15 febbraio 2009
'Proteggere la pianticella della devozione' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Camminate con grande cautela su questo filo di rasoio che è la via iniziatica; se sbagliate un passo vi ferite: un errore, una risposta sbagliata, aprire la porta ad una pericolosa energia che prende e sovrasta. Se bevete anche solo una goccia di arsenico è finita. Siate responsabili, scegliete accuratamente desideri, pensieri, parole, compagnie, e quando vi accorgete di aver commesso un errore predisponetevi subito a correggervi, prima che sia troppo tardi e che da una piccola deviazione iniziale si perda la Via. Finalmente una vita di responsabilità! Come dice Dante nella Divina Commedia: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Gli animali vivono alla giornata, percepiscono il mondo ma non se stessi. Solo nella forma umana c’è la possibilità di capire chi siamo, dove siamo e dove vogliamo andare, qual è l’obiettivo del nostro vivere. Abbiamo strumenti di valutazione e orientamento per creare lo scenario che desideriamo e noi collocarci in esso. La vita iniziatica è meravigliosa, ma è anche di grande impegno e di responsabilità. Siate prudenti nella consapevolezza che in questo mondo la caduta, la deviazione dal retto sentiero è la normalità. Quando si è compreso il senso dell’esistenza come si fa ad agire incoerentemente? È l’inferno, è la lacerazione, è la schizofrenia. La Bhakti cura questa devastante malattia della coscienza, ma si deve fare sul serio, impegnandosi senza calcoli di natura egoistica per il raggiungimento del più alto fine che è il puro Amore per Dio e tutti gli esseri, e gradualmente l’anima riscoprirà il suo mondo, diventerà completamente appagata, soddisfatta con quel che ha, non cercherà più cose all’esterno perché avrà realizzato tutto in sé.
Etichette:
bhakti,
crisi,
devozione,
diksha,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
meditazione,
ptoteggere,
rupa gosvami,
sadhana
14 febbraio 2009
'La Volontà nella Bhakti' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Etichette:
bhakti,
determinazione,
disciplina,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
volontà
12 febbraio 2009
'Il Ruolo della Volontà nell’Armonizzazione e sviluppo della Personalità' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Analizzando il rapporto tra il sé e la volontà da una parte e le varie altre funzioni psichiche dall'altra, possiamo renderci conto di quanto sia stretto, convergente, quasi identificante, il legame tra la volontà e il sé, e quanto attraverso la volontà il sé agisca sulle altre funzioni psichiche, le governi e le orienti. Rimaniamo comunque aperti all'esistenza di altri due rapporti: il primo tra il sé spirituale e il suo riflesso distorto (l'ego) – quale somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica –; e il secondo tra il sé individuale (spirituale) e il Sé cosmico, l'Anima Suprema o Dio per i religiosi e i teologi. Mentre il primo rapporto è spesso conflittuale, perché l'anima interagisce con una distorsione (con l'ego, personalità storica e transitoria), il secondo invece, quello con il Sé cosmico, è beatifico, fonte di completa armonia, di estasi. Il problema della volontà, dunque, consiste in quale dei due rapporti privilegiare. Il processo inconscio non possiede una propria volontà, è piuttosto automatico; non possiamo vederlo in movimento con gli occhi né esaminarlo con la mente razionale, ma possiamo sperimentare che esiste una dinamica per la quale esso agisce spontaneamente rispondendo agli input che gli abbiamo fornito col pensiero cosciente, con o senza un deliberato atto volitivo. Il pensiero cosciente sceglie gli scopi, seleziona i dati, calcola, valuta e giunge a conclusioni e, generalmente senza saperlo, mette in moto il processo inconscio. Attraverso la volontà - che rappresenta la funzione più immediata e più diretta dell’io - si può produrre un’immagine mentale dello scopo che si vuole raggiungere, e questa mette in moto nell’inconscio un’attività diretta a realizzare tale scopo… anche se noi rimaniamo all’oscuro del modo in cui opera.
Il pensiero cosciente non è, perciò, l'esecutore materiale del risultato, ma colui che ne attiva i meccanismi(1). Dunque agire qui ed ora nel modo più eticamente corretto possibile (dharmya) permette poi al processo inconscio di raggiungere spontaneamente, senza eccessiva fatica, i migliori risultati. Ecco perché chi si occupa diligentemente e con fiducia del qui ed ora, non ha necessità di preoccuparsi per il futuro, perché gli obiettivi verranno conseguiti dal processo inconscio che avremo messo in moto. La volontà è ottimamente usata quando si limita a fornire l’impulso iniziale e lascia che l’elaborazione inconscia segua naturalmente e spontaneamente. Per avere pieno, soddisfacente e duraturo successo nell'utilizzo della volontà, dobbiamo dunque operare attraverso di essa, non direttamente applicata allo scopo finale, bensì alla gestione delle funzioni psichiche. Infatti, il miglior utilizzo della volontà lo si ottiene quando attraverso di essa si attivano e si dirigono tutte le forze del mondo psichico. Come nel mondo fisico prima di agire si deve tener conto del complesso sistema di leggi che lo governa, similmente, prima di dare corso ad un atto volitivo si debbono considerarare le forze psichiche che tale atto implica e le leggi che lo governano.
Fede, disciplina, coraggio, interesse, ottimismo, tendere ad uno scopo evolutivo e costruttivo, tutto ciò rafforza la volontà e la vitalità. Futilità, pessimismo, frustrazione, rancore, risentimento, invidia, gelosia, paure, nostalgie, attivano dinamiche distruttive che riducono la forza di volontà e la vitalità e di conseguenza anche la prospettiva della vita. Con questo tipo di attitudine si accelera anche il processo dell'invecchiamento. Nella vita ciascun individuo sente la necessità di soddisfare dei bisogni fondamentali, i quali, se perseguiti e realizzati in modo salutare ed eticamente corretto (dharmya) favoriscono lo sviluppo e il rafforzamento della volontà. Questi principalmente sono:
- Dare e ricevere amore.
- Trovare e dare sicurezza.
- Poter esprimere la propria creatività e incoraggiare altri a farlo.
- Sentire riconosciuto il proprio valore e riconoscere quello degli altri.
- Vivere nuove esperienze e incoraggiare altri a rinnovarsi.
- Sviluppare fiducia in sé stessi e coltivare la fiducia nella provvidenza e nell’uomo.
- Vivere un senso di completezza, pienezza, soddisfazione, ispirando altri a fare altrettanto.
Esercizio della determinazione e della perseveranza.
La determinazione è uno stato mentale che può essere coltivato e sviluppato con la giusta predisposizione. Come tutti gli stati mentali, la determinazione scaturisce da fattori psicoemotivi e attitudinali ben precisi, tra questi:
1. Desiderio. In presenza di un desiderio intenso e ben definito è più facile sviluppare e mantenere la determinazione nel perseguire l'obiettivo che ci si è prefissi.
2. Definizione di scopo. Sapere ciò che si vuole è la prima cosa e, forse, la più importante, per sviluppare la determinazione. Una forte motivazione aiuta a superare difficoltà iniziali e imprevisti.
3. Fiducia in se stessi. II credere nella propria capacità di poter conseguire un risultato, incoraggia a seguire il piano con determinazione.
4. Definizione di programmi. Programmi organizzati, sebbene inizialmente non accurati e non ben centrati, incoraggiano la determinazione e rafforzano la perseveranza.
5. Conoscenza accurata. Sapere che i propri progetti sono saldamente fondati su di una conoscenza approfondita della realtà e su esperienze di natura evolutiva, favorisce la determinazione. La «presunzione», al contrario del «sapere», indebolisce la determinazione.
6. Cooperazione. L'empatia, la tolleranza, la comprensione e la cooperazione armonica tra i membri del gruppo rafforzano la determinazione di ciascun membro o componente di quest'ultimo.
7. Forza di volontà e progettualità. L'esercizio costante di coltivare la volontà e di concentrare i propri pensieri – in maniera proattiva - sulla definizione di un progetto, al fine di programmare l'ottenimento degli obiettivi che ci siamo prefissi, sviluppa la determinazione.
8. Abitudine. La determinazione è il diretto risultato della nostra impostazione mentale, di un’abitudine, ovvero di una deliberata impostazione all'azione adottata come criterio costante di comportamento consapevole. La nostra conformazione mentale si modifica a seconda delle azioni che compiamo e che, seppur inconsciamente, influenzano la struttura psichica con modelli comportamentali che vengono assorbiti e automaticamente riproposti secondo gli schemi adottati ed acquisiti. La paura, una delle più pericolose e peggiori emozioni distruttive, può essere ad esempio effettivamente curata dalla ripetizione volontaria e sistematica di atti di coraggio. Ciò è ben noto a tutti coloro che hanno fatto quest’esperienza.
(1) Cfr. BG. III.27: “Sviato dall'influenza dell'ego, il sé spirituale crede di essere l'autore delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dai guna, [le tre energie archetipe costituenti la Natura]”.
Etichette:
armonizzazione,
determinazione,
ego,
matsya,
matsya avatara prabhu,
matsyavatara,
matsyavataradas,
matsyavatardas,
sviluppo,
volontà
Iscriviti a:
Post (Atom)